1 Nov 2026, Dom

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in alto. Il secondo era rimasto come curvato a terra. Chi aveva i piedi in aria, chi la faccia al suolo. Questi quasi sospesi sostenendosi con un sol piede ed una sola mano: quelli o seduti o sdraiati: gli uni appoggiati sopra un fianco, gli altri in piedi o in ginocchio, colle mani fra i capelli. Era insomma una larga schiera di giovani, come statue, in posizioni una più dolorosa dell’altra. Ce ne vennero altri ancora in quella fornace, ed erano giovani che in parte io conosceva, in parte mi erano sconosciuti. Mi ricordai allora di quello che sta scritto nella Bibbia, che come si cade la prima volta nell’inferno, così si starà in eterno: Lignum, in quocumque loco ceciderit, ibi erit (Se un albero cade verso meridione o verso settentrione, là dove cade rimane, Ecl 11,3).

Cresceva in me lo spavento e chiesi alla guida:

– Ma costoro, correndo con tanta velocità, non lo sanno che vengono qui?

– Oh sì che lo sanno di andare al fuoco: furono avvisati le mille volte: ma corrono, e volontariamente, per il peccato che non detestano e non vollero abbandonare, perché disprezzarono e respinsero la misericordia di Dio che incessantemente gli chiamava a penitenza: e quindi la divina giustizia, provocata, li spinge, li incalza, li perseguita e non possono fermarsi se non giunti in questo luogo.

– Oh quale deve essere la disperazione di questi disgraziati che non hanno più speranza di uscirne! – esclamai.

– Tu vuoi conoscere le intime smanie e i furori delle loro anime? Avvicinati un po’ di più, mi rispose la guida.

Feci alcuni passi avanti verso la finestra e vidi che molti di quei miserabili s’infliggevano a vicenda colpi e fiere ferite, e si mordevano come cani rabbiosi; altri si graffiavano la faccia, si laceravano le mani, si stracciavano le carni e queste con dispetto gettavano in aria. In quel momento tutto il coperchio di quella spelonca era divenuto come di cristallo attraverso del quale s’intravvedeva un lembo di cielo e le figure luminose dei compagni salvi in eterno.

E quei dannati fremevano d’invidia feroce, respirando affannosamente, poiché i giusti erano una volta riguardati da loro come oggetto di derisione (Peccator videbit et irascetur; dentibus suis fremet et tabescet (Il malvagio vede e va in collera, digrigna i denti e si consuma, Ps 112,10).

Interrogai la guida:

– Dimmi ancora: perché non odo alcuna voce?

– Avvicinati ancor più! mi gridò.

Mi recai presso il cristallo della finestra e udii che gli uni urlavano e piangevano storcendosi; altri bestemmiavano, ed imprecavano ai santi. Era un tumulto di voci e grida, alte e confuse, per cui richiesi al mio amico:

– Che cosa dicono? che cosa gridano?

Ed egli:

– Ricordando la sorte dei loro buoni compagni, essi sono costretti a confessare: Nos insensati! vitam illorum aestimabamus insaniam et finem illorum sine honore. Ecce quomodo computati sunt inter filios Dei et inter sanctos sors illorum est. Ergo erravimus a via veritatis (Questi è colui che noi una volta abbiamo deriso e, stolti, abbiamo preso a bersaglio del nostro scherno; abbiamo considerato una pazzia la sua vita e la sua morte disonorevole. Come mai è stato annoverato tra i figli di Dio e la sua eredità è ora tra i santi? Abbiamo dunque abbandonato la via della verità, Sap 5,4-5). Perciò gridano: Lassati sumus in via iniquitatis et perditionis. Erravimus per vias difficiles, viam autem Domini ignoravimus. – Quid nobis profuit superbia? – Transierunt omnia illa tamquam umbra (Ci siamo inoltrati per sentieri iniqui e rovinosi, abbiamo percorso deserti senza strade, ma non abbiamo conosciuto la via del Signore. Quale profitto ci ha dato la superbia? Quale vantaggio ci ha portato la ricchezza con la spavalderia? Tutto questo è passato come ombra, Sap 5,7-9) Son questi i canti lugubri che qui risuoneranno per tutta l’eternità. Ma inutili grida, inutili sforzi, inutili pianti. Omnis dolor irruet super eos! (Ogni sorta di sciagura piomberà su di lui, Gb 20,22). Qui non c’è più tempo; qui esiste solo l’eternità.

