14 Apr 2026, Mar

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La vicenda del Servo di Dio Ignazio Stuchlý (1869–1953) consente di osservare, in un contesto storico complesso, come la santità salesiana possa prendere forma attraverso un insieme stabile di virtù vissute nel quotidiano. Nato in Moravia nell’Impero austro-ungarico, formato alla fede in un ambiente contadino e segnato da fragilità fisiche, Stuchlý matura lentamente la propria vocazione, cercando con tenacia la volontà di Dio tra tentativi, porte chiuse e ripartenze. L’incontro con il carisma di Don Bosco e con don Rua orienta definitivamente il suo cammino: povertà concreta, obbedienza, fortezza, castità, spirito di sacrificio e paternità educativa diventano tratti costanti del suo “habitus” virtuoso. Da formatore e ispettore, attraverserà poi guerre e persecuzioni, rimanendo un punto di riferimento per i confratelli e per i giovani.

 

 

  1. In ricerca della volontà di Dio

Il servo di Dio nasce a Bolesław, in Moravia, il 14 dicembre 1869: è suddito di quell’immenso coacervo di lingue, culture e tradizioni rappresentato allora dall’Impero Austro-Ungarico, frutto, nella sua forma compiuta, dell’Ausgleich del 1867 tra Impero Asburgico e Regno d’Ungheria.

Quarto di dieci figli, egli riceve un’educazione semplice, ma solida alla fede cattolica, cosa questa più facile in Moravia che in Boemia, dominata allora dal protestantesimo e in cui un certo anti-cattolicesimo veniva strumentalmente usato per contrastare l’influsso degli Asburgo, schierati a difesa del papato.

Ancora bambino, Ignazio aiuta i genitori nel duro lavoro dei campi: sono proprietari di una fattoria di medie dimensioni e possessori di alcuni cavalli, dato questo che permetteva di qualificare gli Stuchlý come abbastanza agiati:

 

                Avevano anche un paio di cavalli. Non erano allora del tutto poveri.

                Si trattava di un’abitazione contadina con tutto quello che vi appartiene come la stalla, la scuderia, i campi ecc. […] il servo di Dio apparteneva alla popolazione locale media.

 

Allora quella regione – sita al confine con la Slesia di cui inglobava una parte – si contraddistingueva per la dominanza agricola, una certa povertà della popolazione, un evidente orientamento alla cultura tedesca. Gli inverni erano rigidi. Per partecipare alla Messa del mattino Ignazio doveva percorrere 8 chilometri (4 all’andata e 4 al ritorno). In quelle camminate Ignazio pregava, assorto in meditazione contemplante. Alle volte, gli riusciva di recitare un solo “Padre Nostro” durante l’intero itinerario: sostava infatti in contemplazione amorosa su ogni singola parola, meditandola con attenzione e spesso commuovendosi. Così facendo, senza saperlo, egli transitava già dall’orazione vocale all’orazione mentale, riflettendo su Colui al quale egli si rivolgeva e imparando a riconoscerlo Padre.

Frequentava la scuola tedesca, dove questo idioma veniva a sommarsi al dialetto moravo usato in famiglia, ma non al boemo: il servo di Dio l’avrebbe appreso ormai adulto, senza mai poterlo padroneggiare perfettamente. La morava Olomouc rientrava, amministrativamente, nella Slesia, in cui confluivano territori che le alterne vicende della storia novecentesca avrebbero visto passare dalla Germania alla Polonia.

