4 Ott 2026, Dom

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Ottobre è il mese del Rosario, e per don Bosco fu a lungo il mese del ritorno a casa: per oltre vent’anni riportò i ragazzi dell’Oratorio ai Becchi, a celebrare la Madonna del Rosario nella cappella che egli stesso aveva ricavato nella casa del fratello. Quella corona l’aveva imparata in ginocchio accanto a mamma Margherita e non l’abbandonò più: la mise nelle mani dei giovani, nelle Costituzioni dei salesiani, nei suoi libri e lo troviamo perfino nei suoi sogni, e a un marchese che la giudicava tempo perso rispose che su quella pratica era fondata tutta la sua opera. La sua storia si intreccia così con quella di una preghiera che i papi hanno raccomandato in sedici encicliche, che i santi hanno insegnato nei loro scritti e che la Chiesa ha arricchito di promesse e di indulgenze.

 

 

Una corona di rose, con le sue spine

Per capire che cosa don Bosco avesse tra le mani quando sgranava la corona, conviene partire dal nome. «Rosario» viene dal latino rosarium, che in origine significava «rosaio», «giardino di rose» e, per estensione, anche «ghirlanda» o «corona di rose». Nel Medioevo la parola acquistò un significato religioso e simbolico, perché le preghiere rivolte alla Vergine vennero paragonate a rose spirituali offerte a Maria, fino a formare idealmente una corona: una corona molto bella, che tuttavia nasconde anche le sue spine. Prima che si imponesse il termine Rosarium, del resto, questa forma di preghiera era spesso chiamata «Salterio della Vergine» (Psalterium Beatae Mariae Virginis), dal momento che le 150 Ave Maria corrispondevano simbolicamente ai 150 salmi del Salterio biblico.

Quanto alla sua origine, la tradizione ecclesiale vuole che sia stata la Vergine stessa ad affidare il Rosario a san Domenico di Guzmán (1170-1221), come mezzo di predicazione e di lotta contro l’eresia albigese; una tradizione che Leone XIII riprese ripetutamente, arrivando ad affermare che san Domenico aveva introdotto e diffuso questa forma di preghiera. Ma la data che più di ogni altra ne ha segnato la storia è il 7 ottobre 1571, giorno della battaglia di Lepanto. San Pio V attribuì la vittoria della flotta cristiana all’intercessione di Maria, invocata in quelle ore dalle confraternite del Rosario; e fu in seguito a quell’evento che il 7 ottobre divenne la festa del Rosario e che la Santissima Vergine fu invocata con il titolo di Aiuto dei cristiani, Auxilium Christianorum.

È un particolare che un lettore salesiano non può lasciar cadere. I due titoli mariani che hanno segnato la vita di don Bosco, la Madonna del Rosario venerata ai Becchi e l’Ausiliatrice di Valdocco, nascono infatti dallo stesso giorno e dalla stessa vittoria; e don Bosco ne era ben consapevole, tanto che nel 1868, pubblicando per la consacrazione del santuario di Torino le Maraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice, dedicò un capitolo proprio alla battaglia di Lepanto. Non stupisce allora che la festa del Rosario egli volesse celebrarla sempre con fasto, e che per anni lo abbia fatto andando in pellegrinaggio, con i ragazzi dell’Oratorio, al suo luogo di nascita. Per comprendere le ragioni di tanta fedeltà bisogna però risalire ancora più indietro, fino alla cucina di una casa contadina.

 

Dalla cucina dei Becchi alla cappella del Rosario

Il Rosario, infatti, Giovanni Bosco lo imparò prima ancora di saper leggere. Rimasto orfano di padre quando non aveva compiuto due anni, crebbe in una famiglia nella quale la giornata si apriva e si chiudeva in ginocchio, come egli stesso racconta nelle Memorie dell’Oratorio parlando della madre: «Finché era piccolino mi insegnò Ella stessa le preghiere; appena divenuto capace di associarmi co’ miei fratelli, mi faceva mettere con loro ginocchioni mattino e sera e tutti insieme recitavamo le preghiere in comune colla terza parte del Rosario». La «terza parte», cioè una corona di cinque decine, era la misura quotidiana della pietà popolare piemontese, e tale sarebbe rimasta per don Bosco lungo tutta la vita.

