13 Giu 2026, Sab

Conosciamo don Bosco (10). Don Bosco al bivio

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Il discernimento vocazionale di Giovanni Bosco, attratto inizialmente dalla vita religiosa francescana come via di perfezione e di lotta interiore non è stato chiaro fin dall’inizio. Tra sogni, incertezze e mancanza di guide stabili, matura in lui il desiderio di consacrarsi totalmente a Dio. Dopo un primo tentativo di ingresso tra i francescani, un sogno e soprattutto l’intervento decisivo di don Giuseppe Cafasso lo orientano verso il seminario. L’ingresso nello stato clericale segna per lui uno “spogliamento” e un “rivestimento” spirituale. In seminario si distingue per pietà, equilibrio e carità, fino alla definitiva conferma che la sua missione non sarà il chiostro, ma l’apostolato educativo tra i giovani.

 

 

Perché, come tutti, faticò a trovare la sua vera strada.

 

 

Perché questo giovane «sognatore» [Giovanni Bosco] è un positivo e se agli occhi del suo cuore risplende un ideale divino, lo Spirito Santo non gli ha ancora aperto la via della sua concreta attuazione; gli ha solo messo in cuore un ardente desiderio di andare oltre il dovere ed entrare, con più grande e più perfetto sacrificio, nella via dei consigli evangelici.

Probabilmente il suo amico, padre Giacinto, intese rispettare l’invito fatto prima da altri, perché Giovanni «in Chieri aveva frequentato il convento dei francescani e alcuni di quei padri, conosciute le sue rare qualità, gli avevano fatto invito di entrare nel loro ordine» e perciò il domenicano, pur mantenendo e conservando un’amicizia che il Beato apprezzò sempre altamente, si scancella completamente.

Rimane nello spirito di Giovanni l’urto, quasi inevitabile, tra l’ideale veduto e gustato, e i mezzi da giudicare in conformità con esso e da ordinare all’attuazione del programma divino. Ed è questa una pagina di angoscia nella quale Giovanni riverbera tutta la sapienza del suo cuore: «Il sogno di Morialdo» (nel quale aveva veduto che avrebbe continuato a studiare e che sarebbe divenuto sacerdote educatore della gioventù), «mi stava sempre impresso; anzi si era altre volte rinnovato in modo assai chiaro, per cui volendoci prestar fede, doveva scegliere lo stato ecclesiastico, cui appunto mi sentiva propensione, ma non voleva credere ai sogni e la mia maniera di vivere e la mancanza assoluta delle virtù necessarie a questo stato rendevano dubbiosa e assai difficile quella deliberazione. Oh se allora avessi avuto una guida che si fosse presa cura della mia vocazione, sarebbe stato per me un gran tesoro, ma questo tesoro mi mancava». (Don Giuseppe Calosso era morto il 21 novembre 1830; il padre Giacinto Giusiana non pare abbia rilevato questo aspetto del cuore del suo amico, conosciuto nella «scuola» come ottimo «scolaro»; il confessore poi non se ne curava). «Aveva un ottimo confessore che pensava a farmi buon cristiano, ma di vocazione non si volle mai mischiare.

Consigliandomi con me stesso, dopo aver letto qualche libro che trattava della scelta dello stato, mi sono deciso di entrare nell’ordine francescano. — Se io rimango chierico nel secolo, dicevo fra me, la mia vocazione corre gran pericolo di naufragio.

Abbraccerò lo stato ecclesiastico, rinuncerò al mondo, andrò in un chiostro, mi darò allo studio, alla meditazione e così, nella solitudine, potrò combattere le passioni, specialmente la superbia, che, nel mio cuore, aveva messe profonde radici».

Noi già conosciamo la sapiente risposta di Mamma Margherita quando, nonostante le osservazioni del prevosto di Castelnuovo, essa, con perfetta abnegazione, mostrò, chiaramente, di tutto sacrificare al beneplacito di Dio; ma quello a cui forse non s’è ancora pensato, è il modo col quale Giovanni intende attuare quello che egli conosce come volontà di Dio e il modo diverso col quale lo Spirito Santo finisce per attuare lo stesso desiderio di maggior perfezione, per il suo scopo soprannaturale: quello è cristianamente umano; questo è spiritualmente divino.

Il modo di Giovanni è di unire insieme, in uno stato di perfezione già approvato — l’ordine religioso dei francescani — l’ufficio sacerdotale e il desiderio di attuare la perfezione della carità nella perfezione del sacrificio; l’anno seguente «approssimandosi la festa di Pasqua che in questo anno 1834 cadeva il 30 marzo» fece «domanda per essere accettato tra i Riformati». Andò… «al convento di Santa Maria degli Angioli in Torino», subì «l’esame», fu «accettato alla metà di aprile e tutto era preparato per entrare nel convento della Pace in Chieri».