A scuola, Ignazio non si distinguerà mai per doti intellettuali particolari: però era retto, sincero ed eroicamente perseverante. Qui incontra Jan Kolibaj, il maestro che più di ogni altro avrebbe influenzato la sua crescita. Animo d’artista, appassionato violinista e soprattutto innamorato della Madonna, Kolibaj ai suoi studenti insegnava i canti mariani e, cantandoli con loro, spesso si commuoveva fino alle lacrime. Lui, un semplice laico, risvegliava inoltre negli allievi la disponibilità ad ascoltare la voce del Signore che chiama: attuava infatti tra essi una discreta, ma efficace pastorale vocazionale. Come il venerabile Jan Tyranowski con Karol Wojtyla, così Jan Kolibaj allena l’orecchio interiore del ragazzo Stuchlý a cogliere quella «voce di sottile silenzio» in cui può esprimersi la chiamata divina. Un giorno, Kolibaj persino glielo chiede, in modo diretto, se volesse diventare sacerdote. Ignazio però, preso alla sprovvista, risponde di no. Per lui si prospettava allora una vita da contadino, insieme ai fratelli. Quando poi dovette rinunciare a ereditare la fattoria paterna per ragioni di salute, e si vide preferire un altro fratello, il servo di Dio pensò inizialmente di diventare sarto: professione, questa, che richiedeva poche energie e appariva idonea alla sua condizione di debolezza cronica. Tale progetto però svanì, per ragioni oggi impossibili da ricostruire. Egli allora restò alla fattoria, “ospite” ormai di un possedimento che non sarebbe mai stato suo.

Le sue condizioni di salute migliorano però improvvisamente quando, a 16 o 17 anni, visita un “guaritore popolare” a Bohumín:

 

durante l’infanzia e la giovinezza era malato e questa malattia sembrava inguaribile. Poi un guaritore popolare gli aveva consigliato di non mangiare roba acida, di prendere il latte e di bere molto grasso di pesce. Ciò gli aveva molto giovato e così poteva aiutare sui campi nella fattoria di suo padre. Soltanto successivamente si è deciso di andare a studiare.

 

Mentre tale guaritore popolare ne cura il corpo, ne scruta però anche l’animo, e compie su di lui una profezia: sarebbe guarito e divenuto sacerdote. Testimonia il pronipote, Jan Michael Stuchlý:

 

Originariamente egli [sarebbe dovuto] rimanere l’erede della fattoria paterna ma poi, a causa della salute precaria e quando non giovava nessuna medicina, l’eredità passò al fratello Josef, mio nonno. Dopo molte ricerche finalmente Ignazio aveva trovato un guaritore popolare a Bohumín il quale gli aveva pronosticato: «Tu guarirai» e «tu diventerai sacerdote». Aveva allora circa 20 anni.

 

Nemmeno stavolta, Stuchlý però risponde con un «sì!». La sua vocazione sacerdotale, inoltre, pareva ormai irrealizzabile: aveva studiato poco, non conosceva una parola di latino, aveva superato l’età in cui i giovani entravano in seminario, e la famiglia non avrebbe mai potuto sostenerlo economicamente. Il lavoro in fattoria intanto lo esponeva ad alcuni pericoli, come quando cadde sotto la slitta, poi trainata dai cavalli imbizzarriti, i cui zoccoli gli battevano furiosamente vicino alla testa: credette di morire, ma ne uscì incolume e continuò ad amare i cavalli allegri, così come lui era allegro e gli piacevano le persone ottimiste, pronte e piene di energia.

Gli piaceva anche andare a ballare (pur se rientrava sempre prima della mezzanotte per prepararsi all’Eucaristia dell’indomani). Inoltre sapeva gustare le cose belle della vita: una caratteristica che avrebbe conservato negli anni a venire, quando per esempio avrebbe raccomandato a una giovane, prossima alla sua entrata in religione, di abbonarsi senza falsi scrupoli a una stagione concertistica, per godere – finché potesse – della buona musica. Ben inserito nel gruppo degli amici, il servo di Dio si staglia intanto per la castità esemplare: il suo atteggiamento, di esempio agli altri, diveniva rassicurante per i genitori che – in anni dove la simultanea presenza di ragazzi e ragazze era molto meno libera di oggi – senza alcun timore permettevano alle loro figlie di aggregarsi all’allegra compagnia, se sapevano che ne faceva parte anche Ignazio.

