27 Ott 2026, Mar

Conosciamo don Bosco (19). Per 14 anni sono stato il confessore di don Bosco

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Seminario di Chieri, dove studiò don Bosco

 

La testimonianza di don Giovanni Francesco Giacomelli, compagno di seminario e poi confessore di don Bosco negli ultimi quattordici anni, offre un ritratto intimo e autorevole del Santo. Condivise con lui anni di formazione, periodi di vita all’Oratorio e una lunga familiarità spirituale. Ricorda la dolcezza di don Bosco, la sua forza d’animo, l’attenzione paterna verso i giovani e la sofferenza nel vederli maltrattati o allontanarsi. Sottolinea la centralità dei sacramenti, dell’educazione religiosa e dell’“esercizio della buona morte” come segreto del buon andamento dell’Oratorio. Testimone anche del ministero nelle carceri e delle grandi difficoltà iniziali, conferma la fiducia incrollabile di don Bosco nella Provvidenza e la sua carità senza limiti.

 

 

Perché tutti pensavano che fosse matto.

 

 

Le sue testimonianze sono contenute nel manoscritto del processo ordinario, copia pubblica, nei fogli 656-690.

Giovanni Francesco Giacomelli nacque ad Avigliana (Torino) nel 1820. Fu compagno di seminario di Don Bosco, a Chieri, per 5 anni. Ordinato sacerdote, visse per un anno con lui al Convitto ecclesiastico di don Cafasso. Abitò vari mesi nell’Oratorio. Don Bosco, negli ultimi 14 anni della sua vita, lo scelse come suo confessore e gli confidò le cose più intime. Don Giacomelli abitava a pochi passi dall’Oratorio, nell’Opera Pia Barolo.

 

Mi chiamo don Giovanni Francesco Giacomelli, nativo di Avigliana, d’anni 72, sacerdote, domiciliato in Torino, cappellano dell’Ospedaletto di S. Filomena dell’Opera Barolo.

Ho conosciuto Don Bosco nell’anno 1836 nel seminario di Chieri, dove io facevo il primo corso di filosofia e Don Bosco il secondo. Passai con lui cinque anni in quel seminario, poi un anno nel Convitto ecclesiastico di Torino per lo studio della morale. Da 38 anni sono direttore spirituale dell’Ospedaletto di S. Filomena dell’Opera Barolo, locale quasi attiguo all’Oratorio salesiano di Don Bosco. Posso dire d’essere stato sempre in molta intimità con Don Bosco. Mi confessavo da lui, e dal 1872 fino alla sua morte {anno 1888) fui suo confessore.

 

Conobbi sua madre

Io ho conosciuto la madre di Don Bosco, che era una donna molto accorta e prudente, e di molta pietà. Vissi con Don Bosco e con sua madre vari mesi nei primi tempi del suo Oratorio in Torino, e conobbi pure una sorella di lei che aiutava nelle faccende di-casa. La famiglia di Don Bosco possedeva una casupola e qualche poderetto in Castelnuovo d’Asti. I suoi genitori godevano buona fama presso i loro conterranei.

Trovandomi in seminario (a Chierì), fin dal primo giorno fui messo nella sala di studio di fronte al chierico Bosco. Io lo guardavo con compassione, perché mi pareva sofferente; ed egli pure guardava me con compassione, perché ero preso in giro dai compagni per una berretta che era sproporzionata nella altezza. Egli si offrì ad aggiustarmela e a farmene una nuova, come veramente fece. Entrando poi io in conversazione con lui, seppi che durante le vacanze egli era stato alquanto malato.

Ordinariamente, nel tempo della ricreazione, egli veniva circondato da alcuni compagni e da me stesso, ai quali raccontava cose edificanti e fatterelli avvenuti nella sua gioventù. Ricordo che ci ha raccontato che anni prima in Chieri aveva fatto una scommessa con un saltimbanco, chi dei due saliva più in alto il tronco di un albero sul viale della città… e vinse la scommessa. Noi compagni non volevamo credere a questa sua prodezza, ed egli disse: «Non volete credere? A me!». Prese una seggiola pesante, la sollevò ponendone una gamba sul mento e la sostenne per qualche tempo. Allora noi, dopo di ciò, ammirammo la sua destrezza e forza muscolare.

 

Giovani amici

Ricordo con piacere che Don Bosco, nei giorni di vacanza, riceveva visita da vari suoi colleghi, giovani esterni che venivano a trovarlo in seminario, e che gli erano stati compagni negli studi di latinità. Con essi si tratteneva volentieri, discorrendo e dando buoni consigli.

Agli esercizi spirituali in preparazione alle ordinazioni, sentii da lui stesso che era stato molto colpito dalle prediche, specialmente dalle parole «Chi salirà la montagna del Signore?». Dimostrava di essere penetrato dell’importanza delle parole che seguono: «Chi ha le mani innocenti e il cuore puro».

