4 Ago 2026, Mar

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Nel sogno che Don Bosco raccontò ai suoi giovani la sera del 4 aprile 1869, ambientato nella chiesa dell’Oratorio, si compendia l’essenza della sua pedagogia spirituale: condurre le anime alla salvezza attraverso la confessione sincera, il dolore dei peccati e il proposito di emendarsi. Le vivide immagini dei «gattoni» cornuti che stringono al collo tre lacci — silenzio colpevole, mancanza di contrizione, assenza di propositi — diventano un’efficace catechesi sui pericoli che minacciano i giovani e sulle armi per vincerli: l’acqua benedetta, simbolo della grazia, e la vigile assistenza dei superiori. Questa narrazione, semplice ma drammatica, rivela il realismo soprannaturale di Don Bosco e invita ancora oggi a riscoprire la Confessione come via di libertà spirituale.

 

 

Don Bosco, il 4 aprile, a tutti i giovani radunati nello studio dopo le orazioni della sera raccontò il seguente sogno:

 

Mi trovavo vicino alla porta della mia camera e mentre uscivo, tutto ad un tratto guardo attorno e mi trovo in Chiesa, in mezzo ad una moltitudine tale di giovani che la Chiesa ne era piena zeppa. Erano i giovani dell’Oratorio di Torino, quelli di Lanzo e di Mirabello ed altri molti che io non conosceva. Non pregavano, ma sembravano prepararsi per potersi confessare. Una quantità immensa stava assiepando il mio confessionale sotto il pulpito, aspettandomi. Io, dopo aver guardato un poco, mi sono messo a pensare come mai potessi fare a confessarli tutti. Ma poi temeva di essere addormentato e di sognare, e per assicurarmi che non dormiva, mi sono messo a battere le mani e ne sentiva il rumore; e per accertarmi di più allungai il braccio e toccai il muro, che è di dietro al mio piccolo confessionale. Certo così di essere svegliato, dissi: – Già che son qui, confessiamo: – e cominciai a confessare. Ma presto, vedendo tanti giovani, mi alzai per guardare se vi fossero altri confessori che mi aiutassero; e non vedendo nessuno, mi incamminai per andare in sagrestia a chiedere di qualche prete, il quale venisse ad ascoltare le confessioni. Ed ecco che vidi qua e là giovani che avevano una corda al collo che loro stringeva la gola.

– Perché quella corda? domandai; levatevela. – E non mi rispondevano e mi guardavano fisso.

– Orsù, dissi ad alcuno: va’ e leva quella corda.

Il giovane comandato andò, ma mi rispose:

– Non posso levarla; vi è uno dietro che la tiene. Venga a vedere.

Volsi allora gli occhi con maggiore attenzione su quella moltitudine di giovani e mi parve di vedere dietro alle spalle di molti spuntare due lunghissime corna. Mi avvicinai un po’ più per veder meglio, e girando alle spalle di colui che mi era più vicino, vidi una brutta bestia, con un ceffo orribile, in forma di gattone, con lunghe corna, che stringeva quel laccio. Ma costui abbassava il muso, lo nascondeva giù tra le zampe, rannicchiandosi quasi per non lasciarsi vedere. Io interrogava questo giovane e altri, chiedendo il loro nome, ed essi non mi rispondevano: interrogo quel brutto animale ed esso si nasconde ancor più. Allora dissi ad un giovane:

– Olà! va’ in sagrestia e di’ a D. Merlone, direttore della sagrestia, che ti dia il secchiello dell’acqua benedetta!

Il giovane ritornò ben presto col secchiello, ma in quel mentre io scopriva che ciaschedun giovane aveva dietro alle spalle un servitore così poco grazioso come il primo, e ch’egli pure sempre più si raggomitolava. Io temeva ancora di dormire. Presi allora l’aspersorio e domandai ad uno di quei gattoni:

– Dimmi: chi sei tu?

L’animale, che mi guardava, allarga la bocca, allunga la lingua e poi si mette a digrignare i denti in atto di avventarsi contro di me.

– Dimmi presto: che cosa fai qui, brutta bestia? Infuria come ti pare, io non ti temo. Vedi? con quest’acqua ti lavo per bene.

Il mostro mi guardava raccapricciato; poi si metteva a contorcersi in modo tale, che le gambe di dietro venivano su a toccare le spalle davanti. E di bel nuovo voleva avventarsi contro di me. Io lo considerava attentamente e vidi che aveva in mano vari lacci.

– Orsù, dimmi: che cosa fai qui?

E alzai l’aspersorio. Egli allora si divincolò e voleva fuggire.

– Non fuggirai, io continuava: rimani, te lo comando!

Ringhiò, e:

– Guarda! – mi disse: e mi presentava i lacci.

– Dimmi, io soggiunsi, che cosa sono questi tre lacci? Che cosa significano?

