24 Giu 2026, Mer

24 giugno, la festa del Rettor Maggiore

⏱️ Tempo per lettura: 6 min.

Da oltre un secolo e mezzo, nel giorno della Natività di san Giovanni Battista, la Famiglia Salesiana fa festa al successore di Don Bosco. Una tradizione nata nei cortili di Valdocco, cominciata con due cuori d’argento e diventata, nel tempo, la grande festa della riconoscenza di una famiglia sparsa in tutto il mondo.

 

 

Chi fosse entrato a Valdocco negli ultimi giorni di giugno, in un anno qualunque della seconda metà dell’Ottocento, avrebbe respirato un’aria di gioiosa cospirazione. Prove di banda che si interrompevano di colpo all’avvicinarsi di una tonaca ben conosciuta, fogli nascosti in fretta sotto i banchi, ragazzi che ripassavano sottovoce versi in italiano, in piemontese, perfino in latino e in francese. Fuori, la città si preparava alla festa del suo patrono: la cattedrale di Torino è dedicata a san Giovanni Battista e la vigilia il tradizionale falò accendeva la notte. Dentro l’Oratorio, intanto, si preparava un’altra festa, più intima e più attesa di tutte: l’onomastico di Don Bosco.

 

Quando contava l’onomastico

Per capire questa festa occorre entrare nella mentalità del tempo: nel Piemonte dell’Ottocento il compleanno contava poco o nulla; si festeggiava l’onomastico, il giorno del santo di cui si portava il nome. Don Bosco stesso fu convinto per gran parte della vita di essere nato il 15 agosto, festa dell’Assunta, mentre i registri parrocchiali di Castelnuovo indicano il 16 agosto 1815: nessuno, a Valdocco, si sognò mai di fargli gli auguri in agosto.

 

Battezzato con i nomi di Giovanni Melchiorre, il suo giorno era il 24 giugno, solennità della Natività di san Giovanni Battista: una delle feste più antiche del calendario cristiano, l’unica – insieme al Natale del Signore e alla Natività di Maria – in cui la liturgia celebra una nascita. E a Torino quella data aveva un sapore tutto particolare, perché il Battista è il patrono della città. Così, mentre Torino faceva festa al suo santo, i ragazzi dell’Oratorio facevano festa al loro padre. Due feste in una: quella del Precursore e quella di un prete che, tra un gioco e una confessione, indicava ai ragazzi più poveri della città la stessa strada.

 

Due cuori d’argento

La tradizione salesiana fa risalire tutto a un gesto preciso. Il 24 giugno 1849 due giovani dell’Oratorio, Carlo Gastini e Felice Reviglio, si presentarono a Don Bosco a nome di tutti i compagni e gli offrirono due cuori d’argento. Erano ragazzi poveri, garzoni e apprendisti, che per quel regalo avevano messo insieme, soldo dopo soldo, i piccoli risparmi di mesi. Don Bosco – racconta la memoria salesiana – si commosse fino alle lacrime.

 

Quel dono diceva qualcosa di decisivo sul metodo educativo che stava nascendo in quel cortile. Nella celebre lettera da Roma del 1884 Don Bosco scriverà che non basta amare i giovani: occorre che essi si accorgano di essere amati. I due cuori d’argento ne erano la conferma anticipata: i ragazzi se n’erano accorti, e rispondevano all’amore con l’amore. Per questo la festa dell’onomastico prese presto, nel linguaggio di casa, un altro nome destinato a durare: la festa della riconoscenza.

 

Quei due giovani meritano di essere seguiti nel tempo. Felice Reviglio diventerà sacerdote e parroco stimato a Torino. Carlo Gastini, legatore di libri, resterà l’anima allegra delle feste di Valdocco e, vent’anni dopo, regalerà alla festa un seguito che nessuno aveva previsto; rimarrà nella storia come l’animatore e poi promotore del movimento degli exallievi salesiani

 

La festa più bella dell’anno

Anno dopo anno l’onomastico di Don Bosco divenne la festa più attesa dell’Oratorio, capace di mobilitare tutti per settimane: il programma dell’«accademia», con poesie, dialoghi e discorsi nelle lingue più diverse; le musiche, spesso composte per l’occasione dal giovane Giovanni Cagliero, futuro cardinale; le recite del teatrino e le marce nuove della banda. La sera della festa il cortile si trasformava: luminarie, palloncini alla veneziana, fuochi di bengala, e in mezzo lui, Don Bosco, assediato dall’affetto chiassoso dei suoi figli.

 

C’era poi un’usanza più silenziosa e preziosa: le «letterine», biglietti che ogni ragazzo scriveva a Don Bosco con gli auguri, qualche confidenza, un proposito. Lui le leggeva tutte. E quando toccava a lui parlare, capovolgeva la logica dei regali: l’unico dono che chiedeva erano i loro cuori e il bene delle loro anime. La festa diventava così scuola di gratitudine, di spirito di famiglia, di gioia condivisa. Del resto i giovani sapevano bene di che cosa essere grati: «Per voi studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la vita», ripeteva loro Don Bosco. La festa del 24 giugno era la risposta corale a quella dedizione totale.

