25 Set 2026, Ven

Intervista a don Ignacio José Laventure Otegui, nuovo superiore dell’Etiopia

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Dall’Uruguay all’Etiopia, passando per l’Irlanda: il cammino di don Ignacio José LAVENTURE OTEGUI è quello di un salesiano che si sente anzitutto “inviato”. Nato a Montevideo nel 1972 e cresciuto in ambiente salesiano fin dai sei anni, è partito missionario nel gennaio 2001, pochi mesi dopo l’ordinazione sacerdotale. Da venticinque anni serve la circoscrizione dell’Etiopia-Eritrea, quasi sempre nel campo della formazione: socio del maestro e poi maestro dei novizi a Debre Zeit, incaricato del centro giovanile e docente di teologia ad Adigrat, quindi vicario, delegato per la formazione e segretario. Il 25 agosto 2025 ha assunto la guida della Visitatoria Maria Kidane Mehret (AET). In questa intervista racconta la domanda che gli cambiò la vita, l’amore per Maria Ausiliatrice imparato dalla madre e le sfide dei giovani in un Paese ferito dalla guerra.

 

 

Potresti presentarti?

Sono don Ignacio José Laventure Otegui. Sono nato il 27 dicembre 1972 a Montevideo, in Uruguay. Ho emesso la prima professione il 31 gennaio 1992 ai Talleres Don Bosco e nella stessa parrocchia e casa salesiana sono stato ordinato sacerdote il 30 settembre 2000. Pochi mesi dopo, nel gennaio 2001, sono partito come missionario: prima in Irlanda, per studiare l’inglese, e nell’agosto dello stesso anno sono sbarcato nella mia terra promessa missionaria, l’Etiopia-Eritrea. In questi venticinque anni di vita missionaria ho lavorato soprattutto nel campo della formazione. Dal 2001 al 2004 sono stato nella casa del noviziato a Debre Zeit, come socio del maestro e incaricato dell’oratorio-centro giovanile; ho poi conseguito la licenza in Teologia dogmatica all’UPS (2005-2007); dal 2007 al 2010 sono stato nel post-noviziato di Adigrat, come incaricato del centro giovanile e docente di teologia al Seminario Maggiore della diocesi; dal 2010 al 2019 sono tornato a Debre Zeit come maestro dei novizi. Dal 2019 al 2025 sono stato vicario ispettoriale, delegato per la formazione e segretario ispettoriale. Il 25 agosto 2025 ho iniziato il mio servizio come superiore della Visitatoria Maria Kidane Mehret (AET).

 

Quando hai sentito per la prima volta la chiamata e che cosa ti ha portato dai salesiani?

Posso dire di essere quasi nato in una casa salesiana: non ho ricordi d’infanzia che non siano legati ai salesiani. Sono entrato nella scuola salesiana di San Francesco di Sales (Maturana) a sei anni, vi ho fatto tutte le elementari e le superiori, e poi sono passato all’istituto pre-universitario salesiano Juan XXIII. Mia madre era Cooperatrice salesiana e insieme a mio padre faceva parte del comitato dei genitori: erano molto coinvolti nella vita della scuola. Sono stato membro dei club Domenico Savio e Zeffirino Namuncurá e poi della Gioventù Missionaria Salesiana. Eppure non avevo mai pensato di diventare salesiano, finché il direttore del Maturana, che stava parlando con tutti gli studenti, mi pose la domanda: “Hai mai pensato di diventare salesiano?”. Ricordo ancora la mia risposta: “Sei pazzo, per niente”. Ma quel giorno piantò un seme nel mio cuore, un seme che cominciò a germogliare e che fiorì un anno dopo, quando entrai nell’Aspirantato salesiano di Villa Colón, il 20 giugno 1989.

 

C’è un evento o una persona in particolare che ha influito in modo significativo sulla tua decisione di diventare salesiano?

Sì. La persona è il salesiano che ho appena ricordato, don Felix Irureta. Mi fece quella domanda e poi non tornò più sull’argomento, fino a quasi un anno dopo, quando fui io a cercarlo: il suo rispetto e il suo silenzio sono stati per me molto importanti. Quanto agli eventi, direi la mia prima esperienza missionaria con il gruppo missionario a Melo, a quattordici anni. Quell’esperienza in qualche modo mi fece uscire dalla mia zona di comfort e, come frutto, divenni animatore nell’oratorio delle Figlie di Maria Ausiliatrice, presso la scuola Maria Ausiliatrice.

