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Il 22 maggio 2026 Papa Leone XIV ha autorizzato il Dicastero delle Cause dei Santi a pubblicare il decreto di Venerabilità che riconosce l’eroicità delle virtù di don Costantino Vendrame, missionario che portò il sorriso di Don Bosco tra le vette dell’Assam. Don Costantino ha vissuto il Vangelo in modo straordinario, incarnando il sistema preventivo di Don Bosco in terre lontane e la Chiesa lo indica come un modello sicuro di vita cristiana da imitare.
Una vocazione nata tra le colline trevigiane
Nacque il 27 agosto 1893 a San Martino di Colle Umberto (Treviso), in una famiglia povera ma ricca di fede, in un focolare domestico che fu il suo primo seminario. In quella povertà dignitosa e laboriosa, segnata precocemente da lutti e infermità, Costantino apprese la grammatica del sacrificio: visse in un ambiente familiare e parrocchiale dove il sacrificio era pane quotidiano e la fede la luce del cammino. Questa umiltà delle origini forgiò in lui quel tratto di salesianità genuina: la capacità di stare tra la gente con semplicità e amore. Costantino sentì precocemente la chiamata al sacerdozio. Dopo i primi passi nel seminario diocesano di Ceneda, il suo desiderio ardente per le missioni e di donarsi totalmente al Signore lo spinse, nel 1912, verso i Salesiani di don Bosco. La sua formazione non fu solo accademica, ma si forgiò attraverso il tirocinio pratico della vita religiosa, unito alla prova di fuoco della Prima Guerra Mondiale. In quegli anni di conflitto, egli non sospese la sua ricerca di Dio, ma fu un soldato esemplare, dimostrando che la fedeltà alla vocazione può risplendere anche tra i reticolati delle trincee, come traspare da questa lettera scritta alla sorella Angela, con cui condivideva la passione missionaria: “Infiammato, fin dai miei primi anni dall’idea dell’apostolato cristiano spinto fino alla più forte e più pura espressione, senza aver mai potuto ancora dar libero sfogo a questa sacra fiamma, senza aver potuto ancora lasciar liberamente sprigionare questo cumulo di energie che ognor più mi sento moltiplicarsi, provo immenso sollievo nel trovare anime a cui possa svelare tutta la mia anima senza timore di essere incompreso e magari anche schernito. Tu sei precisamente una di queste anime poiché nelle tue care lettere manifesti di penetrare profondamente il senso delle cose divine e sai gustare quanto sia buono il Signore con le anime che si danno interamente a Lui… Oh, potessi averti compagna in questo apostolato quandochesia se il Signore me ne riterrà degno! Prepariamoci pertanto con la preghiera, mia buona sorella, ed invochiamo da Dio per molte altre anime questo spirito nuovo d’apostolato perché la società moderna ha bisogno di uomini apostolici per rigenerarsi e risorgere a nuova vita”. Questa costanza prefigurò l’eroicità del suo futuro ministero. Costantino non smarrì la bussola della sua vocazione: ordinato sacerdote il 15 marzo 1924 a Milano, ricevette il 5 ottobre di quell’anno il crocifisso missionario a Torino, nella basilica di Maria Ausiliatrice, come sigillo del suo mandato apostolico. Era pronto per la sua terra promessa: l’India.
