5 Set 2026, Sab

Il sistema preventivo (1/7). Il colloquio con il ministro di interno Urbano Rattazzi

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Introduzione alla serie sui testi principali del sistema preventivo

 

Un metodo senza trattato

Don Bosco non ha mai scritto un trattato di pedagogia. È il dato di partenza, e conviene dirlo subito al lettore, perché è la chiave di lettura di tutta la serie che qui si apre. L’uomo che ha educato migliaia di ragazzi e ha consegnato alla Chiesa una parola nuova – sistema preventivo – non ha lasciato un’opera organica sul proprio metodo, ma una manciata di pagine nate sempre da un’occasione: una domanda posta a bruciapelo, la visita di un ministro, l’inaugurazione di una casa, la lettera di un superiore di seminario che voleva capire.

Di tutti i testi che presenteremo, uno solo è stato composto e stampato da lui come esposizione deliberata del suo metodo: le poche pagine del 1877. Tutti gli altri sono conversazioni raccolte da testimoni, lettere d’ufficio, pagine di presentazione, risposte private. È una povertà solo apparente. Proprio perché nascono ciascuno da un interlocutore diverso – un ministro liberale, un maestro elementare, i benefattori francesi, lo Stato italiano, il pubblico colto d’Europa, un formatore di preti – questi testi mostrano il sistema preventivo mentre viene tradotto, ogni volta, nella lingua di chi ascolta. Messi in fila, non si ripetono: si illuminano a vicenda.

La serie che ci proponiamo, raccoglie sette di queste occasioni, in ordine cronologico. Ogni puntata offrirà il testo, preceduto da una breve nota di contesto. Qui anticipiamo la mappa d’insieme.

 

Come leggere la serie

Sette testi, sei interlocutori diversi, trentadue anni. Un uomo di Stato, un maestro di paese, i benefattori francesi, un ministro del Regno, i lettori d’Europa, un formatore di seminaristi – e infine i suoi figli. Ogni volta lo stesso nucleo, ogni volta una lingua nuova.

Chi legga la serie dal principio alla fine vedrà emergere tre cose. La prima: il vocabolario del sistema preventivo è precocissimo, già formato nel 1854, e resta straordinariamente stabile. La seconda: don Bosco non separa mai il metodo dalla sua condizione di possibilità, cioè la presenza dell’educatore in mezzo ai ragazzi – tolta quella, la formula si svuota. La terza: più il metodo diventa celebre, più il suo autore diffida delle definizioni.

Non è, dunque, una collezione di documenti per specialisti. È l’itinerario di una convinzione che ha dovuto farsi capire, di volta in volta, da chi non la condivideva.

 

***

 

Davanti a un ministro: il colloquio con Urbano Rattazzi

Siamo nel Piemonte del connubio. Urbano Rattazzi è ministro dell’Interno nel governo Cavour, e il suo nome sta per legarsi alla legge di soppressione delle corporazioni religiose che sarà approvata nel maggio 1855. È l’anno in cui Torino conoscerà il colera dell’estate, e in cui, il 26 gennaio, il nome di «salesiani» è stato pronunciato per la prima volta a Valdocco. Un ministro anticlericale e un prete che raccoglie ragazzi di strada si trovano faccia a faccia.

La domanda di Rattazzi è quella di un uomo di governo: come si tengono centinaia di giovani difficili senza guardie, senza sbarre, senza castighi? È la domanda di chi ha sulle spalle le carceri e i riformatori – la Generala anzitutto. La risposta di don Bosco introduce, con più di vent’anni di anticipo sull’opuscolo del 1877, la distinzione fra il sistema repressivo, proprio dell’autorità civile, e il sistema preventivo, proprio dell’educatore. E introduce il punto che al ministro riesce più scomodo: la leva decisiva è la religione, e lo Stato quella leva non la può usare.

È il testo di apertura ideale, perché mostra il sistema preventivo nel suo luogo nativo: non l’aula, ma il confronto con il potere pubblico sulla questione giovanile.

