5 Giu 2026, Ven

Luce nel buio: la testimonianza dei nove martiri salesiani polacchi

⏱️ Tempo per lettura: 6 min.

Il 6 giugno 2026, nel Santuario di San Giovanni Paolo II a Cracovia, si terrà la cerimonia di beatificazione di nove salesiani polacchi, educatori e martiri. Questa beatificazione è un riconoscimento pubblico della loro testimonianza di fede, che si è rivelata più forte della violenza, della paura e della morte.

 

 

L’eclissi della speranza

            Il 1° settembre 1939 l’invasione della Polonia da parte delle truppe naziste segnò l’inizio di una notte profonda per l’umanità. Nazionalsocialismo e comunismo sovietico si unirono con l’obiettivo deliberato di distruggere la nazione polacca. Quel giorno non segnò soltanto l’inizio di un conflitto territoriale, fu l’alba di un piano di annientamento. La persecuzione fu frutto di un piano scientifico coordinato volto a liquidare l’intellighenzia e il clero. Per il regime nazista, il clero, e in particolare quello impegnato sul fronte educativo come i figli di Don Bosco, rappresentava una minaccia intollerabile al progetto di “germanizzazione”. Colpire il sacerdote significava “decapitare” la cultura polacca, poiché il clero era il custode naturale dell’identità nazionale. In particolare, i salesiani, con 32 case e oltre 500 confratelli, formavano i giovani secondo il Sistema Preventivo: il “Da mihi animas cetera tolle” di don Bosco era l’antitesi all’indottrinamento nazista; per il regime, l’educazione cristiana era un sabotaggio ideologico. Gli ordini di Reinhard Heydrich erano chiari: «La nobiltà, il clero cattolico e gli ebrei devono essere liquidati». La violenza mirava a paralizzare e annientare la Chiesa, ma i Salesiani risposero trasformando l’evangelizzazione in una resistenza morale, pronti a pagare con il sangue il loro mandato pastorale ed educativo.

 

I luoghi del martirio: Auschwitz e Dachau

            Molti sacerdoti e religiosi vennero gettati nell’abisso dei Konzentrationslager (KL), dove la dignità umana veniva sistematicamente calpestata. Auschwitz (I, II-Birkenau e III-Monowitz) e Dachau non furono solo luoghi di morte, ma memoriali di testimonianza della dignità umana e della santità di Dio fino al martirio. Qui, figure come l’ufficiale delle SS Siebert a Montelupich o il sadico kapò “Franz” ad Auschwitz cercarono di annientare non solo il corpo, ma l’identità religiosa di un popolo. Al lavoro forzato di spaccare pietre e trascinare pesanti carriole sotto le percosse degli aguzzini, i sacerdoti salesiani unirono le loro sofferenze fisiche e morali al sacrificio redentore di Cristo; alla sfida blasfema del kapò che urla: «Io sono Dio perché posso ucciderti», sfidando l’onnipotenza divina e ai colpi mortali degli aguzzini, reagirono con l’invocazione incessante del nome di Gesù, mantenendo la serenità interiore che stupiva gli stessi aguzzini; alla privazione di cure e alle torture gratuite e disumane risposero con l’esercizio della carità, trasformando le baracche in “oratori di dolore”, dove confessare e confortare i moribondi in fedeltà al ministero sacerdotale; all’annientamento della dignità umana e di uomini di Dio con umiliazioni fisiche e morali risposero con l’amministrazione clandestina dei sacramenti e l’olocausto della vita. Questi “campi della morte” divennero paradossalmente “campi di speranza”, dove nove martiri scrissero l’ultima pagina della loro vita.