Egli pertanto, giovane tra i giovani, già assomiglia a ciò che il Signore gli avrebbe più tardi chiesto di essere per vocazione: giovane per i giovani, tra i quali attesta una precoce dote di paternità spirituale.

 

  1. La grande scelta: tra i Salesiani di Don Bosco

Poi, un giorno, arriva la grande svolta. Lui è impegnato nel lavoro dei campi. D’un tratto, sente un canto levarsi dal vicino camposanto: è un sacerdote che, al termine delle esequie, ha intonato la Salve Regina: un altro canto mariano, come quelli che gli aveva insegnato Jan Kolibaj. Quel giorno il servo di Dio si commuove profondamente, quasi folgorato, poi dirà, dalla bellezza dell’essere sacerdote per poter intonare il canto alla Madonna: da allora, egli vorrà, con ogni determinazione, diventare sacerdote per «poter intonare anche lui quel canto»; essere dunque prete per cantare a Maria. La Salve Regina gli era rimasta talmente impressa, che continuava a risuonargli dentro. Le tappe di discernimento della vocazione, e poi la sua stessa vita – segnate da fatica e sofferenza – avrebbero inoltre fatto di Ignazio stesso quasi un’icona della preghiera rivolta alla Regina del cielo, la Madre di misericordia che soccorre i suoi figli nella prova, nell’esilio, nella valle di lacrime.

Così, quando poco dopo – forse anche constatandone le recuperate condizioni fisiche – il padre si mostra disposto a cedergli un campo e lo esorta a trovare una brava giovane con cui formare una famiglia, Ignazio respinge la proposta: dichiara ai genitori la propria vocazione ed essi non oppongono resistenza. Il servo di Dio, che si era precedentemente visto rifiutare quel che sarebbe potuto spettargli (l’eredità della fattoria), rinuncia dunque ora, liberamente, a quanto un tempo aveva desiderato e ora poteva essergli concesso. La sua vocazione pertanto non era stata una scelta residuale, quasi un riorientarsi dopo avere constatato come impercorribili altre strade: ma una vera vocazione, accolta pronunciando alcuni “no” ed – evangelicamente – rinunciando a tutti i suoi averi per acquistare la “perla preziosa”.

Ha però vent’anni e nessuno è disposto ad accettarlo. Quando il parroco viene a sapere di questa sua idea di farsi prete, si mette a ridere: e gli consiglia di lasciar perdere, di essere ragionevole e tornare alla fattoria. Allora il servo di Dio era un ragazzone alto, dal viso aperto e franco, con gli occhi azzurrissimi e impertinenti capelli rossi. Lo ascolta invece il viceparroco, che lo esorta a non scoraggiarsi e ad avere fiducia. Quindi gli parla di padre Angel Lubojacký, un priore domenicano che stava meditando di “fondare una nuova Congregazione al modo di Don Bosco”, impegnata nella riconciliazione con la Chiesa ortodossa. Egli era alla ricerca di giovani aspiranti e Ignazio, poco esperto in dinamiche di Chiesa, accetta. Parte con un amico: era l’epoca in cui si raccoglieva il grano e loro – come Simone e Andrea e Giovanni e Giacomo nel lasciare le reti – lasciano le falci del raccolto per seguire Gesù.

 

Lo aspettano, da subito, grandi fatiche: deve lottare con la grammatica ceca e latina. Lo sforzo era tale, da fargli meditare un abbandono. Però non cede e, proprio lui cui piacevano i cavalli scattanti, impara in questi mesi la difficile arte del “cavallo da tiro” (a ciò viene paragonato Ignazio da un amico!): che procede lento sotto il carico, senza però scoraggiarsi. Inoltre l’opera era poverissima, costretta al frequente trasferimento di sedi: tentava di gettare radici, tra mille incertezze. Il servo di Dio inizia così ad allenare due virtù poi tipizzanti il suo profilo spirituale: la fortezza e la povertà.