 

 

1/7. Il colloquio di don Bosco sul sistema preventivo con il ministro di interno Urbano Rattazzi

(aprile 1854, MB V, 51-56)

 

«          A questo lepido esordio tenne dietro un serio discorso di quasi un’ora; e il Rattazzi con una infilzata di domande a D. Bosco si fece dire per filo e per segno l’origine, lo scopo, il progresso, il frutto della istituzione dell’Oratorio e dell’unito Ospizio. Tra le varie sue interrogazioni, una si fu intorno al mezzo da D. Bosco adoperato per conservare l’ordine tra tanti giovani, che affluivano all’Oratorio.

– Non ha la S. V. ai suoi cenni, domandò il Ministro, almeno due o tre guardie civiche in divisa o travestite?

– Non me ne occorrono punto, Eccellenza.

– Possibile? Ma questi suoi giovani non sono mica dissimili dai giovani di tutto il mondo; saranno ancor essi per lo meno sbrigliati, accattabrighe, rissosi. Quali riprensioni, quali castighi usa adunque per infrenarli e per impedire scompigli?

– La maggior parte di questi giovani sono davvero svegliati della quarta’ come si dice; ciò non di meno per impedire disordini qui non si adoperano né violenze, né punizioni di sorta.

– Questo mi pare un mistero; favorisca di spiegarmi l’arcano.

– Vostra Eccellenza non ignora che vi sono due sistemi di educazione; uno è chiamato sistema repressivo, l’altro è detto sistema preventivo. Il primo si prefigge di educare l’uomo colla forza, col reprimerlo e punirlo, quando ha violato la legge, quando ha commesso il delitto; il secondo cerca di educarlo colla dolcezza, e perciò lo aiuta soavemente ad osservare la legge medesima, e gliene somministra i mezzi più acconci ed efficaci all’uopo; ed è questo appunto il sistema in vigore tra di noi. Anzitutto qui si procura d’infondere nel cuore dei giovanetti il santo timor di Dio; loro s’inspira amore alla virtù ed orrore al vizio, coll’insegnamento del catechismo e con appropriate istruzioni morali; s’indirizzano e si sostengono nella via del bene con opportuni e benevoli avvisi, e specialmente colle pratiche di pietà e di religione. Oltre a ciò si circondano, per quanto è possibile, di un’amorevole assistenza in ricreazione, nella scuola, sul lavoro; s’incoraggiano con parole di benevolenza, e non appena mostrano di dimenticare i propri doveri, loro si ricordano in bel modo e si richiamano a sani consigli. In una parola si usano tutte le industrie, che suggerisce la carità cristiana, affinché facciano il bene e fuggano il male, per principio di una coscienza illuminata e sorretta dalla Religione.

– Certo, è questo il metodo più adatto ad educare creature ragionevoli; ma riesce egli efficace per tutti?

– Per novanta su cento questo sistema riesce di un effetto consolante; sugli altri dieci esercita tuttavia un influsso così benefico, da renderli meno caparbi e meno pericolosi; onde di rado mi occorre di cacciare via un giovane siccome indomabile ed incorreggibile. Tanto in questo Oratorio, quanto in quelli di Porta Nuova e di Vanchiglia, si presentano o sono talora condotti giovani, che o per mala indole, o per indocilità, od anche per malizia furono già la disperazione dei parenti e dei padroni, e in capo a poche settimane non sembrano più dessi; da lupi, per così dire, si mutano in agnelli.

– Peccato che il Governo non sia in grado di adottare siffatto metodo nei suoi Stabilimenti di pena, dove per bandire disordini occorrono centinaia di guardie, e i detenuti diventano ogni giorno peggiori.

– E che cosa impedisce il Governo di seguire questo sistema ne’ suoi Istituti penali? Vi s’introduca la Religione; vi si stabilisca il tempo opportuno per l’insegna mento religioso e per le pratiche di pietà; si dia a queste da chi presiede l’importanza che si meritano; vi si lasci entrare di spesso il Ministro di Dio, e gli si permetta di trattenersi liberamente con quei miseri, e di far loro udire una parola di amore e di pace, ed allora il metodo preventivo sarà bell’e adottato. Dopo alcun tempo le guardie non avranno più nulla o ben poco da fare; ma il Governo avrà il vanto di ridonare alle famiglie e alla società tanti membri morali ed utili. Altrimenti egli spenderà il danaro, a fine di correggere o punire per un tempo più o meno lungo un gran numero di discoli e colpevoli, e quando li avrà rimessi in libertà, dovrà proseguire a tenerli d’occhio, per premunirsi contro di loro, perchè pronti a fare di peggio.