 

L’ultima volta fu nel giugno del 1887. Don Bosco, ormai consumato dalla fatica, assistette alla festa quasi senza voce, mentre i suoi giovani cantavano per lui trattenendo a stento le lacrime. Sette mesi dopo, all’alba del 31 gennaio 1888, moriva. Ma la sua festa non morì con lui.

 

Da quel cortile nacquero gli Exallievi

Prima di seguire la festa oltre la morte del Fondatore, bisogna registrarne un frutto inatteso. Il 24 giugno 1870 Carlo Gastini si ripresentò a Valdocco. Non era più un ragazzo: era un artigiano con un mestiere e una famiglia, e con lui c’era un gruppo di antichi allievi dell’Oratorio venuti a festeggiare l’onomastico di colui che li aveva accolti, sfamati e istruiti. In dono portavano un servizio di tazzine da caffè, comprato mettendo insieme i risparmi, come ai vecchi tempi. Quel ritorno, ripetuto poi di anno in anno con gruppi sempre più numerosi, è considerato il seme da cui è germogliato il movimento degli Exallievi di Don Bosco, oggi diffuso in tutto il mondo.

A Valdocco la riconoscenza non era l’emozione di un giorno: diventava appartenenza per tutta la vita. La festa del 24 giugno è, alla lettera, una festa che ha generato famiglia.

 

La festa che non cambiò data

Alla morte di Don Bosco la domanda era inevitabile: che ne sarebbe stato della festa? Il primo successore, il beato Michele Rua, avrebbe avuto il suo onomastico il 29 settembre, festa di san Michele arcangelo. Ma non se ne parlò neppure: giovani e salesiani continuarono a fargli festa il 24 giugno. In quella scelta c’era un’intuizione profonda: quella data non celebrava il nome di un uomo, celebrava il padre. Le Costituzioni salesiane lo dicono ancora oggi con parole essenziali: il Rettor Maggiore è il successore di Don Bosco, padre e centro di unità della Famiglia salesiana (art. 126). Festeggiarlo nel giorno che fu di Don Bosco significa professare, anno dopo anno, che quella paternità non si è interrotta: in lui la famiglia continua a vedere e ad amare il Fondatore.

 

Così è stato per tutti i successori: per don Paolo Albera, che in Francia chiamavano «il piccolo Don Bosco»; per il beato Filippo Rinaldi, di cui i salesiani anziani dicevano che di Don Bosco gli mancasse soltanto la voce; e poi per don Pietro Ricaldone, don Renato Ziggiotti, don Luigi Ricceri, don Egidio Viganò, don Juan Vecchi – primo successore non italiano –, don Pascual Chávez e il cardinale Ángel Fernández Artime, chiamato da papa Francesco a un nuovo servizio nella Chiesa. Fino a oggi: l’undicesimo successore di Don Bosco è don Fabio Attard. Questo 24 giugno la Famiglia Salesiana si stringerà per la seconda volta attorno a lui: da Torino a Nairobi, da Roma alle Ande, con lo stesso augurio dei ragazzi del 1849.

 

Perché festeggiare ancora

Che senso ha, oggi, una festa nata centosettantasette anni fa in un cortile di periferia? Ne ha almeno tre, sorprendentemente attuali.

 

Il primo: educa alla riconoscenza. In una cultura che dà tutto per scontato, dire grazie è diventato quasi un gesto controcorrente. La festa del Rettor Maggiore – che nelle case salesiane si riflette nella festa del direttore e nelle «feste della riconoscenza» celebrate a livello locale, ispettoriale e mondiale – insegna ai giovani la memoria del bene ricevuto. Esattamente come nel 1849: l’educazione che passa dal cuore genera cuori capaci di gratitudine. Per Don Bosco non era un dettaglio: era la verifica che il sistema preventivo funzionava.

 

Il secondo: custodisce l’unità. La Famiglia Salesiana conta oggi una trentina di gruppi – Salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice, Salesiani Cooperatori, Exallievi ed Exallieve, ADMA e molti altri – e i soli Salesiani di Don Bosco sono oltre tredicimila, presenti in 136 nazioni. Una realtà così vasta e plurale rischierebbe di disperdersi, se non avesse un centro vivo. Festeggiare insieme, nello stesso giorno e in ogni angolo del pianeta, colui che è padre e centro di unità significa riconoscersi un’unica famiglia, con un’unica missione: i giovani, specialmente i più poveri.

 

Il terzo: tiene giovane il carisma. Ogni 24 giugno la Famiglia Salesiana si racconta da dove viene – un prato, un cortile, un prete che si fece amare – per ricordarsi dove deve andare. La festa non è nostalgia: è memoria che diventa futuro, fedeltà che si fa creatività.

Da quei due cuori d’argento del 1849 a oggi, i palloncini alla veneziana hanno lasciato il posto ai collegamenti digitali e gli auguri viaggiano in decine di lingue. Ma la sostanza è la stessa: figli che dicono grazie a un padre, e un padre che, come Don Bosco, non chiede in cambio che i loro cuori. E il 24 giugno, da ogni angolo del mondo salesiano, salirà ancora verso il successore di Don Bosco l’augurio di sempre, quello che i ragazzi gridavano nel cortile illuminato di Valdocco: buona festa, padre!

 

Editor BSOL

Editore del sito