Ciò che aveva ricevuto in casa, il ragazzo cominciò presto a darlo agli altri. A dieci o undici anni, nei giorni di festa, tendeva una corda fra due alberi del prato dei Becchi, preparava il tavolino dei giochi di prestigio e radunava i vicini; ma prima dello spettacolo poneva una condizione, che le Memorie ricordano così: «Quando ogni cosa era preparata ed ognuno stava ansioso di ammirare novità, allora li invitava tutti a recitare la terza parte del Rosario, dopo cui si cantava una lode sacra». Soltanto dopo venivano la predica ripetuta a memoria, i salti e la danza sulla corda. In quel prato, a ben guardare, c’è già l’Oratorio: il gioco che attira i ragazzi e la preghiera che li tiene insieme.

Diventato prete e avviata l’opera di Valdocco, don Bosco volle riportare il Rosario proprio là dove lo aveva imparato. Nel 1848, con il benestare della curia di Torino, trasformò in cappella una stanza al pianterreno della casa del fratello Giuseppe e la dedicò alla Madonna del Rosario: inaugurata nell’ottobre di quell’anno, fu il primo luogo di culto mariano da lui voluto, vent’anni prima della basilica di Maria Ausiliatrice. Da allora, e fino al 1869, la festa del Rosario si celebrò lì ogni anno, con la banda e i cantori di Valdocco; i ragazzi arrivavano da Torino, ospiti di Giuseppe che metteva a loro disposizione la casa e il granaio, e dalla festa prendevano poi avvio le celebri passeggiate autunnali per le colline del Monferrato.

La cappellina divenne così il centro devozionale della borgata e la meta di un vero pellegrinaggio annuale; ma fu anche testimone di alcune pagine decisive della storia salesiana. Proprio lì, il 3 ottobre 1852, giorno della festa, ricevettero l’abito chiericale Michele Rua, che sarebbe stato il primo successore di don Bosco, e Giuseppe Rocchietti; e ai Becchi, il 2 ottobre 1854, all’indomani della festa, don Bosco incontrò per la prima volta un ragazzo di dodici anni, Domenico Savio, che negli autunni seguenti sarebbe tornato più volte a pregare in quella cappella.

 

«Su questa è fondata la mia istituzione»

Se ai Becchi il Rosario era la festa di un giorno, a Valdocco era il respiro di ogni giorno. Don Lemoyne, raccogliendo le testimonianze di chi aveva conosciuto Giovanni da fanciullo, osserva che «il santo Rosario gli doveva essere famigliare, perché dai primi tempi dell’Oratorio fino agli ultimi anni di sua esistenza volle che impreteribilmente fosse recitato dai giovani tutti i giorni: non ammise mai che ci potesse esser causa che dispensasse una comunità dalla recita di questo» (MB I, 90). Ai ragazzi dell’oratorio festivo ne faceva recitare una terza parte ogni giorno di festa, «esortando con fervore i suoi giovani a continuare, potendolo, questa pia pratica, ogni giorno della settimana nelle loro case» (MB III, 16); e una volta all’anno, la sera di Ognissanti, il Rosario si diceva intero in suffragio delle anime del purgatorio, con don Bosco inginocchiato nel presbiterio e spesso alla guida della preghiera.

Quanto questa pratica gli stesse a cuore lo rivela un episodio del febbraio 1848. Il marchese Roberto d’Azeglio, senatore del Regno e amico personale di Carlo Alberto, visitò l’Oratorio e ne uscì ammirato, con una sola riserva: gli pareva tempo perduto quello impiegato a recitare il Rosario, e consigliò a don Bosco di lasciar perdere «quell’anticaglia di 50 Ave Maria infilzate una dopo l’altra». La risposta è rimasta celebre: «Ebbene, io ci tengo molto a tale pratica; e su questa potrei dire che è fondata la mia istituzione; sarei disposto a lasciare tante altre cose pure importanti, ma non questa». E, con il coraggio che gli era proprio, soggiunse: «E anche, se fosse necessario, sarei disposto a rinunziare alla sua preziosa amicizia, ma non mai alla recita del S. Rosario» (MB III, 294).

