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Comprendere Francesco di Sales significa immergersi nel cuore del Seicento europeo: un’epoca segnata da guerre di religione, fermenti culturali e un profondo rinnovamento spirituale. Nato nel 1567 nel ducato di Savoia – terra di confine tra Francia, Italia e il mondo riformato di Ginevra – Francesco cresce in un contesto politicamente instabile, attraversato dalle tensioni tra cattolici e protestanti. Respira l’umanesimo cristiano nelle aule dei gesuiti a Parigi e di Padova, eredita il fervore del concilio di Trento e si confronta con le grandi correnti mistiche del suo tempo. La sua figura non può essere capita senza questo sfondo: è proprio dentro la storia, e non ai suoi margini, che Francesco diventa il santo della bontà e della dolcezza.
La Savoia
François de Sales non era né francese né italiano: era savoiardo, nato cioè nel ducato di Savoia, di cui faceva parte anche il Piemonte. “Sono comunque savoiardo, sia per nascita che per obbligo”, scriveva a un segretario del duca Carlo Emanuele nel 1616. Anche don Bosco, nato nel 1815, faceva parte di questo Stato alpino, che finirà nel 1861 per diventare il Regno d’Italia. Un anno prima la Savoia era stata ceduta alla Francia.
Francesco nacque nel 1567 al castello di Sales, nel comune di Thorens, a 15 km a nord di Annecy, al tempo del duca Emanuele Filiberto. Questi, nel 1562, aveva trasferito la capitale da Chambéry a Torino. Dal 1580 al 1630, ossia durante quasi tutta la sua vita, regnò il duca Carlo Emanuele, uomo deciso ma invischiato in molteplici intrighi con potenti vicini sempre in guerra, soprattutto la Francia e la Spagna. Le guerre, le alleanze e i matrimoni avevano come scopo principale di proteggere e, possibilmente, di ingrandire i propri territori.
Per promuovere i suoi interessi, il duca di Savoia è costretto a un pericoloso gioco di alleanze: o con la Spagna contro la Francia, o con la Francia contro la Spagna. Da ciò risulta che il ducato perde possedimenti a ovest (Bresse, Bugey, Gex, Ginevra) e ne guadagna in Piemonte, verso est (marchesato di Saluzzo e del Monferrato).
Dal punto di vista religioso il ducato non è omogeneo. In un’epoca in cui religione e politica sono intimamente intrecciate e in cui il principio cujus regio, ejus religio (di chi è la regione, di lui sia la religione) tende a imporre un’unica confessione cristiana alle popolazioni di un preciso territorio, si può capire la preoccupazione di unificazione religiosa del cattolico Carlo Emanuele.
A Ginevra la Riforma protestante si era impiantata nel 1535. Calvino la consoliderà e il vescovo cattolico di Ginevra sceglierà l’esilio. Ginevra si è fatta missionaria e guerrafondaia. La sua influenza religiosa e politica si è estesa sullo Chablais e sul paese di Gex. La situazione impensierisce i governanti: non mancano conflitti internazionali, lotte interne con operazioni belliche e talvolta trattative diplomatiche, in cui gli interessi religiosi si combinano con le discussioni politiche. L’ultimo tentativo (fallito) del duca di Savoia per riconquistare Ginevra con le armi è del 1602 (la famosa Escalade).
La società è strutturata secondo un ordinamento gerarchico, in cui le famiglie si sforzano di emergere per acquisire potenza. Così anche la famiglia de Sales riuscì a comprare il castello (castrum) di Thorens. La struttura feudale non è più quella del Medioevo, ma non è scomparsa. Questa società è anche gerarchizzata: ci sono i nobili, poi i borghesi (la cui influenza si rafforza con il calvinismo), e infine il popolo delle città, delle campagne e delle montagne.
L’umanesimo nella Savoia e in Francia
Nato in Italia nel Quattrocento, questo movimento, che segna l’inizio dell’epoca moderna, è stato accolto con entusiasmo dall’élite in Savoia e in Francia. Tuttavia l’umanesimo non possiede un significato unitario. Seguendo Henri Bremond, nella sua vasta Histoire littéraire du sentiment religieux en France, possiamo distinguere un umanesimo naturalista, un umanesimo cristiano e un umanesimo devoto.