Mentre pieno d’orrore contemplava lo stato di molti miei giovani, all’improvviso un pensiero si fece strada nella mia mente.

– Ma come è possibile che coloro i quali si trovano qui, siano tutti dannati? Quei giovani ancor ieri sera erano in vita nell’Oratorio!

E l’amico a me:

– Quelli che vedi qui sono tutti morti alla grazia di Dio e se morissero adesso e continuassero a fare come fanno al presente sarebbero dannati. Ma non perdiamo tempo: andiamo avanti.

E mi allontanò da quel luogo e per un corridoio che scendeva come in un profondo sotterraneo inferiore mi condusse in un altro, sull’entrata del quale era scritto: – Vermis eorum non moritur, et ignis non extinguitur.. .(Dove il loro verme non muore e la fiamma non si spegne, Mc 9,43). Dabit Dominus omnipotens ignem et vermes in carnes eorum, ut urantur et sentiant usque in sempiternum (Darà il Signore onnipotente la loro carne al fuoco e ai vermi, e gemeranno di dolore in eterno, Judith XVI, 21). Qui era lo spettacolo dei rimorsi, e quanto atroci, di coloro che furono educati nelle nostre case!

Il ricordo di tutti i singoli peccati non rimessi e della giusta condanna; di avere avuto mille mezzi anche straordinari per convertirsi al Signore, per essere perseveranti nel bene, per guadagnare il paradiso! Il ricordo di tante grazie promesse, offerte e date da Maria Santissima e non corrisposte! Potersi salvare con poco ed essere irremissibilmente perduti! Ricordarsi di tanti buoni proponimenti fatti e non mantenuti! Ah! di buone intenzioni inefficaci è pur troppo pavimentato l’inferno, dice il proverbio.

E là rividi tutti i giovani dell’Oratorio visti poco prima in quella fornace, dei quali alcuni in questo istante mi ascoltano, altri sono già stati qui con noi, e molti che io non conosceva. Mi avanzai ed osservai che tutti erano carichi di vermi e di schifosi animali che li rodevano e consumavano nel cuore, negli occhi, nelle mani, nelle gambe, nelle braccia, dappertutto e così miserabilmente che a parole non so spiegare. Stavano immobili, esposti ad ogni sorta di molestie e non potevano in modo alcuno difendersi. Io mi feci ancor più avanti e più vicino perché mi vedessero, sperando di poter parlare ad essi e che mi avrebbero detto qualche cosa, ma nessuno né parlava, né mi guardava. Domandai allora alla guida la cagione di ciò e mi fu risposto che nell’altro mondo pei dannati non vi è più libertà: ognuno là soffre tutto il castigo che Dio gli impone e non poter essere altrimenti e senza mutazione di sorta: e soggiunse:

– Ora bisogna che vada anche tu in mezzo a quella regione di fuoco che hai visto.

– No, no, risposi esterrefatto. Per andare all’inferno, bisogna prima andare al giudizio: ed io non vi fui ancora. Dunque non voglio andare all’inferno!

– Dimmi, osservò l’amico: ti par meglio andare nell’inferno e liberare i tuoi giovani, ovvero startene fuori e lasciar essi fra tanti strazi?

Sbalordito a questa proposta, risposi:

– Oh! i miei giovani io li amo molto e li voglio tutti salvi! Ma non potremmo fare in modo da non andar là entro né io né gli altri?

– Eh! mi rispose l’amico, sei ancora in tempo, e lo sono essi pure, purché tu faccia tutto quello che puoi.

Il mio cuore si allargò e dissi subito fra me: – Poco m’importa il lavorare, purché io possa liberare da tanti tormenti questi miei cari figliuoli.

– Dunque vieni dentro, proseguì l’amico: e vedi la bontà e l’onnipotenza di Dio, che amorosamente adopera mille mezzi per condurre a penitenza i tuoi giovani e salvarli dalla morte eterna.

E mi prese per mano per introdurmi nella caverna. Al primo mettervi piede mi trovai all’improvviso trasportato in una magnifica sala con porte di cristallo. Su queste, a distanze regolari, pendevano larghi veli i quali coprivano altrettanti vani comunicanti colla caverna.

La guida mi indicò uno di quei veli sul quale era scritto: Sesto Comandamento; ed esclamò:

– La trasgressione di questo, ecco la causa della rovina eterna di tanti giovani.

– Ma non si sono confessati?

