21 Lug 2026, Mar

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san Luigi VERSIGLIA, sdb (1873-1930)

 

Il carisma di don Bosco, centrato su una paternità educatrice intrisa di passione apostolica, non ha generato soltanto sacerdoti e missionari, ma anche pastori della Chiesa che hanno vissuto l’episcopato come estensione del “Da mihi animas” salesiano. Questa sintesi ripercorre la testimonianza luminosa di nove vescovi — dal protomartire san Luigi Versiglia al cardinale Augusto Hlond — le cui cause di canonizzazione ne attestano la fama di santità. Nel loro ministero, spesso esercitato su frontiere missionarie o in tempi di persecuzione, risplendono l’affidamento filiale a Maria Ausiliatrice, la cura dei poveri, lo zelo catechistico e la disponibilità al sacrificio fino al sangue. Le loro vicende mostrano come la spiritualità salesiana possa fiorire in una pienezza episcopale profondamente audace, gioiosa e universale.

 

 

  1. Luigi Versiglia (1873-1930) vescovo, martire, santo

Nel 1885 san Giovanni Bosco aveva rivelato ai Salesiani riuniti a San Benigno Canavese, in Piemonte, di aver sognato una turba di ragazzi che gli erano andati incontro dicendogli: «Ti abbiamo aspettato tanto!»; in un altro sogno vide alzarsi verso il cielo due grandi calici, l’uno ripieno di sudore e l’altro di sangue. Quando nel 1918 un gruppo di missionari salesiani partì da Valdocco, in Torino, alla volta di Shiu-Chow nel Kwang-tung, in Cina, il Rettor Maggiore, don Paolo Albera, donò loro il calice con il quale aveva celebrato le nozze d’oro di consacrazione e i 50 anni del santuario di Maria Ausiliatrice. Il prezioso e simbolico dono fu consegnato da don Sante Garelli a monsignor Versiglia, il quale dichiarò: «Don Bosco vide che quando in Cina un calice si fosse riempito di sangue, l’Opera salesiana si sarebbe meravigliosamente diffusa in mezzo a questo popolo immenso. Tu mi porti il calice visto dal Padre: a me il riempirlo di sangue per l’adempimento della visione».

Nel 1920 la missione di Shiu-Chow nel nord del Kwang-tung fu eretta a vicariato apostolico e corse subito voce che don Versiglia sarebbe stato eletto vicario e consacrato vescovo. Egli scrisse ai superiori di Torino lettere strazianti, dichiarando la propria assoluta incapacità e scongiurandoli di esonerarlo da quella carica. Monsignor De Guébriant dichiarava invece pubblicamente che, se la scelta fosse stata fatta a voce di popolo, persino i teneri bambinelli avrebbero acclamato don Versiglia come padre e pastore.

In 12 anni di missione, dal 1918 al 1930, il vescovo Versiglia riuscì a compiere prodigi in una terra non sempre favorevole ai cattolici. Il vescovo non si fermava di fronte a nulla, neppure alle carestie, alle epidemie, alle sconfitte che si presentavano a lui e ai suoi collaboratori, non sempre umanamente ricompensati: apostasie, calunnie, abbandoni, incomprensioni, viltà… Ma tutto era superato grazie alla preghiera, intensa, costante.

Nella primavera del 1923 si mise in contatto con il Carmelo di Firenze per avere delle sorelle che pregassero, patissero e si offrissero vittime a Dio per la sua missione. Da parte sua moltiplicò non soltanto le preghiere, ma anche le penitenze facendo uso di cilici e discipline. Le Carmelitane non tardarono a farsi un grande concetto di Mons. Versiglia, ma egli così scrisse alla superiora il 15 ottobre 1928: «Lei mi considera come un santo… No, no, mia Rev.da Madre: sappia che ha da fare con il più meschino e il più bisognoso tra i missionari… Il desiderio di essere santo, sì, ce l’ho… Anche questo è un frutto delle vostre preghiere. Ma sono ben lontano dall’esserlo». Davanti alle difficoltà, alla mancanza di mezzi, alla esiguità delle forze esclamava: «Abbiamo Dio con noi, c’è la Vergine Ausiliatrice, abbiamo inoltre un grande tesoro ed una inesauribile ricchezza: lo spirito di Don Bosco».