L’umanesimo naturalista rappresenta quello sforzo per glorificare la natura umana. “L’umanista spinto – scrive Bremond – conosce solamente la nostra e la propria grandezza. Egli fa l’elogio della natura umana con un entusiasmo esuberante… Ha una fiducia incrollabile nel fatto che l’uomo fondamentalmente è buono. Anche là dove è debole, lo scusa, lo difende e lo esalta.” L’antichità greco-romana è diventata la fonte e il modello della letteratura più elegante e di una formazione più elevata, in contrapposizione ai modelli scolastici e medievali. Ma nello stesso tempo, con gli autori classici si accolsero ben presto anche i contenuti pagani nella cultura e nella filosofia, mentre la pietà era relegata nei conventi.
L’umanesimo cristiano cerca l’equilibrio fra l’umanesimo e la vita cristiana. Si scrive in uno stile conforme ai modelli classici e l’uomo viene sempre più in primo piano. Intanto non si possono nascondere i pericoli insiti in questa corrente: la mescolanza del pensiero cristiano con quello pagano, la frattura tra fede e formazione morale della personalità, una vita cristiana soltanto esteriore e anche la frattura tra l’élite e la massa.
Infine c’è l’umanesimo devoto, in cui la devozione ha il sopravvento e si serve dell’umanesimo per i propri scopi. Bremond lo spiega così: “L’umanesimo devoto non fa altro che applicare le migliori tradizioni del Rinascimento sia nella santificazione personale di coloro che lo vivono, sia nella direzione dei fedeli.”
È chiaro che l’umanesimo di Francesco di Sales va collocato in quest’ultima corrente, come l’attesta tutta la sua educazione in Savoia, a Parigi e a Padova. A sei anni apprende dal padre un detto che diventa la sua parola d’ordine: “Penso a Dio e a comportarmi da uomo onesto.”
A La Roche e al collegio di Annecy i suoi primi maestri lo introducono nella cultura classica. Si elogia in Francesco la sua capacità di apprendere, il suo galateo e anche la sua sete di sapere riguardo ai misteri della fede. Mandato dal padre a studiare a Parigi, scelse il collegio di Clermont, dove i gesuiti coltivano la pietà insieme agli studi umanistici, sforzandosi di cristianizzare l’umanesimo rinascimentale. A Padova poi studiò diritto e teologia e scelse come direttore spirituale il famoso gesuita Antonio Possevino. Si deduce da tutta questa formazione che l’umanesimo di Francesco di Sales è un umanesimo critico, che sceglie e seleziona ciò che è valido e anche bello, strappando all’umanesimo la sua anima pagana.
Dallo studio di Franz Königbauer sull’umanesimo nella vita e nella dottrina di san Francesco di Sales possiamo ricavare alcuni elementi interessanti che dimostrano l’influsso dell’umanesimo sul salesiano:
– la ricerca della perfezione letteraria;
– i tratti della sua personalità;
– l’immagine di Dio improntata alla perfezione e alla bontà infinita;
– l’immagine dell’uomo destinato all’unione con Dio;
– la valutazione del corpo;
– la rivalutazione del sentimento e dell’affetto;
– il libero arbitrio (e i limiti della libertà);
– la forza e l’effetto dell’amore.
Una Chiesa bisognosa di riforma
La vita di san Francesco di Sales s’inserisce in un’epoca molto importante nella storia della Chiesa. Egli è nato nel 1567, ossia cinquant’anni dopo la rivolta di Lutero a Wittenberg nel 1517 e quattro anni dopo la chiusura del Concilio di Trento (1545-1563). Tutta la sua vita e il suo ministero saranno segnati dalla questione protestante e dalla necessità della riforma cattolica.
