21 Apr 2026, Mar

Conosciamo don Bosco (7). Gli occhi di don Bosco

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La storia degli occhi di don Bosco rivela un tratto sorprendente e profondamente umano del Santo. Tra le numerose immagini che lo ritraggono, la fotografia scattata a Genova nel 1886 restituisce con maggior verità la sua fisionomia: uno sguardo luminoso, capace di conquistare e far intuire il suo cuore di padre, nonostante al tempo l’occhio destro fosse ormai spento e il sinistro gravemente indebolito. Fin da giovane, infatti, don Bosco soffrì di problemi alla vista, aggravati da incidenti legati a temporali, da una vita di studio instancabile e da continui sacrifici. Malgrado ciò, non smise mai di dedicarsi ai giovani e alla missione affidatagli, affrontando con pazienza e fede anche la crescente cecità.

 

 

Perché aveva i piedi ben saldi alla terra e gli occhi fissi al cielo.

 

 

Tra tutte le fotografie di don Bosco ce n’é una che, a detta di chi l’ha conosciuto, meglio di tutte riproduce la sua vera fisionomia. È la fotografia eseguita da Angelo Ferretto, dello Stabilimento Gustavo Luzzati di Genova, il 16 marzo 1886, quando don Bosco a 71 anni, in viaggio per la Spagna, si era fermato alcuni giorni a Sampierdarena.

Questa fotografia venne poi ritoccata nel 1888 dal pittore Giuseppe Rollini per il famoso ritratto a olio conservato nelle «Camerette» di don Bosco. Fu pure utilizzata da Giovanni Crida per i suoi noti quadri del Santo.

Nel ritratto genovese gli occhi di don Bosco risplendono di una luce particolare che ti pervade e ti conquista, rivelandoti il cuore di padre che egli ebbe.

Eppure chi lo immaginerebbe? Quando don Bosco posò per quella fotografia, il suo occhio destro era ormai spento e quello sinistro stanco e malato.

 

La vista di don Bosco

Sin da giovane don Bosco soffriva di bruciore agli occhi, a causa delle lunghe veglie e del continuo leggere e scrivere al lume della candela o della lampada ad olio.

Nel 1840, nel seminario di Chieri, mentre stava alla finestra ad osservare il cielo minaccioso, cadde il fulmine sul parapetto e alcuni mattoni svelti lo colpirono allo stomaco gettandolo a terra svenuto (MB I, 488).

Anni dopo, in una notte di temporale, mentre egli si trovava a Sant’Ignazio sopra Lanzo per gli Esercizi Spirituali, la porta a vetro del corridoio dove si trovava, si spalancò con fragore sotto l’impeto della bufera ed il fulmine si scaricò, tra un diluvio di pioggia, ai suoi piedi. Egli ne rimase miracolosamente incolume; si buscò tuttavia un mal d’occhi che si rinnovò spesso, mentre l’occhio destro gli rimase poi sempre offuscato (MB V, 513).

Non fu quella l’ultima volta che il fulmine molestò don Bosco. A Valdocco, la notte del 15 maggio 1861, si prese ancora la briga di tormentarlo. Dopo quell’incidente il suo mal d’occhi si aggravò sino al punto di rendergli spento del tutto l’occhio destro e indebolirgli talmente quello sinistro da far temere il peggio. Gli fu allora prescritto di non leggere né scrivere dopo il tramonto del sole (MB VI, 937ss).

Non risulta che don Bosco si sia tenuto alla prescrizione, ma fu costretto a portare occhiali oscuri («gli occhiali azzurri», dicono le Memorie). Un exallievo di Borgo San Martino, Carlo Rampini, ricorda in «La Voce del Collegio» («La Voce del Collegio» Anno XIII, n. 4) una visita di don Bosco rimasta incancellabile nella sua memoria e dice: «Appena scese in cortile, fu subito un generale accorrere attorno a lui per baciargli le mani e ascoltare le sue paterne raccomandazioni. E don Bosco, sempre buono con i suoi cari ragazzi, prese un atteggiamento quasi profetico e, messosi gli occhiali, scrutando di sotto ai cristalli i nostri occhi, scherzevolmente diceva: — In questo momento, cari figliuoli, io non solo vedo voi, ma vedo anche i vostri pensieri».

Dunque don Bosco, almeno per un certo tempo, portò perfino… gli occhiali da sole!

Fu pure costretto a chiedere la dispensa dalla recita del Breviario per i periodi di tempo in cui non poteva leggere senza grande fatica. Egli stesso disse un giorno al beato don Filippo Rinaldi che, giovane chierico, gli aveva comunicato di aver bisogno dell’oculista:

— Vedi, anch’io ho sempre avuto la vista debole e poi mi si è indebolita tanto che in certi periodi non posso leggere nulla, proprio nulla, mentre in altri leggo e scrivo con minor o maggior fatica (MB XIX, 400).

Don Rinaldi comprese allora che altrettanto sarebbe avvenuto a lui. E fu proprio così, perché anche don Rinaldi per molto tempo non poté neppure recitare il Breviario, cosa che riuscì, invece, a fare più tardi senza fatica.

Da varie lettere di don Bosco si hanno particolari interessanti sullo stato della sua vista. Scrivendo alla Contessa Callori il 14 novembre 1873, egli le diceva: «I miei consulti oculistici ebbero per sentenza: l’occhio destro con poca speranza; il sinistro si può conservare in status quo mediante astinenze dal leggere e scrivere. Quindi mangiare, bere bene, dormire, passeggiare, etc. etc. Così andremo avanti» (E 1126). Alla stessa Contessa il 25 novembre 1878 scriveva: «Qui noi stiamo tutti bene in genere. Soltanto la mia vista va precipitosamente peggiorando. Dio vede bene così, perché non me ne serviva come doveva» (E 1866).

Nel suo viaggio in Francia del 1879, don Bosco, scrivendo a don Rua da Marsiglia l’11 gennaio, lo informava: «La mia sanità in generale è assai buona. L’occhio sinistro non ha peggiorato, il destro guadagnò alquanto. In questi momenti leggo le parole Le Citoyen, cosa che in due mesi mi tornò assolutamente impossibile» (E 1891).

Nel viaggio del 1880 visitò le case di Saint-Cyr e della Navarre, prima di tornare a Marsiglia. Lo accompagnava don Ronchail, sostituito poi da don Cagliero. Questi trovò che don Bosco «aveva buona gamba per camminare, ma poca vista per vedere». Don Bosco stesso in quell’anno osservava: «È vero. Con un occhio vedo meno che con due. Tuttavia spero che il Signore mi conserverà quest’uno perché altrimenti non potrei più lavorare. Oh! il Signore saprà bene aggiustare in qualche modo le cose!» (MB XIV, 51).

Dopo il 1880 le sue condizioni peggiorarono assai, tanto che il 14 ottobre 1884 don Bosco fu costretto a chiedere alla Sacra Penitenzieria l’indulto per celebrare nei giorni festivi la messa votiva della Beata Vergine e in quelli feriali la messa per i defunti. Eppure non se ne lamentò mai, e neppure pregava per guarirne. Pregavano invece i suoi figli; ma il Signore aveva le sue vie. E don Bosco, nonostante il male, continuò con sforzo immane ad occuparsi di tutti e di tutto per promuovere la gloria di Dio ed il bene delle anime, fino alla morte.

 

 

Natale CERRATO, Don Bosco e il suo stile, pag.48

Editor BSOL

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