Il modo dello Spirito Santo è di agire diversamente, e Giovanni è avvertito in sogno, «un sogno dei più strani»: «Mi parve di vedere, egli dice, una moltitudine di quei religiosi colle vesti sdruscite indosso e correr in senso opposto uno all’altro. Uno di loro mi venne a dire: — Tu cerchi la pace e qui la pace non la troverai. Vedi l’atteggiamento de’ tuoi fratelli. Altro luogo, altra messe Dio ti prepara».

È questa una dolorosa manifestazione, irradiata da una luce consolante, solo nelle ultime parole… Il Beato corre dal suo direttore per conchiudere positivamente qualche cosa, ma questi «non volle udire parlare né di sogni né di frati: — In questo affare, rispose, bisogna che ciascuno segua le sue propensioni e non i consigli altrui».

 

Il segnale di via

Giovanni si raccoglie; un’anima semplice e buona, «Evasio Savio, fabbro ferraio» di Castelnuovo «che da gran tempo amava Giovanni» dopo avergli dato la testimonianza affettuosa del suo cuore, invitandolo a pranzo, «pare lo esortasse a chiedere consiglio a don Giuseppe Cafasso, il santo sacerdote di Torino».

E questo «uomo di Dio» fu molto preciso; lo dissuase dall’aggregarsi ai francescani, dicendogli: «Andate avanti tranquillamente negli studi; Entrate in seminario; E secondate ciò che la Divina Provvidenza vi sta preparando».

La Divina Provvidenza è il terzo fattore che agisce nella storia, quello che non solo permette di meglio comprendere la concatenazione dei fatti e il lavorio ingrovigliato della libertà umana, ma quando la mente assurge alla considerazione di questa causa suprema, acquista l’intelligenza anche di ciò che sfugge alla ragione umana; la vita diviene sapientemente ordinata, secondo il programma divino, che il regime provvidenziale attua nella storia.

Giovanni ritrovò così la sua aspirazione interiore in una determinazione esteriore molto precisa e ne ebbe conferma con un monito celeste che gli ingiungeva di mettersi alla testa di una schiera di fanciulli e di farsi loro «guida».

Ma non è detto che una parola esterna, anche sapiente, diventi subito regola di vita, senza una vera e propria spoliazione del proprio modo di vedere.

«Al termine di quell’ultimo anno di ginnasio (1834-1835), Giovanni fu nuovamente in angustie per la sua vocazione. Atterrito dai pericoli che si incontrano nel mondo era nuovamente dubbioso sulla scelta del seminario o del chiostro, e dopo molte riflessioni si decideva ad entrare nell’ordine benemerito dei francescani, convinto che ciò non avrebbe potuto impedire lo svolgimento dei destini che Dio gli aveva fissati».

Questa nuova ripresa non trovò Giovanni da solo. L’amico Comollo — santa anima di giovane studente — lo assiste, invitandolo a pregare la Vergine Madre, sede della sapienza, ed intanto che egli stesso scrive allo zio, prevosto di Cinzano, prega fervorosamente.

Don Comollo esprime nella lettera di risposta gli stessi sentimenti di don Cafasso: entrare in seminario «aspettando a decidersi per un ordine religioso in età più matura». Anche il prevosto di Castelnuovo, don Michele Antonio Cinzano che tanto amava quel santo giovane, aveva dato lo stesso consiglio.

 

Il savio suggerimento

Giovanni, pur rimanendo internamente deciso ad abbracciare lo stato di perfezione della vita religiosa, al momento nel quale il Signore gliene avrebbe aperta la via, entra in seminario; il 25 ottobre 1835 «nella chiesa parrocchiale di Castelnuovo, prima della messa solenne», egli è vestito dell’abito clericale.

Questa cerimonia esterna, segna una tappa caratteristica nella vita spirituale del Beato, perché se Giovanni seguendo il «savio suggerimento» dei suoi consiglieri si lascia guidare dallo Spirito Santo per la via che lo condurrà al sacerdozio, nel fare il primo passo sente tutto il significato dello spogliamento esterno simboleggiante quello interno, e sente pure tutto il significato del rivestimento esterno, simboleggiante quello interno.

«Quando il prevosto mi comandò di levarmi gli abiti secolareschi, con quelle parole: II Signore ti spogli dell’uomo vecchio con tutti i suoi atti, dissi in cuor mio: — Oh quanta roba vecchia c’è da togliere. Mio Dio, distruggete in me tutte le mie cattive abitudini», esprimendo con questa preghiera, il desiderio di una totale purificazione dello spirito.