Quali furono le cause della riforma protestante? Gli storici moderni, scrive Giacomo Martina, sono piuttosto divisi nell’individuare le cause della rivoluzione protestante. Il padre Martina ritiene soprattutto la decadenza dell’autorità pontificia nel Tre e Quattrocento. In questa chiave di lettura si possono interpretare i seguenti avvenimenti:
– l’attentato contro il papa Bonifacio VIII ad Anagni (1303);
– l’esilio di Avignone (1309-1376);
– lo scisma d’Occidente a partire dal 1378;
– la teoria della superiorità del concilio sul papa;
– la tendenza alla formazione di chiese nazionali;
– l’accentuarsi di preoccupazioni mondane al tempo del Rinascimento;
– la corruzione morale di alcuni papi.
Lo stesso autore rileva comunque anche altri elementi religiosi che hanno influito sulla genesi del protestantesimo:
– la decadenza della scolastica;
– le tendenze intellettuali dell’epoca (nominalismo di Occam);
– il falso misticismo;
– l’evangelismo (Erasmo da Rotterdam e gli alumbrados in Spagna);
– la corruzione di alcuni vertici della Chiesa, specialmente in Italia e in Germania;
– l’inquietudine psicologica del Quattrocento.
Accanto ai fattori religiosi è importante anche tener conto delle cause politiche, sociali ed economiche, soprattutto in Germania: la resistenza contro Roma, la resistenza contro la centralizzazione e l’assolutismo degli Asburgo, la situazione economica e sociale e, infine, la personalità di Lutero.
Nato in Sassonia nel 1483, Lutero studiò filosofia a Erfurt, in un ambiente pregno di occamismo. Nel 1505 entrò nel convento degli agostiniani in quella città. Dopo la sua ordinazione sacerdotale fu chiamato nel 1508 a insegnare a Wittenberg. Tra il 1515 e il 1517 cominciò a formulare la nuova dottrina sotto l’influsso dell’occamismo, dell’interpretazione personale di S. Paolo e di S. Agostino e della sua profonda inquietudine psicologica. Nel 1517 lanciò la sua protesta contro la vendita delle indulgenze, che segnò l’inizio della Riforma. I punti essenziali del luteranesimo sono: il riconoscimento della Bibbia come unica autorità in materia di fede (senza la Tradizione, la mediazione della Chiesa con il suo magistero), la giustificazione mediante la sola fede (senza le opere buone), la salvezza mediante la sola grazia (senza la mediazione della Chiesa, della gerarchia o dei sacramenti).
A Ginevra, che dipendeva teoricamente dal duca di Savoia e dal principe vescovo, le idee della Riforma furono portate da mercanti tedeschi a partire dal 1525. Negli anni seguenti la corrente protestante si sviluppò, soprattutto per opera del predicatore Guillaume Farel e con la protezione dei Bernesi. Nel 1534, per motivi religiosi ma anche politici ed economici, la maggior parte della classe dirigente passò alla Riforma, e il vescovo Pierre de la Baume, impaurito, lasciò la città. Il 10 agosto 1535 il Consiglio della città sospese la messa. Il 21 maggio 1536 il Consiglio confermò l’adozione della Riforma. Due mesi dopo Calvino si stabilì a Ginevra, che divenne la “Roma protestante”. Nello stesso tempo il culto cattolico fu soppresso a Thonon, capoluogo dello Chablais, dove fu posta fine alle “cerimonie, sacrifici, uffizi, istituzioni e tradizioni papistiche”. I successori di Pierre de la Baume e il capitolo cattedrale scelsero la città di Annecy come sede “provvisoria” (in esilio) della diocesi di Ginevra.