L’ordine domenicano intanto comincia a considerare con crescente scetticismo padre Angel, priore che voleva farsi fondatore, procedendo però senza l’appoggio dei suoi, né una vera armonia con la Provincia domenicana. Dio però, che sa trarre anche dal male il bene, aiuta intanto Ignazio Stuchlý. Gli fa, infatti, incontrare don Antonín Cyril Stojan, già allora sacerdote santo (poi Arcivescovo di Olomouc, dal 1921; oggi venerabile servo di Dio). Egli gli parla di Don Bosco, di cui era grande ammiratore (in Boemia e Moravia i Salesiani ancora non esistevano, ma si stavano cominciando a tradurre libri sul Santo dei giovani). Stojan associa Stuchlý nelle visite alle famiglie: potrà così familiarizzarsi con fatiche e bellezze del ministero pastorale, e diventare conoscitore degli animi.

Mentre ancora crede che il suo futuro sarebbe stato in questa nuova Congregazione di stampo domenicano, egli inizia pertanto a fare pratica pastorale e salesiana: ignorava però che proprio questa fosse la sua vera vocazione. Per le sue virtù, viene inoltre considerato ufficiosamente il “prefetto” di quella piccola comunità di aspiranti: anche questo, è un ruolo che egli – futuro Salesiano – avrebbe ricoperto a più riprese per ampia parte della vita.

Poi, improvvisamente, le speranze del servo di Dio sembrano crollare. Difficoltà finanziarie, il ritardo nella concessione di alcune autorizzazioni da Vienna, e soprattutto l’opposizione del Vescovo, determinano il repentino fallimento dei progetti di padre Angel, che aveva intanto lasciato i Domenicani. Padre Angel subisce un contraccolpo psichico: viene trovato mentre si aggira smarrito per le strade, e – ormai allontanato dal proprio ordine – accolto nel clero diocesano. I giovani sono dispersi. Il servo di Dio, a 24/25 anni, sembra avere come unica prospettiva il ritorno a casa. Aveva però imparato il latino e conosciuto Don Bosco. Non si dà per vinto e intraprende un doloroso pellegrinare alla ricerca della vocazione. Sono mesi difficili, in cui bussa a molte porte, ma ne viene sempre respinto. Sfuma persino un tentativo con i Gesuiti, che in prima istanza sembravano pronti ad accoglierlo, pur se magari come confratello non presbitero, e a patto che si rendesse disponibile per le missioni.

Sblocca questo discernimento – particolarmente sofferto – l’incontro con un prete, forse suo antico confessore. Gli dice: «Tu non andrai tra i Gesuiti, ma tra i Salesiani. Torna a casa e aspetta». Appena tre giorni dopo, il servo di Dio aveva tra le mani un telegramma di don Rua – primo successore di Don Bosco – che lo convocava a Torino. Allora Ignazio Stuchlý prepara in fretta le sue poche cose e parte. Saluta i familiari come se non dovesse rivederli più: a quel tempo partire per l’Italia equivaleva ad andare missionario in un paese lontano. Nemmeno conosce la lingua, ma lascia tutto, si fida e si mette in cammino. Rientra nel gruppo dei “Figli di Maria”, come li chiamavano i Salesiani, ovvero le vocazioni adulte.

 

  1. Alle sorgenti del carisma salesiano

A Torino, il primo incontro con il Rettor Maggiore avviene in latino: si intendono a meraviglia, superando l’ostacolo rappresentato dal fatto che uno non conoscesse il moravo e l’altro l’italiano. Don Rua inoltre era un prete con il dono di leggere i cuori, e sapeva capire le persone alla luce del progetto di Dio su di loro: da lui, verranno quindi le svolte decisive per la vita di Ignazio salesiano.

