28 Mag 2026, Gio

Conosciamo don Bosco (9). Un padre amorevole

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Don Bosco seppe conquistare i giovani poveri non solo per le sue doti esteriori, ma soprattutto per una profonda sintonia affettiva nata dalla sua esperienza personale di orfano e di abbandono. Le ferite emotive dell’infanzia alimentarono in lui una naturale solidarietà con i ragazzi soli e un intenso desiderio, anche inconscio, di essere per loro padre. Scelse di vivere per i giovani, manifestando loro un amore esplicito, stabile e rassicurante, anticipando le intuizioni della psicologia moderna sull’importanza di sentirsi amati.

 

 

Perché sapeva dire “per sempre”.

 

 

Don Bosco ebbe successo con i giovani poveri e abbandonati perché era un prete simpatico, atletico e giocoliere. Ma soprattutto li conquistò perché era in grado di sintonizzarsi inconsciamente con loro per essere stato lui stesso, a sua volta, abbandonato, orfano, senza cibo, senza tetto e con un grande bisogno di calore. In altre parole la sua capacità naturale di sintonizzarsi con i giovani fu la conseguenza di un inconscio processo di solidarietà emotiva con loro. Spesso l’amore nasce proprio dalla comprensione e dalla compartecipazione allo stesso disagio, allo stesso problema.

Oltre ai motivi consci quindi, contarono anche le motivazioni inconsce, perché durante la prima parte della sua vita incontrò molti “padri buoni”, ma sempre lì perdette, soprattutto per la loro morte, alimentando periodicamente una profonda “angoscia da abbandono”. Tali vissuti dolorosi corrisposero dunque a un continuo “girare il ferro nella piaga”, che certamente contribuì a dotarlo, anche da adulto, di una grande disponibilità verso chi aveva bisogno di un padre.

La sua ripetuta esperienza di orfano biologico e affettivo lo portò quindi non soltanto alla ricerca di padri, ma anche di figli, perché don Bosco aveva esperito sulla sua pelle che il bisogno di calore familiare è un’esigenza del ragazzo e che, quando manca, il giovane ne soffre e ne piange. Quando da adolescente, dopo la morte di don Calosso, non riusciva a stabilire un rapporto familiare con le uniche figure paterne a lui possibili, il prevosto e il viceparroco, i quali incontrandolo per strada si limitavano a rispondere al suo saluto, don Bosco scrisse: «Più volte piangendo diceva tra me ed anche con altri: «Se io fossi prete, vorrei fare diversamente; vorrei avvicinarmi ai fanciulli, vorrei dir loro delle buone parole, dare dei buoni consigli. Quanto sarei felice, se potessi discorrere un poco col mio prevosto» (MO, 44).

Proprio perché aveva vissuto questi stati emotivi, da adulto volle bene ai giovani e li aiutò, specialmente se erano soli. Ma questa disponibilità conscia a capirli e a lenirne il dolore da perdita affettiva, corrispondeva anche a un suo desiderio inconscio di aiutare tanti “sé stesso soli”.

Bisogna inoltre tenere presente che don Bosco fu il “padre della gioventù” anche per una motivazione di tipo biologico. Ogni uomo sente infatti il bisogno di arricchire la sua personalità attraverso quella di un figlio. Don Bosco però aveva sublimato, nel contesto del celibato consacrato, il potenziale affettivo della paternità biologica in una paternalità affettiva (intendendo per paternalità la capacità di espletare quelle funzioni affettive e pratiche per allevare i figli), così che la sua fu una paternalità psicologica e materiale che si trasmette con l’amore. Non si limitò quindi all’ospitare e al provvedere materialmente ai giovani, ma esercitò nei loro riguardi un ruolo che non coincideva con quello della figura paterna nella famiglia patriarcale del suo tempo, dove l’amorevolezza” era una debolezza mentre il “farsi temere” una patente di merito.

Don Bosco scelse infatti di vivere con i giovani e di dedicare a loro tutta la sua vita. Ma fu anche quotidianamente un padre “a tempo pieno”, che pensava ai suoi “figli” giorno e notte, anche quando dormiva, poiché spesso li sognava, continuando a volte nella scena del sogno quello che aveva pensato da sveglio. Soffriva a starne lontano, al punto di disubbidire ai superiori e di rischiare la salute per ritornare all’Oratorio il più in fretta possibile. Nel 1846, dopo la grave malattia che lo portò in punto di morte, ridusse la convalescenza presso la madre a Murialdo per ritornare a Valdocco.

«Avrei più a lungo protratta la mia dimora in quel luogo nativo, ma i giovanetti cominciarono a venire a schiere a farmi visita, a segno che non era più possibile godere né riposo né tranquillità. Tutti mi consigliavano a passar almeno qualche anno fuori di Torino, in luoghi sconosciuti, per tentar l’acquisto della primiera sanità. D. Caffasso e l’Arcivescovo erano di questo parere. Ma tal cosa tornandomi di troppo grave rincrescimento, mi fu acconsentito di venire all’Oratorio con obbligo che per due anni non avessi più preso parte né alle confessioni né alla predicazione. Ho disubbidito. Ritornando all’Oratorio, ho continuato a lavorare come prima e per 27 anni non ho più avuto bisogno né di medico, né dì medicine. La qual cosa mi ha fatto credere che il lavoro non sia quello che rechi danno alla sanità corporale» (MO, 191-192).