Nell’ora del martirio non solo il vescovo volle dare la vita per l’incolumità delle catechiste, ma innanzitutto per la salvezza del giovane sacerdote che l’accompagnava, don Callisto Caravario, implorando gli assalitori: «Io sono vecchio, ammazzatemi pure. Ma lui è giovane, risparmiatelo!». Era il 25 febbraio 1930. Lo spirito salesiano di Don Bosco si apre, nella logica del “da mihi animas”, all’arcano mistero del patire fino al martirio. Don Bosco disse esplicitamente: «Se il Signore nella sua Provvidenza volesse disporre che alcuno di noi subisse il martirio, forseché per questo ci avremmo da spaventare?».

 

  1. Luigi Olivares (1873-1943) vescovo, venerabile

Il 15 luglio 1916 Benedetto XV promuoveva don Luigi Olivares, zelante parroco salesiano nella chiesa di Santa Maria Liberatrice in Roma-Testaccio, alle sedi episcopali di Sutri e Nepi. Il novello vescovo tra i suoi propositi scriverà: «La tessera della mia vita episcopale voglio che sia la carità: sincera, paziente, benefica, spirituale, disposta ad ogni sacrificio». Questa carità si esprimeva anzitutto nell’amore a Dio, nella preghiera, nella perfetta conformità alla volontà divina, nel diligente compimento dei doveri e nella fedele osservanza della legge del Signore. Era pronto a ogni lavoro e sacrificio per il bene delle anime. La nota caratteristica della figura di monsignor Olivares fu l’amabilità del tratto, l’affabilità del volto, la delicatezza d’animo. Seppe testimoniare il difficile binomio che egli volle come proprio motto episcopale, “Suaviter et fortiter”, eco di quell’ “amorevolezza” tanto inculcata da Don Bosco. Amò straordinariamente i suoi sacerdoti, comprendendoli e difendendoli sempre.

Monsignor Luigi Olivares resse la diocesi di Sutri e Nepi dal 1916 al 1943 e fu Amministratore Apostolico delle diocesi confinanti di Civita Castellana, Orte e Gallese dal 1928 al 1931. Morì il 19 maggio 1943 a Pordenone, dove si era recato per predicare un corso di esercizi spirituali ai giovani liceali dell’istituto salesiano. La fama di santità seguita alla sua morte fu immediata e vasta. Uno dei medici che lo aveva avuto in cura nell’ospedale di Pordenone confessò: «Fin quando la Chiesa cattolica possiede campioni come questo, è destinata a sempre nuovi e maggiori trionfi. Uomini così possono predicare il Vangelo e pretendere di essere ascoltati anche da increduli».

 

  1. Stefano Ferrando (1895-1978) arcivescovo, venerabile

Il 24 maggio 1922, al termine della prima processione mariana, i pochi salesiani dell’Assam, guidati da mons. Louis Mathias, così pregarono: «Noi consacriamo a te questa terra, le sue montagne, i suoi fiumi, la sua gente e tutti gli abitanti». Dopo pochi anni i Salesiani e altri descrissero le Missioni dell’Assam come “il miracolo della Madonna”. Un riferimento valido per tutta la realtà missionaria e la presenza salesiana nell’India.

Mons. Mathias aveva scelto come motto per il gruppo pionieristico: “Audacia e speranza”. Ma non solo i pionieri, anche i loro successori vissero questo motto. Molti hanno avuto una vita di eroismo e la loro santità è in via di riconoscimento. Tra i nomi più noti: Costantino Vendrame, Oreste Marengo, Francesco Convertini, Stefano Ferrando. Nell’Assam la Chiesa è passata da 5.000 a 1.200.000 cattolici, diffusi in 15 diocesi; e in una nazione con 1,2 miliardi di abitanti e con meno del 2% di cattolici, l’impatto delle istituzioni “Don Bosco” è al di là di ogni immaginazione.