Le prime tappe di formazione del servo di Dio sono, soprattutto: TorinoValsalice e Ivrea. In particolare Valsalice diventa per lui una scuola di formazione intesa come scuola di santità. Qui fioriva allora la santità di molti, come don Luigi Variara (beato), il principe don August Czartoryski (beato) e soprattutto don Andrea Beltrami (venerabile). Ignazio cresce pertanto in questo clima, fortemente orientato all’oblazione della vita e al dono generoso di sé. Il motto di don Andrea Beltrami (afflitto da tubercolosi, che l’avrebbe portato alla morte nel 1897) – «né vivere né morire, ma patire e soffrire» – educa Ignazio Stuchlý alla spiritualità vittimale e riparatrice. Così facendo, egli impara ad applicare sin dai primi mesi di formazione salesiana l’interezza del motto «da mihi animas, caetera tolle»: anzi è il caetera tolle a sostanziare di credibilità il «da mihi animas». Si avvantaggia inoltre della vicinanza pressoché quotidiana con i superiori maggiori, e della condivisione di vita con la prima generazione di Salesiani: quelli formati da Don Bosco, le cui spoglie riposavano allora a Valsalice, in un contesto di grande proposta vocazionale ed esplicita esortazione a diventare santi.

Trasferito a Ivrea, vi riceve formazione missionaria: i superiori meditano infatti di farlo partire e gli chiedono allora – anche per valorizzare la sua esperienza di contadino – di diplomarsi in Agronomia. Diventa intanto assiduo di don Rua, che gli chiede di accompagnarlo nella recita del rosario, alla sera: e a don Rua Ignazio Stuchlý un giorno cederà il proprio colletto per sostituire quello di lui, ormai liso dall’uso. Quando poi don Rua viene a sapere che Ignazio era destinato alle missioni, gli intima di ritirare la domanda. «La tua missione è al Nord», sentenzia. Ignazio ci crede, si presenta a don Giulio Barberis, gli riferisce il discorso e resta a disposizione della Congregazione, senza sapere quale sarebbe stata la sua successiva obbedienza.

Sempre don Rua lo aiuta inoltre in un momento di fatica quando, al termine del noviziato, viene assalito dal dubbio di non riuscire a perseverare nella vocazione: la paura era così tanta, che addirittura sudava durante la meditazione.9 Gli fu allora chiesto di emettere immediatamente la professione perpetua: lui si fidò e la tentazione svanì, riportandolo all’abituale pace e gioia, che non l’avrebbero più lasciato. Ecco una prova di umiltà e obbedienza: altre virtù riconosciute tipizzanti di Stuchlý negli anni a venire.

Ormai professo perpetuo, il servo di Dio poteva intraprendere la strada verso il sacerdozio, con lo studio della Teologia. I superiori lo destinano intanto a Gorizia, allora città asburgica dove ai Salesiani veniva affidato il Convitto di san Luigi per la formazione delle vocazioni ecclesiastiche, in una diocesi che mancava di preti. Oberato di impegni, responsabile dell’aspetto economico e – benché all’inizio non ancora sacerdote – eccezionalmente già prefetto della casa, il servo di Dio in questi anni (1897) si fa servo di tutti. Ma non riesce, giocoforza, a tenere il passo con gli esami. I superiori hanno bisogno del suo aiuto e si dimenticano di concedergli il tempo per lo studio, prerequisito all’ordinazione. Lui non chiede nulla e obbedisce con gioia, in intensissimi anni di lavoro. Vice-direttore e responsabile dell’andamento morale dell’opera salesiana di Gorizia, docente, attento ai problemi pratici ed economici della casa, capace di mediare con il mondo laico e dei benefattori…: ancora una volta, alla fine, interviene provvido don Rua che esige venga regolarizzata la sua situazione.

Ignazio Stuchlý viene ordinato diacono il 22 settembre 1900, sacerdote il 3 novembre 1901. Non aveva nemmeno fatto gli esercizi preparatori. La funzione dell’ordinazione, semplicissima, avviene nella cappella privata dell’allora Arcivescovo di Gorizia, card. Giacomo Missia. Poi nessuna festa: una giornata di scuola come le altre, solo il pranzo un po’ più ricco. Egli allora resta in casa salesiana, intento agli abituali incarichi, sempre oberato di impegni e dimentico di sé.