Non era ostinazione, e nemmeno attaccamento a un’abitudine. In quelle cinquanta Ave Maria «infilzate» don Bosco vedeva il Vangelo messo in mano ai poveri, cioè i misteri della vita di Cristo contemplati insieme con Maria da ragazzi che spesso non sapevano leggere; ed è per questo che non si limitò a difendere il Rosario, ma si adoperò con ogni mezzo per diffonderlo. Lo fece anzitutto con la stampa: nel Giovane provveduto del 1847, il manuale di preghiera che ebbe oltre cento edizioni mentre egli era ancora in vita, inserì i quindici misteri accompagnando ciascuno con una brevissima contemplazione, perché i giovani, mentre ripetevano le parole, avessero davanti agli occhi una scena del Vangelo. Lo fece poi con la regola, chiedendo ai suoi religiosi ciò che chiedeva ai ragazzi: già nei primi articoli sulle pratiche di pietà, stesi intorno al 1859 per la nascente Società salesiana, si legge infatti che «ogni giorno si reciterà la terza parte del Rosario di Maria SS.ma». E lo fece, infine, con la parola viva delle «buone notti» e dei sogni raccontati ai giovani, nei quali il Rosario ritorna come arma e come difesa.

Il più noto di questi racconti è il sogno del serpente. Nell’agosto del 1862, nei giorni dell’Assunta, don Bosco sognò di trovarsi con tutti i suoi giovani nella casa del fratello, cioè proprio accanto alla cappella del Rosario. Uno sconosciuto gli mostrò nel prato un serpente lungo sette od otto metri e, vincendo il suo spavento, gli fece tendere una corda sopra il dorso del rettile, che si avventò, rimase preso nel laccio e, dibattendosi, finì per farsi a pezzi. Quando poi la corda, riposta in una cassetta, fu ripresa, si era disposta in modo da formare due parole: Ave Maria. «Il serpente figura il demonio», spiegò allora la guida, «e la corda l’Ave Maria o piuttosto il Rosario che è una continuazione di Ave Maria, colla quale e colle quali si possono battere, vincere, distruggere tutti i demonii dell’inferno» (MB VII, 238-239).

La stessa convinzione accompagnò l’orizzonte missionario e, alla fine, la vecchiaia. Nel sogno che precedette la prima spedizione in America, don Bosco vide i suoi figli avanzare tra popolazioni ostili con questa sola arma: «i Missionari recitavano il santo Rosario, mentre i selvaggi, correndo da tutte parti, facevano ala al loro passaggio» (MB X, 55). E quando, negli ultimi anni, il mal di capo e gli occhi quasi spenti non gli permisero più di lavorare, don Francesco Cerruti ricordava come fosse «doloroso e confortante spettacolo vederlo passare le lunghe ore seduto nel suo povero sofà, in luogo talvolta semioscuro, perché i suoi occhi non pativano il lume, pure sempre tranquillo e sorridente, con la sua corona in mano».

 

In cammino con i papi

In questa devozione don Bosco non fu un isolato, perché camminava con la Chiesa; e la Chiesa, proprio negli ultimi anni della sua vita, tornò a raccomandare il Rosario con un’insistenza senza precedenti. Sul santo Rosario sono state scritte sedici encicliche, senza contare le decine, se non le centinaia, di altri documenti pontifici, tra bolle, costituzioni, lettere apostoliche, esortazioni e discorsi; e di queste sedici ben dodici si devono a Leone XIII, lo stesso Papa che aveva affidato a don Bosco la costruzione della chiesa del Sacro Cuore a Roma.

Le prime quattro uscirono quando il santo era ancora in vita. La Supremi Apostolatus Officio, del 1° settembre 1883, trattava della devozione e della recita del Rosario e istituiva la speciale pratica del mese di ottobre; la Superiore Anno, del 30 agosto 1884, disponeva la continuazione di quella recita solenne; la Quod Auctoritate, del 22 dicembre 1885, indiceva un Giubileo straordinario raccomandando in modo particolare questa preghiera; e la Vi è ben noto, del 20 settembre 1887, rivolta particolarmente ai vescovi d’Italia, la proponeva insieme alla devozione mariana di fronte alle difficoltà religiose e sociali del tempo. Il vecchio prete di Valdocco, che sarebbe morto il 31 gennaio 1888, poté così vedere il Papa chiedere a tutta la Chiesa ciò che egli chiedeva ai suoi ragazzi da quarant’anni.

