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Quando Francesco di Sales nasce, nel 1567, il mondo sta cambiando volto. La stampa di Gutenberg diffonde libri e sete di istruzione fin nelle campagne più remote; gli umanisti riscoprono i classici greci e latini; Copernico e Galileo rivoluzionano la scienza; i navigatori aprono le rotte del Nuovo Mondo; e per la prima volta l’infanzia viene riconosciuta come età della vita con esigenze proprie, degna di una pedagogia fatta di dolcezza e pazienza. Il futuro vescovo di Ginevra respira in pieno questo clima: legge Erasmo e Montaigne, ammira le scoperte geografiche, scrive un latino elegante e un francese curato. Ma il suo umanesimo ha un cuore cristiano: è l’«umanesimo devoto» che ispirerà anche don Bosco.
Un’invenzione «divina»
All’alba dei tempi moderni, nel momento in cui il Medioevo volgeva al termine e iniziava un nuovo periodo che è stato definito Rinascimento, l’invenzione della stampa e dell’arte tipografica a metà del XV secolo doveva apparire come qualcosa di straordinario. Nella famosa lettera di Gargantua al figlio Pantagruel, Rabelais si estasiava davanti a «quelle stampe così eleganti e corrette nell’uso, che sono state inventate nella mia epoca, per ispirazione divina». Francesco di Sales non era lontano dal condividere questo entusiasmo quando paragonava l’opera della creazione all’arte di Gutenberg:
Dio, come il tipografo, ha dato l’esistenza a tutta la diversità delle creature che sono state, sono e saranno, con un solo tratto della sua volontà onnipotente.
Non si può infatti esagerare la portata di questa invenzione che, diffondendo il libro, apriva una nuova era nel campo della comunicazione delle idee e della cultura. Accanto alle opere letterarie degli umanisti e ai testi specialistici destinati a giuristi, ecclesiastici, medici o persino artigiani, dalle presse cominciava a uscire un’immensa produzione di opere per tutti i tipi di pubblico: libri d’ore, vite dei santi, “Ars moriendi”, “Imitazione di Cristo”, romanzi cavallereschi del Medioevo.
I primi libri scolastici stampati furono i testi classici latini e greci, il famoso dizionario della lingua latina del lessicografo italiano Calepino, la grammatica latina detta di Donato, celebre grammatico del IV secolo, nonché gli abbecedari in cui il bambino imparava a leggere direttamente in francese su brevi testi religiosi e moralizzanti. Ormai la stampa si stava affermando nelle città e i venditori ambulanti la proponevano fino nelle campagne più remote. Ovunque sviluppava il gusto e il bisogno della lettura e dell’istruzione.
L’umanesimo dei tempi moderni
Il termine Rinascimento è stato introdotto nel XIX secolo per designare il movimento culturale nato in Italia già dalla metà del XV secolo. Si stava operando un profondo cambiamento nelle menti, le cui cause sono state oggetto di numerose discussioni. Non si possono in ogni caso trascurare le nuove condizioni economiche, in particolare lo sviluppo del commercio, della vita urbana e degli scambi monetari, che mettevano in crisi la vecchia cultura feudale e clericale del Medioevo.
In senso negativo, il Rinascimento può essere caratterizzato da una serie di rifiuti: rifiuto del latino barbaro dell’insegnamento medievale, rifiuto della «dittatura» di Aristotele, il filosofo per eccellenza del Medioevo che lo interpretava a modo suo, rifiuto della sterile logica scolastica. In senso positivo, professava un vero e proprio entusiasmo per la natura umana e una curiosità universale per tutte le sue manifestazioni. In questo senso, il Rinascimento apriva la strada a ciò che verrà chiamato umanesimo, dal quale è inseparabile.
Dopo gli studia divinitatis del Medioevo, ci si appassionava agli studia humanitatis. La curiosità si concentrava in particolare sull’antichità greco-latina, sui suoi autori e sui suoi grandi personaggi, che ormai erano oggetto di un vero e proprio culto. In un sermone del 1621, anche Francesco di Sales evocava «i Filippo e gli Alessandro di cui gli umanisti parlano tanto». Persino la mitologia e gli dei pagani tornavano in auge, se non altro per arricchire l’espressione letteraria e artistica, ma forse anche per qualcosa di più.