Tali responsabilità in casa salesiana non lo allontanano però dal contatto con la gente, tra cui sa suscitare qualificate cooperazioni: né, soprattutto, dalla vita della diocesi. Mentre infatti il Convitto san Luigi provvede a formare futuri sacerdoti, lo stesso Cardinal Missia ottiene dal direttore salesiano di Gorizia, don Giovanni Scaparone, che il neo-sacerdote Stuchlý lo accompagni per la consacrazione delle parrocchie e delle comunità religiose al Sacro Cuore. Tale devozione al Sacro Cuore, allora fortemente sentita anche dai Salesiani, aiuta il servo di Dio a formarsi sempre più come vero sacerdote di Cristo. Inoltre, il collaborare con l’Arcivescovo gli dà modo di conoscere la realtà della diocesi, in “presa diretta” con la sua concretezza, le sue speranze e i suoi problemi. Ancora una volta egli viene dunque formato come uomo di ascolto e di dialogo, vero pastore d’anime. Confessore da poco, vede accorrere molte persone. I suoi capelli, già bianchi, contribuiscono a divulgare la fama di confessore… esperto e saggio. Ma egli realmente lo è: e tale sarebbe rimasto sino al termine della propria vita.

 

  1. Sul fronte della missione

Poi, dopo i 13 anni a Gorizia che egli avrebbe sempre ricordato come il periodo bellissimo della propria giovinezza salesiana, ecco una nuova obbedienza: don Stuchlý viene mandato a Ljubljana, in Slovenia. Qui, l’opera salesiana – sorta da alcuni anni nel quartiere periferico di Rakovnik (sobborgo della capitale, confinante con la collina Golovec, vicino alle colline e ai boschi attraverso i quali si può raggiungere a piedi Zagabria) – era in grave crisi economica, quasi sull’orlo del fallimento. La costruzione della chiesa – da dedicarsi a Maria Ausiliatrice – era ferma da anni e il cantiere, ancora aperto, la esponeva alle intemperie e all’usura. Ci voleva un uomo pratico e di polso, capace – in quei periodi di frequenti scioperi edili, crisi delle imprese e tifo – di motivare le persone.

 

Don Pietro Tirone (che aveva conosciuto il servo di Dio durante la formazione a Ivrea, ricavandone un’ottima impressione) si ricordò di lui. Prete da poco, era però un uomo di 41 anni, nel pieno della maturità ed esperto nelle cose della vita. Grazie alle sue origini slave, non gli sarebbe stato inoltre troppo difficile apprendere lo sloveno.

Lui arriva nel 1910 in una casa salesiana dove si stavano progettando l’oratorio, un collegio-pensionato e, più tardi, scuole professionali. La prima opera, assegnata dallo Stato ai Salesiani e ad essi quasi imposta, era però consistita nel garantire il completamento del primo ciclo scolastico a ragazzi problematici, provenienti dal riformatorio o dal carcere. I Salesiani dunque avevano cominciato, in Slovenia, alla stessa maniera di Don Bosco, mandato nelle carceri e tra gli ultimi, e capace di fare rifiorire tra essi la speranza applicando il “Sistema Preventivo” contro il “sistema repressivo”. I Salesiani daranno fiducia, impegnandosi in tutta un’opera di recupero umano, spirituale e sociale che sarà coronata dal successo. Alcuni anni dopo, potranno formare classi miste, con alcuni ragazzi problematici e altri provenienti da un’esperienza più sana. Gli uni aiuteranno gli altri, e il buon esito dell’esperimento contribuirà a fare accettare e stimare i Salesiani in Slovenia.