 

Il 9 luglio 1934 don Stefano Ferrando veniva nominato, con sua sorpresa, vescovo della diocesi di Krishnagar da Pio XI. Il 10 novembre dello stesso anno ricevette la solenne consacrazione episcopale a Shillong. Suo motto fu “Apostolo di Cristo”. Appena un anno dopo tornò a Shillong come vescovo, dove rimase per 34 anni. Lavorò con zelo nella vasta diocesi che comprendeva allora l’intera regione dell’India Nord Est. Prendendo possesso della nuova diocesi, ne bacia il suolo e ne affida le sorti a Gesù Crocifisso. Chiede ai suoi sacerdoti di andare nei villaggi ad annunciare il Vangelo. Egli stesso si sposta in continuazione. Come apostolo di Cristo, egli visita a piedi le zone missionarie e i villaggi. Soleva dire ai sacerdoti: «Non potete girare nelle macchine per convertire le anime; per avvicinarvi al popolo e risolvere i loro problemi, dovete andare a piedi». Seguendo l’esempio dell’Apostolo delle genti, egli si fa tutto a tutti, imparando lingue, costumi e usanze per comprendere l’ethos di queste persone e predicare loro Cristo più efficacemente. Il suo apostolato è caratterizzato dallo stile salesiano: gioia, semplicità e contatto diretto con la gente. Avvicina i ragazzi, i poveri e i bisognosi; con amorevolezza va incontro a tutti.

Cominciando con un gruppo di catechiste indiane, alle quali insegnò l’amore a Gesù, a Maria Ausiliatrice, a Don Bosco, alle missioni e alla povera gente, fondò la Congregazione delle Suore Missionarie di Maria Aiuto dei Cristiani. Il 26 giugno 1968, dopo aver preso parte ai lavori del Concilio Vaticano II, dà le dimissioni dalla propria diocesi. In Italia il vecchio vescovo missionario si ritirò nella casa salesiana di Quarto (Genova). Scrive nel 1970: «Qui in Italia mi domandano spesso: “Come mai hai lasciato l’Assam dopo 47 anni di vita missionaria?”. Rispondo: perché finalmente è spuntato il giorno che da 47 anni sospiravo, il giorno in cui la Chiesa in India può fare da sé!». Muore il 20 giugno 1978.

 

  1. Ottavio Ortiz Arrieta (1878-1958) vescovo, venerabile

Primo salesiano, primo salesiano sacerdote e primo vescovo salesiano del Perù, ancora giovanissimo, venne definito “una perla di salesiano”. Nel 1918 si era resa vacante la diocesi di Chachapoyas. Su proposta del Nunzio apostolico, monsignor Lorenzo Lauri, venne eletto Ortiz Arrieta che fu consacrato vescovo l’11 giugno 1922. La diocesi di Chachapoyas comprendeva allora un territorio di 95.200 chilometri quadrati e una popolazione di 250.000 anime. Dopo un mese di viaggio raggiunse la sua sede episcopale ricevuto come un angelo mandato dal cielo, dopo cinque anni di sede vacante. Fu modello di vescovo e divenne un martire del dovere. Volle essere sempre in visita ai propri figli. La sua vita fu un continuo viaggiare: per lunghi giorni a cavallo, a piedi, sulla cordigliera, nelle foreste, sui fiumi.

Saliva fino a vette ghiacciate per poi scendere in torride vallate.

Non si concesse mai vere vacanze: quando si trovava lontano, il suo pensiero andava là dove aveva “tante anime che cercavano il Pastore”. Conservò sempre lo stile salesiano: amabile, accogliente, abitualmente allegro, vicino alla gente. I giovani riempivano le sale del suo vecchio palazzo episcopale. Organizzò la banda musicale e lui stesso con semplicità sostituiva lo strumentista che mancava all’appuntamento. Con la passione del catechismo nel cuore, lo insegnava tutte le volte che il tempo glielo permetteva. Fu un organizzatore nato: celebrò tre Sinodi diocesani e organizzò un ben riuscito Congresso Eucaristico; riordinò gli archivi parrocchiali; creò associazioni e confraternite; pubblicò un giornale.

