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A diciassette anni, nel cuore del carnevale parigino, Francesco di Sales cercava ben altro che svaghi e spettacoli. Il giovane studente, già affascinato dagli autori classici ma interiormente insoddisfatto, scoprì nelle lezioni bibliche di Gilbert Genebrard il Cantico dei Cantici. Quelle pagine gli rivelarono la vita spirituale come una storia d’amore tra Dio e l’anima, destinata a segnare per sempre la sua preghiera, le sue scelte e il suo apostolato. Da allora, il linguaggio sponsale del Cantico accompagnò le crisi della giovinezza, la missione nello Chablais, la predicazione, la direzione spirituale e le sue opere maggiori. Nella Chiesa, nell’anima devota e in Maria, Francesco riconobbe la sposa amata da Cristo e chiamata a rispondere fedelmente al suo amore.
Era durante il carnevale a Parigi. Francesco di Sales aveva 17 anni ed era studente dai gesuiti. Mentre tutti pensavano a divertirsi e a svagarsi, Francesco sembrava preoccupato, persino triste. Non sapendo se fosse malato o semplicemente malinconico, il suo precettore gli propose di assistere agli spettacoli della festa.
Di fronte a questa proposta, il giovane formulò improvvisamente questa preghiera tratta dalla Scrittura: «Distogli i miei occhi dal vedere la vanità». Aggiunse: «Signore, fa’ che io veda». Vedere cosa? «La santa teologia – rispose -; è lei che mi insegnerà ciò che Dio vuole che la mia anima impari». Fino ad allora aveva studiato con grande profitto gli autori pagani dell’antichità che gli piacevano; ma il suo cuore non era soddisfatto.
Una scoperta
Con il permesso del suo precettore, Francesco cominciò a seguire le lezioni di esegesi biblica del famoso Gilbert Genebrard, un benedettino di Cluny, che commentava il Cantico dei Cantici. Genebrard trasmise ai suoi ascoltatori un’interpretazione allegorica e tutta spirituale che incantò il giovane studente, al punto che egli poté esclamare con la Sulammita: «Ho trovato Colui che il mio cuore ama».
Per Francesco, afferma il P. André Ravier, fu una sorta di rivelazione, e da quel momento «non poté più concepire la vita spirituale se non come una storia d’amore, la più bella delle storie d’amore».
Gli effetti di questa scoperta non si fecero attendere. Il giovane studente visse un periodo di eccezionale fervore. Si iscrive alla Congregazione di Maria, un’associazione promossa dai gesuiti che riuniva l’élite spirituale degli studenti dei loro collegi. Il suo cuore si infiammò per questo Dio che gli faceva «gustare così dolcemente le sue delizie», che si mostrava a lui «così amabile», al punto che poco dopo, ripensando a quell’esperienza, esclamò: «O amore, o carità, o bellezza a cui ho dedicato tutti i miei affetti!».
Nelle Regole di vita cristiana che si impose in quel periodo si trova la prima testimonianza scritta della sua devozione al Cantico dei Cantici: per placare il suo desiderio di comunione eucaristica, si proponeva di non smettere mai di «correre all’odore dei profumi del Signore». E in un manoscritto di filosofia risalente allo stesso periodo, a proposito della vera felicità dell’uomo si legge questa citazione dal Cantico, testimonianza della gioia della sua scoperta, che suona come un motto e un programma di vita: «Tenui illum, neque dimittam», l’ho afferrato e non lo lascerò mai più.
Questa forte risoluzione gli fu molto utile durante la terribile crisi che lo assalì alla fine del 1586 o all’inizio del 1587, due o tre anni dopo la sua meravigliosa scoperta. Meditando sulla questione della predestinazione e credendosi destinato all’inferno, si disperava:
Io, miserabile, ahimè! Sarò forse privato della grazia di Colui che mi ha fatto gustare così dolcemente le sue delizie e che mi ha mostrato tanta benevolenza?
Ciò che lo affliggeva in modo particolare era il pensiero di essere privato della visione della Vergine Maria, che il Cantico gli aveva descritto «bella come la luna ed eletta come il sole».
Sappiamo che la crisi fu risolta proprio in seguito a una preghiera a Maria, venerata a Parigi con il titolo di Notre-Dame de Bonne Délivrance.
