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Nelle tre notti che procedettero l’ultimo giorno del 1860, D. Bosco fece tre sogni, come egli li chiama, ma che noi con tutta sicurezza, per ciò che abbiamo veduto, sentito, provato, possiamo appellare celesti visioni. Era lo stesso sogno tre volte ripetuto, ma sempre con circostanze diverse. Ecco in breve come il nostro buon padre lo raccontò nell’ultima sera dell’anno 1860 a tutti i giovani radunati. Così egli parlò:
I.
Mi trovai per tre notti consecutive in una campagna a Rivalta con D. Cafasso, con Silvio Pellico e con il Conte Cays. La prima notte la passammo discorrendo sopra certi punti di Religione riguardanti specialmente i tempi che corrono. La seconda si passò in conferenze morali in cui si fecero e si sciolsero casi di coscienza, spettanti specialmente la direzione della gioventù. Veduto che già per due notti di seguito faceva un tal sogno, deliberai di raccontarlo ai miei cari figliuoli, se ancora avessi sognato le stesse cose per la terza volta. Ed ecco che la notte del 30 al 31 dicembre mi trovai nuovamente nello stesso luogo cogli stessi personaggi. Lasciato da parte ogni altro discorso, mi venne alla mente che alla sera del giorno seguente, che era l’ultima dell’anno, secondo l’uso, doveva dare la strenna ossia i ricordi ai miei cari figliuoli. Perciò mi rivolsi a D. Cafasso e gli domandai:
– Voi che siete mio così grande amico, datemi voi stesso una strenna per i miei figli.
Egli mi rispose:
– Oh, adagio; se volete che io vi dia la strenna, andate e dite prima ai vostri giovani che preparino e aggiustino i loro conti.
Noi eravamo in una gran sala in mezzo alla quale stava un tavolo. D. Cafasso, Silvio Pellico, il Conte Cays andarono a sedersi a quella tavola. Io intanto per obbedire a D. Cafasso uscii da quel salone ed andai a chiamare i giovani i quali erano fuori, facendo ciascuno addizioni sopra una pagina che tenevano fra le mani. I giovani entravano ad uno per uno tenendo in mano la loro cartella, nella quale vi erano molti numeri da addizionare e si presentavano ai tre sullodati personaggi e loro consegnavano la propria cartella. Quei signori ricevutala vi facevano l’addizione, e, se era ben fornita e con chiarezza di numeri, la restituivano a ciascheduno; la sdegnavano, respingendola, se le cifre erano imbrogliate. I primi erano quelli che avevano i conti aggiustati, i secondi erano quelli che li avevano disordinati. Non pochi erano tra questi ultimi. Quelli che ricevevano la loro cartella aggiustata uscivano dalla sala tutti contenti e si andava a ricreare nel cortile; gli altri invece uscivano tutti mesti e angustiati. La folla dei giovani stava aspettando il suo turno fuori della soglia, tutti colla cartella in mano. Lungo tempo durò questa funzione, ma finalmente nessuno più si presentò. Sembrava che tutti i giovani fossero passati, quando D. Bosco vedendo alcuni che stavano aspettando e non entravano, chiese a D. Cafasso:
– Ma costoro che cosa fanno?
– Costoro rispose D. Cafasso, hanno la cartella vuota di numeri, quindi non si può far l’addizione; perché qui si tratta di sommare insieme quello che già si possiede, quello che si è fatto. Perciò vadano quei giovani a riempire la loro cartella di cifre, e poi vengano e si potrà fare l’addizione.
In questo modo fu terminata quella gran quantità di conti.
Allora io coi tre nominati personaggi uscimmo da quella sala nel cortile, e vidi un numero di giovani, coloro i cui cartelli erano stati trovati pieni di cifre e in ordine, che correvano, saltavano, si ricreavano con un piacere straordinario. Erano tutti contenti come tanti principi. Non potete immaginarvi il gaudio che io provava per la loro allegrezza.
Ma vi era un certo numero di giovani che non si ricreavano, ma stavano osservando gli altri. Costoro non erano molto allegri. Fra questi ultimi, poi, gli uni avevano una benda agli occhi altri una nebbia, altri il capo attorniato da una nube oscura; alcuni mettevano fumo dal capo, alcuni altri avevano il cuore pieno di terra, altri lo avevano vuoto delle cose di Dio. Io li vidi e li conobbi molto bene e li ho ancora così presenti alla mente, che potrei nominarli uno per uno dal primo all’ultimo.