Nato a Noyon (Francia) nel 1509, Calvino (Jean Cauvin o Calvin) studiò teologia a Parigi e diritto a Orléans e poi a Bourges, dove conobbe la dottrina di Lutero. Per misura di sicurezza si recò a Strasburgo e a Basilea, dove pubblicò nel 1536 la prima redazione della sua opera fondamentale, l’Institutio christianae religionis. Di passaggio per Ginevra fu pregato da Guillaume Farel di fermarsi in questa città, di cui divenne il capo religioso e anche politico. La dottrina di Calvino riprende i temi essenziali di Lutero e di Zwingli, il riformatore di Zurigo. Il nerbo del suo sistema è la dottrina della predestinazione: Dio, dall’eternità e indipendentemente dalla previsione del peccato originale, elegge alcuni all’eterna beatitudine e altri alla dannazione eterna. Per quanto riguarda l’eucaristia, Calvino nega la transustanziazione, affermando che il pane e il vino sono strumenti attraverso cui entriamo in comunione con la sostanza del Cristo. Il culto è ridotto alla preghiera, alla predicazione e al canto dei salmi; non ci sono più ornamenti, organo o gerarchia. Il più fedele discepolo di Calvino e suo successore fu Théodore de Bèze (Teodoro Beza), che Francesco di Sales incontrò tre volte.
Le lotte e la contestazione protestante risvegliarono le energie della Chiesa. Due volte sospeso a causa della peste o della guerra, il Concilio di Trento (1545-1563) diede il segnale della riforma cattolica con le sue decisioni dogmatiche e i suoi decreti disciplinari. Sul piano dottrinale i Padri del concilio intervennero sulle fonti della Rivelazione, sulla giustificazione e sui sacramenti. Sulle fonti della Rivelazione il concilio fissò la lista degli scritti ispirati dell’Antico e del Nuovo Testamento, adottò la Vulgata come la versione ufficiale della Chiesa e dichiarò che la Tradizione era una fonte della fede con la Scrittura e che questa doveva essere interpretata non secondo il senso individuale, ma secondo l’insegnamento della Chiesa. Riguardo alla giustificazione fu definito che la fede sola non basta per giustificare il credente, ma che ci vogliono anche le opere compiute sotto l’influsso della grazia. Sui sacramenti il concilio definì l’istituzione divina, la natura, il ministro, le disposizioni richieste e gli effetti dei sette sacramenti. Proclamò inoltre l’esistenza del purgatorio, la legittimità delle indulgenze, l’invocazione dei santi, il culto delle reliquie e delle immagini.
Sul piano disciplinare il concilio prese alcune misure che ebbero un grande influsso: dovere di residenza per i vescovi e i parroci; divieto fatto ai predicatori d’indulgenze di ricevere denaro; creazione dei seminari; divieto fatto ai monaci di possedere; clausura assoluta per i conventi di donne; riaffermazione dell’indissolubilità del matrimonio e proibizione dei matrimoni clandestini; proibizione del duello.
Dopo il concilio, S. Pio V (1566-1572) pubblicò il Catechismo romano (1566), il Messale e il Breviario; Gregorio XIII (1572-1585) fondò collegi ecclesiastici a Roma; e Sisto V (1585-1590) ordinò la Curia romana in 15 Congregazioni. I grandi artefici della riforma cattolica furono vescovi, come S. Carlo Borromeo di Milano (1538-1584), nuovi religiosi (anzitutto i gesuiti di S. Ignazio di Loyola), nonché i teologi e i santi di quell’epoca.
Un rinnovamento spirituale in atto
Nell’epoca di cui ci occupiamo la spiritualità fu coltivata secondo forme, tradizioni e paesi diversi, ma anche con interscambi e influssi reciproci.
Nei paesi del Nord (Paesi Bassi, Renania, Fiandre, Alsazia) vigeva una tradizione di mistica “astratta”, che risaliva al tardo Medioevo e che continuava a esercitare un grande influsso, anche sullo stesso Lutero. Il primo di tutti fu Meister Eckhart (1260-1327), un domenicano, provinciale di Sassonia e professore di teologia a Strasburgo. Secondo il pensiero del “maestro”, l’uomo veramente spirituale deve ricercare l’unione dell’anima con l’essenza divina, anche al di là dell’umanità di Cristo. Tra i suoi discepoli vanno nominati il beato Enrico Suso, anche lui domenicano e professore di teologia a Costanza (1295-1366), Giovanni Tauler, teologo, mistico e predicatore di Strasburgo (c.1300-1361), e il fiammingo Jan Ruysbroek (1293-1381), propagatore della devotio moderna di cui il testo più rappresentativo è l’Imitazione di Cristo, attribuita a Tommaso da Kempis (1380-1471).
