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Il mese scorso, la casa del Servo di Dio Nino Baglieri a Modica ha accolto le insigni reliquie di San Giovanni Bosco – precisamente la lingua e la laringe del santo dei giovani – come segno vivo di un carisma che non conosce tramonto. Un gesto profondamente simbolico: la voce di don Bosco che torna a risuonare tra le mura di chi, come Nino, ha trasformato la sofferenza in missione e testimonianza. Non è la prima volta che questa casa diventa santuario di fede salesiana: già nel 2004 vi sostò l’urna di San Domenico Savio e nel 2013 quella dello stesso don Bosco. Tre incontri, tre tappe di un cammino di santità popolare che unisce il fondatore dei Salesiani a un suo figlio spirituale del Sud Italia.
Lo scorso 2 febbraio 2026 la casa del Servo di Dio Nino Baglieri (1951-2007) a Modica (Ragusa) ha accolto le insigni reliquie di San Giovanni Bosco. Nino era un giovane come tanti, con molti “sogni nel cassetto” e grandi aspettative dalla vita. A 17 anni la sua vita prende una piega irreversibile e inaspettata: durante una normale giornata lavorativa come muratore cade da un’impalcatura di 17 metri e, in pochi secondi, tutto cambia: il suo corpo virile perde la vitalità, si riduce a un “nulla”. Quella disgrazia però, nei piani di Dio, ha un significato diverso: una chiamata che Nino comprenderà dopo dieci lunghi anni di buio, tristezza e imprecazioni. Il sole della vita albeggia in Nino il 24 marzo 1978, quando lo Spirito Santo, grazie alla preghiera di un gruppo di giovani del Rinnovamento nello Spirito Santo e per l’imposizione delle mani di padre Aldo Modica, brucia l’uomo vecchio e apre il suo cuore alla grazia della Parola di Dio. Da quel momento Nino ha sete di Dio: vuole conoscerlo, testimoniarlo, ne fa la sua missione di vita, vuole lavorare con don Bosco ed entra nella grande Famiglia Salesiana, prima come Cooperatore salesiano (3° ramo della Famiglia Salesiana, fondato a Torino dallo stesso don Bosco il 9 maggio 1876) e successivamente come Volontario con Don Bosco (17° ramo della F.S., fondato da don Egidio Viganò il 12 settembre 1994).
Attraverso le reliquie della lingua e della laringe del santo dei giovani si vuole tenere viva e attuale l’opera di evangelizzazione col carisma del “Da mihi animas, cetera tolle” (Dammi le anime, prendi tutto il resto). Il motto trae ispirazione dal racconto biblico di Genesi 14,21 ed esprime la missione del santo: dedicarsi interamente alla salvezza spirituale dei giovani, trascurando le ricchezze materiali o personali. Le reliquie della lingua e della laringe di don Bosco sono umili ma eloquenti segni per i giovani: ricordano un uomo che ha donato la sua voce, la parola, il respiro, l’annuncio, il consiglio, il rimprovero e la carezza di un padre.
Don Bosco presente con le reliquie della lingua e della laringe
Le reliquie ci ricordano che don Bosco non ha salvato i giovani con miracoli strepitosi, ma con parole quotidiane dette con amore, pazienza e fede. La lingua di don Bosco ha pronunciato migliaia di parole buone: quelle che cambiano la vita. Quante paroline all’orecchio dei giovani! Ha confessato, ha predicato, ha consigliato, ha ascoltato, ha pregato…
Anche oggi la voce di don Bosco ci dice: “Dio vi ama, vi vuole felici, vi chiama alla santità”.
Leggiamo dalla Strenna del Rettor Maggiore 2026: “Non bisogna avere né paura né vergogna: favoriamo a livello personale e comunitario l’audacia della fede. Non si tratta di un atteggiamento che sfida il mondo, tantomeno un fondamentalismo senza senso. L’audacia della fede è una conferma che vogliamo prendere sul serio la chiamata a essere cooperatori del progetto di Dio per i giovani”. Questa audacia don Bosco l’ha fatta sua, l’ha vissuta sino a fargli dire: “Nelle cose che tornano a vantaggio della pericolante gioventù o servono a guadagnare anime a Dio, io corro avanti fino alla temerarietà”.
Nella casa di Nino Baglieri anche l’urna di Domenico Savio
La casa di Nino era stata già in precedenza ospitale con reliquie dei santi salesiani. Era il 18 marzo 2004, in occasione del 50° di canonizzazione di San Domenico Savio. L’allora Rettor Maggiore dei Salesiani, don Pascual Chávez Villanueva, decise di far peregrinare l’urna con le spoglie di Domenico per tutta l’Italia e non solo.
Domenico era rappresentato nel simulacro con le braccia stese verso il cielo, con gli occhi aperti a contemplare la luce del Signore. “Oh! che bella cosa io vedo mai!”, sono state le sue ultime parole prima di morire, il 9 marzo 1857, mentre intuiva la bellezza del paradiso.