Missionario apostolico nel Nord-Est India
Giunto a Shillong il 24 dicembre 1924, don Vendrame inaugurò un’azione apostolica che sarebbe diventata leggendaria. Egli non si limitò a gestire strutture, ma elevò l’ufficio di parroco, che ricoprì quasi ininterrottamente a Shillong-Laitumkhrah e Shillong-Mawkhar, a una dimensione di itineranza apostolica totale. Il suo metodo era il contatto personale: percorreva a piedi distanze immense, facendosi povero tra i poveri, per portare la consolazione di Dio in ogni capanna. Scelse di vivere l’usura delle fatiche e i pericoli della vita apostolica con il sorriso, rendendosi credibile agli occhi degli ultimi perché condivideva la loro stessa precarietà. La sua obbedienza lo portò anche a Wandiwash, nel Tamil Nadu (India del Sud), dimostrando una disponibilità universale che superava i confini linguistici e culturali. Ovunque passasse, la sua carità diventava uno strumento di dialogo interreligioso naturale: la sua figura era stimata non solo dai cristiani, ma anche da uomini di altre fedi religiose, che lo consideravano un vero uomo di Dio, capace di ascolto e rispetto profondo. Con la sua carità attirava migliaia di anime a Cristo, evangelizzando villaggio per villaggio, capanna per capanna. Mons. Stefano Ferrando, oggi Venerabile Servo di Dio, così tratteggiò il profilo umano e spirituale di don Costantino, sempre proteso al tutto del Regno e delle anime da salvare: “Don Vendrame, al suo arrivo in Assam, fu assegnato al noviziato per studiare le lingue e acclimatarsi. Dopo 10 giorni, gettò le grammatiche al vento e andò a imparare la lingua khasi nei villaggi, nei quartieri popolari della città, brulicanti di frotte di fanciulli. Col volto sorridente andò ad essi guadagnandoli per le vie del cuore. Cominciò un vero oratorio quotidiano. Sembrava che si avverasse la visione di Don Bosco. In regioni lontane e pericolose, ove tanti tentativi erano falliti, Don Bosco aveva visto schiere giovanili correre festanti incontro ai suoi Salesiani, esclamando: «Da tanto tempo vi abbiamo aspettato». Era uno spettacolo mai veduto a Shillong. Per le strade non si mormorava più con disprezzo: ki roman (i cattolici). I fanciulli ora correvano incontro a Don Vendrame gridando: Khublei, Phadar (Buon giorno, Padre), e con gioia gli pigliavano la mano, si attaccavano alla veste e lo accompagnavano. Sull’uscio le mamme miravano e sorridevano. Don Vendrame non aspettava che i pagani venissero a lui: dopo aver predicato sui tetti, li andava a cercare per istruirli nelle case. Tale lavoro era possibile solo alla sera e di notte, quando la famiglia si riunisce dopo il lavoro quotidiano. Il fuoco è acceso nel mezzo della stanza. Don Vendrame siede su uno sgabello alto pochi centimetri. Anche tutti gli altri sono accoccolati attorno al fuoco. Il fumo punge gli occhi. Don Vendrame parla del regno di Dio, di Gesù, ed è ascoltato con riverenza, perché nessuno ha mai parlato loro in quella maniera. E passa di capanna in capanna e torna a casa a notte inoltrata, camminando nelle strade oscure e deserte con un bastoncino e il rosario in mano, pregando col catechista”.
La prova del conflitto
Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale trasformò don Vendrame in un nemico straniero agli occhi dell’Impero britannico. La sua libertà di movimento fu drasticamente troncata dalla prigionia. Internato dapprima sotto la sorveglianza dei Gurkha, fu poi trasferito nei campi di Deoli e Dehra Dun. Eppure questo immobilismo forzato non fu una parentesi sterile; anzi, questo periodo rappresenta un vertice di carità pastorale: privato della possibilità di camminare verso le genti, don Vendrame divenne il centro di irradiazione della speranza tra i suoi compagni di prigionia. In quei luoghi di sofferenza egli dimostrò che la missione non risiede nelle gambe del missionario, ma nel suo cuore ardente, capace di consolare e sostenere anche nel buio della reclusione. La sua forza spirituale trasformò il campo di concentramento in una parrocchia dello spirito, divenne un faro di consolazione per i compagni di sventura. Un vescovo carmelitano missionario, che durante la guerra fu suo compagno di prigionia, ha potuto scrivere di lui: “Tra i missionari che ho conosciuto, don Vendrame è un gigante. Se un uomo riesce a divenire missionario al 100%, questi sarà un altro Don Vendrame. Sin d’allora, da quando lo conoscemmo, non abbiamo che da conservare nel nostro cuore la traccia – perché don Vendrame non lasciava un ricordo soltanto in quelli che incontrava – di questo apostolo del Signore, apostolo sempre, non lo fu meno nel campo di concentramento, grande apostolo, fra i Khasi insuperabile, nel sud India inarrivabile, ma soprattutto grande apostolo”.