 

A Rakovnik, intanto, il servo di Dio deve provvedere allo sviluppo della casa e al buon andamento dei rapporti comunitari. Sta molto anche tra la gente, che corresponsabilizza, attirandola al carisma di Don Bosco e intessendo così una fitta rete di beneficenza. Don Stuchlý doveva quotidianamente provvedere a sfamare 200 persone. I soldi mancavano sempre e lui si accollava fatiche senza numero: riservava a sé qualche pezzettino di pane nero e partiva per la questua, esponendosi alle umiliazioni che talvolta riceveva. C’era però anche chi lo aiutava: come la giovane che diede ai Salesiani tutta la propria dote con le parole: “Questo è per la Madonna!”: allora, regalare la propria dote era in qualche modo regalare il proprio futuro e la propria vita, perché rendeva molto difficile potersi sposare. Il servo di Dio, così, si ricorderà e ricorderà sempre ai confratelli che, come i soldi dei Salesiani appartenevano ai poveri, che erano i veri signori, così ai benefattori si doveva essere grati, facendo un uso esatto e retto di quanto essi mettevano a disposizione. Era uomo di sacrificio, da cui irradiava un’assoluta fiducia nella Divina Provvidenza.

Spostato per un breve periodo (1919-1921) nella casa di Verzej, dove ricomincia con una sola pentola per mangiare e per lavarsi, in una povertà estrema, ritorna quindi a Ljubljana. Qui l’8 settembre 1924, avviene finalmente la solenne consacrazione del Santuario mariano dedicato all’Ausiliatrice. Per l’occasione giunge anche il card. Giovanni Cagliero, uno dei “ragazzi di Don Bosco”. A sera, egli poté a lungo parlare con il servo di Dio, che avrebbe ricordato per tutta la vita quel momento, grato e commosso per la familiarità paterna con cui il Cagliero lo aveva accolto.

In quel settembre, terminato l’estenuante lavoro che lo aveva impegnato presso la capitale slovena per quasi 15 anni, il servo di Dio poté forse, almeno per un attimo, sostare: i confratelli d’un tratto si accorgono di quanto egli fosse invecchiato sotto il peso di preoccupazioni e fatiche. Il sorriso, però, era sempre luminoso come quello di un bambino; la volontà fortissima; l’energia interiore, che lo aiutava a sostenere la fatica fisica e mentale, indomita come sempre. Il giorno stesso della consacrazione del santuario, lo destinano a un oratorio, non lontano: lui crede per un momento di poter fare vita salesiana normale, ma non sarà questa la sua vera destinazione. Deve infatti, già dal 1925, rientrare in Italia.

 

  1. Il “vecchietto” sempre giovane

Qui, a Perosa Argentina, in Piemonte, stava sorgendo una casa destinata alla formazione delle prime vocazioni salesiane boeme e morave. Per due anni, fino al 1927, egli funge così da vicedirettore d’una comunità altrettanto promettente quanto problematica, e particolarmente eterogenea: vi opera, anche, un non facile discernimento vocazionale, allontanando con discrezione persone prive di reali motivazioni soprannaturali e aiutando invece i ragazzi volonterosi ad adattarsi a un contesto – italiano e non ceco, religioso e non più laico – così diverso da quello di provenienza. Servivano calma, prudenza, giustizia e tanta carità: il servo di Dio, uomo di ascolto e di governo, le possedeva. I giovani speravano in un “salvatore” giovane, abile in tutto, forte: si trovano davanti un “vecchietto” che parla un boemo storpiato: ma fu solo la primissima impressione; quando ebbero modo di conoscerlo, ne scoprirono le virtù e la irradiante paternità. L’iniziale scetticismo si trasformò allora in affidamento: l’aspetto alle200gro, lo sguardo amorevole e il sorriso stabile del servo di Dio aprivano e conquistavano i cuori.

