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Giovanni Battista Bertagna nacque a Castelnuovo d’Asti il 26 ottobre 1828. Si laureò in teologia all’Università di Torino il 24 aprile 1850. Fu ordinato sacerdote nel giugno 1851. Da quell’anno fu dapprima ripetitore, poi capo di conferenza di teologia morale al Convitto ecclesiastico torinese, fino a quando nel 1876 fu esonerato dall’arcivescovo Gastaldi. Fu quindi ad Asti professore in seminario, provicario e poi vicario generale della diocesi. Promosso Vescovo titolare di Cafarnao il 24 marzo 1884, fu nominato Vescovo ausiliare del cardinale Alimonda a Torino. Nel 1901 venne nominato arcivescovo. Diede testimonianza nel processo canonico di don Bosco.
Perché era magnificamente umano.
Sono Giovanni Battista Bertagna, nativo di Castelnuovo d’Asti (ora Castelnuovo Don Bosco), d’anni 62, vescovo titolare di Cafarnao, ausiliare dell’eminentissimo cardinale Alimonda arcivescovo di Torino. Non fui sollecitato da alcuno circa ciò che debbo dire. Quello che dirò è tutto di mia propria conoscenza.
«Mi fece scuola di latino nelle vacanze autunnali»
Ho conosciuto Don Bosco fin dalla mia infanzia. Mi ha fatto qualche volta scuola, durante alcuni anni, di latino durante le vacanze autunnali (negli anni 1839-40). Ebbi poi con lui familiare consuetudine per molti anni, specialmente quando ambedue eravamo già sacerdoti (monsignor Bertagna era nato nel 1828, Don Bosco nel 1815; monsignor Bertagna era stato ordinato sacerdote nel 1851, Don Bosco nel 1841). Durante i molti anni in cui abitai nel Convitto ecclesiastico, cioè dal 1864 al 1871, ebbi con lui familiarità più frequente, più intima. Nel Convitto egli veniva tutti i giorni per comporre le sue Letture Cattoliche.
«Ho conosciuto sua madre»
Ho conosciuto sua madre, la quale era una donna molto brava, molto semplice e di molto buono spirito. Era contadina, non di condizione ricca, anzi, piuttosto povera. Era molto stimata in tutto il paese. Don Bosco passò i primi anni della sua vita nella sua borgata (dei Becchi), imparando dalla sua stessa madre le prime lezioni di catechismo… Grandicello, veniva al paese, e mostrò sempre grandissimo impegno e attenzione in tutte le cose che faceva, specialmente se si trattava della religione.
Ho sentito io dalla sua bocca, pressappoco negli anni in cui cominciò a occuparsi in modo speciale della gioventù, che il suo primo proposito era di andare a portare il Vangelo agli infedeli, e che fu trattenuto dall’esecuzione di questo fermo disegno per la ragione che non poteva sopportare un viaggio in carrozza chiusa (come allora si eseguivano i lunghi viaggi).
Educatore
I fatti bastano a dimostrare quanta attitudine e vocazione abbia avuto Don Bosco nell’educare cristianamente la gioventù. L’esito fu straordinario, meraviglioso. Sarebbe cosa molto difficile spiegare l’abile e diligente operosità che Don Bosco sapeva adoperare per attirare la gioventù alla religione, i modi con cui li tratteneva, la pazienza adoperata. Credo che abbia cominciato a radunare i giovanetti nel 1843 nella sacrestia della Chiesa di S. Francesco d’Assisi, dove sono intervenuto io stesso una volta come discepolo fra gli altri (Bertagna aveva 15 anni), invitato da lui in un’occasione in cui ero venuto temporaneamente a Torino. Nel 1847 era già in ordine l’Oratorio festivo in Valdocco, e io andavo a fare il catechismo festivo (Bertagna era ormai studente di teologia).