Intanto io mi accorsi che dal cortile mancavano molti dei miei giovani e dissi fra me dopo aver riflesso: – Dove sono coloro che avevano la cartella tutta bianca, perché vuota di cifre? Guardo di qua, guardo di là e finalmente volsi l’occhio verso un angolo del cortile ed oh! spettacolo miserando! Ne vedo uno coricato per terra, pallido come la morte. Poi altri seduti sopra un basso e lurido scanno, altri sdraiati sopra uno sconcio pagliericcio, altri sopra il nudo suolo, altri sopra le pietre che ivi si trovavano. Erano tutti coloro che non avevano i loro conti aggiustati. Giacevano gravemente infermi, chi nella lingua, chi negli orecchi, chi negli occhi. Lingua, orecchi ed occhi brulicavano di vermi che li rodevano. Uno aveva la lingua tutta marcia, l’altro aveva la bocca piena di fango, e un altro metteva un fetore pestifero fuori dalla gola. Varie erano le malattie di altri infelici. Chi aveva il cuore tarlato, e chi guasto e già corrotto; chi aveva una piaga e chi un’altra. Ve n’era persino uno tutto rosicchiato. Era quello un vero ospedale.
A simile vista io rimasi sbalordito, non potendomi persuadere di quanto vedeva; ed: – Oh! che cosa è questo? esclamai dolorosamente. E mi avvicinai ad uno di quelli infelici e gli domandai:
Ma sei tu proprio N. N.?
– Sì, mi rispose, son proprio desso.
– Ma come va che sei in questo stato, così malconcio?
– Che vuole? farina del mio sacco! Veda! Questo è il frutto de’ miei disordini.
Mi avvicinai ad un secondo e ne ebbi la stessa risposta. Questo spettacolo mi passava il cuore come un’acutissima spina, la quale però mi fu addolcita dalla vista di ciò che sono per raccontare.
Intanto col cuore vivamente commosso mi volsi a D. Cafasso, e gli domandai supplichevolmente:
– A qual rimedio debbo appigliarmi per far guarire questi miei poveri giovani?
– Voi lo sapete al par di me quello che si debba fare; mi rispose D. Cafasso; non avete bisogno che io ve lo dica. Pensateci! Ingegnatevi!
– Dia almeno la strenna ai sani; replicai con slancio di umile, ma confidente preghiera.
D. Cafasso allora mi fa cenno di seguirlo e avvicinatosi al palazzo dal quale eravamo usciti, aperse un uscio. Ed ecco innanzi a me affacciarsi una sala magnifica, tutta ornata d’oro, d’argento e di ogni più prezioso addobbo, illuminata da migliaia di lampade, da ogni punto della quale usciva una luce, che il mio sguardo non poteva quasi reggere a tali splendori. Si stendeva a vista d’occhio in lunghezza e larghezza. In mezzo a questa sala regale vi era un’ampia tavola tutta carica di confetture di ogni specie. Vi erano amaretti quasi grossi come le munizioni da soldato, biscottini alti quasi un piede e mezzo, sicché un solo avrebbe bastato a saziare un giovane. Ciò veduto io mi slanciai subito per correre a chiamare i giovani, invitandoli a venire attorno a quella tavola e per contemplare il magnifico spettacolo di quella sala. Ma D. Cafasso mi fermò subito gridando:
– Adagio! Non tutti possono mangiare di quei biscotti e di quei amaretti. Chiamate solamente quelli che hanno i loro conti aggiustati.
Così feci, e in un istante quella sala fu piena di giovani. Allora io mi accinsi a rompere e a distribuire quei biscotti e quegli amaretti che erano di una grande bellezza. Ma D. Cafasso mi si oppose:
– Adagio, D. Bosco, mi disse, adagio! Non tutti quelli che son qui possono gustare di questi confetti; non tutti ne sono degni.
E mi disse e mi indicò chi fossero gli indegni. Fra questi enumerò in primo luogo quelli che erano piagati, che non si trovavano né anco in quella sala cogli altri, perché non avevano i conti aggiustati; quindi mi indicò quelli pure, i quali sebbene avessero i loro conti in regola, avevano però o la nebbia agli occhi o il cuore pieno di terra, o vuoto delle cose del cielo.
Ma io tosto con aria supplichevole gli dissi:
– D. Cafasso! lasciate un po’ che io ne dia anche a questi ultimi: sono essi pure miei cari figliuoli; tanto più che vi ha qui l’abbondanza e non c’è pericolo che ne manchi.
