11 Lug 2026, Sab

Chiamato, mandato, impegnato. Una vita salesiana al servizio della missione

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Nella vita di un missionario salesiano, la missione raramente nasce da un progetto costruito a tavolino. Spesso prende forma attraverso una chiamata, un’obbedienza accolta, una partenza inattesa. È così nel cammino di don Anthony Fernandes: nato in Kenya da famiglia originaria di Goa, formato in India, inviato poi in Africa e in Europa. Dalla Tanzania a Nairobi, da Glasgow a Bollington, ogni tappa è stata un servizio alla Chiesa, ai giovani, alla formazione salesiana e alle comunità affidate. Non una storia centrata sulle proprie realizzazioni, ma sul frutto nato dalla disponibilità a lasciarsi mandare. Perché, quando l’obbedienza è vissuta con fede, diventa seme di futuro per molti.

 

 

Quando guardo il cammino della mia vita salesiana, non mi sembra di poterlo raccontare come una serie di scelte personali ben programmate. Piuttosto, lo riconosco come una storia guidata dalla Provvidenza, attraverso incontri, obbedienze, destinazioni inattese e responsabilità accolte poco alla volta. In diversi momenti mi è stato chiesto di lasciare ciò che conoscevo, di iniziare qualcosa di nuovo, di servire dove c’era bisogno. Ogni volta ho cercato semplicemente di dire il mio sì.

 

Sono nato a Nairobi, in Kenya, nel 1946. I miei genitori, Ambrose e Maria, erano originari di Goa, in India, e negli anni Quaranta si erano stabiliti in Kenya, dove nacquero i loro tre figli. La mia vita porta quindi fin dall’inizio il segno di più terre e più culture: l’Africa orientale, dove sono nato e cresciuto, e Goa, terra delle radici familiari. Solo più tardi ho compreso quanto questa esperienza mi avrebbe aiutato ad accogliere la missione salesiana in luoghi diversi, senza sentirmi legato a un solo ambiente o a una sola cultura.

 

Nel 1964 terminai gli studi superiori presso la Dr Ribeiro Goan School di Nairobi. Poco dopo mio padre portò la famiglia a Goa, anche per venerare a Old Goa le reliquie di san Francesco Saverio, esposte alla pubblica venerazione. Nel gennaio 1965, durante un viaggio in India, visitammo anche il Santuario della Madonna di Don Bosco a Mumbai. Fu lì che il mio cammino prese una direzione diversa da quella immaginata fino ad allora.

 

Dopo la Messa del mattino, fummo ricevuti da don Aurelio Maschio, allora direttore del Santuario. Mio padre gli offrì una donazione per il mantenimento di un seminarista. Don Maschio la spostò delicatamente sul tavolo e, guardando noi figli, chiese ai miei genitori se non avessero pensato di offrire uno di noi al sacerdozio. Quella domanda semplice e diretta rimase nel cuore. In quel momento fu gettato il seme della mia vocazione salesiana.

 

Non era il progetto che mio padre aveva pensato per me. Probabilmente, al ritorno a Nairobi, si aspettava che trovassi un lavoro. Invece si aprì un altro cammino. Mi fu permesso di entrare nella Scuola Apostolica Don Bosco a Lonavala, a condizione che uno zio residente a Mumbai accettasse di farmi da tutore. Così iniziai la formazione salesiana: nel 1968 emisi la prima professione e nel dicembre 1977 fui ordinato sacerdote proprio nel Santuario della Madonna di Don Bosco a Mumbai, là dove la mia vocazione aveva ricevuto il primo impulso.

 

La prima obbedienza, subito dopo l’ordinazione, mi portò nel nuovo Noviziato dell’Ispettoria di Mumbai, a Nashik. Era il 1978 e mi fu chiesto di servire il primo gruppo di novizi. Fu un inizio molto significativo: la mia vita sacerdotale non cominciava con un incarico scelto da me, ma con un servizio alla formazione di altri giovani salesiani. Mi trovai ad accompagnare i primi passi di chi desiderava seguire Don Bosco. Anche questo mi aiutò a capire che ogni vocazione cresce quando è sostenuta da una comunità e da educatori disponibili.