L’Italia contribuì per una gran parte al rinnovamento cattolico. S. Pio V e S. Carlo Borromeo (1538-1584) erano italiani. In Italia erano nati numerosi ordini e congregazioni: Teatini, Oratorio di S. Filippo Neri (1515-1594), Cappuccini, Orsoline di S. Angela Merici, ecc. L’Italia mistica rimase sotto l’influsso di S. Caterina da Siena (1347-1380), una mistica molto preoccupata della riforma della Chiesa, e dei santi del Quattrocento, in specie S. Caterina da Genova (1447-1510). Il secolo XVI è caratterizzato da due mistiche: S. Maria Maddalena de’ Pazzi (1566-1607), carmelitana, e Caterina de’ Ricci (1522-1590), domenicana, anche esse preoccupate per la riforma della Chiesa.
La Spagna conobbe nel secolo XVI il suo “siglo de oro” anche nel campo religioso e spirituale. Produsse grandi nomi nella mistica, soprattutto Teresa d’Avila (1515-1582), santa e riformatrice del Carmelo, Giovanni della Croce (1542-1591) e Ignazio di Loyola (1491-1556). Francesco di Sales apprezzava molto anche il domenicano Luis de Granada (+1588), il quale proponeva un cammino di perfezione per tutti per mezzo dell’orazione, della parola di Dio, dell’interiorità e dell’unione con Dio. D’altra parte, la corrente degli Alumbrados (“illuminati” direttamente dallo Spirito) appariva all’autorità sospetta di eterodossia.
In Francia, sotto il regno di Enrico III (1574-1589), durante e dopo le guerre di religione, iniziò un rinnovamento spirituale brillante. In questo periodo la vita di pietà si nutrì ancora dei modelli importati. Molti autori italiani e spagnoli furono tradotti in francese. Vengono anche tradotte in latino aggiornato le opere della scuola del Nord. Dominava, infatti, la mistica renana di tendenza astratta; esercitava una forte attrattiva la “vita sovreminente” di unione diretta con l’Essere supremo, al di là dell’umanità di Cristo. Gli scritti dello pseudo-Dionigi, un autore neoplatonico del V-VI secolo, erano la lettura preferita dei francesi.
Francesco entrò in contatto con questo movimento a Parigi, dove rimase da gennaio a settembre del 1602, mentre frequentava un ambiente desideroso di vita interiore: la casa di Madame Acarie. Questa signora non solo era una padrona di casa e una madre di famiglia compita, elegante e allegra, sempre pronta a recare aiuto ai poveri, ma cadeva spesso in estasi. Francesco fu scelto da lei come confessore e appoggiò il suo progetto di introdurre in Francia il Carmelo riformato di S. Teresa d’Avila. Nel “Cercle de Madame Acarie” fece la conoscenza di Pierre de Bérulle, futuro cardinale, e incoraggiò anche il suo progetto di introdurre in Francia l’Oratorio di Filippo Neri; Bérulle sarà il fondatore e primo superiore, nel 1611, dell’Oratorio di Francia. Francesco s’incontrò anche con il cappuccino di origine inglese Benoît de Canfeld, la più grande autorità mistica del suo tempo; con dom Beaucousin, vicario della Certosa di Parigi; con André Duval, grande evangelizzatore dei poveri; con padre Cotton, il gesuita futuro confessore d’Enrico IV; con padre de Brétigny, che aveva incontrato in Spagna Giovanni della Croce; e altri personaggi dell’epoca. In quegli anni nasceva intorno a Bérulle la scuola di spiritualità conosciuta sotto il nome “École française” (H. Bremond), che avrà come maggiori rappresentanti S. Vincent de Paul, Jean-Jacques Olier, S. Jean Eudes, S. Jean-Baptiste de la Salle e S. Louis-Marie Grignion de Montfort.