Ebbe un amore di predilezione per i suoi sacerdoti. Abitava nel seminario e una volta al mese si faceva lui pure seminarista, condividendo in tutto la loro vita. Rifuggiva gli onori: quando gli fu offerta la sede primaziale di Lima insistette per rimanere nella sua umile Chachapoyas. Fu un uomo di grande vita interiore, sempre unito a Dio, che egli vedeva in ciascun avvenimento. Quando predicava, tutti avvertivano la sua santità sacerdotale e la fiamma d’amor di Dio che ardeva nel suo cuore. Aveva il volto sereno nei momenti sia di gioia sia di prova, perché aveva l’arte di nascondere le proprie pene in un sorriso costante.

 

  1. Augusto Hlond (1881-1948) cardinale, venerabile

Nel 1922, dovendo la Santa Sede provvedere alla sistemazione religiosa della Slesia Polacca, ancora sanguinante per le lotte politiche e nazionali, il papa Pio XI affidò a monsignor August Hlond questa delicatissima missione, nominandolo Amministratore Apostolico. Monsignor Hlond con la sua carità, con la sua rettitudine e il suo spirito di sacrificio seppe, in tre anni, comporre le cose con soddisfazione dei Polacchi e dei Tedeschi, sicché la Santa Sede poté creare nel 1925 la nuova diocesi di Katowice. Il 24 giugno del 1926 Pio XI lo promuoveva alle sedi arcivescovili di Gniezno e Poznan e lo nominava Primate di Polonia. L’anno seguente, il 20 giugno, lo creava cardinale e gli assegnava il titolo di Santa Maria della Pace. Nei 21 anni di cardinalato, oltre all’ordinario ministero pastorale nelle due arcidiocesi egli, come Primate, dedicò tutte le sue energie all’eroica nazione polacca in un periodo drammaticamente difficile. Patriota leale e sensibile a tutte le sofferenze che condivideva con il suo popolo, ebbe dalla Santa Sede anche la cura dei Polacchi della diaspora, dispersi nelle varie parti del mondo. E per riuscire a prestar loro tutta l’assistenza spirituale necessaria, invitato dal papa Pio XI fondò una Congregazione: la Società di Cristo Re per gli emigrati della Polonia.

 

Purtroppo la Seconda guerra mondiale sconvolse la sua azione pastorale. Anzi, invasa la Polonia, il cardinale fu una delle prime vittime designate dal nazismo, che in lui trovò un intrepido e autorevole difensore dei diritti della persona umana, della libertà della Patria e della Chiesa. Cominciò allora il suo calvario che lo costrinse all’esilio sino alla fine della guerra. Ritornato in Polonia, pur mantenendo la sede primaziale di Gniezno, venne nominato arcivescovo di Varsavia. Sventuratamente, anche in Polonia la gioia della liberazione fu troppo presto funestata dalle violenze estremiste e dalla pressione sovietica, che portò persino alla rottura del Concordato. Tuttavia il cardinale, forte della sua fede e fiero del proprio patriottismo, come aveva difeso il popolo polacco dagli orrori del nazismo, così con vigore pastorale continuò a difenderlo dall’ateismo bolscevico, prodigandosi nella tutela degli oppressi, nella soluzione delle questioni sociali, nel conforto e nell’aiuto dei senza pane e dei senza tetto. La Santa Sede gli affidò pure la sistemazione religiosa della zona germanica, ceduta alla Polonia in compenso dei territori assorbiti dalla Russia; un compito colossale, che egli assolse con finissimo tatto e con prontezza, costituendo cinque grandi Amministrazioni apostoliche e nominandovi a nome della Santa Sede i rispettivi titolari. La divina Provvidenza lo scampò da più di un attentato, riservandogli il transito dei grandi patriarchi. Morì infatti a Varsavia il 22 ottobre 1948 e i suoi funerali furono un’apoteosi.