La sua risoluzione di fedeltà, presa in prestito dal testo sacro, lo accompagnò a Padova, dove studiò diritto dal 1588 al 1592, continuando allo stesso tempo lo studio della teologia. Constatando con grande dolore la divisione religiosa e politica dell’Europa, proclamò la sua incrollabile fedeltà alla Chiesa cattolica con un altro riferimento al Cantico: «Non sono la volpe che devasta le vigne».
Come si può constatare, non c’è dubbio che il Cantico dei Cantici abbia svolto un ruolo di primo piano nella formazione del giovane Francesco, al quale ha fornito una ispirazione, un incoraggiamento e un programma di vita.
Il Cantico nelle opere di Francesco di Sales
A partire dalla sua ordinazione sacerdotale nel 1593, seguita dalla missione a Thonon presso i protestanti calvinisti dello Chablais, e soprattutto dopo la sua consacrazione episcopale nel 1602, la vita di Francesco di Sales si confonde praticamente con la sua opera.
La meditazione del suo libro preferito non lo abbandonò mai, nemmeno durante la missione dello Chablais negli anni 1594-1598. Su un biglietto risalente a quel periodo sono state ritrovate queste parole infuocate, frutto dei suoi colloqui apostolici e mistici con l’Amato, che ricordano «lo zelo d’amore forte come l’inferno» del Cantico: «Amor meus furor meus! Il mio amore è tutta la mia furia. Mi sembra, infatti, che il mio zelo si sia trasformato in furia per il mio Amato». Ripeteva spesso questi piccoli versi infuocati:
È l’amore o il furore
che mi sprona, o divin Salvatore?
Sì, mio Dio, sono entrambe le cose,
Perché io ardo quando io voglio.
Nel libro delle Controversie, redatto durante la sua missione nello Chablais e pubblicato inizialmente sotto forma di fogli volanti nel 1595-1596, per mostrare ai suoi lettori e contraddittori che la Chiesa cattolica è la Chiesa voluta da Cristo, cita più di venti volte «questi ammirevoli canti e rappresentazioni pastorali degli amori dello Sposo celeste con la Chiesa».
Altra opera polemica, la Difesa dello Stendardo della Santa Croce, pubblicata nel 1600, non contiene alcuna citazione esplicita, ma è possibile che l’autore abbia preso a prestito l’immagine militare dello stendardo dal Cantico dei Cantici, dove si legge, secondo l’ebraico: «Lo stendardo su di me è l’amore».
A proposito dell’Introduzione alla vita devota, pubblicata nel 1609, che contiene una trentina di citazioni, l’editore benedettino dom Mackey ha giustamente affermato che «la sposa del Cantico, modello di docilità alla guida dello Spirito Santo, riappare in ogni momento per insegnare all’anima devota le delicatezze dell’amore sacro, la fedeltà agli inviti della grazia».
Non sorprende constatare che il Trattato dell’amor di Dio, pubblicato nel 1616 e indirizzato a un personaggio di nome Teotimo, sia l’opera di Francesco di Sales più ricca di riferimenti al Cantico, al punto che si è potuto dire che quest’opera, nei suoi dodici libri, «è esso stesso, in un certo senso, un commento al Cantico dei Cantici». Le citazioni e le allusioni, nel numero di circa 170, abbondano soprattutto nel libro V, dove l’autore tratta «dei due esercizi dell’amore sacro che si compiono per compiacenza e benevolenza», nonché nei libri VI e VII dedicati alla preghiera. Sono più rare nei libri VIII e IX, dove tratta dell’amore di conformità alla volontà di Dio e dell’amore di sottomissione al suo beneplacito. Diventano nuovamente più frequenti negli ultimi tre libri dedicati al primato dell’amore nella vita spirituale.
La fondazione nel 1610 dell’Istituto della Visitazione diede un nuovo impulso all’uso del libro sacro. Il Cantico dei Cantici era spesso il tema delle istruzioni che il fondatore faceva alle sue figlie spirituali. Non bisogna inoltre dimenticare che il lancio del nuovo Istituto coincise più o meno con la stesura del Trattato dell’amor di Dio. Nei Trattenimenti spirituali, che raccolgono le sue istruzioni alle prime visitandine, si trovano una trentina di allusioni su vari argomenti riguardanti la vita spirituale delle religiose.
Oltre a tutte le altre citazioni bibliche, i riferimenti al Cantico e i semplici riferimenti a questo libro sono molto numerosi nei suoi Sermoni, dove se ne contano fino a 130 nei sermoni redatti di suo pugno o semplicemente abbozzati sotto forma di schema o canovaccio, e quasi 80 nei sermoni destinati alle religiose della Visitazione e raccolti da loro.
