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Nell’autunno del 1944 l’Appennino bolognese divenne teatro di uno dei capitoli più bui della Seconda Guerra Mondiale. Tra il fumo degli incendi e l’orrore delle stragi naziste a Monte Sole, emerge luminosa la figura di don Elia Comini, sacerdote salesiano, il cui martirio, insieme a quello di padre Martino Capelli, dehoniano, e dei preti diocesani Ubaldo Marchioni e Giovanni Fornasini, non fu solo la tragica fine di vittime di guerra, ma una scelta lucida di carità eroica e fedeltà al proprio ministero sacerdotale. Come buoni pastori che non fuggono davanti al lupo questi giovani sacerdoti scelsero di rimanere accanto alla popolazione terrorizzata e di dare la vita per il gregge a loro affidato.
Un cuore educato al sorriso
Don Elia Comini maturò come uomo e come consacrato attraverso una quotidianità fatta di servizio e dedizione. Le sue radici affondano profondamente nel carisma di S,san Giovanni Bosco, un legame propiziato dall’incontro con monsignor Fidenzio Mellini, il parroco di Salvaro che lo accompagnò nella sua scelta vocazionale e che del santo torinese era stato conoscente diretto. Fidenzio Mellini, da giovane militare a Torino, aveva conosciuto e frequentato personalmente san Giovanni Bosco, che gli aveva profetizzato il sacerdozio. Divenuto arciprete di Salvaro, mons. Mellini notò subito la fede profonda e le capacità del giovanissimo Elia Comini, la cui famiglia si era trasferita nella parrocchia nel 1914. Fu proprio lui a orientare Elia e il fratello Amleto verso la scuola dei Salesiani di Finale Emilia nel 1923, dove fecero esperienza del carisma pedagogico di don Bosco e dove il giovane Elia maturò la vocazione alla vita religiosa salesiana. Ordinato sacerdote nel 1935, don Elia trascorse oltre dieci anni come educatore, insegnante e preside a Chiari (Brescia) e tre a Treviglio (Bergamo), portando con sé un’autorevolezza che non nasceva dal timore, ma da una bontà disarmante. In mezzo ai ragazzi don Elia non era una figura distante. Un suo ex allievo utilizzò una similitudine efficace per descrivere il clima di calore e protezione che trasmetteva: intorno a lui i ragazzi erano “come i pulcini attorno alla chioccia”. La sua presenza era ispirata allo stile salesiano: gli studenti, attratti dalla sua rettitudine mai rigida, trovavano naturale aprire il proprio cuore alla confidenza, permettendogli di guidarne la crescita interiore con una rara profondità. La sua presenza educativa si caratterizzava per la fraternità: sempre in mezzo ai giovani, pronto a condividere il gioco in cortile o i momenti di svago; per la pazienza instancabile: come insegnante, non perdeva mai la calma, pronto a rispiegare ogni concetto con estrema chiarezza a chi faticava; per l’attenzione agli ultimi: aveva il dono di recuperare i ragazzi più difficili, trasformando le loro crisi in opportunità di maturazione. Questa serenità ed equilibrio per rassicurare i più piccoli sarebbe stata presto messa alla prova dall’odio della guerra.
Comunità dell’Arca: la fraternità tra don Elia e padre Martino
Il 20 luglio 1944, a Salvaro, le strade di don Elia si incrociarono con quelle di padre Martino Capelli, un religioso dehoniano. Insieme a monsignor Mellini, diedero vita a quella che lo storico Luciano Gherardi definì la “comunità dell’arca”: un porto sicuro nella canonica di Salvaro che accolse centinaia di sfollati e perseguitati, sottraendoli alla furia nazifascista e offrendo un rifugio. Don Elia e padre Martino erano raffinati intellettuali, studiosi e insegnanti di lingue classiche, prestati alle necessità della guerra. Nonostante le storie diverse, agirono come un unico cuore, attraverso una generosa cura pastorale, la sepoltura dei morti, la mediazione di pace, il conforto e la protezione dei rifugiati. Questa amicizia divenne la roccia su cui i due sacerdoti costruirono la loro resistenza pacifica, una fratellanza che li avrebbe visti agire sempre all’unisono, fino al sacrificio finale. Entrambi i sacerdoti si rifiutarono di abbandonare la popolazione. Si offrirono costantemente come mediatori con i comandi tedeschi e accorsero ovunque ci fossero feriti e moribondi da confortare. La canonica di Salvaro divenne un centro di accoglienza materiale e spirituale per centinaia di profughi. Durante i rastrellamenti nazisti del 29 settembre 1944, don Comini riuscì persino a nascondere circa settanta uomini in un locale attiguo alla sagrestia, occultando la porta dietro un vecchio armadio per sottrarli alla cattura.