 

Ritratti di fortezza

            Il 27 giugno 1941 rappresenta l’apice della ferocia nazista contro i salesiani di Cracovia. In quel giorno, un gruppo di sacerdoti, tra cui don Jan Świerc, don Ignacy Dobiasz, don Franciszek Harazim e don Kazimierz Wojciechowski, fu assegnato allo Strafkommando (Compagnia penale) del Blocco 11. Il kapò Franz, descritto come un “sadico bandito”, e gli altri aguzzini non cercavano solo la morte dei corpi, ma l’apostasia delle anime. Don Jan Świerc, il più anziano, massacrato per un’ora dal kapò Franz, morì esalando le parole: “O Gesù, o Gesù!”, senza mai maledire il suo carnefice. Don Ignacy Dobiasz, maestro di vita spirituale, fu bastonato e gettato in una fossa, accogliendo il martirio come un dono supremo e definitivo. Don Franciszek Harazim, di salute fragile, fu torturato mentre il kapò, urlando, lo sfidava a mostrare il suo Dio. «Io sono Dio, perché posso ucciderti o lasciarti vivo. Se credi in Dio, perché non ti aiuta?». In questo abisso di violenza, quando don Harazim, moribondo nella fossa con le ossa rotte, chiese di potersi confessare, Franz ordinò a don Wybraniec di ascoltare la confessione ad alta voce e in tedesco, per violarne il segreto. Don Wybraniec, sfidando la morte immediata, impartì l’assoluzione senza esigere la confessione pubblica, preservando il sacramento e subendo per questo un violento pestaggio. Don Harazim morì soffocato da una sbarra di ferro sulla gola insieme a don Kazimierz Wojciechowski. In quel medesimo gruppo brillò la figura di don Ignacy Antonowicz. Nonostante avesse avuto la possibilità di fuggire prima dell’arresto, scelse di tornare in seminario per non abbandonare i suoi chierici. «Tutto è pronto, nel caso non dovessi tornare», disse a un confratello. Consapevole del destino, disse: «Per loro basta essere sacerdote per arrestarci». Morì settimane dopo, il 21 luglio 1941, stremato dai morsi dei cani aizzati contro di lui.

 

Don Karol Golda venne arrestato il 31 dicembre 1941 a Oświęcim. Il suo “delitto” fu l’amministrazione del sacramento della penitenza. Golda aveva accolto due soldati delle SS, un aspirante sacerdote e un commilitone ortodosso. Per l’ideologia nazista, un soldato che varcava la soglia di una chiesa “macchiava l’uniforme delle SS”: per questo lo stesso militare fu condannato a diversi anni di reclusione. Don Golda fu trasferito ad Auschwitz (Blocco 22) con l’accusa di spionaggio. Massimiliano Grabner, il famigerato capo del dipartimento politico del campo, lo sottopose a torture sistematiche per violare il sigillo sacramentale e ottenere informazioni sulle confessioni dei soldati. Golda oppose un silenzio assoluto. Fu un martire della confessione perché non tradì il segreto della confessione. Fucilato il 14 maggio 1942, Golda lasciò un ultimo biglietto ai confratelli: non chiedeva giustizia, ma solo perdono per ogni eventuale dispiacere arrecato, sigillando con il sangue la dignità del ministero.

 

Don Włodzimierz Szembek: nobile di nascita e agronomo, entrò tra i Salesiani a 40 anni, portando con sé una tempra morale che avrebbe sfidato l’orrore del Konzentrationslager. Il 9 luglio 1942, durante una brutale perquisizione della Gestapo a Skawa, Szembek si offrì spontaneamente al posto del direttore, che doveva fare da ostaggio al posto di un giovane aspirante salesiano che era riuscito a nascondersi. Gli ufficiali, in un eccesso di zelo repressivo, decisero di arrestare entrambi. Prima di giungere ad Auschwitz, Szembek conobbe l’inferno della prigione di Zakopane, rinchiuso in una cella strettissima e invasa dall’acqua, dove i prigionieri potevano solo sedersi a turno. Ad Auschwitz fu assegnato a lavori estenuanti, costretto a trascinare un pesante cilindro di pietra per spianare il piazzale dell’appello. Le testimonianze dei compagni di prigionia, tra cui il nipote Jan Kanty Szembek, descrivono un corpo martoriato: mani e spalla fratturate dalle percosse; tutte le costole spezzate sotto i colpi dei sorveglianti; il busto completamente annerito da un principio di cancrena; una gamba gonfia e fratturata che rendeva ogni movimento un’agonia. Eppure, Szembek esortava i compagni a una missione quasi impossibile: «Dobbiamo cancellare dal nostro cuore ogni odio, dimenticare e perdonare i delitti subiti». Morì il 7 settembre 1942.