– Si sono confessati, ma le colpe contro la bella virtù le hanno confessate male o taciute affatto. Ad es. uno che di questi peccati ne aveva commessi quattro o cinque, disse solo di due o tre. Vi sono di quelli che ne hanno commesso uno nella fanciullezza ed ebbero sempre vergogna di confessarlo, oppure l’hanno confessato male e non hanno detto tutto. Altri non ebbero il dolore e il proponimento. Anzi taluni, invece di far l’esame, studiavano il modo d’ingannare il confessore. E colui che muore con tale risoluzione, risolve di essere nel numero dei reprobi, e così sarà per tutta l’eternità. Solo quelli che pentiti di vero cuore, muoiono colla speranza dell’eterna salute, saranno eternamente felici. Ed ora vuoi vedere perché la misericordia di Dio qui ti ha condotto? – Alzò il velo e vidi un gruppo di giovani dell’Oratorio, che io tutti conosceva, condannati per questa colpa. Fra essi v’erano di quelli che ora in apparenza tengono buona condotta.

– Almeno adesso, domandai, mi lascerai scrivere i nomi di questi giovani per poterli avvertire in particolare?

– Non fa bisogno, mi rispose.

– Che cosa dunque ho da dir loro?

– Predica dappertutto contro l’immodestia. Basta avvisarli in generale, e non dimenticare che se anche tu li avvertissi, prometteranno, ma non sempre fermamente. Per ottenere questo ci vuole la grazia di Dio, la quale, chiesta, non mancherà mai ai tuoi giovani. Dio buono manifesta specialmente la sua potenza nel compatire e nel perdonare. Preghiera adunque e sacrificio da parte tua. E i giovani ascoltino i tuoi ammaestramenti, interroghino la loro coscienza ed essa suggerirà loro quanto debbono fare.

E qui parlammo per circa mezz’ora sulle condizioni necessarie per fare una buona confessione. La guida quindi ripeté varie volte con forte voce:

– Avertere! … Avertere! …

– E che cosa significa questa tua esclamazione?

– Mutar vita, mutar vita!

Io tutto confuso per quella rivelazione chinai il capo e stava per ritirarmi, ma quegli mi richiamò e disse:

– Non hai ancora veduto tutto, – E si voltò da un’altra parte e alzò un altro gran velo sul quale stava scritto: – Qui volunt divites fieri, incidunt in tentationem et laqueum diaboli (Quelli invece che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione e nel laccio del demonio, 1Tim 6,9). Lessi e dissi: – Questo non fa per i miei giovani, perché sono poveri, come son povero io; non siamo ricchi, né cerchiamo di divenirlo. Non ci pensano nemmanco!

Rimosso il velo, nello sfondo era apparso un certo numero di giovani, tutti da me conosciuti, sofferenti come quelli già visti prima, e colui, additandomeli:

– Oh! sì che fa per i tuoi giovani quell’iscrizione: – mi rispose.

– Dammi dunque la spiegazione di questo divites (ricco).

Ed egli:

– Per esempio alcuni dei tuoi giovani hanno il cuore attaccato ad un oggetto materiale sicché l’affetto ad esso li distoglie dall’amore di Dio e mancano perciò alla carità, alla pietà ed alla mansuetudine. Non solo si può pervertire il cuore coll’uso delle ricchezze, ma anche col desiderarle, tanto più se il desiderio offende la giustizia. I tuoi giovani sono poveri: ma sappi che la gola e l’ozio sono pessimi consiglieri. Vi ha taluno che al paese si rese colpevole di furti anche rimarchevoli, e, potendolo, non pensa alla restituzione.

Vi ha chi studia di aprire coi grimaldelli le dispense: e chi tenta di penetrare nelle stanze del Prefetto o dell’Economo: chi va a frugare nei bauli dei compagni per rubare commestibili o danari o altri oggetti: chi fa raccolta per suo uso di quaderni e di libri…

Di costoro e di altri egli mi disse i nomi, e continuò:

– Alcuni trovansi qui per essersi appropriati oggetti di vestiario, biancheria, coperte e mantelli che appartenevano alla guardaroba dell’Oratorio, per mandarli alle case loro. Alcuni per qualche altro grave danno recato volontariamente e non riparato. Altri per non aver restituito oggetti e cose che si erano fatti imprestare: e qualcuno per aver ritenuto somme di danaro che gli erano state affidate perché le consegnasse al Superiore.

E conchiuse:

– E poiché questi tali ti furono indicati, avvisali, di’ loro che respingano gli inutili e nocivi desideri, che siano obbedienti alla legge di Dio e gelosi del loro onore, altrimenti la cupidigia li spingerà a peggiori eccessi, che li sommergeranno nei dolori, nella morte e nella perdizione.