– No, no, continuò a dire: solo quelli che hanno la bocca sana ne possono gustare; gli altri no: non gustano questi confetti: non son fatti per queste dolcezze; perché siccome hanno la bocca guasta e piena di amarezza, le cose dolci fan loro schifo e non possono mangiarne.
– Mi acquetai e intanto mi posi a distribuire quei biscotti e quelli amaretti solo a coloro, che mi erano stati indicati. Serviti che furono tutti lautamente una prima volta, ripresi da capo la distribuzione e a tutti ne diedi nuovamente una dose abbondante. Io vi assicuro che mi compiaceva nel vedere i giovani mangiare con tanto gusto. Sul loro volto era dipinta la gioia; non parevano più i giovani dell’Oratorio tanto erano trasfigurati.
Coloro che nella sala erano rimasti senza dolci, stavano in un angolo di essa melanconici e confusi. Preso di somma compassione mi volsi nuovamente a D. Cafasso e gli chiesi ripetutamente che permettesse fossero distribuiti i dolci eziandio a costoro, perché potessero gustarne.
– No, no; replicò D. Cafasso; costoro non possono mangiarne; fateli guarire e poi allora anch’essi ne mangeranno.
Io guardava quei poveretti. Guardava eziandio quei molti, rimasti fuori così malconci, ai quali eziandio nulla si era dato. Li riconobbi tutti e mi avvidi che alcuni di essi avevano per maggior sventura il cuore tarlato.
Replicai quindi a D. Cafasso:
– Ma mi dica adunque; qual rimedio debbo adoperare; mi dica cosa debbo fare per guarire quei miei figliuoli?
Di bel nuovo mi rispose:
– Pensateci, ingegnatevi, voi lo sapete!
Allora lo pregai che mi volesse dare la strenna promessa per i miei giovani.
– Ebbene! rispose; ve lo dico!
E postosi come uomo che si dispone a partire, per ben tre volte con voce ogni volta più alta, gridò:
– State attento! State attento! State attento!
Così dicendo egli coi suoi compagni disparve e si dileguò eziandio tutto il sogno. Allora fui desto come adesso che vi parlo e mi trovai seduto sul letto colle spalle fredde come il ghiaccio.
Questo fu il mio sogno; ora ciascuno lo interpreti come vuole, ma sappia sempre dargli il peso che si merita un sogno. Però se c’è qualche cosa che possa essere utile alle nostre anime, accettiamola. Non vorrei tuttavia che alcuno andasse a raccontare questo sogno fuori di casa.
Io l’ho narrato a voi, perché siete miei figliuoli, ma non voglio che lo diciate ad altri. Intanto io vi posso assicurare che ho presente ancora ciascheduno di voi, come vi ho visti nel sogno, so dire chi era ammalato e chi no, chi mangiava e chi non mangiava. Ora non voglio mettermi qui a dire in pubblico lo stato di ciascheduno, ma mi riserbo a dirlo a tutti in particolare. La strenna che io do in generale a tutti quelli dell’Oratorio si è: frequente e sincera confessione, frequente e devota Comunione.
(MB VI, 817-822)
[…]
II.
Il giorno 13. — D. Bosco disse dopo le orazioni: — Al punto in cui si trovavano le cose, io mi credo obbligato di parlare e togliere il velo al sogno. Vi aveva detto che questo sogno straordinario mi avvenne tre notti consecutive.
La prima volta sognai, essendo il 28 dicembre, e il sogno si ripeté nella notte del 29 e del 30. Nella prima notte si trattarono punti e questioni di teologia riguardanti il tempo presente, ossia le cose del giorno, ed ebbi molti lumi.
La seconda notte molte questioni di morale pure riguardanti il tempo presente, intorno ai vari casi di coscienza dei giovani dell’Oratorio.
La terza notte furono casi pratici, coi quali conobbi l’interno morale di ciascheduno giovane in particolare. Nel primo, giorno io non voleva dare retta, poiché il Signore ce lo proibisce nella Sacra Scrittura. Ma in questi giorni scorsi, dopo aver fatte parecchie esperienze, dopo aver presi diversi giovani a parte, e aver detto loro le cose tali e quali le aveva viste nel sogno, e che essi mi assicurarono essere proprio così, allora io non potei più dubitare, che questa sia una grazia straordinaria, che il Signore concede a tutti i figli dell’Oratorio. Io perciò mi trovo in obbligo di dirvi che il Signore vi chiama e vi fa sentire la sua voce, e guai a coloro che vi resistono.