Di questo tenore D. Bosco tirò innanzi per un buon pezzo; e siccome fin dal 1841 egli conosceva lo stato dei prigionieri giovani e adulti, perchè faceva a quei miseri frequenti visite, così poté far rilevare al Ministro dell’Interno l’efficacia della Religione sulla morale loro riabilitazione. – Al vedere il Sacerdote di Dio, ei soggiunse, all’udire la parola di conforto, il detenuto rammenta gli anni beati, in cui assisteva al catechismo, ricorda gli avvisi del Parroco o del Maestro, riconosce che se è caduto in quel luogo di pena si è, o perchè cessò di frequentare la Chiesa, o perchè non mise in pratica gli insegnamenti che vi ha ricevuti; onde richiamando a mente queste care rimembranze, sente il più delle volte commuoversi il cuore, una lagrima gli spunta in su gli occhi, si pente, soffre con rassegnazione, risolve di migliorare la sua condotta, e, scontata la sua pena, rientra in società disposto a ristorarla degli scandali dati. Se invece gli si toglie l’amabile aspetto della Religione e la dolcezza delle sue massime e delle sue pratiche; se lo si priva delle conversazioni e dei consigli di un amico dell’anima, che sarà del misero in quell’odiato recinto? Non mai invitato da una voce amorevole a sollevare lo spirito oltre la terra; non mai animato a riflettere che peccando ha offeso non solo le leggi dello Stato, ma Iddio, Legislatore Supremo; non mai eccitato a domandargli perdono, né confortato a soffrire la sua pena temporale in luogo della eterna, che gli vuol condonare, egli nella sua misera condizione altro non vedrà che il mal garbo di una fortuna avversa; quindi invece di bagnare le sue catene con lagrime di pentimento, egli le morderà di mal celata rabbia; invece di proporre emendamento di vita, si ostinerà nel suo male; da’ suoi compagni di punizione imparerà nuove malizie, e con essi combinerà il modo di delinquere un giorno più oculatamente, per non ricadere nelle mani della giustizia, ma non già di migliorare e farsi buon cittadino.

D. Bosco, colta la favorevole occasione, segnalò al Ministro l’utilità del sistema preventivo, soprattutto nelle pubbliche scuole e nelle case di educazione, dove si hanno a coltivare animi ancor vergini di delitti; animi che si piegano docilmente alla voce della persuasione e dell’amore. – So bene, conchiuse D. Bosco, che il promuovere questo sistema non è compito devoluto al dicastero di Vostra Eccellenza; ma un suo riflesso, ma una sua parola avrà sempre un gran peso nelle deliberazioni del Ministro della pubblica istruzione.

Il signor Rattazzi ascoltò con vivo interesse queste ed altre osservazioni di D. Bosco; si convinse appieno della bontà del sistema in uso negli Oratorii, e promise che dal canto suo lo avrebbe fatto preferire ad ogni altro negli Istituti governativi. Se poi non mantenne sempre la sua parola, la cagione si è che anco a Rattazzi mancava il coraggio di manifestare e difendere le proprie convinzioni religiose.

Finita così la conversazione, egli se ne andò tanto bene impressionato, che da quel giorno divenne avvocato, e protettore di D. Bosco. Fu questo un tratto di speciale Provvidenza, imperciocché facendosi anno per anno più difficili le condizioni dei tempi, ed avendo il Rattazzi avuto molto sovente le mani al Governo, ed essendo rimasto ognora uomo influente, l’Oratorio ebbe in lui tale un appoggio, senza di cui avrebbe forse risentite delle fortissime scosse, ed anche sofferto dei gravissimi danni.»

 

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