 

Nella storia della Chiesa di Polonia, il cardinale Augusto Hlond è stato una delle figure più eminenti per la testimonianza religiosa di vita, per la grandezza, la varietà e l’originalità del suo ministero pastorale, e per le sofferenze che affrontò con intrepido animo cristiano per il Regno di Dio, facendo risplendere di luce vivissima uno dei periodi più eroici vissuti dal popolo polacco. La sua vita infatti s’intreccia intimamente, sia per i valori spirituali, sia per le vicende esteriori in cui egli fu coinvolto, con la vita della gente che la Chiesa gli aveva affidato e che egli amò e servì come vero pastore e padre. Come dichiarò il cardinale Stefan Wyszyński, Primate di Polonia e successore del cardinale Hlond: «Egli fu, senza dubbio alcuno, un uomo di Stato! Però, quel che prevale nella vita del cardinale Hlond, è la sua anima religiosa fino in fondo, di fede profondissima, un’anima sincera come il popolo slesiano, forse anche dura come il carbone, frutto di quella terra, ma ardente nella semplicità della sua fede profonda e della sua totale dedizione a Dio».

 

  1. Antonio de Almeida Lustosa (1886-1974) arcivescovo, servo di Dio

Nel 1924 fu nominato vescovo di Uberaba (Brasile), diocesi del cosiddetto “Triangolo minerario”. Volle essere consacrato l’11 febbraio 1925 in ricordo della presenza della Madonna nella sua vita. Entrò in diocesi accolto da una popolazione doppiamente in festa: per la venuta del nuovo pastore dopo due anni di sede vacante e per una pioggia diluviante, attesa dopo mesi di siccità ed arsura. Trovò il seminario minore vuoto e quello maggiore con un solo diacono. L’anno successivo aveva intorno a sé una trentina di seminaristi del ginnasio. Si dedicò totalmente al ministero pastorale, affrontando la visita in tutte le parrocchie e in tutti i nuclei abitati della diocesi, allora estesissima, con viaggi lunghi e ben poco confortevoli.

 

Nel 1928, dopo neppure tre anni, venne trasferito a Corumbá, nel Mato Grosso, sede più grande e con più grandi difficoltà per l’evangelizzazione. Tre anni più tardi veniva nominato arcivescovo di Belém do Pará, immensa diocesi del Norte. Vi rimase dieci anni prodigandosi con la generosità di sempre. Il nunzio apostolico Aloisi Masella lo definiva una delle figure più eminenti dell’episcopato brasiliano per santità e dedizione pastorale. Nel 1941 fu trasferito all’importante sede di Fortaleza, capitale dello stato di Ceará. Qui giunse nel pieno della maturità e dell’esperienza spirituale, e qui diede il meglio di sé lasciandovi, dopo ventidue anni di permanenza, l’impronta più significativa del suo zelo apostolico e della sua santità.

Monsignor Lustosa fu un grande asceta e così appariva anche esteriormente, “un involucro aereo” si diceva della sua persona fisica. Fu dotato di una volontà adamantina che tradiva il fuoco che gli bruciava dentro. Visse poveramente: «Non ho nulla», aveva scritto nel suo testamento. Fu un uomo di preghiera, umile, dedito alla penitenza. Seppe accostare tutti, specialmente i più bisognosi. «Continuerei qui semplicemente a lavorare per il Padre Nostro: Santificato sia il Vostro nome! Venga a noi il Vostro Regno; il programma di un vescovo è sempre lo stesso: compiere il proprio dovere!».

