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Sig. Pietro Giuseppe ENRIA, sdb, (20.06.1841-21.06.1898) infermiere di Don Bosco
Le memorie del coadiutore Pietro Enria costituiscono una fonte di grande rilievo per la conoscenza degli ultimi decenni della vita di don Bosco. Orfano del colera, fu accolto all’Oratorio nel 1854 insieme a un fratello e vi rimase per tutta la vita, svolgendo i più diversi servizi pratici e organizzativi. Dotato di grande disponibilità, divenne uno dei principali collaboratori interni e soprattutto l’infermiere fidato di don Bosco durante le gravi malattie degli anni Settanta e Ottanta, lasciandone resoconti minuziosi. Assistette il Santo anche nell’ultima malattia e ne testimoniò la santità nel processo di beatificazione. Morì nel 1898, dopo lunga sofferenza, lasciando preziose memorie autobiografiche.
Perché chi lo conosceva lo amava.
Le memorie autobiografiche del coadiutore Pietro Enria, piuttosto ampie: distribuite su cinque quaderni, sono seconde per importanza a quelle di Viglietti quale fonte per vari periodi della vita di don Bosco, in particolare per gli ultimi suoi giorni. Il racconto inizia rievocando le circostanze in cui nel 1854, don Bosco accolse nella Casa annessa all’Oratorio lui e il fratello Giovanni, rimasti orfani per l’epidemia di colera. Si conclude con la narrazione degli ultimi giorni e della morte santa di don Bosco, così come il devoto infermiere li ha sperimentati e li ricordava. Quest’ultima sessione è intitolati “1887. L’ultima malattia di don Bosco”.
Cenni biografici
Come egli stesso racconta, Pietro Giuseppe Enria (1841-1898) nacque a San Benigno Canavese (Torino). Aveva poco più di sette anni, quando sua madre morì e il padre si risposò. Nel 1852 la famiglia migrò a Torino e prosperò per qualche tempo, fino a quando non fu colpita prima dalla malaria e poi, nel 1854, dal colera, che lasciò orfani Pietro e i suoi fratelli. Furono accolti nell’orfanotrofio provvisorio aperto dalle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli per gli orfani del colera. Qui incontrò don Bosco. Enria racconta in modo toccante come don Bosco prese lui e un suo fratello dall’orfanotrofio e li portò all’Oratorio, dove rimase per tutta la vita. Il Santo dapprima lo collocò come apprendista presso un fabbro in città, poi, appena furono istituiti i laboratori interni, il giovane Enria lavorò “in casa”.
Infine, venne impiegato nel magazzino gestito dal coadiutore Giuseppe Rossi e divenne uno dei principali organizzatori delle attività dell’Oratorio. Strumentista nella banda, direttore di scena, cuoco, imbianchino, ecc, Enria era continuamente richiesto per le sue abilità pratiche.
Ma, ancor più significativa risulta l’assistenza da lui prestata a don Bosco in occasione delle gravi malattie che lo colpirono negli anni Settanta e Ottanta. Quando nel 1871 si ammalò a Varazze, don Bosco richiese espressamente l’aiuto di Enria, che lo assistette durante i due mesi di malattia. Nelle numerose lettere scritte al coadiutore Giuseppe Buzzetti e ad altri, così come nelle proprie memorie, Enria descrive giorno per giorno i sintomi e le condizioni del suo paziente.1 suoi resoconti permettono ai medici d’oggi di formulare una precisa diagnosi delle patologie che afflissero don Bosco.
Nell’aprile del 1878 il Santo si ammalò mentre soggiornava a Sampierdarena, presso l’istituto in cui risiedeva Enria, che ancora una volta lo assistette per due o tre settimane. In autunno Enria fece parte del gruppo che fondò la scuola salesiana “Manfredini” di Este (Padova) e fu lì che fece la sua professione religiosa e divenne de jure ciò che era sempre stato de facto, il salesiano coadiutore Enria.
Ma il servizio più devoto a don Bosco lo rese durante la malattia finale e a questo periodo è dedicata l’ultima sessione della memoria che egli scrisse.
La morte del padre sembrò anticipare il declino del figlio stesso. In appendice alla propria memoria, racconta che nel 1890 gli venne affidato il compito di assistere il chierico salesiano Augusto Czartoryski, che si trovava a Lugano (Svizzera), malato di tubercolosi. Enria si sentì estremamente depresso e fu colpito da una malattia alla colonna vertebrale. Perse quasi subito l’uso della mano destra. Il personale dell’albergo lo mise a letto. Fu allora che invocò don Bosco e alla fine si sentì meglio. Ormai, però, era un uomo malato. Morì nel 1898 per una malattia cerebrospinale, tra grande sofferenza fisica e psichica. Tuttavia, durante questo periodo rese al suo amato maestro l’ultimo servizio: testimoniò nel processo per la sua beatificazione e, su richiesta di don Giovanni Battista Lemoyne, scrisse le proprie memorie.
Le sue testimonianze sono contenute nel manoscritto del processo ordinario, copia pubblica, nei fogli 982-1043.