Non mancano allusioni al Cantico nemmeno nei dieci volumi delle Lettere, che ne contano circa 110. Ma, come ci si poteva aspettare, sono individuabili quasi esclusivamente nelle lettere di direzione spirituale.
Nei cinque volumi degli Opuscoli, le citazioni sono distribuite in modo diseguale. Nella prima serie, intitolata «Studi e vita intima», se ne trovano solo cinque, ma molto significative perché risalgono al periodo della formazione di Francesco, e una sola nella serie «Apostolato». Non sorprende trovare pochi riferimenti al Cantico nella serie di scritti polemici e nei testi normativi del vescovo di Ginevra. Nel volume dedicato alla Visitazione e alle norme che la regolano si contano 9 citazioni importanti. I riferimenti più numerosi si trovano nell’ultimo volume intitolato «Ascetismo e mistica».
Per il nostro lavoro, l’analisi delle citazioni del Cantico rintracciabili nelle opere di san Francesco di Sales è un passaggio obbligato, perché ci introduce concretamente nel suo universo mentale e spirituale, ma non può essere sufficiente. Sarà poi necessario arrivare all’interpretazione salesiana del Cantico, che consisterà essenzialmente nell’identificare e presentare i personaggi del Cantico scelti dall’interprete.
Interpretazione del Cantico dei Cantici
Per la maggior parte dei commentatori moderni, il Cantico era in origine una serie di poesie che celebravano semplicemente l’amore umano, «il canto più bello della creazione», con tutta la sua sensualità. Secondo alcuni, un editore li avrebbe riuniti conferendo loro un tono sapienziale e un possibile significato allegorico, come l’amore tra il Dio d’Israele e il suo popolo eletto di cui parlano i profeti, in particolare Osea ed Ezechiele. Alcuni esegeti contemporanei lo considerano effettivamente un poema sull’amore umano, non allegorico, ma dotato di significati simbolici, possibilmente aperto alla dimensione teologica.
Fedele alla tradizione cristiana, il vescovo di Ginevra attribuisce il libro a Salomone. Nel suo Trattato dell’amor di Dio Salomone rappresenta «il Salvatore», cioè Gesù Cristo, che egli chiama «pacifico o pacificatore Salomone», mentre Sulammita è l’amata, «tranquilla e figlia della pace».
La spiegazione spirituale che ne dà è quella che era in uso praticamente fin dai tempi di Origene nel III secolo. Per lui, il Cantico dei Cantici è una celebrazione dell’amore di Dio, fonte e modello di ogni altro amore.
In linea con l’interpretazione ebraica tradizionale, che leggeva nel Cantico la storia delle relazioni d’amore tra Dio e Israele, i Padri della Chiesa vi vedevano le relazioni di Dio o di Cristo con la Chiesa. Il Cantico dei Cantici, affermava Francesco di Sales dopo molti altri, è «l’epitalamio della Chiesa e di Cristo». Molto spesso, tuttavia, sono i rapporti tra Dio Salvatore e l’anima individuale ad occupare in lui il primo piano. È questa l’interpretazione che ha adottato nel suo Trattato dell’amor di Dio, dove dichiara:
Il grande Salomone descrive in modo deliziosamente ammirevole l’amore del Salvatore e dell’anima devota, in quell’opera divina che per la sua eccellente dolcezza è chiamata Cantico dei Cantici. E per elevarci più dolcemente alla considerazione di questo amore spirituale che si esercita tra Dio e noi, attraverso la corrispondenza dei moti dei nostri cuori con le ispirazioni della sua divina Maestà, egli ricorre a una rappresentazione perpetua degli amori di un casto pastore e di una pudica pastorella.
Spesso, come potremo constatare, incontreremo anche l’interpretazione mariana, che aveva preso piede in Occidente durante il Medioevo, in particolare con Ruperto di Deutz. Pur essendo la madre di Gesù, Maria è stata spesso considerata sul piano spirituale come la nuova Eva accanto al nuovo Adamo, e quindi come l’amata per il suo amore senza pari per Cristo.
Tutte queste diverse interpretazioni – collettiva, individuale e mariana – sono presenti nel pensiero e negli scritti di san Francesco di Sales. Spetterà a noi mostrare l’uso che ne ha fatto e mettere in luce, per quanto possibile, l’originalità della sua lettura e della sua interpretazione.