 

  1. Giuseppe Guarino (1827-1897) cardinale, salesiano cooperatore, servo di Dio

Nacque a Montedoro, provincia di Caltanissetta, il 6 marzo 1827, compì gli studi nel seminario di Agrigento e fu ordinato sacerdote nel 1849. Nel 1871 venne eletto arcivescovo di Siracusa, dove seppe conquistare gli animi e rinvigorire il fervore della vita religiosa, mentre nel 1875 Pio IX gli affidò l’arcidiocesi di Messina, che mons. Guarino reggerà per ben 22 anni. A lui, in particolare, si debbono la riorganizzazione del seminario e la fattiva e benemerita presenza di religiose e religiosi chiamati a portare la loro collaborazione. Inoltre, nel 1889, fondò egli stesso una nuova famiglia religiosa: le Piccole Serve – oggi Apostole – della Sacra Famiglia, affidando loro la missione di operare per la crescita e la maturazione religiosa e sociale delle giovani e per la promozione integrale della famiglia. Soprattutto si distinse per la carità operosa che toccò i vertici dell’eroismo in occasione delle epidemie di vaiolo e di colera che colpirono Messina tra il 1885 ed il 1887. In occasione poi del terremoto che sconvolse la città nel 1894 offrì a Dio la propria vita perché fossero limitati danni e vittime. Nel Concistoro del 18 gennaio 1893 fu creato cardinale da Leone XIII. Morì a Messina il 21 settembre 1897.

Il cardinale Guarino sempre ammirò Don Bosco e, sebbene abbia mantenuto con lui solo una relazione epistolare, lo sostenne nelle sue opere, tanto da ricevere dal santo educatore il titolo di “cooperatore salesiano”. «Pareva tutto ripieno dello spirito di Don Bosco, affabile, dolce con tutti», scrisse di lui un suo biografo. Per i giovani il servo di Dio chiese a Don Bosco l’invio dei Salesiani a Messina, ottenendoli però solo nel 1893 dal successore don Rua.

 

  1. Oreste Marengo (1906-1998) vescovo, servo di Dio

Tornava da un lungo giro di attività apostolica nel luglio 1951, quando fu colto da una notizia che non aspettava e non desiderava: la sua nomina a vescovo dell’erigenda diocesi di Dibrugarh. Inutili le sue proteste, i suoi pianti; si arrese solo quando il Rettor Maggiore dei Salesiani, don Pietro Ricaldone, gli scrisse «che era suo desiderio che accettasse l’incarico, nella certezza che l’Ausiliatrice e Don Bosco lo avrebbero aiutato ad assolverlo». Venne consacrato vescovo nella basilica di Maria Ausiliatrice a Torino il 27 dicembre 1951. La diocesi che gli era stata affidata occupava la parte nord dell’Assam e aveva un’estensione di 130.000 chilometri quadrati, con una popolazione di 3.365.000 abitanti, dei quali solo 40.000 erano cattolici. Alla sua presa di possesso c’erano solo cinque centri missionari, con 200 piccole comunità disperse nell’immenso territorio. Instancabile la sua attività per moltiplicare i centri residenziali, formare i catechisti, costruire scuole, cappelle, dispensari; avvicinare nuove tribù, aprire aspirantati per reclutare vocazioni indigene per il seminario e per le congregazioni religiose che aveva chiamato a lavorare nella propria diocesi. Le conversioni si moltiplicano come una novella Pentecoste. Amministra migliaia di battesimi, cresime, matrimoni; s’inerpica su sentieri impraticabili per visitare tutte le comunità; affronta sereno le ostilità della natura, dei fratelli separati, delle tribù in rivolta, conquistando tutti con la sua inalterabile bontà e con la sua carità generosa.

Quando la diocesi è in pieno sviluppo e comincia a godere i frutti di tante fatiche, ecco una nuova obbedienza: la Santa Sede lo invita nel 1964 a trasferirsi a Tezpur per aprirvi una nuova diocesi, che comprendeva parte dell’Assam, l’intero stato del Bhutan e la parte collinare a nord-est del Brahamaputra: un territorio di circa 130.000 chilometri quadrati, con 1.500.000 abitanti di cui solo 48.000 cattolici. Si gettò nel nuovo campo di lavoro con l’entusiasmo di sempre, coadiuvato dai suoi valorosi confratelli, per estendere le pacifiche frontiere della Chiesa, superando ostacoli e difficoltà di ogni genere, accresciuti da un’ostilità che si andava determinando contro gli stranieri nella zona. Per questo motivo la Santa Sede decise, dopo otto anni d’intenso lavoro, di affidare anche questa diocesi a un vescovo indiano.

