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La reliquia del Preziosissimo Sangue di Gesù, custodita dietro l’altare della chiesa di San Giuseppe a Capo le Case, a Roma.
Il Sangue di Cristo è il segno più concreto dell’amore di Dio: vita donata, misericordia offerta, redenzione compiuta. Questa devozione, radicata nella Scrittura, nella liturgia e nella spiritualità della Chiesa, trovò nell’Ottocento una nuova fioritura e non rimase estranea al cuore apostolico di don Bosco. Per lui il Preziosissimo Sangue non era una pratica devozionale isolata, ma entrava nel centro della vita cristiana: la Messa, la Confessione, l’Eucaristia, il Sacro Cuore e la salvezza delle anime. Ogni giovane, per don Bosco, aveva un valore infinito perché redento dal Sangue di Gesù. Da qui nasceva anche la sua passione educativa: condurre le anime a Dio, cooperando all’opera della Redenzione.
Storia della devozione
Il sangue è da sempre percepito come segno della vita. Non si tratta soltanto di una convenzione simbolica: il sangue sostiene realmente la vita del corpo, portando nutrimento e ossigeno, e la sua perdita può condurre alla morte. Proprio per questo, nelle culture antiche e nella rivelazione biblica, il sangue non è mai un elemento puramente materiale: è la vita resa visibile che può essere offerta, versata, donata.
Da qui nasce anche il valore religioso del sangue nei sacrifici: offrire il sangue di una vittima significa offrire la vita stessa, riconoscendo che la vita appartiene a Dio e da Lui proviene. Nell’Antico Testamento il sangue dell’alleanza asperge il popolo e lo consacra al Signore; nel Nuovo Testamento, questo significato trova il suo compimento nel sangue di Cristo, “sangue dell’alleanza”, versato “per molti, in remissione dei peccati”.
La devozione al Preziosissimo Sangue di Gesù non nasce nell’Ottocento. Le sue radici sono nella Sacra Scrittura, nella liturgia e nella riflessione dei Padri della Chiesa. Il Nuovo Testamento parla ripetutamente del sangue di Cristo come prezzo della redenzione, fonte di purificazione, segno dell’alleanza nuova e definitiva. I Padri ripresero questi temi, soprattutto in relazione alla Passione e all’Eucaristia. Nel Medioevo, poi, la meditazione sul Sangue di Cristo divenne particolarmente intensa nella spiritualità mistica: basti pensare a san Bonaventura, a santa Gertrude, a santa Matilde e, in modo eminente, a santa Caterina da Siena, per la quale il Sangue di Cristo è la misura dell’amore misericordioso di Dio.
Sul piano liturgico, la storia della festa fu più graduale. Una delle prime concessioni è un Ufficio Liturgico, “De Sanguine Christi”, che risale al 1582, per la diocesi di Valencia, in Spagna. Nei secoli successivi la devozione si diffuse in varie Chiese locali e in alcune famiglie religiose. Nel XVIII secolo si moltiplicarono le concessioni di Messe e Uffici propri; tra queste ebbe particolare rilievo l’approvazione, nel 1747, di testi liturgici in onore del Preziosissimo Sangue, legati anche alla devozione alla reliquia venerata a Sarzana, dove si conserva una delle più antiche e celebri reliquie italiane legate al culto del Preziosissimo Sangue. Secondo la tradizione, l’ampolla contenente il Sangue di Cristo, raccolto sul Calvario da Nicodemo, giunse nel porto di Luni nel 782 insieme al Volto Santo, il crocifisso ligneo oggi venerato a Lucca. Mentre il crocifisso fu portato nella città toscana, l’ampolla rimase presso il vescovo di Luni e, dopo il trasferimento della sede episcopale, passò a Sarzana. Qui divenne il cuore di una devozione plurisecolare, custodita nella basilica concattedrale di Santa Maria Assunta e celebrata con particolare solennità il lunedì dopo la Santissima Trinità. La Chiesa di Luni-Sarzana elaborò anche un proprio ufficio liturgico del Preziosissimo Sangue, approvato da Benedetto XIV nel 1747, contribuendo così alla diffusione della devozione ben oltre i confini locali.
