Tempo per lettura: 3 min.
Don Bosco lo sapeva bene: il gioco e la musica sono le strade più semplici per entrare nel cuore dei giovani. Ancora oggi, nei cortili salesiani di tutto il mondo, il gioco crea fiducia, amicizia, fraternità. È il senso del motto “Avanti lo sport, avanti l’uomo!”: uno sport che serve la persona e la comunità, non il contrario.
Lo sport non ha bandiera
Dire che lo sport è “senza patria e senza colore” non significa negare le radici di ogni disciplina, che nasce sempre in un luogo e in una cultura. Significa riconoscere che lo sport porta in sé un valore che va oltre i confini: ci fa passare dall’”io” al “noi”.
La vera patria dello sport è la festa dell’essere umano e della varietà. Il suo unico colore è quello dei popoli che lo praticano. La sua unica bandiera è la gioia che sa suscitare.
Il profumo dello sport si chiama pace
Gli oratori e i centri giovanili salesiani offrono proprio questo: uno spazio dove ogni giovane, qualunque sia la sua provenienza, la sua condizione sociale o il colore della sua pelle, trova amici, fratelli ed educatori. È lo spirito di famiglia caro a Don Bosco: nel gioco si impara il valore della squadra, del gruppo, della comunità.
I nostri cortili hanno qualcosa da dire al mondo dello sport: ciò che conta è la persona, l’unità, la pace. San Giovanni Paolo II, al Giubileo degli sportivi del 1984, invitava gli atleti a fare dei loro incontri “un segno emblematico per tutta la società”, un anticipo del tempo in cui nessuna nazione alzerà più la spada contro un’altra. Se la guerra, ricorda papa Leone XIV, è sempre una sconfitta dell’umanità, lo sport pulito è un’alternativa concreta: costruisce pace e coesione tra i popoli.
Attenzione, però. Quando lo sport perde il suo carattere di gioco libero, spontaneo e appassionato, si trasforma nel suo contrario: diventa campo di battaglia di interessi, violenza, razzismo, corruzione, semplice merce da consumare. Uno sport che non unisce più è nemico dell’uomo.
Una scuola di fratellanza
Nella sua lettera “La vita in abbondanza”, papa Leone XIV ricorda che la pratica sportiva è un’attività aperta a tutti, che fa bene al corpo e allo spirito: un’espressione universale dell’essere umano.
Lo sport fa bene davvero quando aiuta la persona a essere sé stessa: libera, creativa, aperta, fraterna. Il beneficio non è solo fisico e individuale: chi cresce attraverso lo sport si apre agli altri e costruisce legami. Lo sport è una scuola di socialità.
Ma anche qui c’è un rischio: il business dello sport, il “pagare per giocare”, l’elitarismo, il doping, la mentalità del vincere a tutti i costi. Quando lo sport perde la sua dimensione comunitaria e diventa solo ricerca del successo personale, perde anche il suo valore educativo.
A proposito dei Mondiali di calcio del 2026, papa Leone ha scritto sui social parole che sembrano pensate per i nostri cortili: il calcio ci ricorda che “la vita non è una corsa in cui si cerca di brillare, da soli, ma un cammino che si impara a percorrere insieme”. Chi non sa fare un passaggio, anche se ha talento, non ha ancora capito il gioco. E chi non sa vivere con gli altri e per gli altri, non ha ancora compreso la vita.
Già Paolo VI vedeva nello sport molto più dell’educazione fisica: una scuola di lealtà, di fair play, di disciplina, di sacrificio, di coraggio e di tenacia. Un potente fattore di educazione morale e sociale.
Un assaggio di Paradiso
Grandi eventi come i Mondiali del calcio possono diventare spazi in cui riaffermare il primato della persona sul profitto, del dialogo sul dominio, del “noi” sull’ego. È l’intenzione di preghiera che papa Leone XIV ha affidato al mese di giugno: che lo sport, in questi tempi di guerra e di polarizzazione, sia strumento di pace, di incontro e di dialogo tra culture e nazioni.
Rispetto, solidarietà, fraternità: questi valori trovano la loro pienezza in Dio. Per questo uno sport che serve davvero l’uomo parla, in fondo, di Dio. Ed è per questo che è senza patria e senza colore: perché celebra la comunità umana, l’amore universale e la pace. Solo così lo sport può essere davvero, come è stato detto, un “assaggio di Paradiso”.
don Jerry MATSOUMBOU, sdb
Settore Pastorale Giovanile