Ai tempi Nino, per motivi di salute, non usciva di casa: il catarro e le piaghe glielo impedivano. Aveva però nel cuore un grande desiderio di vederlo e ringraziarlo per quello che Domenico Savio aveva fatto per lui. Nino era molto legato al giovane santo salesiano, condividendo la data del 6 maggio, memoria liturgica in cui onoriamo il santo delle culle e anniversario della croce, come lo definiva Nino dopo aver accettato in quella data quanto gli era accaduto a 17 anni cadendo da un ponteggio e rimanendo tetraplegico. Facciamo parlare direttamente Nino dai suoi bocca-scritti: “Dopo essere stata nella Chiesa di Santa Maria di Betlemme a Modica, accolta l’urna dal Vescovo, da tutti i Sacerdoti della città e tantissima gente venuta da ogni parte della Diocesi, ho avuto la grande gioia di avere S. D. Savio dentro la mia cameretta. Quanta gente è venuta, prima hanno fatto l’accoglienza nel cortile dei Salesiani e poi tanti giovani hanno spinto la Sacra Urna, pesante 400 kg, a casa mia, a capo l’Ispettore Don Perrelli, Suore e Salesiani. È stata una grande emozione. Don Perrelli disse che, in tutte le cattedrali che ha visitato S. D. Savio, questa è la più bella. Ho parlato per un quarto d’ora, ho toccato i cuori di tutti, è stata una forte emozione, c’era un silenzio e tutti gli sguardi su di me e su Domenico Savio. Si vedeva tutto il suo corpo e sotto vi erano le Sue ossa, l’Urna è a forma di diamante, mi spiegò l’Ispettore, per contenere questa gemma preziosa, che è Domenico Savio. Dalla porta è entrato proprio a misura, i ragazzi erano stanchi ma contenti perché avevano fatto tutto con tanto amore. […] In quell’occasione ho consegnato anche la mia richiesta della professione perpetua all’Ispettore ed è stata una grande gioia. Signore, aiutami a dirti sempre «Sì», specialmente nei momenti difficili, fa’ che possa imitare S. D. Savio”.
Domenico Savio, come ci ha detto di lui don Bosco stesso, “era di carne e di ossa come noi, aveva le medesime cattive inclinazioni come tutti noi, era stato educato in oratorio, studiava ed andava a scuola come voi, giocava e si divertiva come tutti voi, solo era un po’ più buono e ci lasciò un esempio”.
Nella casa di Nino Baglieri anche l’urna di don Bosco in occasione del bicentenario della nascita
L’altra occasione di ospitare le reliquie di don Bosco a casa di Nino Baglieri è stata il 4 novembre 2013. In occasione del bicentenario della nascita del santo dei giovani, le sue spoglie mortali hanno fatto il giro del mondo. L’urna, del peso di 530 kg, custodiva un manichino di don Bosco simile a quello conservato nella Basilica di Maria Ausiliatrice. All’interno del manichino, sul lato del cuore, è contenuta una teca sigillata con una reliquia della mano di don Bosco, quella mano che ancora indirizza tanti giovani sulla retta via.
Nino, in quell’occasione, non era più in vita, ma la sosta è stata fortemente voluta come segno di testimonianza di un uomo di fede che ha fatto della sua sofferenza un altare e un’oblazione al Vangelo vissuto nella sua interezza. La sofferenza, come “dolce sposa”, è stata la compagna di una vita; tanta gente andava a casa di Nino per consolarlo, ma ne usciva consolata non per i grandi discorsi che ascoltava, ma per la semplicità di vivere ogni giorno la vita in pienezza nella sua condizione di malattia e sofferenza: così Nino, nonostante i suoi limiti fisici, ha varcato tante “porte”, perché era consapevole del messaggio prezioso che doveva divulgare in ogni modo e con ogni mezzo. Non si è risparmiato sino all’ultimo sospiro; infatti, a poco più di un mese (gennaio 2007) dalla fine del suo pellegrinaggio terreno si è recato a Roma, con il cognato Paolo, in condizioni critiche di salute, per dare la sua testimonianza di fede a quanti partecipavano alle Giornate di Spiritualità Salesiana. Scrive Nino: “Ero stanco, emozionato, ma felice di trovarmi là e di parlare dell’amore di Dio e di quello che aveva operato nella mia vita, al mondo Salesiano […] Mi sono sentito come Pietro e Paolo quando sono stati chiamati a Roma per testimoniare Cristo con la loro Vita e l’ho testimoniato con la mia Croce”. Il Rettor Maggiore, don Pascual Chávez, ebbe a dire: “La tua testimonianza è stata ascoltata con massima attenzione: anche se non parlavi, bastava la tua presenza per farci riflettere sul dono della Vita e quanto ti è costato venire. Hai lasciato un segno nel cuore di tutti”. Come segno di riconoscenza si è tolto il distintivo di don Bosco che aveva sulla giacca e l’ha messo sul petto di Nino.
Il desiderio di farsi santo albergava nel suo cuore e giornalmente veniva alimentato dalla santa Eucaristia, ricevuta a casa attraverso il ministro della comunione, e dalla sua sofferenza, offerta in segno di oblazione quale esperienza dell’amore di Dio. In questa direzione fanno eco le parole di papa Francesco a non aver paura della santità: la stessa non è riservata a pochi intimi. Invito che troviamo quale incipit principale che fa da sfondo all’esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” (c. 1, p. 7). Scrive il papa: “Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere”.
Questa stessa santità l’ha voluta incarnare il Servo di Dio Nino Baglieri, che ha fatto sue le parole di don Bosco: “Se lui era così, se lui è riuscito a farsi santo, perché non lo possiamo essere anche noi?”.
Don Bosco, attraverso le sue reliquie, continua a parlare e ci invita a percorrere il cammino di santità aperto a tutti coloro che vogliono ascoltarlo.
Roberto Chiaramonte