– E non sai? Io stando qui, mi rispose, con questi 3 lacci stringo i giovani perché si confessino male: con questi io conduco alla perdizione con me i nove decimi del genere umano.

– E come? in che maniera?

– Oh! non te lo voglio dire: tu lo palesi ai giovani.

– Olà! voglio sapere che cosa sono questi tre lacci. Parla! altrimenti ti getto addosso l’acqua benedetta.

– Per pietà mandami all’inferno, ma non gettarmi addosso quell’acqua.

– In nome di Gesù Cristo, parla adunque!

Il mostro, storcendosi spaventosamente, rispose:

– Il primo modo col quale stringo questo laccio è col far tacere ai giovanetti i loro peccati in confessione.

– E il secondo?

– Il secondo è spingerli a confessarsi senza dolore.

– Il terzo?

– Il terzo non te lo voglio dire.

– Come? non me lo vuoi dire? Adesso ti getto sopra quest’acqua benedetta.

– No, no: non parlerò; – e si mise a gridare forte: – E come? E non ti basta? Ho già detto troppo! – E ritornò a infuriarsi.

– Ed io voglio che tu lo dica per riferirlo ai Direttori! – E ripetendo la minaccia alzai il braccio. Allora uscirono fiamme dai suoi occhi, e poi alcune gocce di sangue e disse:

– Il terzo è non fare proponimento fermo e non seguire gli avvisi del confessore.

– Brutta bestia! – gli gridai per la seconda volta, e mentre voleva domandargli altre cose e intimargli di svelarmi in qual modo si potesse rimediare a quel gran male e render vane le sue arti, tutti gli altri orribili gattoni, che fino allora si erano studiati di star nascosti, incominciarono un sordo mormorio, poi ruppero in lamenti, e si misero a gridare e a prendersela tutti contro colui che aveva parlato e fecero una sollevazione generale.

Io, vedendo quello scompiglio, e pensando che non avrei ricavato più nulla di vantaggioso da quelle bestie, alzai l’aspersorio, e gettando l’acqua benedetta su quel gattone che aveva parlato:

– Ora va’! – gli dissi; e quello disparve. Quindi gettai l’acqua santa da tutte parti. Allora, con grandissimo strepito, tutti quei mostri si diedero a precipitosa fuga, chi da una parte, chi dall’altra. A quel rumore mi svegliai e mi trovai nel letto.

Oh, cari giovani, quanti, che io non mi sarei mai creduto, avevano il laccio al collo e il gattone dietro. Ecco adunque questi tre lacci che cosa sono. Il primo, che tiene allacciati i giovani, significa quello per cui uno tace in confessione. Il laccio gli chiude la bocca affinché per vergogna non si confessi di tutto: oppure invece di confessare che certi peccati li commise quattro volte per esempio, dica tre o quattro, mentre sono quattro precise. E costui manca di sincerità allo stesso modo di chi tace. Il secondo laccio è la mancanza di dolore; e il terzo la mancanza di proponimento. Quindi se vogliamo rompere questi lacci e toglierli dalle mani del demonio, confessiamo tutti i peccati e procuriamoci un vero dolore ed un fermo proponimento di obbedire al confessore.

Quel mostro, poco prima di andare così in furia, mi disse ancora:

– Osserva il profitto che i giovani ricavano dalle confessioni. Il frutto di queste deve essere l’emendazione, e se vuoi conoscere se io tengo i giovani allacciati, guarda se si emendano.

Devo ancora osservare che ho voluto farmi dire dal demonio perché stesse dietro alle spalle dei giovani, ed ei mi rispose:

– Perché non mi vedano e per poterli più facilmente trascinare giù nel mio regno. Vidi che erano molti quelli che avevano alle spalle quei mostri, più di quelli che credeva.

Date a questo sogno quel peso che volete, ma il fatto sta ed è che ho voluto osservare e vedere un po’ se fosse vero ciò che ho sognato, ed ho trovato che la cosa era veramente così. Approfittiamoci pertanto di questa occasione, che abbiamo di acquistare l’indulgenza plenaria, facendo una buona confessione colla comunione. Facciamo il possibile per liberarci da questi lacci del demonio. Il S. Padre concede l’indulgenza plenaria a tutti quelli, i quali nel giorno che sì fa la festa del cinquantenario della sua prima messa, nella prossima domenica 11 aprile, confessati e comunicati, pregheranno secondo l’intenzione di Santa Chiesa. Sabato il nostro sig. Cavaliere avrà un’udienza particolare dal Santo Padre ed offrirà l’Album dove sono sottoscritti tutti i giovani dell’Oratorio e delle altre case.

Intanto voi osservate se per lo addietro avete messe in pratica tutte le condizioni necessarie per far bene la S. Confessione; io domenica vi raccomanderò tutti nella S. Messa.

(MB IX 593-596)