A Roma, il centro più importante della rinascita moderna di questa devozione fu la basilica di San Nicola in Carcere. Qui si venerava una reliquia che consisteva in un lembo della veste del centurione Longino, il soldato che trafisse il costato di Cristo. La tradizione racconta che quella stoffa fosse stata bagnata dal sangue uscito dal Cuore di Gesù e che fosse stata conservata per secoli dalla famiglia Savelli, che si riteneva discendente da quel soldato. Nel 1708 il principe Giulio Savelli, ultimo della sua casa, donò la reliquia alla chiesa di San Nicola in Carcere, vicina al palazzo di famiglia. La reliquia fu collocata all’altare del Santissimo Crocifisso, lo stesso che, secondo la tradizione, avrebbe parlato a santa Brigida. Sulla cassetta fu incisa la scritta “De aqua et sanguine Domini Nostri Jesu Christi quae effluxerunt ex eius sacratissimo latere dum pendebat in crucem“. Attorno a questa reliquia prese forma una devozione più organizzata al Preziosissimo Sangue.
In occasione del primo centenario della donazione, l’8 dicembre 1808, il canonico Francesco Albertini, rettore della chiesa, fondò con alcuni devoti una Pia Associazione in onore del Preziosissimo Sangue. Alla predicazione fu chiamato il giovane sacerdote Gaspare del Bufalo, destinato a diventare il grande apostolo di questa devozione.
La nascita di questo movimento avvenne in un tempo drammatico. Roma e lo Stato Pontificio erano sotto la pressione del dominio napoleonico; nella notte tra il 5 e il 6 luglio 1809 Pio VII fu arrestato e deportato. Anche don Gaspare fu coinvolto nella persecuzione: il 13 giugno 1810 gli fu imposto il giuramento di fedeltà al nuovo regime, ma egli rifiutò con le celebri parole: “Non debbo, non posso, non voglio”. Per questo fu incarcerato per tre anni.
Quella prova non spense il suo zelo, ma lo rafforzò. Gaspare maturò la convinzione che, dopo le ferite spirituali lasciate dalla persecuzione e dall’indifferentismo, fosse necessario un grande apostolato di rievangelizzazione. Vide nella devozione al Sangue di Cristo non una pratica marginale, ma il cuore stesso dell’annuncio cristiano: il segno più eloquente dell’amore redentore di Gesù e della misericordia aperta ai peccatori.
Il 15 agosto 1815, presso l’abbazia di San Felice di Giano (un giorno prima della nascita di san Giovanni Bosco) san Gaspare del Bufalo fondò la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue. La scelta di questa devozione non fu per lui un semplice orientamento spirituale personale, ma il centro della sua missione: predicare la conversione, rinnovare la fede, ricondurre le anime alla misericordia di Dio attraverso la contemplazione del Sangue versato da Cristo.
La tradizione biografica ricorda anche una predizione attribuita a suor Maria Agnese del Verbo Incarnato. Ella avrebbe confidato al suo direttore spirituale, Francesco Albertini, che nel tempo della persecuzione sarebbe sorto un sacerdote zelante, capace di scuotere molti dall’indifferenza mediante la devozione al Sangue di Cristo. Quel sacerdote sarebbe stato chiamato “la tromba del divin Sangue”. I biografi videro in san Gaspare il compimento di questa profezia.
La Pia Associazione fondata da Albertini fu eretta ad Arciconfraternita da Pio VII nel 1815. In seguito essa si trasferì nella chiesa di San Giuseppe a Capo le Case, a Roma, e con questa anche la reliquia che si trova ancora oggi custodita nel reliquiario proveniente da San Nicola in Carcere.
Un passaggio decisivo avvenne durante l’esilio di Pio IX. Nel novembre 1848, a causa della crisi rivoluzionaria romana, il Papa lasciò Roma e si rifugiò a Gaeta. Nel febbraio 1849 fu proclamata la Repubblica Romana e la situazione del pontefice divenne particolarmente difficile. In quel contesto il beato Giovanni Merlini, discepolo di san Gaspare e terzo Moderatore generale dei Missionari del Preziosissimo Sangue, aveva predetto al Papa che, se avesse fatto voto di estendere quella festa a tutta la Chiesa, sarebbe tornato presto a Roma.
