30 Lug 2026, Gio

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Il concetto di “far niente” non esisteva nella mente di don Bosco, neanche quando era ragazzo. Nella gioventù i suoi divertimenti erano i giochi con i compagni per farli migliori, addestramenti di saltimbanco, educare il suo cane Bracco, cavalcare, e altro ancora. Da sacerdote, trasformò giochi e feste in strumenti di apostolato per i giovani di Torino: carnevale con pignatte e dialoghi in cappella alle sfide sportive, grandi ricreazioni, passeggiate autunnali, mantenendo sempre vivo lo spirito gioioso che lo caratterizzava. Soleva dire: “l’oziosità è maestra di molti vizi” e “il demonio ci trovi sempre occupati”.

 

 

Per «svago» s’intende tutto ciò che «svaga» e cioè che riposa dal lavoro, distrae dalle proprie preoccupazioni e quindi «diverte».

Ci si può domandare se Don Bosco nella sua vita si sia preso qualche momento di svago, o qualche mezz’ora di «relax», per usare un termine straniero che «fa fino», ma deriva poi dalla «relaxatio» latina.

La voce «svago» non si trova negli indici analitici della prima storia salesiana. Si trovano, piuttosto, le voci: «divertimento», «giochi», «ricreazione», che si riferiscono non tanto allo svago personale di Don Bosco quanto piuttosto alle sue iniziative a vantaggio dei giovani.

Si sa, tuttavia, che, da ragazzo e da giovane studente, Giovanni si è pur goduto dei momenti di «relax», come quando andava a nidiate, o a divertirsi con i compagni di borgata.

È nota la sua amicizia con il cane del Sussambrino, il famoso «Bracco» da lui addestrato ad abboccare al volo i tozzi di pane e a non mangiarli sino ad ordine ricevuto, a salire e scendere per la scala a pioli del fienile e a fare salti e giochi da circo.

Così, quando a Castelnuovo il parroco Don Dassano gli affidò la cura della stalla, Giovanni, dopo aver imparato ad andare a cavallo, gli saltava in groppa e si divertiva a spingerlo al galoppo.

Anche a Chieri giocava con i condiscepoli della scuola pubblica ed in Seminario partecipò a volte persino a giochi di carte e tarocchi, anche se poi li smise perché lo disturbavano nello studio e nel sonno.

Non erano più uno svago per lui!

 

Gli spettacoli dei preti

A Morialdo, nelle celebrazioni per la festa della Maternità di Maria, solennità principale del borgo, il chierico Giuseppe Cafasso, invitato da Giovannino Bosco a godersi qualche spettacolo, gli aveva risposto:

Mio caro amico, gli spettacoli dei preti sono le funzioni di chiesa (MO 42).

Giovanni non dimenticò più quelle parole, come risulta dai suoi propositi presi nel giorno della vestizione chiericale (MO 87-88).

Ma le applicò poi a modo suo trasformando a poco a poco scherzi, giochi, divertimenti vari in altrettanti mezzi di apostolato. Si può dire che da quando iniziò il suo ministero sacerdotale tra i giovani poveri ed abbandonati di Torino, lo svago fu solo più per i suoi ragazzi.

Lo utilizzava come valvola di sicurezza per chi aveva bisogno di libertà, di allegria, di chiasso magari, che rasserenasse i cuori e li distogliesse da tristi pensieri, conducendoli indirettamente a qualcosa di più importante, lo studio, il lavoro, la preghiera, la virtù.

E qui si potrebbero descrivere le feste, gli spettacoli, le forme varie di ricreazione che Don Bosco seppe escogitare e realizzare durante la sua attività di sacerdote-educatore.

Per il carnevale del 1847, ad esempio, Don Bosco avvertì i giovani che negli ultimi giorni prima della Quaresima vi sarebbero stati trattenimenti e giuochi straordinari. Voleva distoglierli dal pensiero del carnevale cittadino a loro poco conveniente. Con il Teologo Borel tenne prima in cappella un’istruzione amenissima in forma di dialogo, che destò l’ilarità di tutti.