Io non sapeva darmi ragione come per certe cose così poco considerate dai nostri giovani fossero preparate pene tanto terribili. Ma l’amico troncò le mie riflessioni, dicendomi:

– Rammenta quello che ti fu detto allo spettacolo dei grappoli guasti sulla vite – e alzò un altro velo che nascondeva molti altri nostri giovani che tutti io subito conobbi e che sono nell’Oratorio. Sul velo era scritto: – Radix omnium malorum (La radice di tutti i mali). – E subito mi interrogò:

– Sai che cosa ciò significa? quale sia il peccato che indica questa epigrafe?

– Mi pare che non sia altro che la superbia?

– No! egli rispose.

– Eppure io ho sempre sentito a dire che radice di ogni peccato è la superbia.

– Sì! in generale si dice che è la superbia; ma in particolare sai che cosa è che fece cadere Adamo ed Eva nel primo peccato, pel quale essi furono scacciati dal paradiso terrestre?

– La disubbidienza.

– Appunto; la disubbidienza è la radice di ogni male.

– E che cosa devo dire ai miei giovani su questo punto?

– Sta’ attento: quei giovani che tu vedi qui sono i disubbidienti che si vanno preparando un così lagrimevole fine. I tali e i tali altri che tu credi siano andati a riposo, di notte tempo scendono a passeggiare in cortile e, non curando le proibizioni, vanno in luoghi pericolosi e sui ponti di fabbrica delle nuove costruzioni mettendo a rischio anche la loro vita. Alcuni, non ostante le prescrizioni delle regole, vanno in chiesa e non vi stanno a dovere: invece di pregare pensano a tutt’altro e fabbricano nella loro mente castelli in aria: altri disturbano. Vi sono di quelli che cercano di appoggiarsi o di trovare un bel posto per adagiarsi e dormire nel tempo delle sacre funzioni; ed altri tu credi che vadano in chiesa e non ci vanno. Guai a chi trascura la preghiera! Chi non prega si danna! Vi sono qui alcuni, perché invece di cantare le laudi sacre o l’ufficio della Beata Vergine, leggono libri tutt’altro che di chiesa e certuni, il che è di gran vergogna, leggono persino libri proibiti. – E continuò ad enumerare varie altre trasgressioni che son causa di gravi disordini.

Come ebbe finito, commosso lo fissai in volto; egli guardò me ed io gli dissi ancora:

– E tutte queste cose potrò riferirle ai miei giovani?

– Sì, puoi dire a tutti quello che ti ricorderai.

– E quale consiglio potrò dar loro perché non avvengano così gravi disgrazie?

– Insisterai, dimostrando come l’obbedienza, anche nelle piccole cose, a Dio, alla Chiesa, ai parenti, ai superiori, li salverà.

– Ed altro?

– Dirai ai tuoi giovani che si guardino molto dall’ozio, poiché questo fu già la causa del peccato di Davide: di’ loro che stiano sempre occupati, perché così il demonio non avrà tempo di assalirli.

Io chinai il capo e promisi. Non ne poteva più dallo sgomento e dissi all’amico:

– Ti ringrazio della carità che mi hai usato e ti prego di farmi uscire.

Egli allora:

– Vieni meco! – disse; e facendomi coraggio mi prese per mano, sorreggendomi, poiché era estenuato di forze. Usciti da quella sala, attraversato in un attimo l’orrido cortile e quel lungo corridoio d’entrata, prima di lasciare la soglia dell’ultima porta di bronzo si volse di nuovo a me ed esclamò:

– Adesso che hai veduti i tormenti degli altri, bisogna che tu pure provi un poco l’inferno.

– No! no! gridai inorridito.

Egli insisteva, e io rifiutava sempre!

– Non temere, mi diceva; vieni solo a provare; tocca questa muraglia.

Io non ne aveva il coraggio e voleva allontanarmi, ma quegli mi trattenne dicendomi:

– Eppure fa bisogno che tu lo provi! e mi afferrò risolutamente per un braccio e mi trasse vicino al muro, continuando a dire:

– Una volta sola toccala, almeno per poter dire che sei stato a visitare le muraglie degli eterni supplizi e che le hai toccate; e per capire che cosa sarà dell’ultima muraglia se così terribile è la prima. Vedi tu questo muro?