Monsignor Marengo nel 1972 venne invitato a iniziare la sua terza diocesi a Tura, un vasto territorio abitato in prevalenza dalla tribù dei Garo, molti dei quali profughi dal Pakistan orientale. I cattolici erano solo 36.000, con 14 missionari che lavoravano nei centri principali. Costruì l’episcopio, la cattedrale, nuove residenze, moltiplicando le opere caritative per i molti poveri, lebbrosi e profughi. Nello spazio di pochi anni anche questa diocesi conosce un insperato sviluppo, tanto da poterla affidare nel 1978, in base alle disposizioni del governo, a un vescovo del clero locale.

Mons. Marengo, nonostante le insistenze del nuovo vescovo perché rimanesse con lui a Tura, per lasciargli piena libertà di azione preferì ritirarsi a Mendal, a 63 chilometri dal capoluogo, per aiutare l’incaricato della zona, che doveva seguire ben 20 comunità. Così quest’uomo, a 76 anni di età di cui 58 trascorsi in missione, prosegue come semplice missionario itinerante il lavoro apostolico a servizio dell’uomo. Continua a rendersi disponibile nelle varie missioni fino alla morte, avvenuta a Tura il 30 luglio 1998. Fino alla conclusione della sua lunga vita monsignor Marengo fu un missionario eroico, icona vivente del Buon Pastore che dà la vita per le sue pecore. L’obbedienza ai superiori, l’ansia per la salvezza delle anime e il tipico ottimismo salesiano furono le caratteristiche più evidenti e più amate di questo vescovo missionario salesiano nel Nord-Est dell’India.

 

  1. Lettera di Don Bosco a monsignor Edoardo Rosaz (1830-1903), vescovo di Susa, beatificato da san Giovanni Paolo II nel 1991

Vescovo eletto di Susa, dov’era canonico, Mons. Rosaz fu preconizzato nell’ultimo concistoro di Pio IX, il 31 dicembre 1877. Lasciò fama di abile e virtuoso prelato. Amava moltissimo Don Bosco.

 

Carissimo e Rev.mo Monsig.,

 

A suo tempo ho ricevuto da Torino e poi dalla cara sua lettera come il gran Pontefice Pio IX portò il paterno suo pensiero sopra di Lei e lo proclamava Vescovo di Susa. Io sono stato non poco maravigliato perché conosco quanto Ella senta basso di sé stesso, e come dovrà prendere un atteggiamento nuovo verbo et opere. Ma ho tosto benedetto il Signore perché ne era e ne sono convinto, che la chiesa acquistava un Vescovo secondo il cuore di Dio, e che Ella avrebbe fatto molto bene alla Diocesi di Susa.

Io ne godo assai e con tutto l’affetto del cuore le offro tutte le case della nostra Congregazione per qualunque servizio possano prestare alla rispettabile di lei persona o alla Diocesi che la Divina Provvidenza le ha affidato.

Io non pretendo farla da maestro, ma credo che Ella avrà presto nelle mani il cuore di tutti:

1° Se prenderà cura speciale degli ammalati, dei vecchi e dei poveri fanciulli.

2° Andare molto adagio nel fare mutazioni nel personale già stabilito dal suo antecessore.

3° Fare quello che può per guadagnarsi la stima e l’affetto di alcuni che tenevano o tengono posti elevati in diocesi; i quali giudicano di essere stati trascurati e V. S. preferita.

4° Nel prendere misure severe contro a chi che sia del clero, vada cauto e per quanto si potrà ascolti l’imputato. Del resto spero che in marzo potremo parlarci personalmente.