Il personaggio di moda era Alessandro Magno, eroe della Grecia e fondatore di un immenso impero. Il vescovo di Ginevra ne parla spesso, ma avendo cura di mostrare la superiorità dell’apostolo Paolo:
Quest’ultimo distrugge le città, abbatte i castelli, soggioga il mondo con la forza delle armi e alla fine si lascia sconfiggere da sé stesso. Al contrario, il nostro grande Apostolo sembra voler soggiogare e percorrere tutta la terra per abbattere non le mura, ma i cuori degli uomini, e sottometterli al suo Maestro attraverso la sua predicazione.
Il culto della perfezione letteraria spingeva gli umanisti non solo a cercare i propri modelli tra i Greci e i Latini, ma anche a scrivere in latino seguendo tali modelli. Il latino della scolastica lasciava il posto a un latino classico ed elegante, il cui modello insuperabile era, per la maggior parte degli umanisti, quello di Cicerone. Anche la lingua francese acquisiva prestigio; nel 1539, Francesco I ne aveva prescritto l’uso al posto del latino per le ordinanze e le sentenze dei tribunali. In Savoia, il duca Emanuele Filiberto fece lo stesso nel 1560 e Francesco di Sales, che pure non era suddito del re di Francia, la chiamava affettuosamente «la nostra lingua francese».
Una straordinaria sete di conoscenza aveva contagiato gli umanisti del Rinascimento. Non solo si riscopriva il vero Aristotele ricorrendo ai testi originali, ma si scopriva quasi interamente Platone, che avrebbe ispirato una nuova filosofia naturale. A Firenze, il maestro della scuola platonica, Marsilio Ficino, teorico dell’amore e della bellezza, vedeva l’universo come un organismo animato, soggetto alle influenze celesti, formato dall’unione tra cielo e terra.
La matematica stava vivendo una nuova fioritura da quando Pierre de La Ramée – meglio conosciuto con il suo nome latino di Ramus – aveva osato opporsi ad Aristotele, diventando il primo professore di questa disciplina al Collège royal di Parigi. Francesco di Sales menziona uno dei suoi successori, «il famoso Bressius», che occupò la sua cattedra a partire dal 1576.
L’astronomo polacco Copernico ribaltò il sistema geocentrico di Tolomeo, affermando che i pianeti ruotano su sé stessi e attorno al Sole lungo orbite circolari non situate nello stesso piano. La sua teoria fu all’origine della rivoluzione scientifica del XVII secolo. Il suo discepolo più famoso fu Galileo, pioniere del metodo sperimentale, che osservò il cielo per mezzo del cannocchiale astronomico, antenato del telescopio.
Anche la medicina si stava liberando dai propri pregiudizi filosofici per dedicarsi alla sperimentazione, come avvenne in particolare all’Università di Padova, frequentata dal giovane Francesco di Sales. Nello stesso anno 1543 in cui Copernico pubblicò il suo De revolutionibus orbium cœlestium, il medico fiammingo Vesalio aveva dato alle stampe il suo De humani corporis fabrica, un trattato interamente basato sullo studio anatomico del corpo umano.
A un’epoca – quella del Medioevo – in cui tutto era considerato in funzione di Dio, subentrava un’epoca di scoperta dell’uomo in tutte le sue dimensioni estetiche, letterarie, scientifiche e morali. Le diverse branche del sapere si affrancavano dalla tutela della teologia. La politica si affrancava dai dogmi etici e religiosi con Machiavelli, il cui capolavoro Il Principe figurava nella biblioteca dei libri proibiti di Francesco di Sales.