 

Nell’infermeria di Auschwitz, dove le condizioni igieniche erano definite “disumane” dagli stessi medici prigionieri, don Ludwik Mroczek divenne un punto di riferimento spirituale. Colpito da un flemmone – una gravissima infezione suppurativa che si diffuse progressivamente in tutto il corpo – fu sottoposto a ripetuti interventi chirurgici senza anestesia né medicine adeguate. Il contrasto tra il suo volto sfigurato dal dolore e la serenità della sua anima scosse profondamente i testimoni. Józef Stemler, suo compagno di degenza, raccontò di averlo “testato” insultando un aguzzino che aveva appena colpito il sacerdote con un calcio. La risposta di Mroczek – «Dio lo perdoni» – rivelò istantaneamente la sua statura sacerdotale. «È un gigante della sofferenza… Se non avessimo tali sacerdoti, saremmo cento volte peggiori», dichiarò il medico che lo operò. Mroczek morì la notte del 5 gennaio 1942, trasformando l’agonia in un atto di intercessione per i suoi stessi carnefici.

 

Don Franciszek Miska (30 maggio 1942): direttore del seminario di Ląd, trasformato in prigione per 152 religiosi. Rifiutò la libertà promessa in cambio della collaborazione con la Gestapo. Morì a Dachau, costretto a portare pentoloni di zuppa bollente con una mano rotta.

Nei lager i Salesiani martiri non smisero di essere padri e maestri. La loro presenza trasformò la percezione del campo: dove regnava l’odio, essi portarono la “pedagogia della speranza”. Le confessioni amministrate tra le file del lavoro o durante la distribuzione del pane restituivano la dignità di figli di Dio a chi era ridotto a un numero; l’Eucaristia clandestina, celebrata nel buio delle baracche con frammenti di pane, portava “la forza della grazia” in un luogo che ne negava l’esistenza; il conforto dei moribondi trasformava l’agonia solitaria in un passaggio verso l’eternità, offrendo calore umano nel gelo del lager; il perdono dei nemici era l’atto più sovversivo. Insegnando a non odiare, i martiri spezzarono la catena della violenza, uscendo vittoriosi sul piano morale e spirituale.

 

L’eredità della memoria

            Il legame con la storia è suggellato dalle parole di un giovane della parrocchia salesiana di Debniki (Cracovia) che vedendo il sacrificio dei suoi pastori, sentì maturare la propria vocazione il giovane Karol Wojtyła, futuro papa Giovanni Paolo II: «Sono persuaso che alla mia vocazione sacerdotale […] concorsero anche le preghiere e i sacrifici di quei pastori di allora i quali […] per la vita cristiana di ogni parrocchiano e specie per giovani parrocchiani – allora appartenevo qui alla gioventù – pagavano non solo con una buona parola […] ma anche con il sacrificio e il sangue del martirio». Essi avevano pagato con la vita per proteggere la gioventù della parrocchia, quella stessa gioventù di cui il futuro San Giovanni Paolo II faceva parte.

I nove martiri salesiani polacchi sono maestri di coerenza che insegnano come, anche quando la luce della ragione si spegne, la luce della fede possa risplendere più forte, rendendo l’uomo libero anche dietro il filo spinato. La loro eredità invita a essere, oggi, testimoni della stessa intramontabile speranza. La loro storia ci consegna un paradosso lancinante: la vittoria di chi soccombe per amore su chi uccide per odio. In un’epoca che scivola spesso verso il risentimento e la divisione, questi uomini pongono una domanda che scuote le coscienze: come è possibile, sotto i colpi di un bastone o nel buio di una cella, rispondere alla tortura con il perdono e all’oscurità con la cura dell’altro? La loro resistenza spirituale suggerisce che la dignità umana, quando ancorata alla fede in Dio, è l’unica forza che nessun aguzzino può spezzare.

 

P. Pierluigi CAMERONI

Salesiano di Don Bosco, esperto di agiografia, autore di vari libri salesiani. È il Postulatore Generale della Società Salesiana di san Giovanni Bosco