 

Oggi circa alle 3½ p. si estingueva il sommo ed incomparabile astro della Chiesa, Pio IX. I giornali le daranno i particolari. Roma è tutta in costernazione e credo lo stesso in tutto il mondo. Entro brevissimo tempo sarà certamente sugli altari.

 

Credo che V. S. mi permetterà di sempre scrivere colla confidenza del passato; e pregando Dio che la illumini e conservi in buona sanità, mi raccomando alla carità delle sante sue preghiere e mi professo colla massima venerazione.

 

  1. V. S. Rev.ma e Car.ma

 

Roma, 7 febb. 1878, Torre de’ Specchi, 36.

Aff.mo Amico Sac. Gio. Bosco.

 

Conclusione

Due segni che esprimono bene la modalità dell’essere vescovo secondo lo spirito di Don Bosco.

Il rosario di san Luigi Versiglia: segno dell’affidamento incondizionato della propria vita e missione all’Ausiliatrice della Chiesa e Regina degli Apostoli.

Il cilicio di questo vescovo martire: segno che non c’è fecondità apostolica senza sacrificio e dono di sé fino al martirio, non c’è “Da mihi animas” senza “Caetera tolle”.

Contemplando la grande pala del Lorenzone voluta da Don Bosco per la basilica di Maria Ausiliatrice in Torino, si nota come Maria è rappresentata coronata dagli apostoli, i primi vescovi, ciascuno dei quali è raffigurato con in mano lo strumento del proprio martirio. La tela dell’abside, con la bellissima immagine della Vergine, rappresenta tanto l’ecclesiologia come la mariologia di Don Bosco: Maria è figura della Chiesa, madre e modello di essa, dove il volto della madre è uguale al volto del Figlio, e dove appare sostenuta da Pietro e Paolo, e circondata dagli apostoli ed evangelisti. In una parola: una Chiesa apostolica e missionaria. La Vergine di Don Bosco è una Regina, sì, coronata di dodici stelle e vestita di sole, come la Donnasegno dell’Apocalisse, amorosa, provvidente, con le braccia aperte per donare e offrire suo Figlio. Il Figlio, da parte sua, secondo le parole di Don Bosco, «tiene le braccia aperte, offrendo così le sue grazie e la sua misericordia a chi ricorre alla sua Augusta Madre». La Vergine di Don Bosco «è vestita di sole», piena di potere, perché immersa in quel mare di luce che è Dio, immersa nel mistero della Trinità, che illumina la sua persona e la sua missione. Così è come la voleva Don Bosco e così riuscì a rappresentarla nella tela del Lorenzone, che colmo di emozione esclamò: «Non sono io che dipingo. È un’altra mano che guida la mia».

La Vergine di Don Bosco è immagine della Chiesa, quella celeste che già celebra le nozze dell’Agnello, e quella terrestre che cammina in questo mondo, immersa pertanto nel mistero di Dio e avvolta nella sua luce, però presente nelle nostre vicissitudini storiche, attenta alle nostre necessità, presente e viva nelle nostre famiglie, come in tutte le Case salesiane, idealmente rappresentate nella Chiesa di Valdocco, che appare nella parte inferiore del quadro. È qui la grande intuizione di Don Bosco, che ha unito il titolo di Maria Ausiliatrice e Madre della Chiesa, collocando il ruolo proprio della Vergine nel cuore della missione della Chiesa, che protegge sotto il suo manto tutti i suoi fedeli, li nutre e li fa maturare fino alla pienezza della vita in Cristo. Il significato dell’intero quadro è chiarissimo: come Maria era presente insieme agli apostoli a Gerusalemme durante la Pentecoste, quindi all’inizio dell’attività della Chiesa, così ancora Lei sta a protezione e guida della Chiesa nei secoli. Maria è la “Madre della Chiesa”, Auxilium Christianorum et Auxilium episcoporum, nella sua continua lotta per la diffusione del Regno di Dio.

 

P. Pierluigi CAMERONI

Salesiano di Don Bosco, esperto di agiografia, autore di vari libri salesiani. È il Postulatore Generale della Società Salesiana di san Giovanni Bosco