D. Cafasso adunque fece andare tutti in una sala e a tutti diede la loro pagina. Alcuni avevano l’intero conto aggiustato. Altri avevano i numeri, ma vi era ancor da fare un’addizione. – E la pagina la presero tutti? – No: perché molti erano fuori, chi coricati su pagliericci, chi seduti sopra scanni, chi per terra e nel fango: alcuni tutti coperti di ferite e di piaghe che facevano ribrezzo.
Quelli che presero la loro cartella uscirono poi a fare la ricreazione; ma neppure la facevano tutti; perché molti di essi avevano gli occhi attorniati da una nebbia, altri gli occhi bendati, altri il cuore tutto tarlato.
Quelli che avevano la cartella aggiustata sono quelli che hanno la loro coscienza in ordine.
Quelli che avevano la loro cartella ma non compita, sono quelli, la cui coscienza è aggiustata, ma ci manca ancora l’addizione almeno dell’ultima confessione.
Quelli che avevano gli occhi avvolti nella nebbia o bendati, sono quelli animati dallo spirito di superbia e d’amor proprio. Quelli che erano sdraiati io saprei nominarli ad uno ad uno e dire il perché erano sui pagliericci o sugli scanni o per terra. Vidi l’interno dei cuori. Molti lo avevano ripieno di cose belle: di rose, di gigli, di violette fragrantissime. Questi fiori indicavano le varie virtù. Ma gli altri!… Il cuore tarlato significava quelli che nutrono odii, rancori, invidie, antipatie, ecc. ecc.
Alcuni avevano il cuore pieno di vipere, indizio dei molteplici peccati mortali. Altri lo avevano pieni di terra e sono quei che hanno il cuore attaccato alle cose terrene, alle cose sensuali. Molti poi avevano il cuore vuoto e sono quelli che si trovano bensì in grazia di Dio e non sono attaccati alle cose terrene e sensuali, ma non procurano colle pratiche di pietà di riempirlo di timore di Dio. Vivono sbadatamente, e se non cadranno al primo laccio che loro tenderà il demonio, tuttavia a poco a poco diverranno cattivi.
Coloro pertanto che non hanno, ancora le cose dell’anima aggiustate, deh! non aspettino oltre ad aggiustarle: vengano pure: mi promettano solamente di non negarmi cosa alcuna che io loro domanderò; poi, se essi non sapranno dire, dirò io per loro. Io mi trovo in istato di dire a ciascuno il passato, il presente ed anche un po’ del futuro. Io vi dico in questo punto certe cose che non dovrei dire! Oh cari giovani! Inorridisco al pensiero! Vi assicuro che io non avrei mai creduto che nella nostra casa vi fossero tanti giovani che avessero le cose della loro coscienza così disordinate, così male aggiustate: no, io non l’avrei creduto mai!
Quanti vi erano di quei piagati distesi per terra! Io ve lo assicuro, che passai notti e giorni terribili. Lodo coloro che pensarono già ad aggiustare la loro coscienza; ma molti altri ancora non ci pensano. – Dicendo queste parole, con voce commossa, grosse lagrime gli cadevano dagli occhi. Dopo breve pausa, augurò la buona notte. Non pochi dei giovani piangevano pure. Queste parole ottennero l’effetto desiderato.
Ruffino. – 15 gennaio.
– Gli artigiani continuano a fare la confessione generale.
Oggi da alcuni si rivolse a D. Bosco questa interrogazione:
– Come va che avendo fatto il primo sogno circa a Natale, aspettò a raccontarcelo?
– Dirò quello che ho già detto; io feci quel sogno, ma per una parte non voleva darvi retta; per l’altra parte lo vedeva troppo importante, e perciò esaminai ben bene la cosa. Poi chiamai un giovane che aveva veduto nel sogno dei più sconciamente piagati e gli dissi: – Tu stai così e così di coscienza; secondo le piaghe che gli avevo vedute. E l’altro rispose che veramente era tale il suo stato. Ne chiamai un altro e trovai la stessa esattezza di risposte, concordante con le cose da me viste. In un terzo ancora da me esaminato vidi verificarsi il mio sogno. Allora non potei più dubitare. In quel sogno io conobbi lo stato di coscienza di tutti i giovani, il loro stato presente e molto anche del futuro.
D. Bosco disse eziandio ad alcuni pochi: Io ebbi maggiori cognizioni sulla teologia, in quelle tre notti, che non in tutto il tempo che studiai in Seminario.
(MB VI, 829-832)