 

Poco dopo arrivò una seconda chiamata. Nel 1979 il Rettor Maggiore, don Egidio Viganò, chiese volontari per il “Progetto Africa”. Risposi a quell’invito e fui mandato in Tanzania. Non fui destinato al Kenya, anche se vi ero nato, perché la missione chiedeva di andare non verso ciò che era più familiare, ma verso ciò che veniva affidato dall’obbedienza.

 

La parrocchia di Mafinga, negli altopiani meridionali della Tanzania, divenne la mia nuova casa. La missione lì aveva il volto semplice della gente, dei villaggi, delle celebrazioni, dei viaggi del fine settimana per incontrare le comunità cristiane. Durante la settimana mi fu chiesto anche di insegnare nel Seminario diocesano di Iringa. Così il servizio si svolgeva su due fronti: da una parte la vita pastorale con il popolo, dall’altra la formazione dei futuri sacerdoti. Erano attività diverse, ma unite dallo stesso desiderio: servire la crescita della Chiesa locale.

 

Quando i Salesiani furono invitati ad assumere il Centro Giovanile Cattolico a Dar-es-Salaam, ricevetti un nuovo incarico come cappellano dell’Arcidiocesi, allora guidata dal cardinale Laurean Rugambwa. In quel periodo lavorai con i Giovani Studenti Cristiani nelle scuole superiori e nelle università. Fu un’esperienza importante, perché mi mise a contatto con giovani chiamati a vivere la fede dentro il mondo dello studio, della cultura e delle responsabilità future. Anche lì il compito non era costruire qualcosa attorno a me, ma aiutare i giovani a scoprire la loro presenza cristiana nella società.

 

In seguito, quando l’Africa Orientale divenne Delegazione dell’Ispettoria di Mumbai, mi fu chiesto di assumere la responsabilità di economo e di trasferirmi nella Casa ispettoriale a Nairobi. All’inizio poteva sembrare un incarico meno direttamente pastorale. Con il tempo, però, compresi che anche l’amministrazione, se vissuta come servizio, può diventare profondamente missionaria.

 

In quegli anni, grazie all’aiuto dell’Ispettoria di Mumbai, del Rettor Maggiore, dei benefattori, dei laici vicini alle nostre comunità e di tanti amici della missione, fu possibile dare consistenza ad alcune strutture fondamentali per la formazione salesiana in Tanzania e in Kenya: il prenoviziato, il noviziato, lo studentato filosofico e quello teologico. A Nairobi sorse anche il Santuario di Maria Ausiliatrice. Non considero queste opere come un risultato personale, ma come il frutto di molte obbedienze, di molta collaborazione e di una grande fiducia nella Provvidenza. Oggi quelle strutture continuano a servire la formazione dei giovani salesiani locali e sono parte della crescita del carisma di Don Bosco in Africa orientale.

 

Nei primi anni della missione non avevamo sempre tutti gli strumenti, le qualifiche o le sicurezze che oggi sembrerebbero necessarie. Avevamo però una forte formazione salesiana, lo spirito di famiglia, la disponibilità al lavoro e la fiducia che il Signore avrebbe aperto la strada. Servivamo nelle case di formazione, nei centri giovanili, nelle scuole tecniche, nelle parrocchie e nelle nuove presenze dove i Vescovi locali chiedevano la collaborazione dei Salesiani. Si procedeva passo dopo passo, spesso con pochi mezzi, ma con il desiderio di mettere radici.

 

Dal 1996 al 2005 fui direttore del Santuario di Maria Ausiliatrice a Upper Hill, Nairobi. Anche questo incarico mi permise di collaborare più da vicino con la Chiesa locale. Fui nominato presidente del Senato dell’Arcidiocesi di Nairobi e membro del Consiglio Pastorale Arcidiocesano. Per me fu soprattutto un segno della fiducia che la Chiesa locale aveva verso la presenza salesiana e verso il servizio svolto in quegli anni.