Dopo le funzioni di chiesa, organizzò un’animata ricreazione, includendovi il giuoco delle «pignatte» appese ad una corda con entro frutta e dolci, o… piene d’acqua. I giovani, scelti dai loro compagni, con gli occhi bendati e con un bastone in mano, dovevano girare attorno cercando di colpire le pignatte… con relative conseguenze (MB III, 180).

Finché l’età e gli impegni glielo permisero, Don Bosco fu il primo ai giuochi, l’anima della ricreazione. Giuocava ai birilli, alle bocce, a «barrarotta». Sfidava i giovani a superarlo nella corsa. Pare che l’ultima di queste sfide abbia avuto luogo nel 1868. Don Bosco, nonostante le gambe gonfie, corse ancora con tanta rapidità da lasciarsi indietro tutti i giovani dell’Oratorio, mentre i presenti non potevano credere ai loro occhi (MB III, 127).

Ma la giornata più caratteristica di festa di famiglia per tutto l’Oratorio divenne quella del 24 giugno unita appositamente all’onomastico di Don Bosco, occasione di belle funzioni in chiesa, pranzo migliore, accademia in suo onore, trattenimento teatrale e tanta allegria.

 

Proprio mai svaghi personali?

Se percorriamo la vita di Don Bosco, però, troviamo che non gli mancarono occasioni non solo di sollievo spirituale ma, indirettamente almeno, anche di svago tra tante difficoltà finanziarie, sofferenze fisiche e morali, gravi problemi di ogni sorta.

A fine agosto del 1850 egli fece un viaggio in Val Chisone. Interrogato anni dopo del perché di quel viaggio, rispose che, pensando di scrivere una Storia d’Italia, desiderava vedere quelle montagne dove nel 1747 s’era combattuta dai Piemontesi l’eroica battaglia dell’Assietta per impedire l’invasione degli Stati Sabaudi.

Don Bosco si trovava in un momento di serie preoccupazioni e la gita può essergli riuscita di svago, anche se il biografo è convinto che la relazione da lui fatta nascondesse lo scopo principale della gita, e cioè un atto di devozione e di riconoscenza verso l’Arcivescovo Fransoni allora detenuto nel Forte di Fenestrelle.

Nel suo primo viaggio a Roma del 1858 egli ebbe la consolazione di visitare i luoghi più sacri della Città Eterna. La storia, l’arte, la fede, le glorie religiose cristiane, le grandi Basiliche, le Catacombe, dovettero commuovere profondamente l’anima tanto religiosa e «romana» di Don Bosco. Fu quello un vero sollievo spirituale, sì, ma anche un autentico svago.

Potremmo ancora ricordare il suo trionfale ritorno tra i giovani di Valdocco nel 1872, dopo il mese di grave malattia in isolamento a Varazze. Quella festa, quella gioia che sprizzava dai volti di tutti i suoi risultò certamente di sollievo tutto speciale per Don Bosco.

Fonte di svago dovevano essere pure riusciti i suoi ripetuti ritorni ai Becchi con i giovani durante le famose passeggiate autunnali.

E la vendemmia fatta nel dicembre del 1887 in mezzo ai più intimi discepoli con le uve del pergolato che adornava le camerette di Valdocco, ritardata apposta per attendere l’arrivo di Mons. Giovanni Cagliero, fu per Don Bosco, gravemente infermo, un ultimo svago davvero. Seduto nella loggetta, provava al tramonto della vita la grande gioia di vedere i suoi figli migliori dividere con lui i grappoli di quell’uva, che gli ricordava la sua terra natale, la madre, l’infanzia, il sogno dei nove anni.

 

P. Natale CERRATO

Salesiano di don Bosco, missionario in Cina dal 1948 al 1975, studioso di don Bosco e di salesianità, ha scritto vari libri e articoli, svolgendo un prezioso lavoro di divulgazione della vita e delle opere del Santo dei giovani. Entrato nell'eternità dal 2019.