Il Cantico nella vita di san Francesco di Sales
Grazie alle sue citazioni del Cantico, forse siamo in grado di penetrare un po’ più a fondo nell’anima di san Francesco di Sales. Studiando le circa settecento citazioni, allusioni e riferimenti al Cantico dei Cantici, possiamo intuire qualcosa della sua vita intima con Dio.
L’anima di Francesco di Sales, si potrebbe dire, era l’anima della sposa del Cantico. Non è certamente arbitrario affermare che la spiritualità che egli ha tratto da questo libro biblico e che ha proposto per tutta la vita ai suoi fedeli, ai suoi corrispondenti e alle sue figlie della Visitazione, è stata prima vissuta e praticata da lui stesso.
Si tratta di una spiritualità che possiamo definire «sponsale», nel senso che è interamente incentrata sull’amore dello Sposo per la sposa e della sposa per lo Sposo. San Francesco di Sales stesso ha sperimentato ciò che insegnava agli altri, ovvero che l’anima umana è chiamata ad entrare sempre più nell’alleanza con il suo Dio e con Gesù Cristo, suo Salvatore.
Dopo una processione del Corpus Domini, durante la quale aveva portato il Santissimo Sacramento attraverso la città di Annecy, confessava a santa Giovanna Francesco di Chantal di essere stato «toccato» da queste parole della sposa: «Il mio Amato è tutto mio, e io sono tutta sua; egli dimora tra i miei seni», e da queste altre dello Sposo: «Mettimi come un sigillo sul tuo cuore», prima di concludere con questa esclamazione: «Esiste una dolcezza paragonabile a questa?».
Nulla vale infatti la dolcezza e la forza di questo Nome che Francesco di Sales non smette di assaporare ripetendo un’esclamazione a lui cara: «Viva Gesù!». Un’altra volta raccontò alla sua confidente abituale: «Questa mattina, al risveglio, ho gridato alle nostre orecchie: Viva Gesù! e avrei voluto spargere questo olio sacro su tutta la faccia della terra».
La bellezza dell’Amato, segno e testimonianza del suo amore, la sua voce che incanta la sua sposa e tutta la sua persona lo attraggono al massimo, tanto che la sua felicità è quella di «correre» dietro di lui, anche quando gli propone pene, croci e spine.
La bellezza dell’anima – e di questo Francesco di Sales è ben convinto – non è dovuta a sé stessa, ma all’amore ricevuto dall’Amato che ha fatto tutto per lei. Cosa c’è di sorprendente allora se questo amore la rende malata di quella malattia d’amore di cui Francesco sembra parlare per esperienza, vedendosi anch’egli incapace di amarla come vorrebbe e impossibilitato a lodarla come vorrebbe e dovrebbe?
All’amore sponsale dell’anima di Francesco per il suo Sposo va aggiunto un altro elemento della sua vita spirituale: il suo amore per la Chiesa. Il Cantico, secondo un’interpretazione che egli eredita, gli ha ricordato che la Chiesa è la vera sposa di Gesù Cristo, unica colomba, santa e feconda; da qui la sua spiritualità ecclesiale, fondata sulla sua fede cattolica e sulla sua responsabilità episcopale.
Se la Chiesa cattolica è veramente la Chiesa voluta da Cristo, nonostante i peccati dei suoi membri, merita un amore ardente e geloso come quello dello Sposo per la sua sposa. L’apostolo dello Chablais, diventato vescovo di Ginevra, la difende con tutte le sue forze e con la massima dolcezza possibile, ma soprattutto la mostra piena d’amore per lo Sposo che l’ha scelta e che continua a santificarla. Il Cantico gli ha ricordato anche che questa sposa aveva bisogno di una compagnia di valorosi guardiani e lui sa di farne parte in qualità di pastore della Chiesa.
Quanto al suo affetto per la Madre del Salvatore, esso traspare nei suoi vari commenti al Cantico. È l’ultimo aspetto, e non meno importante, della vita spirituale di Francesco. Maria è per lui la sposa perfetta, il trono regale del nuovo Salomone, il capolavoro della Redenzione, tutta unita al Figlio e appoggiata a lui. Lei è l’amore stesso e questo amore non ha fatto che crescere nel corso della sua esistenza come l’aurora che avanza fino al pieno giorno, al punto che alla fine ne è morta. Dal cielo, dove è salita con il corpo e l’anima, ci ottiene tante grazie con la sua preghiera.