 

Specifica don Oldřich Med, poi primo biografo del servo di Dio: «La delusione cominciò lentamente a svanire e venne sostituita dalla fiducia […]. La sua allegria e fiducia si diffondevano in noi. Questa persona che non si offendeva mai quando lo si prendeva in giro sulla sua lingua ceca, che si interessava di ognuno di noi come un vero padre e […] stava sempre con noi, questo ci conquistava». Egli infondeva in quei giovani la speranza che il soggiorno a Perosa Argentina non fosse tempo perso. In breve, don Stuchlý entrò nel loro cuore e cambiò la loro vita: molti fecero un’ottima riuscita salesiana. Poi, nel 1927, i superiori decidono di cominciare da Frysták. Spetta a lui trapiantare l’opera in patria. Gli vengono intanto assegnati incarichi sempre maggiori; e nel 1935 diventa ispettore: dapprima dell’ispettoria Cecoslovacca, poi, dal 1939, dell’Ispettoria Ceca intitolata a “San Giovanni Bosco” e ormai distinta da quella slovacca di “Maria Ausiliatrice”. I Salesiani erano stati chiamati in quelle terre anche per arginare la fuoriuscita di sacerdoti (circa 200) e fedeli (circa mezzo milione) dalla Chiesa Cattolica verso la Chiesa Ortodossa, o la Chiesa Nazionale, recentemente fondata. Era un periodo di grande espansione dell’opera salesiana in Repubblica Ceca e Stuchlý, da ispettore, sempre in rapporto con i superiori a Torino, seppe formare questa prima generazione – giovanissima e inesperta – di Salesiani cechi nella perfetta osservanza dei voti religiosi e del carisma di Don Bosco.

Quando cinque giovani religiosi, però, dapprima chiedono concessioni contrarie al voto di povertà, e uno di essi contribuisce poi a diffondere una infamante calunnia sull’italiano don Giuseppe Coggiola, Stuchlý procede con polso fermissimo. Si rivolge a Torino ed è l’allora catechista generale don Pietro Tirone a condurre un’inchiesta, altrettanto rapida quanto risolutiva, che porta in breve tempo alla dimissione del responsabile e alla piena riabilitazione di don Coggiola. Egli, come confessore della casa, non poteva difendersi e la sua unica colpa – essendo italiano – era consistita nel rappresentare, agli occhi dei religiosi ribelli, un esemplare di quella “italianizzazione” che essi avvertivano come restrittiva nell’applicazione delle Costituzioni e dei Regolamenti.

La Seconda guerra mondiale – con la requisizione delle case e la dispersione dei confratelli – e poi l’incombere del totalitarismo comunista, marcano però dolorosamente gli ultimi anni di vita del servo di Dio. Colpito da apoplessia il mese antecedente alla “Notte barbara” (aprile 1951), in cui tutti i religiosi della Cecoslovacchia vengono allontanati dalle rispettive case, e internati, egli vive dapprima in una casa per anziani a Zlín, poi in un ospizio a Lukov. Si realizza allora la profezia che egli stesso aveva fatto, tra l’incredulità generale, quando – nel periodo di massima fioritura dell’opera salesiana in patria – diceva che nei suoi ultimi anni sarebbe stato fortunato se qualche donna gli avesse anche solo dato un po’ di pane e latte fermentato, perché sarebbe morto solo e lontano da tutti. Lo curano infatti alcune suore, esse stesse controllate dal regime.

Eppure la sua vita, anche in quelle difficili circostanze, fiorisce in pace, gioia e bene per i tanti che lo incontrano. Si spegne serenamente la sera del 17 gennaio 1953 e in occasione dei funerali, il 22 gennaio, viene paragonato a un nuovo san Giovanni Maria Vianney. Oggi è ricordato come il “Don Bosco boemo”.0

Prof.ssa Lodovica Maria ZANET

Dottore di ricerca in Filosofia, ha insegnato all’Università Cattolica di Milano e alla Pontificia Università Salesiana. Ha conseguito nel 2014 il Diploma rilasciato dallo Studium della Congregazione delle Cause dei santi. Ex-allieva dei Salesiani di Milano, è dal 2011 Collaboratrice della Postulazione Generale della Famiglia Salesiana, con l’incarico di redigere le Positiones sulle virtù eroiche o il martirio dei candidati agli onori degli altari, e accompagnare alcune Inchieste diocesane. È autrice di vari libri.