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Decapitazione di San Paolo, affresco Abbazia delle Tre Fontane, Roma.
In questo luogo l’Apostolo delle genti subì il martirio e dal rimbalzo del suo capo reciso scaturirono le tre fonti che diedero nome al santuario.
Una riflessione sulla Lettera ai Romani 8, 35
L’apostolo Paolo, quasi duemila anni fa, nella sua lettera ai Romani (capitolo 8,35) ha posto una domanda che ancora oggi per i credenti in Gesù Cristo ci interpella in maniera unica: Chi ci separerà dall’amore di Cristo?
Non è una domanda rivolta a un’assemblea di specialisti di teologia. Paolo la offre come sfida, prima, per sé stesso, e poi per quei credenti che vivevano nelle difficili condizioni dell’Impero Romano, perseguitati e incerti. Oggi, quella domanda parla ancora a noi, alle nostre ansie contemporanee, alle nostre ricerche di significato e di stabilità, in questa epoca marcata da una incertezza non meno preoccupante.
Radici profonde
Vorrei commentare questa frase di Paolo partendo dall’immagine di un albero. Un albero non regge perché qualcuno lo tiene in piedi dall’esterno: regge perché ha radici profonde che lo ancorano nella profondità della terra dove la furia dei venti e delle tempeste non raggiungono. Quando Paolo usa la parola «radicati in Cristo», intende proprio questo. Non è una questione di credere certe cose a livello di idee, ma di dar forma alla propria identità, di dire: “La mia vita appartiene a Cristo, e questo fatto è fondamentale, nel senso che dà una base solida e una struttura a tutta la mia esistenza”.
Nel linguaggio moderno, potremmo dire che si tratta di trovare un fondamento solido per la propria identità. In un mondo dove siamo costantemente spinti a costruire la nostra immagine attraverso i social media, i risultati professionali, il consenso degli altri, Paolo ci invita a fare una lettura della nostra vita in maniera radicalmente diversa. La mia vera identità, direbbe oggi Paolo, non dipende da quanto denaro ho accumulato o da quale posizione occupo nella società. La mia identità dipende dalla mia decisione e volontà di appartenere a Gesù Cristo, dalla mia decisione di riconoscermi amato da Lui in maniera incondizionata.
Vivere ed essere nutrito da queste radici cambia tutto. Essendo radici profonde, le tempeste possono agitare i rami, ma non possono mai sradicare l’albero. Le prove possono scuoterlo, ma non possono strapparlo dal terreno dell’amore di Cristo. C’è la consapevolezza di appartenere a Qualcuno che non mi abbandona mai.
La nutrizione dell’amore
Un albero assorbe ciò che gli serve per vivere dal terreno nel quale è piantato. Nella stessa maniera, il cristiano vive pienamente la propria fede nutrendosi dall’amore di Cristo, perché in Lui è radicato. Ma cosa significa, concretamente?
Significa trovare momenti di ascolto e di silenzio. Questa scelta non è qualcosa di straordinario o riservata ai «religiosi». Al contrario: è la pratica saggia di fermarsi, di leggere la Parola di Dio, di pregare, di stare semplicemente in silenzio davanti a un mistero più grande di noi e che noi lo portiamo nel proprio cuore. Nel nostro tempo di accelerazione e di rumore costante, questi momenti vissuti in maniera sistematica diventano sempre più preziosi e apprezzati.
Significa, inoltre, partecipare ai sacramenti, non come compimento di un dovere esteriore, ma come incontro vitale con la grazia di Cristo. In relazione al corpo ci accorgiamo del bisogno di mangiare. Se siamo attenti scopriamo che per l’anima esiste un simile bisogno: ha bisogno di essere nutrita. Il cristiano autentico e sincero scopre che senza questo nutrimento la vita vera si inaridisce, va avanti senza bussola.
C’è un elemento che rende vita tutto questo. Lasciarsi nutrire dall’amore di Cristo significa che questo amore, essendo autentico, trasformi il nostro modo di relazionarci con noi stessi e con gli altri. Un cristiano che si nutre dell’amore di Cristo inizia gradualmente a vedere la vita secondo una logica diversa: non la logica della vendetta, della competizione spietata, della ricerca disperata di sicurezza attraverso l’accumulo, dell’indifferenza verso tutti. Inizia a vivere guidato dalla logica dell’amore: l’amore che perdona, che serve, che confida. Non perché siamo brave persone per natura, ma perché siamo stati trasformati dall’interno dall’amore che continuamente ci nutre.
La “vittoria” che ci sostiene
Forse la dimensione più potente del messaggio di Paolo riguarda la «vittoria». Non si tratta di una «vittoria» teorica, ma di una realtà storica: Cristo è risorto dai morti. E questa «vittoria» sulla morte cambia radicalmente il modo con cui affrontiamo la vita. Non viviamo più nell’ombra della morte. Viviamo invece alla luce della risurrezione, sotto la luce di Colui che vincendo la morte, ora vive per sempre.
Questo non significa che i cristiani non soffrono o non muoiono. Paolo lo sa benissimo: enumera le prove che il credente affronta—fame, nudità, pericolo, persecuzione. Significa che queste prove non hanno l’ultima parola. Significa che quando il cristiano si trova di fronte alla malattia, al lutto, all’ingiustizia, non è mai abbandonato a sé stesso in un universo indifferente. È sorretto dalla certezza che Colui nel quale confida ha già vinto. Non è una certezza che toglie la sofferenza, ma che la inscrive all’interno di una storia più grande, una storia che ha un significato e che non termina nel nulla.
Una domanda per oggi
La domanda di Paolo risuona oggi, in un mondo dove molti cercano stabilità e significato. Forse sei una persona di fede, oppure forse sei semplicemente curioso di cosa il cristianesimo abbia da dire sulla vita. In entrambi i casi, la domanda merita una riflessione: su cosa costruisco la mia identità? Cosa mi nutre realmente? In cosa confido quando tutto crolla attorno a me?
Paolo offre una risposta che non è facile, ma che è profonda: puoi costruire la tua vita su Cristo, puoi nutrirti del suo amore, puoi vivere nella certezza di una vittoria che va oltre ogni apparenza temporale. Non è una risposta per chi cerca vie facili, ma è una risposta che ha sostenuto innumerevoli persone—sante e peccatori, eroi e persone comuni—attraverso i momenti più difficili della loro vita.
Forse vale la pena considerarla.