La scoperta del Nuovo Mondo
La scoperta di terre sconosciute in America (le “Indie” Occidentali), in Asia (le Indie Orientali) e in Africa alimentava una sete di conoscenza che d’ora in poi poteva essere soddisfatta «in ogni angolo della terra, nel Vecchio e nel Nuovo Mondo». Francesco di Sales si interessò a queste grandi correnti di informazioni e scambi. Lesse la Storia delle Indie Orientali del gesuita G.P. Maffei, le “Lettere dal Giappone e dalla Cina” del gesuita P. Almeida, la “Storia generale delle Indie Occidentali” di F. López de Gómara e i “Dies caniculares” di S. Majoli, una raccolta di fenomeni naturali e di cose curiose «in Europa, in Asia e in Africa».
Conosceva i grandi navigatori portoghesi: Bartolomeu Dias, che diede il nome al Capo di Buona Speranza; il «valoroso e cattolico capitano Albuquerque», che fece «fortificare Goa, città principale delle Indie Orientali»; lo scopritore del Brasile, Pedro Álvares Cabral, che «vi eresse una croce altissima, per cui tutto quel paese fu chiamato per molti anni regione della Santa Croce, finché il popolo, abbandonando quel nome sacro, lo chiamò Brasile, dal nome del legno del Brasile che se ne ricava per la tintura».
Nella sua “Difesa dello Stendardo della Santa Croce”, Francesco di Sales riporta i fatti sorprendenti che accompagnarono l’arrivo del cristianesimo oltre i mari: l’apparizione di una croce all’epoca di Albuquerque «in una delle regioni delle Indie», la storia della croce miracolosa di Meliapor, la devozione per la croce tra gli abitanti di Socotra, «un’isola del Mar Eritreo», le apparizioni della croce «nei pressi del regno degli Abissini» e «verso il Giappone», l’apparizione nell’antico regno del Congo di uomini contrassegnati dal segno della croce al servizio del re Alfonso e la costruzione del tempio della Santa Croce nella città di Ambasse.
Ma la scoperta di nuove terre comportò la rinascita della schiavitù, che ricordava fin troppo quella praticata dai Romani ai tempi del paganesimo:
Marco Antonio un giorno acquistò due giovani fanciulli che gli furono presentati da un certo mercante di cavalli; poiché a quel tempo, come ancora avviene in alcune regioni, si vendevano i bambini: c’erano uomini che ne facevano scorta e praticavano questo traffico come si fa con i cavalli nelle nostre terre.
D’altra parte, egli descrive anche lo stupore degli indigeni di fronte a certe invenzioni:
Si dice che i bravi indiani si divertano per giorni interi davanti a un orologio per sentirlo suonare le ore al momento giusto, e non potendo indovinare come ciò avvenga, non dicono tuttavia che sia privo di arte e ragione, ma rimangono incantati dall’amore e dall’onore verso coloro che governano gli orologi, ammirandoli come persone più che umane.
Nelle lettere dei missionari gesuiti, Francesco di Sales raccoglie curiosità, come quella di questo animale delle Indie, «il quale, pur essendo per natura terrestre, poco a poco e pezzo per pezzo perde del tutto la sua natura e diventa interamente pesce». Nell’”Introduzione alla vita devota” racconta che «coloro che vengono dal Perù, oltre all’oro e all’argento che ne traggono, portano anche scimmie e pappagalli». In un altro passo menziona quei «popoli del Nuovo Mondo [che] inviano i propri delegati al re con il più modesto seguito possibile, per rendere tanto più evidente la loro bassezza e umiltà rispetto alla gloria e alla maestà del loro re». Si paragona ai geografi – che all’epoca venivano chiamati cosmografi – quando cerca di tracciare a grandi linee il ritratto di un grande personaggio:
Imitando quindi i cosmografi, che nei loro mappamondi segnano solo punti per indicare le città, linee per le montagne, e lasciano all’immaginazione il compito di rappresentarsi il resto.
Almeno una volta, dalla sua penna emerge il nome del nuovo continente che si stava esplorando:
Conosciamo in parte la configurazione dell’America e ciò che riguarda questo paese grazie alle descrizioni che ne hanno fatto coloro che l’hanno visitato.
