16 Giu 2026, Mar

Cento anni di carità. I salesiani in Giappone (1926–2026) [Video]

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Don Vincenzo Cimatti, sdb, dirigendo un gruppo di piccoli discepoli

 

Nel 2026 ricorre un anniversario straordinario: cent’anni fa un gruppo di nove coraggiosi missionari salesiani lasciava l’Italia per intraprendere un viaggio verso l’ignoto, verso un Paese lontano per cultura, lingua e religione. Il Giappone li attendeva. Con loro viaggiavano la fede, lo spirito di Don Bosco e una certezza incrollabile: che l’amore di Cristo avrebbe trovato casa anche nel cuore del popolo giapponese. Un secolo di missione, amore e servizio nel segno di Don Bosco.

 

 

La partenza: un’eredità affidata

Tutto nacque in un clima di entusiasmo missionario. Per commemorare il cinquantesimo anniversario dell’arrivo dei Salesiani in Argentina, il Rettor Maggiore don Filippo Rinaldi decise di ampliare l’orizzonte della Congregazione, inviando nuovi missionari in diverse parti del mondo. Fu lui stesso a invitare don Antonio Cavoli a diventare missionario, e fu sempre lui a consegnare ai nove partenti parole che sarebbero diventate un faro per tutta la missione.

“L’unica via, o almeno la via indispensabile, per entrare nel cuore degli uomini è la carità”, disse don Rinaldi. E aggiunse: “Questo Paese può vantarsi di avere una civiltà che rivaleggia con gli standard delle nazioni più avanzate, ma non conosce la carità che Gesù Cristo ha insegnato al mondo. Il successo del vostro apostolato dipenderà da quanto riuscirete a far risplendere l’amore di Cristo tra il popolo giapponese.”

Don Cavoli ricevette quelle parole come una sacra eredità. Scrisse nella sua autobiografia: “Le ho sempre tenute presenti. Col tempo, queste parole sono diventate il fondamento della mia vita e delle mie azioni.” Non poteva immaginare allora quanto profondi sarebbero stati i frutti di quella promessa silenziosa.

Il gruppo era guidato da monsignor Vincenzo Cimatti, musicista, educatore, uomo di Dio: una figura destinata a lasciare un’impronta indelebile nella storia della Chiesa in Giappone. Al suo fianco don Cavoli e altri sette confratelli, tutti animati dallo stesso sogno salesiano: la salvezza delle anime, secondo lo spirito di Don Bosco.

 

I primi passi in terra giapponese

Dopo un anno di preparazione intensa – studio della lingua, apprendimento degli usi e dei costumi locali – a partire dal 1° febbraio 1927 ai Salesiani fu ufficialmente affidata la cura pastorale delle prefetture di Miyazaki e Oita. Le parrocchie di Miyazaki, Oita e Nakatsu diventarono i tre centri della missione. I nove missionari si divisero in gruppi di tre, distribuendosi tra le comunità, moltiplicando così la presenza e il servizio.

Poco dopo, in occasione della visita ufficiale del Vicario Generale don Ricaldone nel giugno 1927, don Cimatti tracciò un programma chiaro per i suoi confratelli: conoscere la realtà del territorio e delle persone; avvicinarsi personalmente a tutte le famiglie cristiane, soprattutto quelle che si erano allontanate dalla fede; e avviare ovunque un oratorio aperto a tutti.

Queste tre direttrici – conoscere, incontrare, educare – sarebbero rimaste il cuore pulsante dell’azione salesiana in Giappone per tutto il secolo successivo.

 

L’oratorio: casa di tutti

Come a Torino, come in Argentina, come ovunque i figli di Don Bosco posassero i piedi, anche in Giappone il primo gesto fu aprire le porte. L’oratorio salesiano non era semplicemente un luogo di preghiera: era un centro educativo, un punto d’incontro, uno spazio di gioia aperto a tutti i ragazzi, cattolici e non. L’obiettivo era dare ai giovani una buona educazione perché potessero vivere da buoni cittadini. E attraverso i figli avvicinare le famiglie.

I numeri parlano da soli: nel 1927 solo 80 bambini frequentavano i tre oratori. Nel 1931 erano già 765 in cinque oratori. Nel 1934 si arrivava a 1.700 bambini distribuiti in dieci oratori. Una crescita straordinaria che rifletteva non solo l’efficacia del metodo, ma soprattutto la profondità di un amore che la gente sapeva riconoscere come autentico.

 

Comunità, chiese e presenza capillare

Parallelamente all’oratorio, i missionari percorrevano instancabilmente il territorio per trovare i credenti, visitarli, predicare il Vangelo e costruire chiese. Dopo le prime parrocchie nacquero le comunità di Tano, Takanabe, Beppu e Miyakonojo. Don Cavoli percorreva a piedi i trenta minuti che separavano la stazione di Tano dalla chiesa, con il sole e con la pioggia, senza mai lamentarsi.

I sacerdoti salesiani si spinsero fino ai villaggi montani più remoti, sempre accompagnati da catechisti locali. I fedeli, che nel 1927 erano 490, salirono a 856 nel 1930 e a 1.053 nel 1932: un raddoppio in cinque anni, frutto di una presenza continua, rispettosa e carica di umanità.