Osservai con maggior attenzione quel muro che era di una grossezza colossale. La guida proseguì:

– È il millesimo prima di giungere dove è il vero fuoco dell’inferno. Son mille i muri che lo circondano. Ogni muro è di mille misure di spessore e di distanza l’uno dall’altro; e ciascuna misura è lunga mille miglia: questo è distante un milione di miglia dal vero fuoco dell’inferno e perciò è un minimo principio dell’inferno stesso.

Ciò detto, ritraendomi io per non toccare, afferrò la mia mano, l’aperse per forza e me la fece battere sulla pietra di quell’ultimo millesimo muro. In quell’istante sentii un bruciore così intenso e doloroso che sbalzando indietro e mandando un fortissimo grido, mi svegliai. Mi trovai seduto sul letto, e sembrandomi che la mia mano bruciasse, la stropicciava con l’altra per far passare quella sensazione. Fattosi giorno, osservai che la mano era gonfia realmente; e l’impressione immaginaria di quel fuoco ebbe tanta forza che in seguito la pelle della parte interna della mano si staccò e si cambiò.

Notate che io non vi ho detto queste cose in tutto il loro orrore, nel modo come le vidi e come mi fecero impressione, per non spaventarvi troppo. Noi sappiamo che il Signore non nominò mai l’inferno se non con figure, perché ancorché ce lo avesse descritto come è, non avremmo inteso. Nessun mortale può comprendere queste cose. Il Signore le sa e può dirle a chi vuole.

Per più notti in appresso, sempre turbato, io non ho più potuto addormentarmi a causa di questo spavento. Vi ho raccontato, soltanto in breve, ciò che ho visto in lunghissimi sogni: non ve ne ho fatto che un breve riepilogo. Io poi farò delle istruzioni e sul rispetto umano, e su ciò che riguarda il sesto, il settimo comandamento e sulla superbia. Non farò altro che spiegare questi sogni; perché sono in tutto consentanei alla Santa Scrittura, anzi non sono altro che un commento di ciò che si legge a questo riguardo nella medesima. In queste sere vi ho già raccontato qualche cosa, ma ogni qualvolta potrò venire a parlarvi, vi racconterò il resto, dandovene la spiegazione.

 

Come promise, così fece. In seguito egli espose questo sogno anche ai giovani di Mirabello e di Lanzo, ma compendiando la narrazione. Ripetendo ciò che aveva visto, benché non facesse mai mutazioni sostanziali, pure non mancavano varianti. Narrandolo privatamente ai suoi preti e chierici di maggior confidenza, aggiungeva qualche nuova particolarità. Molte cose ometteva una volta e palesava un’altra. Nella descrizione dei lacci diede nuova idea dell’agguato del demonio e del suo modo di tirare le vittime verso l’inferno, parlando delle abitudini cattive. Di molte scene non diede spiegazione: ad esempio dei personaggi di bell’aspetto che si trovavano nella sala magnifica che noi siam propensi a chiamare: – Il tesoro della misericordia di Dio, per salvare i giovani che sarebbero periti. – Forse erano dessi i principali ministri di innumerevoli grazie.

Certe variazioni provenivano dalla molteplicità delle cose viste contemporaneamente, perché ripresentandosi esse alla sua mente, egli sceglieva, di ciò che era restato vivo nella sua memoria, quello che giudicava più opportuno per chi lo ascoltava.

Del resto era famigliare a Don Bosco la meditazione dei novissimi e da questa si accendeva nel suo cuore vivissima compassione per tutti i poveri peccatori ai quali sovrastava il pericolo di un’eternità così orribile. Era questa carità, che vinceva in lui ogni rispetto umano nell’invitare a penitenza, con franchezza prudente, anche personaggi distintissimi e che dava tale efficacia alle sue parole da operare molte conversioni.

Noi abbiam qui fedelmente notato quanto udimmo per disteso dal Venerabile e quanto ci riferirono a voce o per iscritto numerosi testimoni sacerdoti, coordinando il tutto in un’unica narrazione. Fu un lavoro arduo, perché volevamo riprodurre con matematica esattezza ogni parola, ogni congiunzione o legame tra una scena e l’altra, e l’ordine dei vari fatti, avvisi, rimproveri e di tutte le idee esposte e non spiegate, tra cui qualcuna forse fraintesa. Vi siamo riusciti?

Possiamo assicurare i lettori che colla massima diligenza noi cercammo una cosa sola: quella di esporre più fedelmente che ci fosse possibile le lunghe parlate di Don Bosco.

(MB IX, 166-182)