Il Papa non volle legarsi con un voto, ma promise che avrebbe agito liberamente se gli eventi si fossero compiuti. Alla fine di giugno e nei primi giorni di luglio del 1849, le truppe francesi entrarono a Roma e la Repubblica Romana cadde. Pio IX rientrò fisicamente in città solo il 12 aprile 1850, ma già il 10 agosto 1849, da Gaeta, firmò il decreto “Redempti sumus”, con il quale estese la festa del Preziosissimo Sangue alla Chiesa universale, fissandola alla prima domenica di luglio.
Nel 1904 san Pio X beatificò Gaspare del Bufalo. Nel quadro della riforma liturgica del suo pontificato, la festa del Preziosissimo Sangue fu poi fissata al 1° luglio. Nel 1934 Pio XI, in memoria del XIX centenario della Redenzione, elevò la celebrazione al rango di solennità. San Giovanni XXIII, molto devoto al Preziosissimo Sangue, ne promosse ulteriormente il culto: nel 1960 approvò le Litanie del Preziosissimo Sangue e pubblicò la lettera apostolica “Inde a primis”.
La riforma del Calendario Romano dopo il Concilio Vaticano II collegò la solennità distinta del Preziosissimo Sangue alla solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo. Tuttavia la devozione non è scomparsa, è rimasta come memoria: continua nella pietà popolare e nei calendari propri delle famiglie religiose legate a questa spiritualità.
La devozione in don Bosco
La devozione di don Bosco al Preziosissimo Sangue di Gesù non appare come un tema isolato o marginale, ma come parte della sua spiritualità che si concentrava attorno a tre grandi poli: l’Eucaristia, la Madonna e il Papa.
Essa si inserisce soprattutto nel mistero dell’Eucaristia, della Confessione e della salvezza delle anime. Si trova soprattutto nei suoi scritti “Il cattolico provveduto per le pratiche di pietà”, “Associazione de’ divoti di Maria Ausiliatrice” e “Il giovane provveduto”.
Non poteva essere lontana questa devozione a lui che costruì una basilica sul luogo bagnato del sangue dei martiri torinesi Avventore, Solutore e Ottavio.
La devozione al Preziosissimo Sangue si colloca soprattutto nel primo di questi ambiti, cioè nel mistero eucaristico. Per don Bosco, infatti, la Santa Messa rende presente il sacrificio del Calvario: il Corpo e il Sangue di Cristo offerti sulla croce sono resi sacramentalmente presenti sull’altare. Per questo egli educava i giovani a partecipare alla Messa con raccoglimento, specialmente nel momento della consacrazione, e a comprendere che il Sangue di Cristo è il prezzo della redenzione. don Bosco ricordava che una sola goccia del Sangue di Gesù sarebbe bastata per salvare il mondo, ma Cristo volle versarlo tutto per manifestare più chiaramente il suo amore.
Un secondo punto centrale è la Confessione. don Bosco presenta il sacramento della Penitenza come il luogo in cui l’anima viene purificata dal Sangue di Cristo. Il peccatore è invitato a confidare nella misericordia divina, perché il Sangue versato da Gesù è sufficiente a lavare ogni colpa. Da qui nasce anche l’insistenza di don Bosco sulla confessione frequente, sulla sincerità, sul dolore dei peccati e sulla necessità di “aggiustare le cose della coscienza”. Qui il Sangue di Cristo è presentato come sorgente concreta di misericordia: non un’immagine astratta, ma il prezzo reale della redenzione che lava l’anima e la restituisce alla grazia.
La stessa devozione ha anche un forte legame con il Sacro Cuore. Nel “Cattolico provveduto” don Bosco collega il Cuore di Gesù all’amore del Redentore, alla sua vita offerta sulla croce e all’Eucaristia, “pegno” prezioso di questo amore. Le piaghe, da cui uscì il sangue preziosissimo, sono indicate come oggetto di speciale venerazione; il Cuore ne è come la sorgente spirituale, perché esprime l’amore che ha spinto Cristo a versare il suo Sangue.
Per don Bosco il Preziosissimo Sangue è il prezzo della redenzione, la sorgente del perdono, il cuore della Messa, il fondamento della Confessione e il motivo profondo della sua passione educativa. Ogni giovane vale infinitamente perché è stato redento dal Sangue di Cristo. In questa luce anche il Da mihi animas assume un significato ancora più forte: salvare le anime significa cooperare all’opera redentrice di Gesù, che ha dato tutto se stesso, fino all’ultima goccia di sangue, per ricondurre l’uomo a Dio.