 

Don Bosco perde due volte la pazienza

Egli teneva un modo dolce, soave e ispirato a mansuetudine nell’attirare al bene e alla virtù i ragazzi, e sentiva gran dispiacere e grave pena quando vedeva altri tenere modi severi coi giovani. A proposito, egli mi raccontava un giorno che dal balcone aveva veduto un giovane adulto maltrattare uno dei suoi compagni più piccoli. Mi disse che fremette a quest’atto, si fece violenza a non parlare, ma l’indomani fece una correzione paterna a quel giovane.

Altra volta vidi Don Bosco colla mano alzata come per percuotere due giovani che bisticciavano, li divise, ma non li percosse, avendo essi subito smesso ogni bisticcio. Un giorno lo vidi correre dietro a due giovani che fuggivano per non andare in chiesa con gli altri compagni (erano i primi anni del suo Oratorio). Io vedendolo gli dissi: «Ehi, è la seconda volta che ti vedo alterato». Ed egli mi rispose: «Che vuoi! questi benedetti ragazzi cercano di fuggire per non venire in chiesa…».

Vedendo tanti giovani che non avevano parenti né stabile abitazione, ideò di aprire un ospizio tra il 1846 e il 1847. A poco a poco aumentò il numero dei giovani. Sulla fine del 1849, essendomi io fermato con Don Bosco per alcuni mesi, il numero di questi giovani era di una trentina. Egli ne aveva gran cura. Andava lui stesso a domandare informazioni sulla loro condotta presso i loro padroni, oppure se non poteva mandava altri di sua fiducia. Io stesso fui da lui mandato a intercedere grazia per un figlio presso suo padre. Lo trovai duro mentre Don Bosco era molto compassionevole. Così ebbe cuore di padre più Don Bosco che il padre stesso di quel giovane.

 

Il segreto del buon andamento dell’Oratorio

Essendomi trovato per vari mesi in casa di Don Bosco, e poi avendo sempre frequentato l’Oratorio fino alla sua morte, posso testimoniare che egli ebbe sempre cura di istruire i giovani nella religione e di avviarli alla soda pietà (= vita cristiana). Promuoveva la frequenza ai sacramenti, credendo questa essere il miglior mezzo per tenerli lontani dal vizio e incamminarli sulla via del Paradiso. Faceva fare ogni mese l’esercizio della buona morte, e un giorno mi disse: «Se l’Oratorio va bene, devo attribuirlo specialmente all’esercizio della buona morte».

Vidi una volta Don Bosco molto afflitto perché uno dei suoi primi chierici aveva abbandonato l’Oratorio, mentre ne aveva grande bisogno. In quell’occasione lo sentii esclamare: «Vano è l’aiuto dell’uomo», dando a vedere che egli doveva confidare più in Dio che negli uomini.

Tanta era la stima che i giovani avevano di lui, che si astenevano dal recare ogni minimo dispiacere quasi più a lui che a Dio. Ma egli, accorgendosene, li rimproverava dicendo che Dio era qualche cosa più di lui.

 

Lo accompagnai alle prigioni

La sua carità non si restringeva ai giovani dell’Oratorio, ma si estendeva anche altrove. Io lo accompagnai alle prigioni dove faceva i catechismi e confessava. Mi fece comprare pane bianco e qualche volta frutta, che faceva distribuire ai giovani per incoraggiarli al bene.

So che, molti anni prima di morire, dispose per testamento delle poche cose che possedeva, per non causare imbarazzi, e affinché tante elemosine e offerte di denaro avute non cadessero nelle mani dei parenti.

 

Molti lo giudicavano un po’ temerario

Per suscitare tutte le sue opere benefiche dovette sostenere contrasti e difficoltà grandissime. Io stesso, nell’esaminare il grandioso disegno del suo Oratorio che egli mi aveva fatto vedere, da principio ero persuaso che fosse una temerarietà. I sacerdoti medesimi, compreso don Cafasso, che da principio lo aiutavano, stimavano Don Bosco alquanto temerario. Ma poi vedendo che riusciva sempre nel suo intento, approvarono anch’essi il suo operato, e ammiravano la sua forte costanza.

 

«Io devo partire prima»

Nel 1885 io ero gravemente ammalato. Mia sorella andava piangendo a raccomandarsi a Don Bosco per la mia guarigione, e Don Bosco piangeva pure lui e le disse: «Non muore ancora. Io devo partire prima». E ciò realmente avvenne.

 

 

Giovanni Francesco GIACOMELLI, sacerdote diocesano

 

P. Bruno FERRERO

Salesiano di Don Bosco, esperto di catechetica, autore di vari libri. È stato direttore editoriale della casa editrice salesiana Elledici. È il direttore del "Il Bollettino Salesiano" italiano, cartaceo.