L’ultima missione: la cattedra della sofferenza e la morte
Gli ultimi anni di don Vendrame furono una salita al Calvario. Colpito da un’artrosi spinale deformante e provato da dolori lancinanti che lo portavano fino allo svenimento, egli trasformò il suo letto di dolore a Dibrugarh nell’ultima, suprema cattedra d’insegnamento. La sua non fu una subita agonia, ma una partecipazione cosciente alla passione di Cristo, vissuta in totale oblazione. Morì il 30 gennaio 1957, alla vigilia della festa di San Giovanni Bosco. Questa coincidenza temporale non è solo un dettaglio cronologico, ma un sigillo carismatico: la vita di don Vendrame si è conclusa nel cuore del carisma salesiano, come un figlio che torna al Padre nel giorno dedicato al suo Fondatore. I funerali furono un’esplosione di fama di santità e segni, durante i quali il popolo di Dio lo accostò ai giganti della Chiesa: a San Francesco Saverio per lo slancio instancabile verso le periferie estreme dell’Asia e l’ardore evangelizzatore; a San Paolo per la vastità della visione apostolica e l’essere diventato tutto a tutti nel Nord-Est India; a San Vincenzo de’ Paoli per la predilezione verso i più poveri e la capacità di vedere Cristo nei sofferenti.
Missionario di Speranza
La proclamazione della Venerabilità di don Costantino Vendrame è un dono che unisce le colline di San Martino di Colle Umberto e Vittorio Veneto alle vette dell’Assam e all’arcidiocesi di Shillong. La sua figura diventa un modello per la missione odierna, specialmente nel dialogo con le culture e le religioni. Don Vendrame insegna che la santità salesiana si compie nella quotidianità della presenza e nel dono totale di sé. Egli rimane l’apostolo dal cuore ardente, capace di irradiare la gioia del Vangelo anche attraverso il mistero del dolore. Un sacerdote che ha amato con il cuore di Cristo: caldo e umano, forte e fedele, pronto a dare la sua vita sino all’ultimo respiro. Al centro del suo annuncio non c’erano teorie, ma il Cuore di Cristo, quel nucleo vivo che egli sentiva battere per ogni creatura. Così lo ricordò Mons. Oreste Marengo, vescovo missionario e anch’egli Servo di Dio, che conobbe bene don Costantino: “Per me egli fu un salesiano che, come Don Bosco, pensava, parlava e giudicava sempre in termini di anime da salvare, uno che ha mai pensato a sé. Se ha commesso uno sbaglio, fu quello di trascurarsi troppo perché non vedeva altro che il bisogno delle anime: il cibo ed il riposo eran le ultime cose a cui pensava”. Gli strapazzi e le privazioni cui si sobbarcava durante i suoi giri apostolici sono un segreto noto soltanto a Dio; lui non ne ha mai parlato, quello che si sa è soltanto quello che ci è stato riferito dalla gente cui si adattava in tutto e per tutto. Come non si curava di sé, così non ha mai minimamente cercato sé stesso nel suo lavoro. Soltanto dal Sacro Cuore di Gesù attinse la sua sete di anime. La sua austerità fu soltanto superata dalla sua compassione per i poveri.
Il riconoscimento delle sue virtù eroiche conferma che la sua storia di grande azione missionaria continua a ispirare la Famiglia Salesiana, la Chiesa di Vittorio Veneto e il mondo intero, indicando nel Sacro Cuore di Gesù la fonte inesauribile di ogni missione. La sua santità è caratterizzata da una docilità incondizionata allo Spirito Santo e da una devozione mariana che ha sostenuto ogni suo passo. La sua vita insegna che la santità non è un traguardo per pochi, ma un cammino di consolazione e amore che, partendo dal cuore di Dio, può abbracciare e trasformare il mondo intero.