La scelta decisiva: “dobbiamo andare, il Signore ci chiama”
Il 29 settembre 1944 segnò l’inizio del massacro di Monte Sole. Mentre le truppe della 16a SS-Panzergrenadier Division seminavano morte, giunse la notizia delle atrocità perpetrate alla “Creda”, una località poco distante da Salvaro. In quel momento, i due sacerdoti presero la loro decisione: non avrebbero cercato la loro salvezza, ma il bene delle persone. Mentre le donne rifugiate in parrocchia li supplicavano di nascondersi, essi compresero che il loro posto era accanto al gregge ferito. Prima di partire per soccorrere le persone ferite, agonizzanti o uccise, don Elia pronunciò parole che restano come un testamento di fede: “dobbiamo andare; il Signore ci chiama”. Non fu imprudenza, ma una missione lucida. Muniti di oli santi e della teca eucaristica, si incamminarono non per combattere, ma per portare il perdono e la consolazione della grazia. Quella stessa stola, simbolo del loro mandato, sarebbe diventata il primo oggetto del disprezzo dei loro carnefici.
Intercettati dai nazisti, vennero privati della libertà. Una volta catturati, i due sacerdoti subirono un trattamento brutale, dettato da esplicito odio contro la fede. Le SS erano state indottrinate con un “catechismo” anticristiano che vedeva nel clero un nemico da annientare. Vennero privati violentemente delle insegne sacerdotali (stola e oli santi) per negare la loro identità di pastori. Furono ridotti a “bestie da soma”, costretti a trasportare carichi di munizioni sotto la minaccia delle armi, a digiuno e obbligati ad assistere a violenze inaudite. La prigionia presso la “Casa dei birocciai” a Pioppe divenne un calvario di umiliazioni.
L’ultimo atto alla “Botte”: una liturgia di vita e di morte
Il 1° ottobre 1944, don Elia, padre Martino e altri 43 prigionieri civili furono condotti presso la cisterna industriale chiamata “la Botte” a Pioppe di Salvaro, un grande invaso industriale utilizzato per la lavorazione della canapa. La macabra marcia verso la morte si trasformò in una solenne liturgia: don Elia guidò i 43 condannati recitando ad alta voce le Litanie Lauretane. In quegli istanti, la carità divenne carne: don Elia fece da scudo umano a un giovane prigioniero, Pio Borgia, salvandogli la vita durante il mitragliamento. Pio sopravviverà, diventando il testimone oculare di questo amore estremo. Padre Martino, prima di cadere, riuscì a sollevarsi un’ultima volta per tracciare il segno della croce, impartendo l’assoluzione sacramentale a don Elia e a tutti i presenti. Don Elia gridò “Pietà”, un’invocazione che non era una supplica per sé, ma un grido di intercessione per i carnefici e per le vittime. Poco prima dell’esecuzione, un soldato colpì duramente le mani di don Elia per strappargli il libro di preghiera. Con un gesto di supremo disprezzo, il militare usò il calcio del fucile per scagliare il Breviario nella melma della “Botte”. Solo dopo il massacro emerse la vera natura ideologica del crimine: i soldati si vantarono dell’uccisione gridando “Due Pastoren kaput!”. Per loro era un trofeo; per la Chiesa, era la prova del martirio. I loro corpi caddero nella cisterna di melma, rendendo la loro morte una prolungazione della Messa, celebrata sull’altare della sofferenza umana.
Un’eredità per il futuro
La storia di don Elia Comini si intreccia con quella di altri martiri di Monte Sole, come il giovane don Ubaldo Marchioni, fucilato ai piedi dell’altare a Casaglia mentre stringeva tra le mani la pisside. Questi uomini ci insegnano il valore del sacrificio, offrendo la propria vita per spezzare la catena della violenza e dell’odio. I beati Elia Comini, Martino Capelli, Ubaldo Marchioni (beatificati il 27 settembre 2026) e Giovanni Fornasini (beatificato il 26 settembre 2021), giovani sacerdoti, insegnano che la vera forza non è scappare, ma restare al proprio posto, specialmente quando il pericolo è massimo. Essere “buoni pastori” significa non abbandonare mai chi è in difficoltà e difendere la dignità umana con la sola arma della vicinanza. La vera realizz1azione non si trova nella salvezza individuale, ma nel servizio che si fa scudo per gli altri, specialmente nei momenti bui. Rimanere fedeli alla propria missione significa essere presenze rassicuranti e costruttori di pace anche quando il mondo intorno sembra impazzire. Rispondere all’odio con la preghiera e alla forza bruta con la rettitudine morale è l’unico modo per costruire un futuro autenticamente civile. Oggi, la figura di don Elia insegna agli educatori l’importanza di essere una presenza rassicurante anche nelle crisi più buie, dimostrando che il carisma salesiano non è limitato all’oratorio, ma è una disposizione al sacrificio totale per gli altri, testimoniando una fede che non si arrende all’odio e alla violenza, ma si spinge al dono supremo della vita.