Leone XIII, tuttavia, non si fermò lì, e dopo una pausa di qualche anno riprese il tema quasi a ogni autunno. Con la Octobri Mense (22 settembre 1891) tornò sulla devozione mariana e sulla recita del Rosario nel mese di ottobre, sottolineandone l’efficacia spirituale; con la Magnae Dei Matris (8 settembre 1892) lo presentò come scuola di fede, di vita cristiana e di imitazione delle virtù di Cristo e di Maria; con la Laetitiae Sanctae (8 settembre 1893) lo propose come rimedio spirituale ai principali mali morali e sociali del tempo; con la Iucunda Semper Expectatione (8 settembre 1894) approfondì il valore di questa preghiera e dell’intercessione della Vergine nella vita cristiana. Seguirono la Adiutricem Populi (5 settembre 1895), che presenta Maria come Ausiliatrice del popolo cristiano e collega il Rosario alla preghiera per l’unità dei cristiani; la Fidentem Piumque Animum (20 settembre 1896), che ne ribadisce il valore spirituale e incoraggia i fedeli a praticarlo con fiducia, devozione e perseveranza; la Augustissimae Virginis Mariae (12 settembre 1897), dedicata alla devozione alla Vergine, alla preghiera comune e all’importanza delle Confraternite del Santo Rosario; e infine la Diuturni Temporis (5 settembre 1898), che offre una sintesi dell’intero insegnamento di Leone XIII sul Rosario e richiama i privilegi e le pratiche delle Confraternite.

I successori hanno raccolto questa eredità ogni volta che i tempi si facevano più difficili. Pio XI, il Papa che nel 1934 aveva canonizzato don Bosco, con la Ingravescentibus Malis (29 settembre 1937) presentò il Rosario come rimedio spirituale di fronte ai mali del tempo e ne raccomandò in particolare la recita nelle famiglie, che è poi la preghiera della casa dei Becchi. Pio XII, con la Ingruentium Malorum (15 settembre 1951), esortò a recitarlo specialmente nel mese di ottobre, sottolineandone il valore per la famiglia, la pace e la vita cristiana; Giovanni XXIII, con la Grata Recordatio (26 settembre 1959), lo raccomandò per le missioni, per la Chiesa, per la pace e per le necessità dei popoli; e Paolo VI, con la Christi Matri (15 settembre 1966), invitò a recitarlo, soprattutto in ottobre, per ottenere da Dio il dono della pace.

A questo elenco bisogna poi aggiungere due documenti che encicliche non sono, ma che restano fondamentali. Il primo, che sta a monte di tutto, è la Consueverunt Romani Pontifices di san Pio V, del 17 settembre 1569, che illustra e definisce sostanzialmente la forma tradizionale del Rosario, con il Padre nostro, le Ave Maria e la meditazione dei misteri, e che Paolo VI considera esplicitamente il documento con cui Pio V «definiva la forma del Rosario ancora oggi in uso». Il secondo, il più vicino a noi, è la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae di san Giovanni Paolo II, del 16 ottobre 2002: probabilmente il più importante documento pontificio moderno interamente dedicato al Rosario, anche perché introduce i misteri della luce.

 

I libri dei santi e un incontro a Torino

Accanto alla voce dei papi c’è quella dei santi, che sul Rosario hanno scritto moltissimo; e fra i tanti testi alcuni meritano di essere segnalati. Il più antico è Il Santissimo Rosario. Il salterio di Gesù e di Maria del beato Alano della Rupe, composto verso il 1475, nel cui titolo risuona ancora l’antico nome di «Salterio». Oltre due secoli più tardi, verso il 1710, san Luigi Maria Grignion de Montfort scrisse Il segreto ammirabile del Santo Rosario per convertirsi e salvarsi (Le Secret admirable du Très Saint Rosaire pour se convertir et se sauver), che è probabilmente il principale trattato spirituale sul Rosario scritto da un santo e che ne affronta l’origine, le preghiere, i misteri, i frutti spirituali e il modo di recitarlo. A esso si affiancano, dello stesso autore, i Metodi per recitare il Rosario (Méthodes pour réciter le Rosaire), che ne sono il complemento pratico, poiché propongono diversi metodi meditativi per accompagnare le decine con intenzioni e considerazioni sui misteri di Cristo e di Maria, e che nelle edizioni delle opere montfortane sono normalmente pubblicati insieme o in appendice al Segreto. Più vicino a noi, san Josemaría Escrivá pubblicò nel 1931 il suo Santo Rosario, con brevi meditazioni contemplative sui misteri e sulle litanie lauretane: un buon testo per chi cerca non tanto una storia o una teologia sistematica del Rosario, quanto un metodo concreto di contemplazione evangelica dei misteri.