Come è noto, fu l’invenzione della bussola, con la sua ago magnetico sempre puntato verso nord, a rendere possibili le straordinarie scoperte di cui i contemporanei erano testimoni. Meravigliosa invenzione, infatti, che fa sì che non ci si perda mai senza un punto di riferimento:
Che la nave prenda la rotta che si voglia, che navighi verso ponente o verso levante, verso sud o verso nord, e qualunque sia il vento che la spinge, la sua bussola non guarderà mai altro che la sua stella polare e il polo.
La «scoperta» dell’infanzia
L’alba dei tempi moderni corrisponde anche a una scoperta di altro tipo, che Philippe Ariès ha definito la scoperta dell’infanzia, ormai considerata un’età della vita distinta da quella degli adulti.
Mentre nella società medievale il bambino contava ben poco o veniva trattato fin da subito come un piccolo uomo, questa fase della vita viene considerata sempre più come un’età a sé stante.
Ci si interessa al bambino, gli si danno abiti particolari, gioca a giochi diversi da quelli degli adulti. La stessa famiglia comincia a prendere coscienza della propria identità, coltiva la propria intimità, i propri legami affettivi e la propria attenzione educativa. La presa di coscienza del carattere proprio della prima infanzia si manifesta in particolare nella creazione di scuole e collegi che non conoscono più la commistione tra giovani e anziani come nel Medioevo.
Per rinnovare la società e formare un nuovo tipo di uomo – civile, cortese, amabile, pio e colto – gli umanisti diffondono una pedagogia rinnovata.
Nato nel 1567, Francesco di Sales poté trarre beneficio dagli insegnamenti delle prime generazioni di umanisti. Conosceva e apprezzava Jean Gerson, talvolta considerato un precursore degli umanisti. Quando scrive che «quell’uomo era estremamente dotto, giudizioso e devoto», si riferiva senza dubbio al libro L’”Imitazione di Cristo”, di cui si riteneva fosse l’autore, ma forse anche alle opere pedagogiche del Cancelliere dell’Università di Parigi, il quale auspicava che i bambini fossero trattati con dolcezza e pazienza. Tra gli autori umanisti che poterono influenzare in qualche modo, positivamente o negativamente, il pensiero e l’azione di Francesco di Sales, vanno segnalati in particolare Erasmo, Moro, Vives, Sadolet, Rabelais e Montaigne.
Francesco di Sales riconobbe in Erasmo da Rotterdam innanzitutto un «grande uomo di lettere», colui che affermò che «il modo migliore per imparare e diventare dotti è insegnare». Nella sua biblioteca di libri proibiti, di cui aveva ottenuto l’autorizzazione alla lettura, figuravano due opere del grande umanista europeo, tra cui la prima edizione critica del Nuovo Testamento. Francesco di Sales non mancava di citare la sua traduzione latina del Nuovo Testamento quando questa andava in tal senso, in particolare a difesa della concezione cattolica della Messa.
Del resto, la sua opera presenta molti tratti erasmiani: l’umanesimo attinto dall’antichità classica, la ricerca di immagini ed esempi, e l’abbondanza verbale. Una delle ultime opere di Erasmo fu, nel 1530, il suo “De civilitate morum puerilium”, che diffuse nella società europea dell’epoca il concetto di «civiltà». Amico di Erasmo, il cancelliere d’Inghilterra Thomas More è citato una volta da Francesco di Sales, ma in riferimento all’autorità della Chiesa.
Non disponiamo di prove esplicite per affermare con certezza che il vescovo di Ginevra abbia letto le opere di Juan Luis Vives. Tuttavia, un attento studio della sua concezione dell’uomo ha permesso di identificare una delle sue fonti nel De anima et vita del grande umanista spagnolo. Nel periodo in cui era precettore di Maria Tudor, scrisse un “De institutione feminae christianae” e un “De ratione studii puerilis”, due trattati di pedagogia umanistica pubblicati nel 1523.