 

Quali sono state le sfide principali e le gioie più grandi durante la formazione e i primi anni da salesiano?

Le gioie più grandi sono state lo spirito di famiglia che ho respirato e assimilato nelle diverse case di formazione e tra i confratelli, e poi il lavoro e l’animazione in oratorio. Ho iniziato come animatore a quattordici anni e ho continuato durante tutta la formazione, e anche in seguito: stare in mezzo ai ragazzi e ai giovani era ed è una grande gioia. Una delle sfide maggiori è stata invece superare la mia timidezza e la paura di affrontare situazioni nuove: ero una persona molto riservata e silenziosa.

 

Quali sfide vedi oggi nell’accompagnare i giovani e quali strumenti salesiani ritieni ancora efficaci?

Penso che una delle sfide sia la velocità dei cambiamenti, specialmente tra i giovani: come salesiani possiamo avere la sensazione di non riuscire a stare al passo, di non riuscire a entrare nel loro mondo. L’anno prossimo celebreremo i 150 anni del Sistema preventivo, questa grande intuizione di Don Bosco: qui abbiamo uno strumento sempre efficace, purché sappiamo applicarlo alla realtà di oggi. Il Sistema preventivo implica la nostra presenza fisica in mezzo ai giovani, quella che nella nostra tradizione chiamiamo assistenza. Anche questo è uno strumento fondamentale.

 

Come ti mantieni spiritualmente e umanamente saldo nei momenti difficili?

Il mio maestro dei novizi, prima che partissimo per i diversi luoghi di apostolato, ci ripeteva sempre: “Ricordatevi, siete inviati”. Questo mi ha aiutato molto nei momenti difficili: sapere che non sono io a comandare, ma che sono stato inviato dal Signore. È la sua missione, ed Egli ci ha promesso di essere con noi fino alla fine. Mi piace ciò che dice san Paolo: “So a chi ho creduto” (2Tm 1,12). Guardare a Gesù, cercarlo anche quando non capisco il perché di questo o di quello, è stato importante nella mia vita salesiana. Come gruppo di noviziato avevamo scelto il motto: “La nostra vita ti appartiene; l’abbiamo messa nelle tue mani”.

 

Come descriveresti la spiritualità salesiana in poche parole?

Non è facile in poche parole, ma direi che è un modo semplice, gioioso e profondo di entrare in un rapporto di amicizia con Dio.

 

Quali sono i bisogni locali più urgenti e i bisogni dei giovani?

I giovani hanno tanti bisogni nel mondo di oggi, ma forse uno dei più importanti è quello di avere veri modelli di vita e adulti pronti ad accompagnarli, a camminare con loro. A livello locale, i giovani soffrono l’instabilità politica ed economica del Paese. Dopo la guerra molti hanno perso la speranza nel presente e nel futuro e sono diventati vittime di dipendenze, tratta di esseri umani e violenza. È urgente camminare con loro e cercare di ricostruire fiducia e speranza. Come salesiani dobbiamo avere il coraggio, come lo ebbe Don Bosco a suo tempo, di offrire risposte nuove a situazioni e sfide nuove.

 

Che posto occupa Maria Ausiliatrice nella tua vita?

Uno dei ricordi della mia infanzia è una statua della Madonna che ogni mese veniva a casa nostra per qualche giorno, per poi passare a un’altra famiglia. Allora mia madre diceva a me e a mio fratello minore: “Está la virgencita, vayan a saludarla” (“C’è la Madonnina, andate a salutarla”). Da mia madre ho imparato ad amare Maria come Ausiliatrice, e questo mi ha accompagnato negli alti e bassi della vita. Ho sperimentato nella mia vita e nella mia vocazione ciò che diceva Don Bosco: che ogni vocazione salesiana è portata nella Congregazione da Maria.

 

Hai un messaggio per la Famiglia Salesiana?

Anche questa è stata una grande intuizione di Don Bosco, benché non la chiamasse Famiglia Salesiana. Aveva compreso il potenziale di coinvolgere tanti tipi diversi di persone nella sua opera di educazione ed evangelizzazione dei giovani. Credo che questo dono di Dio che è la Famiglia Salesiana sia un segno dei tempi, una chiamata di Dio a lavorare sempre più in sinodalità, per usare un’espressione di Papa Francesco, per la “salvezza dei giovani”.

 

Editor BSOL

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