Per invogliare i giovani ad andare all’Oratorio, li attirava con bei modi ovunque li incontrasse, incaricava i giovani medesimi ad attirarne altri, dava loro dei dolci, faceva loro fare passeggiate, faceva lui stesso dei giochi. Con questi mezzi ne attirava a sé un gran numero, allontanandoli dai vizi e portandoli alla virtù e alla frequenza dei sacramenti. Alla confessione si prestava infaticabilmente. Aveva anche l’abitudine di recarsi ora da un padrone ora da un altro (dove lavoravano i giovani) per informarsi della loro condotta e raccomandarli alla loro vigilanza. Con questi modi egli non solo mirava al vantaggio dei fanciulli, ma anche al bene dei padroni.
Posso attestare che Don Bosco in tutte queste opere ha dato prova di grande zelo e di prudenza. I giovani lo stimavano perciò persona straordinaria e santa, e la sua sola presenza era per loro un invito al bene.
Obbediva senza obiezioni solo a don Cafasso
Era in ottime relazioni col teologo Borel, uomo di moltissima virtù. Da alcuni ricordi che conservo, mi pare che Don Bosco non era sempre arrendevole ai consigli che gli venivano dati, se questi non erano conformi ai suoi disegni… Però a don Cafasso obbedì sempre interamente e senza obiezioni.
So che Don Bosco ricevette qualche osservazione non favorevole sull’andamento della sua casa dall’arcivescovo di Torino Riccardi (di Netro). L’arcivescovo (a Torino dal 1867 al 1870) giudicava che Don Bosco desse troppo presto incarichi ai suoi giovani, quando questi non erano abbastanza capaci di sostenerli. Talora Don Bosco dava l’incarico di assistente nei suoi collegi a giovanotti che erano appena adolescenti. Talora dava l’incarico di direttore di collegio a chi era appena sacerdote. Mi pare che monsignor Riccardi non procedesse senza fondamento, quantunque Don Bosco si scusasse sul gran bisogno che aveva di questi giovani.
Io non ho mai sentito nulla da Don Bosco e di Don Bosco che fosse minimamente contrario ai comandamenti di Dio e della Chiesa.
Parlava delle cose di Dio
Don Bosco in ogni circostanza sembrava non saper parlare che di cose spirituali e di gloria di Dio. Era solito dire cose grandi dell’autorità del Papa, ne insegnava la venerazione e l’obbedienza, e la insinuava negli animi. Gli era famigliare dare buoni consigli per la conversione dei peccatori e per confortare i buoni. Quello spirito che lo spingeva a predicare con tanta frequenza, ad attendere alle confessioni con tanta assiduità, allo scrivere così continuo, lo portava anche a cercare in qualsiasi occasione il bene delle anime.
La fede in lui era vivissima. La sua speranza era accesa e fioriva ben oltre i comuni atteggiamenti. Ne fanno testimonianza quelle frequentissime aspirazioni in cui era solito prorompere, e quelle calde effusioni dell’animo con le quali esprimeva il desiderio ardente della beata eternità.
Aveva una splendida vigilanza nel tener conto rigorosissimo del tempo, occupandolo sempre e sollecitamente in opere buone e di altissimo pregio.
Un uomo forte e tranquillo
Sono veramente ammirabili quel suo continuo applicarsi ora a una ora a un’altra fatica, e subito dopo riprenderne un’altra senza concedersi riposo lungo il giorno. Brevissima era la sua notte, e non sempre: avvenne che passasse intere notti a lavorare e, pare, qualche volta a confessare… Ammirabile la pazienza con cui spesso tollerava chi per cose quasi da nulla veniva a interrompergli il suo lavoro, e ciò non una ma tante volte. E dopo tali fatiche non si mostrava stanco, ma passava ad altre occupazioni, sempre con una tranquillità che ha del prodigioso.
Un sacerdote casto e povero
Posso attestare che Don Bosco usava una grande riservatezza nel trattare con la gente e specialmente colle donne e coi fanciulli dell’Oratorio. Su questo punto ha sempre goduto fama illibata tanto in Torino quanto a Castelnuovo, suo paese nativo, per il tempo della sua gioventù. Si ritiene che avesse un dono speciale per sapere insinuare questa virtù negli animi giovanili.