 

Dopo quasi trent’anni nell’Ispettoria dell’Africa Est, sentii che poteva aprirsi una nuova tappa. Quando fu lanciato il “Progetto Europa”, diedi la mia disponibilità. Nel 2009 fui inviato nell’Ispettoria della Gran Bretagna, per collaborare in una parrocchia nella zona est di Glasgow, in Scozia. Era un ambiente molto diverso da quelli in cui avevo vissuto prima: una zona povera, segnata da difficoltà sociali e da un contesto religioso molto diverso da quello africano.

 

Anche lì dovetti imparare. La missione non consisteva nel ripetere ciò che avevo fatto altrove, ma nell’ascoltare, comprendere, adattarmi, amare quella gente così com’era. Le persone si rivelarono molto gentili e affettuose. Dovetti abituarmi all’accento di Glasgow, ma soprattutto imparai ancora una volta che l’amore di Dio non ha confini e che ogni popolo evangelizza anche il missionario che viene mandato a servirlo.

 

Nel 2011 fui destinato alla Savio House, a Bollington, nel nord-ovest dell’Inghilterra. Vi rimasi nove anni, lavorando con i volontari nell’animazione dei ritiri per i giovani. Fu un’esperienza molto salesiana. I giovani che arrivavano per i ritiri portavano domande, fragilità, desideri, a volte anche distanza dalla fede; ma portavano soprattutto una grande possibilità di bene. In un contesto secolarizzato, il carisma di Don Bosco mi apparve ancora una volta attuale: creare un ambiente accogliente, offrire ascolto, proporre esperienze di fede, accompagnare senza forzare.

 

Nel 2020 fui chiamato ad assumere il compito di economo ispettoriale. Anche questa obbedienza fu un servizio alla missione, perché le opere educative e pastorali hanno bisogno di essere sostenute con responsabilità, ordine e attenzione. Terminato quel mandato, mi fu affidato l’incarico di Delegato Ispettoriale per l’Animazione Missionaria.

 

In questo servizio cerco oggi di raccogliere quanto ho ricevuto nelle diverse tappe della mia vita: la formazione in India, la missione in Africa, il servizio in Europa, il lavoro con i giovani, le responsabilità comunitarie e ispettoriali. Attraverso il Rua Link, che svolge un ruolo di comunicazione all’interno dell’Ispettoria, cerco di far conoscere alla Famiglia Salesiana le notizie, le risorse e le proposte offerte dal Settore Missioni di Roma. Inoltre sto accompagnando l’animazione dei Consigli Pastorali delle nostre parrocchie, in sintonia con il tema della Giornata Missionaria Salesiana 2026: “Cuori aperti, Missione viva”.

 

Ripensando al cammino percorso, vedo tre grandi chiamate: la vocazione salesiana nata nel Santuario della Madonna di Don Bosco a Mumbai; il Progetto Africa, che mi ha portato in Tanzania e Kenya; il Progetto Europa, che mi ha condotto in Scozia e in Inghilterra. In ciascuna di queste tappe, l’obbedienza mi ha chiesto di partire, di cambiare, di assumere responsabilità nuove. Non sempre era chiaro fin dall’inizio quale frutto sarebbe nato. Ma il Signore ha fatto crescere il bene attraverso molte persone, molte comunità e molti collaboratori.

 

Per questo, se devo riassumere la mia vita missionaria, non la racconterei come la storia di ciò che ho fatto, ma come la storia di ciò che ho ricevuto e cercato di servire. Sono stato chiamato, mandato e impegnato. Ho imparato che la missione non è scegliere il posto più adatto a sé, ma accogliere il luogo e il compito che vengono affidati. E ho visto che, quando un’obbedienza è accettata con fede, può diventare seme di futuro per molti.

 

 

don Anthony Fernandes, sdb

 

Editor BSOL

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