E anche la lettera scritta da don Bosco anni dopo, il 9 febbraio 1872 da Alassio (dopo un’altra grave malattia) a don Michele Rua, testimonia come questo “voler bene” non sia mai venuto meno:

«… giovedì prossimo a Dio piacendo sarò a Torino. Mi sento un bisogno grave di andarvi. Io vivo qui col corpo, ma il mio cuore, i miei pensieri e fin le mie parole sono sempre all’Oratorio, in mezzo a voi. È questa una debolezza, ma non la posso vincere» (E, II, 193).

Nel modo di voler bene ai giovani don Bosco precorse le scoperte della psicologia infantile, affermando: «Che i giovani non solo siano amati, ma che essi stessi conoscano di essere amati» (MB, XVII, 110). Il ragazzo cioè deve sentire e conoscere l’affetto dell’adulto, perché si può voler bene in maniera vera e profonda fin che si vuole, ma se non lo si manifesta, egli non lo percepisce. Se infatti questo volergli bene non è agito in concreto, se non va oltre le apparenze formali, le conseguenze possono essere drammatiche per l’inevitabile conclusione a cui giunge: “Nessuno mi vuole bene perché non valgo nulla”.

Ma anche da adulti noi troviamo il senso del nostro esistere nell’essere amati dagli altri. A tutti fa piacere essere amati, rispettati, aiutati, elogiati, a volte persino un po’ adulati; talvolta qualche complimento è un diritto per alimentare in giusta dose il nostro sano narcisismo. Più ci sentiamo amati, più siamo convinti di valere. Infatti ci amiamo, se siamo stati amati; ci piacciamo, se piacciamo agli altri; amiamo il nostro corpo, se è apprezzato e amato dagli altri.

Gli affetti costituiscono la sostanza della vita e la ricerca di riconoscimento, accettazione e approvazione da parte degli altri rientra nella normalità psicologica. Inoltre sono utili all’economia psichica perché, quando restano a livello di desiderio, fanno sentire orfani per tutta la vita.

Don Bosco voleva quindi giustamente un affetto “dichiarato”. Proprio perché ne era profondamente convinto, spesso quando accettava un nuovo giovane lo accoglieva dicendogli: «Vieni, io ti farò da padre» (MB, IV, 290). Non soltanto “ti farò da padre” per un giorno, un mese o un anno, ma “per sempre”. Il ragazzo infatti non soltanto deve sapere che l’adulto gli vuole bene in maniera psicologicamente matura, ma deve essere anche rassicurato sulla continuità di questo affetto.

Don Bosco era passato attraverso una dolorosa sequenza di frustrazioni affettive (perdita del padre, angherie del fratellastro Antonio, morte improvvisa di don Calosso, ecc.); aveva quindi intuito che non bastava voler bene, ma che era fondamentale, olire alla qualità affettiva, anche la continuità, che tranquillizza e rassicura chi deve crescere. C’è un episodio molto significativo al riguardo verificatosi nel 1854, durante l’epidemia di colera. Tra i ragazzi rimasti orfani, uno si chiamava Pietro Enria. Leggiamo la testimonianza dello stesso protagonista, che descrisse il suo incontro con don Bosco avvenuto nell’orfanatrofio provvisorio, aperto d’urgenza dal municipio di Torino presso la chiesa di San Domenico.

«Io ho conosciuto il Servo di Dio nel settembre del 1854 nel Convento dei Domenicani, ove per cura di un comitato si raccoglieva noi fanciulli rimasti orfani per causa del colera che imperversava. Ivi un giorno venne D. Bosco a visitarci (eravamo un centinaio), accompagnato dal Direttore dell’Orfanatrofio. Io non l’aveva mai visto, aveva un’aria ridente e piena di bontà, che si faceva amare prima ancora di parlargli, fece un sorriso a tutti e poi domandava nome e cognome, se sapevamo il catechismo, se ci eravamo confessati e se avevamo già fatta la prima comunione e tutti rispondevamo con confidenza. Passò finalmente vicino a me, ed io mi sentii battere il cuore non per timore, ma per affetto che sentiva verso di lui, mi domandò nome e cognome e poi mi disse: «Vuoi venire con me, saremo sempre buoni amici, finché possiamo andare in Paradiso, sei contento? — E io risposi: — «Oh sì, signore»; poi soggiunse: — e questi che hai insieme è tuo fratello? — sì, signore, risposi: — Ebbene verrà anche lui».

 

 

Giacomo DACQUINO, Psicologia di don Bosco, pag. 96

P. Bruno FERRERO

Salesiano di Don Bosco, esperto di catechetica, autore di vari libri. È stato direttore editoriale della casa editrice salesiana Elledici. È il direttore del "Il Bollettino Salesiano" italiano, cartaceo.