«Quando poi nel darmi il collare, aggiunse: II Signore ti rivesta dell’uomo nuovo che secondo Dio è stato creato nella giustizia e nella santità della verità, mi sentii tutto commosso e aggiunsi tra me: — Sì, o mio Dio, fate che in questo momento io vesta un uomo nuovo, cioè che da questo momento io cominci una vita nuova, tutta secondo i divini voleri, e che la giustizia e la santità siano l’oggetto costante dei miei pensieri, delle mie parole e delle mie opere. Così sia. O Maria siate la salvezza mia!».

Spogliamento dell’uomo vecchio! Se è facile togliersi un vestito usato e mettersene uno nuovo, la cosa non va tanto liscia quando si tratta della vita spirituale, perché la purificazione totale della mente e del cuore, delle facoltà superiori e di quelle inferiori, attraverso quello che san Giovanni della Croce ha chiamato la «notte dei sensi» e la «notte dello spirito», è molto dolorosa.

Avremo modo di studiare questo graduale perfezionamento della carità del Beato, esaminando l’azione di altri doni dello Spirito Santo in lui, ma non possiamo tralasciare alcune testimonianze del suo professore di teologia, monsignor Giovanni Battista Appendini e dei suoi compagni di seminario.

Il primo notava che «il chierico Bosco per pietà e per studio fece molti progressi in seminario, senza averne le apparenze, a cagione di quella sua bonarietà che fu poi il carattere di tutta la sua vita».

«Don Giacomelli attestava: — Fin dai primi giorni che lo conobbi in Seminario, lo considerai come se fosse già prete per la sua assennatezza e morigeratezza —».

«II dott. Carlo Allora: — In seminario dava esempi preclari di pietà e di obbedienza. Tanta era la stima che di lui avevano i chierici, che lo consideravano più che compagno, superiore. Noi fin da quei tempi, lo tenevamo come santo —».

«Don Grassini, prevosto di Scalenghe: — Don Bosco era paciere tra compagni e compagni —».

«Molti altri» rendevano testimonianza alla sua amabilità e alla sua santità: «Questo nostro amabile compagno in seminario era tenuto in gran conto, per santità di vita».

Rivestimento dell’uomo nuovo! Senza dubbio l’infusione della grazia, delle virtù teologali, dei doni dello Spirito Santo, delle altre virtù che perfezionano il nostro organismo è una prima abilitazione a bene operare; ma è pur necessario che l’uomo cooperi con sforzo sostenuto, affinché i germi non rimangano sterili, le buone qualità producano buone azioni, e la vita sia plasmata secondo il divino Modello, tutta ordinata in Dio. Lo spirito nostro sempre più perfettamente dirozzato e purificato perde la sua durezza e acquista una grande sensibilità soprannaturale che lo rende pieghevole e interiormente sempre docile alle ispirazioni dello Spirito Santo.

Né è, forse, senza profondo significato quella parola detta dal chierico Giovanni Bosco, nel suo secondo anno di seminario, quando, per distinguersi da un compagno che portava il suo stesso nome e che aveva scelto per sé il nomignolo di Bosco d’ puciu (legno di nespolo, molto duro) egli soggiungeva, con fine senso: «Ed io mi chiamo Bosco d’ sales, opponendo volutamente alla durezza e rigidità del legno di nespolo la pieghevolezza e la flessuosità del salice».

Rimaneva però sempre una decisione sua personale, ultimo residuo del suo modo di intendere la chiamata del Signore: quella del suo definitivo stato di vita. L’ultima ripresa si ha nel 1844, nove anni dopo l’obbedienza del 1835, quando egli, già sacerdote, ha iniziato il suo apostolato giovanile, e sta per finire il terzo anno di preparazione pastorale, nel convitto ecclesiastico di Torino.

Solo che in quell’ultima ripresa della nostalgia claustrale, egli ha accanto a sé un santo: don Giuseppe Cafasso, il quale già gli aveva espressamente dichiarato la volontà del Signore, lasciandogli però una possibilità di scelta ulteriore.

Ora invece il no! è «secco e risoluto». Né francescano, né oblato di Maria, né fuori d’Italia, come missionario, né fuori di Torino, come curato o parroco.

«Mio caro don Bosco, abbandonate ogni idea di vocazione religiosa, andate a disfare il baule, se pur l’avete preparato e continuate la vostra opera a pro dei giovani. Questa è la volontà di Dio e non altra!».

 

 

Ceslao PERA, I doni dello Spirito Santo nell’anima del beato Giovanni Bosco, pag. 61

 

P. Bruno FERRERO

Salesiano di Don Bosco, esperto di catechetica, autore di vari libri. È stato direttore editoriale della casa editrice salesiana Elledici. È il direttore del "Il Bollettino Salesiano" italiano, cartaceo.