San Francesco di Sales deve essersi sentito molto vicino alle opinioni del cardinale Sadolet, vescovo di Carpentras e grande umanista, il cui nome compare nel libro delle Controversie, in qualità di membro di una commissione per la riforma della Chiesa. Nel suo “De liberis recte instituendis”, scritto sotto forma di lettera al nipote Paolo, Sadolet aveva fondato l’educazione sull’esigenza religiosa unita a una cultura esplicitamente umanistica, sintesi di saggezza antica e fede cristiana. Il suo sistema educativo abbraccia tutti i campi: formazione religiosa, morale e sociale, lettere, filosofia e teologia, matematica e astronomia, ginnastica e musica.
Rabelais, autore di Pantagruel e di Gargantua, diffuse nei suoi scritti l’entusiasmo degli umanisti per la filosofia, la morale e le conoscenze dell’antichità. I giganti di cui racconta le incredibili avventure erano il simbolo dell’uomo senza limiti, vero re dell’universo, diventato un «abisso di scienze». Sebbene la religione sia ben presente nella sua opera, essa tende verso un teismo naturalista, non dogmatico. La gioventù, pensa Francesco, ha poco da guadagnare da questo maestro poco onorevole e che disprezza il passato.
Quanto a Michel de Montaigne, non era certo uno sconosciuto per Francesco di Sales, che lo cita più volte nelle sue Controversie, non su questioni di pedagogia, ma a sostegno delle sue controversie con i protestanti. Riguardo alla difficoltà di controllare le traduzioni della Bibbia in lingua volgare, Francesco di Sales si basa sull’opinione espressa dal «dotto profano». Sul piano letterario, Francesco di Sales gli è molto vicino, anche nell’uso delle immagini e dei paragoni. Poteva sentirsi piuttosto in sintonia con le affermazioni di questo saggio che preferisce «una mente ben formata piuttosto che ben piena», che vuole che la lezione non sia solo utile, ma anche piacevole e che rifiuta l’uso della violenza nell’educazione.
Francesco di Sales, un uomo di molteplici confini
In Savoia si parlava francese, pur non essendo francesi, e il culto della lingua francese era addirittura una delle caratteristiche dell’epoca. Lo stesso Francesco di Sales vi era molto sensibile, al punto da far rivedere uno dei suoi testi da un amico parigino prima di pubblicarlo, poiché, diceva, «temo che mi sfuggano alcuni accenti del nostro modo di parlare da queste parti».
L’umanesimo era fiorente negli ambienti colti della Savoia. Claude de Seyssel, morto nel 1520, vi aveva riportato il culto delle belle lettere, del latino, del greco e dell’ebraico. Il poeta Marc-Claude de Buttet era stato a Parigi allievo di Jean Dorat, che annoverava tra i suoi discepoli anche Ronsard, du Bellay e Baïf; fu segretario di Marguerite de Valois e amico dei poeti della Pléiade. Il padre di Francesco di Sales lo conobbe quando egli stesso frequentava la corte di Francia. A Chambéry, capitale storica della Savoia, i gesuiti insegnavano le discipline classiche nel loro collegio fin dal 1565.
Dal punto di vista geografico, lo sguardo di questo savoiardo tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII si rivolgeva naturalmente verso Torino, dove il duca risiedeva dal 1563, e verso Roma, dove intratteneva una corrispondenza con il papa e con la Curia.
Avendo trascorso più di tre anni a Padova, nella Repubblica di Venezia, era relativamente bilingue e la sua corrispondenza contiene un numero non trascurabile di lettere in italiano. Formatosi all’umanesimo europeo, scrive inoltre un latino di sapore classico.
Dal punto di vista letterario, si trova in un momento di transizione, a cavallo tra il Rinascimento e l’età classica. I primi grandi umanisti italiani erano ormai lontani. In Francia ci si stava avviando verso l’età classica. Per molti aspetti della sua sensibilità e della sua arte, in lui c’è qualcosa della ricchezza e della luminosità di quell’arte barocca che sbocciò dopo il Concilio di Trento, sotto l’influenza in particolare dei gesuiti.
Francesco di Sales è certamente un umanista, ma il suo umanesimo è quello di un umanista cristiano o, per dirla con le parole di Henri Bremond, di un umanista devoto. A volte vi sono distanze da colmare tra l’umanesimo e la devozione, tra una certa educazione puramente umanistica e una fervida educazione cristiana.