Don Bosco è nato da parenti piuttosto poveri. Non ha arricchito la famiglia in niente, e non si è mai lamentato, che io sappia, della sua condizione, anzi ne andava lieto. Se si presentava l’occasione, non nascondeva la sua bassa condizione di famiglia, e godeva nel raccontare gli umili servizi che da ragazzo aveva dovuto disimpegnare in campagna. Gli piaceva raccontare che non aveva alcun titolo di onore, né laurea di teologo, né diploma di professore e neppure il diploma di semplice mastro di prima elementare.
«Profezie? Chissà… Certo aveva il dono soprannaturale di guarire»
Io ho sentito molte volte che Don Bosco ha fatto delle profezie, che leggeva nel cuore della gente, che manifestava cose occulte. Io non ho mai avuto argomento fermo per credere queste cose come vere… Credo però vero che Don Bosco avesse il dono soprannaturale di guarire infermi. Questo io l’ho sentito da lui medesimo in occasione che eravamo ambedue agli esercizi spirituali nel santuario di S. Ignazio sopra Lanzo, e me lo diceva per aver consiglio se avesse a continuare a benedire gli ammalati con le immagini di Maria Ausiliatrice e del Salvatore; poiché, diceva, si levava un cotal rumore per le guarigioni che succedevano e che avevano l’aria di prodigiose in seguito a cotali benedizioni da lui impartite. E io ritengo che Don Bosco dicesse il vero. Bene o male, io ho creduto di consigliare Don Bosco a continuare le sue benedizioni.
La santità e l’umanità di Don Bosco
Non si può in alcun modo negare che Don Bosco fosse venerato da molte e gravi persone mentre era in vita, e specialmente da alcuni anni prima della sua morte. Era in gran venerazione presso molti vescovi, e moltissime persone lo guardavano come un santo. So che alcuni, nei primi tempi in cui cominciava la sua congregazione, non sempre in tutto dicevano bene di lui, ma più tardi mostrarono di averne riverenza e stima. A mio giudizio, a vederlo negli ultimi otto o dieci anni, già pieno d’acciacchi, sopraccarico di occupazioni, assediato sempre da ogni sorta di gente, e lui sempre tranquillo, non dare mai in un’impazienza anche minima, senza mostrar fretta, non mai precipitare quello che gli era messo a mano, da ben motivo a dire, che se non era un santo, di un santo rendeva però immagine. L’esito poi dell’opera sua principale e come di tutta la vita, cioè la sua congregazione, è quella che ha per me più forza a volermi persuadere che Don Bosco fu un santo.
Se poi guardo a qualche tratto della sua vita, alla tenacità cioè con cui talvolta tentasse riuscire al suo intento, mi pare di vedervi alquanto di umanità. Così, a quanto sembra al primo aspetto, parve talora alquanto inopportuno nel domandar limosine, alquanto ardente, e più del convenevole, per ottenerle… Parimenti qualche volta parve troppo restio ad abbandonare la propria opinione, quantunque questo non possa essere da me ripreso. Se le offese toccavano la sua persona, non ne faceva caso e le dimenticava con sacrificio ammirabile. Ma se veniva osteggiato il suo disegno di istituire la sua congregazione, non sempre dimostrò stessa facilità nel dimenticare.
Credo vero che Don Bosco avesse una natura facilmente irascibile, molto dura e per niente pieghevole. È certo che ha dovuto usare molta fatica per vincerla, e l’ha vinta.
Sono stato due volte a vederlo nella sua ultima malattia, ed egli parlava di cose spirituali, si faceva ammirare per la sua pazienza. Quando stavo per terminare la mia visita, mi chiese, e assolutamente volle che io lo benedicessi, scoprendosi il capo.
Giovanni Battista BERTAGNA, vescovo
manoscritto del processo ordinario, copia pubblica, fogli 235-246.