Fra Montfort ed Escrivá si colloca l’opera di un contemporaneo di don Bosco, san Bartolo Longo, che nel 1877 diede alle stampe I quindici sabati del SS. Rosario. Divozione efficacissima ad ottenere qualunque grazia, con le meditazioni sul Vangelo di ciascun mistero, l’opera rosariana fondamentale dell’apostolo di Pompei. Con lui don Bosco ebbe anche un incontro diretto: nel maggio del 1885 l’avvocato Longo andò a trovarlo a Torino e gli chiese come avesse fatto a conquistare il mondo. «Caro avvocato», avrebbe risposto don Bosco, «il mio segreto è questo: mando il mio giornale a chi lo vuole e a chi non lo vuole». Il giornale era il Bollettino Salesiano, e Bartolo Longo fece tesoro del consiglio per il suo periodico, Il Rosario e la Nuova Pompei. Don Bosco, dal canto suo, non scrisse mai un trattato sul Rosario: preferì metterlo nelle pagine del Giovane provveduto e, soprattutto, nelle mani dei suoi ragazzi.

 

 

Quindici promesse

Al beato Alano della Rupe, il domenicano del XV secolo già ricordato, la tradizione lega anche le quindici promesse che la Vergine Maria avrebbe fatto a chi recita il Rosario, note appunto come «le promesse del Santo Rosario». Lette di seguito, esse disegnano un cammino che accompagna il fedele dalla vita di ogni giorno fino all’eternità. Eccole:

1. Chi recita fedelmente il Rosario riceverà grazie particolari.

2. A chi lo recita è promessa una speciale protezione e abbondanza di grazie.

3. Il Rosario sarà una difesa potente contro il male, contro il peccato, i vizi e l’errore.

4. Favorirà la crescita delle virtù e delle opere buone, attirerà la misericordia di Dio e orienterà il cuore verso i beni eterni.

5. Chi si affida a Maria mediante il Rosario non andrà perduto.

6. Chi lo recita devotamente, meditando i misteri, sarà sostenuto nelle prove; il peccatore sarà chiamato alla conversione e il giusto alla perseveranza nella grazia.

7. Chi ha una vera devozione al Rosario non morirà privo dell’aiuto sacramentale della Chiesa.

8. Chi lo recita fedelmente riceverà luce e grazia da Dio durante la vita e nell’ora della morte.

9. Maria promette particolare aiuto alle anime devote al Rosario nella loro purificazione dopo la morte.

10. I fedeli devoti del Rosario riceveranno una particolare gloria in cielo.

11. La preghiera perseverante del Rosario otterrà le grazie domandate, secondo il disegno di Dio.

12. Chi diffonde il Rosario riceverà un particolare aiuto nelle proprie necessità.

13. I promotori del Rosario godranno dell’intercessione della corte celeste, soprattutto nell’ora della morte.

14. Coloro che recitano il Rosario sono presentati come figli prediletti di Maria e fratelli e sorelle di Cristo.

15. La vera devozione al Rosario è considerata un segno di predestinazione, cioè un segno di orientamento della vita verso la salvezza.

Le prime quattro riguardano il presente, le sei che seguono accompagnano il devoto nelle prove e nell’ultimo tratto del cammino, le ultime quattro allargano lo sguardo da chi prega a chi fa pregare, mentre l’ultima considera la vera devozione al Rosario un segno di predestinazione, cioè un segno dell’orientamento della vita verso la salvezza.

Rilette accanto alla vita di don Bosco, alcune di queste promesse sembrano quasi il commento di quanto si è raccontato. La terza è il sogno del serpente, con la corda di Ave Maria che difende dal male; la dodicesima e la tredicesima parlano di chi il Rosario lo diffonde e lo promuove, ed è difficile non pensare a un prete che, privo di mezzi, trovò sempre l’aiuto necessario per le sue opere e che alla Madonna attribuiva tutto ciò che era riuscito a fare.

 

 

Il tesoro delle indulgenze

Alle promesse affidate alla tradizione si aggiunge ciò che la Chiesa stessa, con la propria autorità, ha annesso a questa preghiera. Oggi, infatti, essa concede l’indulgenza plenaria a chi recita il santo Rosario, secondo le norme indicate nell’attuale Manuale delle indulgenze (Enchiridion Indulgentiarum), giunto alla IV edizione, del quale conviene riportare i testi ufficiali.

 

“17. Preghiere alla Beatissima Vergine Maria

§ 1 Si concede l’indulgenza plenaria al fedele che:

1° Recita devotamente il Rosario mariano in chiesa od oratorio, oppure in famiglia, in una Comunità religiosa, in una associazione di fedeli e in modo generale quando più fedeli si riuniscono per un fine onesto;

2° si unisce devotamente alla recita di questa preghiera, mentre viene fatta dal Sommo Pontefice, e trasmessa per mezzo della televisione o della radio.