«Ho conosciuto Don Bosco nel settembre 1854 nel convento dei Domenicani, ove si raccoglievano i fanciulli rimasti orfani a causa del colera che imperversava (in Torino e in Italia). Ivi un giorno venne Don Bosco a visitarci (eravamo un centinaio) accompagnato dal direttore dell’Orfanotrofio. Io non l’avevo mai visto, aveva un’aria ridente e piena di bontà che si faceva amare prima ancora di parlargli. Fece un sorriso a tutti, e poi domandava nome e cognome, se sapevamo il catechismo… Passò finalmente vicino a me e io mi sentii battere il cuore non per timore ma per affetto che sentivo verso di lui. Mi domandò nome e cognome e poi mi disse: «Vuoi venire con me? Saremo sempre buoni amici finché possiamo andare in Paradiso. Sei contento?».
E io risposi: «Oh, sì, signore».
Poi soggiunse: «E questo che hai insieme è tuo fratello?».
«Sì, signore», risposi. «Ebbene, verrà anche lui».
La gravissima malattia di Varazze
(6 dicembre 1871. Mentre si trova alla stazione di Varazze, Don Bosco cade a terra svenuto. I presenti lo portano alla casa salesiana diretta da don Francesia. La malattia si rivela gravissima. Don Rua invia da Valdocco ad assisterlo Pietro Enria. Riporto la sua testimonianza giurata riguardante questo avvenimento).
Io partii subito, pronto a dare la mia vita purché Don Bosco riavesse la salute. Don Bosco era riconoscente al più piccolo servizio che gli facevo, e mi ringraziava con gran cuore. Alcune volte, dovendogli fare dei servizi un poco ributtanti, mi diceva: «Vedi, Enria, a che stato sono ridotto. Fa’ questo per amor di Dio!»
E io gli rispondevo: «Ma che cosa dice, signor Don Bosco? È nulla quello che io faccio per contraccambiarlo di quello che egli ha fatto per me e per i miei compagni. Eh! lei ha fatto per noi dei servizi ben più bassi. Ci ha lavato, pettinato, ha cucito i nostri abiti, ha fatto per noi quello che potevano fare solo le nostre mamme, e ancor più di esse. E non vuole che le faccia questi servizi? Quanti dei miei compagni si chiamerebbero fortunati se potessero essere al mio posto!»
Ricevevo da Torino lettere piene di tenerezza filiale. (Giuseppe) Buzzetti, mio compagno, mi diceva: «Guarda, Enria, il nostro padre è nelle tue mani, guai a te se non lo assisti bene, ne avrai da rendere conto a Dio! Digli che noi preghiamo di gran cuore il Signore e Maria Ausiliatrice che presto torni tra noi in salute».
Intanto il male peggiorava e la febbre aumentava sempre. L’eruzione dei migliari (vesciche sulla pelle) era copiosissima e gli dava molto tormento. Ma egli non si lamentava mai. I suoi affanni erano sempre per noi che temevamo di perderlo, e ci diceva con gran fede: «Dio provvede agli uccelli dell’aria, perciò penserà pure ai poveri figli dell’Oratorio».
Intanto da Torino volevano notizie, e io non potevo darle buone perché il male era sempre grave. Molti giovani dell’Oratorio, come seppi poi, erano andati in chiesa all’altare di Maria Ausiliatrice e avevano offerto a Dio la vita per la conservazione di Don Bosco. Sentendo leggere queste e altre lettere, Don Bosco pianse di consolazione e disse: «Poveri giovani, quanto amano questo povero Don Bosco!» e m’incaricò di ringraziarli.
Don Bosco volle confessarsi dal parroco, e don Francesia (direttore della casa salesiana) gli portò il SS. Viatico nel giorno seguente. Don Bosco passò quella giornata in ringraziamento.
Il giorno dopo il male si calmò alquanto. Non si lamentava, e a chi gli diceva: «Quanto deve soffrire!», rispondeva ridendo: «Io sono un pigro e sto godendomi questo letto, e chi soffre sono quelli che mi devono assistere».
Un ragazzo che piangeva
La malattia fece il suo corso. Don Bosco dovette stare a letto più di due mesi senza muoversi. Aveva la pelle della schiena rotta in più luoghi, e cambiò tutta la pelle. Eppure non mosse un lamento e diceva sempre d’essere nelle mani di Dio, pronto a fare la sua volontà.
Mentre era gravemente ammalato, sentì un ragazzo piangere. Non poté resistere e mi disse subito: «Fa’ il piacere, Enria, va’ a vedere che cos’ha quel ragazzo». Corsi, e seppi che era un giovinetto che piangeva perché era partita sua madre che era venuta a trovarlo. Il cuore di Don Bosco non poteva resistere che i suoi giovani soffrissero.
Godeva quando qualcuno gli parlava dei primi anni dell’Oratorio. Io sovente, mentre era ammalato, gliene parlavo: «Si ricorda, Don Bosco, quando la sua madre lo sgridava perché accettava sempre nuovi ragazzi? Essa gli diceva: “Tu ne accetti sempre, ma come si fa a mantenerli, a vestirli? In casa non vi è nulla, e comincia a far freddo!”. Capitò a me di dover dormire parecchie notti sopra poche foglie con addosso non altro che una piccola coperta. E alla sera, quando noi eravamo a letto, lei, Don Bosco, e la sua madre ci aggiustavate i pantaloni e la giacca logora, perché ne avevamo una sola». Don Bosco sorrideva al sentir questo, e diceva: «Quanto ha faticato la mia buona mamma!… santa donna!… Ma la Provvidenza non ci è mai mancata!».
Il giorno in cui Don Bosco scese di letto, io telegrafai a Torino all’amico Buzzetti, e si fece gran festa all’Oratorio, e si suonò la banda musicale.
Arthur J. LENTI, Don Bosco storia e spirito, volume III, pag. 488