 

Evangelizzare con la bellezza: stampa, musica e immagini

I Salesiani hanno sempre creduto che la fede si comunica anche attraverso la bellezza. In Giappone questa intuizione si tradusse in strumenti creativi e sorprendentemente efficaci.

A Oita, il 24 maggio 1928, fu pubblicato il primo numero del giornale Don Bosco, bollettino mensile della diocesi con una tiratura di mille copie: uno strumento per unire i fedeli e raggiungere anche i non credenti con la parola scritta.

Le proiezioni con la lanterna magica riunivano folle curiose nelle chiese. Il film Vita di Gesù attrasse circa 800 persone, tra cui diversi giornalisti. Al termine della proiezione molti spettatori rimasero in sala per chiedere informazioni su Gesù, e non pochi firmarono per iniziare la catechesi e ricevere il Battesimo.

Don Cimatti, musicista raffinato, tenne circa 2.000 concerti in tutto il Paese, insieme a don Margiaglia e don Liviabella. La musica era preghiera, era annuncio, era dialogo con una cultura che amava profondamente l’armonia. Dopo ogni concerto distribuivano opuscoli, parlavano di Cristo, seminavano.

 

I laici: protagonisti della missione

Uno degli aspetti più originali e fecondi della missione salesiana in Giappone fu il ruolo attivo affidato ai laici. Don Cimatti e don Cavoli non concepivano i fedeli come destinatari passivi della cura pastorale, ma come collaboratori a pieno titolo del lavoro missionario.

Nacquero il “Gruppo dei padri” e il “Gruppo delle madri”, che accompagnavano i sacerdoti nelle visite alle famiglie lontane, supplendo con la loro presenza e le loro parole alle difficoltà linguistiche dei missionari. Si formarono la Compagnia di San Luigi, quella di San Domenico Savio, le Figlie di Maria, le Piccole Teresiane: ogni gruppo con le proprie regole, i propri obiettivi, la propria missione. Era Valdocco sul Pacifico.

Non a caso, come la prima casa di Don Bosco a Torino, anche quella di Miyazaki sorgeva in un quartiere ai margini: vicino a una prigione, un ospedale psichiatrico, un cimitero, un crematorio. Una scelta – o una Provvidenza – che diceva tutto sulla vocazione salesiana: stare dove nessun altro vuole stare.

 

Le Suore della Carità di Gesù: il seme di un settembre

Un giorno del settembre 1929, durante una riunione del Circolo Immacolata, don Cavoli chiese alle giovani di andare a cercare i poveri e i malati, di portare conforto agli anziani soli, agli orfani, agli abbandonati. Raccolse da loro ventidue centesimi come gesto concreto di fede nella Divina Provvidenza. Da quel piccolo gesto nacque qualcosa di grande.

Tre anni dopo, nel dicembre 1932, fu inaugurato l’Ospizio per i poveri a Miyazaki. All’inizio del 1933 accolse i primi anziani. Nel 1935 si aggiunsero un reparto per i neofiti e i bambini e un asilo, con una cappella al centro a ricordare da dove veniva tutto: dalla preghiera e dalla carità.

Con l’avanzare del nazionalismo giapponese e il timore che i missionari stranieri potessero essere espulsi, don Cimatti propose a don Cavoli di fondare una congregazione religiosa autoctona. Dopo un lungo discernimento, Cavoli disse il suo “sì” con le parole del Vangelo: “Per la tua Parola getterò la rete” (Lc 5,5).

Il 15 agosto 1937, festa dell’Assunzione di Maria, nacque la Congregazione delle Suore della Carità di Miyazaki, oggi conosciuta come Suore della Carità di Gesù. Le giovani suore si misero subito al lavoro, accudendo anziani e bambini, condividendo ogni fatica.

Gli anni della guerra furono durissimi. Le donazioni si interruppero, il cibo scarseggiava. Ma don Cavoli e le suore non si arresero: coltivarono riso, allevarono polli e mucche, aprirono piccole attività artigianali. Sei sorelle morirono di stenti, consumate dalla malattia contratta nell’assistere i malati. Il loro sacrificio fu silenzioso, totale, luminoso.

 

Cento anni dopo: la missione continua

Un secolo di storia salesiana in Giappone è una storia di fedeltà. Fedeltà alle parole di don Rinaldi, che indicarono nella carità la sola via possibile. Fedeltà allo spirito di Don Bosco, che volle i suoi figli nelle strade, tra i giovani, accanto ai poveri. Fedeltà a un Paese che ha saputo riconoscere in quei missionari stranieri non degli invasori culturali, ma degli amici sinceri.

Come Maria che, dopo il suo “Fiat”, si affrettò verso la montagna per andare da Elisabetta, anche i Salesiani in Giappone non hanno perso tempo. Sono andati, hanno incontrato, hanno amato. E i frutti di quell’amore – chiese, oratori, scuole, ospizi, una congregazione religiosa nata da ventidue centesimi – sono ancora vivi e ancora crescono.

Questo centenario non è solo un momento di memoria. È un invito a guardare avanti con lo stesso coraggio di chi cento anni fa attraversò il mare con nient’altro che la fede e la carità. Perché il Giappone, come ogni angolo del mondo, ha ancora bisogno di chi sappia far risplendere l’amore di Cristo.

 

Don Bosco in Giappone. Film documentario muto sulle missioni salesiane in Giappone: Tokyo, Osaka, Vita, Miyazaki (1963-1965).

 

Editor BSOL

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