Nelle altre circostante invece L’indulgenza è parziale. [p. es. se una persona recita da sola nella propria casa, fuori dai casi sopra elencati]

Il Rosario è una pratica di pietà nella quale alla recita di quindici decadi di Ave, Maria, intercalate dal Padre nostro, si unisce rispettivamente la pia meditazione di altrettanti misteri della nostra redenzione.

Per l’indulgenza plenaria annessa alla recita del Rosario mariano si stabiliscono queste norme:

a) è sufficiente la recita della sola terza parte; ma le cinque decadi devono recitarsi senza interruzione;

b) alla preghiera vocale si deve aggiungere la pia meditazione dei misteri;

c) nella recita pubblica i misteri devono essere enunziati secondo l’approvata consuetudine vigente nel luogo; invece in quella privata è sufficiente che il fedele aggiunga alla preghiera vocale la meditazione dei misteri.” (Manuale delle Indulgenze, Concessioni, n. 17)

 

Le condizioni generali

Per ottenere effettivamente l’indulgenza plenaria, oltre alla recita del Rosario nelle condizioni indicate, occorrono le consuete condizioni:

“N. 20 – § 1. Per ottenere l’indulgenza plenaria, oltre l’esclusione di qualsiasi affetto al peccato anche veniale, è necessario eseguire l’opera indulgenziata e adempiere le tre condizioni: confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice. [per questo è pratica comune, aggiungere alla fine del Rosario un Padre nostro e un’Ave Maria per le intenzioni del Papa]

§ 2 Con una sola confessione sacramentale si possono acquistare più indulgenze plenarie; invece, con una sola comunione eucaristica e una sola preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice si può acquistare una sola indulgenza plenaria.

§ 3 Le tre condizioni possono essere adempiute parecchi giorni prima o dopo di aver compiuto l’opera prescritta; tuttavia è conveniente che la comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice siano fatte nello stesso giorno, in cui si compie l’opera.

§ 4 Se manca la piena disposizione o non viene eseguita totalmente l’opera richiesta e non sono poste le tre condizioni, l’indulgenza sarà solamente parziale, salvo quanto è prescritto nelle norme 24 e 25 per gli “impediti”.

§ 5 Si adempie pienamente la condizione della preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, recitando secondo le sue intenzioni un Padre nostro ed un’Ave, Maria; è lasciata tuttavia libertà ai singoli fedeli di recitare qualsiasi altra preghiera secondo la pietà e la devozione di ciascuno.” (Manuale delle Indulgenze, Norme sulle indulgenze, n. 20)

L’indulgenza plenaria, normalmente, può essere acquistata una sola volta al giorno.

“N. 18 – § 1. L’indulgenza plenaria può essere acquistata una sola volta al giorno; l’indulgenza parziale invece può essere acquistata più volte al giorno.

§ 2. Il fedele potrà tuttavia conseguire l’indulgenza plenaria in articulo mortis anche se nello stesso giorno abbia già acquistato un’altra indulgenza plenaria.” (Manuale delle Indulgenze, Norme sulle indulgenze, n. 18)

Le indulgenze, sia parziali sia plenarie, possono essere applicate ai defunti a modo di suffragio. Non possono invece essere applicate direttamente a un’altra persona vivente.

“N. 3. Le indulgenze sia parziali che plenarie possono essere sempre applicate ai defunti a modo di suffragio.” (Manuale delle Indulgenze, Norme sulle indulgenze, n. 3)

 

 

Con la corona in mano

Si torna così al punto di partenza, a quella corona di rose che nasconde le sue spine. Don Bosco lo sapeva per esperienza: nel sogno del pergolato, che raccontò ai primi salesiani, la Vergine gli fece percorrere un sentiero coperto di rose bellissime, sotto le quali si nascondevano spine pungenti. Il Rosario fu per lui il modo di camminare su quelle rose senza fermarsi, da bambino in ginocchio accanto alla madre, da prete in mezzo ai ragazzi, da vecchio sul suo povero sofà, con la corona fra le dita.

A chi oggi entra nella cappellina dei Becchi o nella basilica di Valdocco egli lascia perciò la stessa consegna che diede al marchese d’Azeglio: si può rinunciare a molte cose, anche importanti, ma non a questa. Bastano cinque decine al giorno, dette meditando i misteri e possibilmente insieme, in famiglia, in comunità, in oratorio; e ottobre, il mese che da Leone XIII in poi la Chiesa dedica al Rosario, è il momento giusto per ricominciare.

 

Editor BSOL

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