Tempo per lettura: 8 min.
Ci sono immagini che non si limitano a rappresentare un’istituzione: la raccontano, la spiegano, ne custodiscono l’anima. Lo stemma salesiano appartiene a questa categoria. Nato nel clima vivo delle origini, non è anzitutto un esercizio di araldica. Gli intenditori, forse, avrebbero potuto avanzare qualche osservazione tecnica. Don Bosco, però, non cercava un blasone perfetto secondo le regole dell’arte araldica: desiderava un segno capace di parlare ai suoi figli, agli amici, ai benefattori, ai giovani e ai posteri.
In quello scudo c’è Don Bosco. C’è il suo programma spirituale. C’è l’ideale che lo ha mosso nell’agire e nel soffrire, nello scrivere e nel parlare. Per questo lo stemma salesiano non va guardato solo come un marchio di appartenenza, ma come una piccola sintesi visiva della vocazione salesiana.
La Congregazione, nata il 18 dicembre 1859, non ebbe subito uno stemma ufficiale. Per l’uso del sigillo si ricorreva alla figura di san Francesco di Sales, Patrono della Società, circondata da una scritta latina che designava la Pia Società Salesiana. Il motto allora utilizzato era: “Discite a me quia mitis sum” (Imparate da me che sono mite). Era un riferimento evangelico perfettamente adatto allo spirito di san Francesco di Sales e alla scelta di Don Bosco di porre la sua opera sotto il segno della dolcezza, della mansuetudine e della carità pastorale.
La necessità di uno stemma ufficiale maturò più tardi, nel 1884. A Roma era in costruzione la basilica del Sacro Cuore, affidata da Leone XIII a Don Bosco. Si giudicò opportuno collocare anche lo stemma salesiano accanto a quelli di Pio IX e di Leone XIII. Il 12 settembre 1884 don Antonio Sala presentò al Capitolo Superiore un primo abbozzo dell’impresa salesiana. Il disegno era opera del professor Boidi, insegnante di disegno tecnico al collegio San Giovanni Evangelista di Torino, amico e collaboratore dei Salesiani.
Lo scudo proposto presentava già quasi tutti gli elementi che sarebbero rimasti nella versione definitiva. Al centro campeggiava una grande ancora; da una parte appariva il busto di san Francesco di Sales, dall’altra un cuore infiammato. In alto si trovava una stella raggiante a sei punte; nella parte inferiore, un bosco con alte montagne sullo sfondo, richiamo ai rilievi alpini visibili dai Becchi, la terra natale di Don Bosco. Due rami, uno di palma e uno di alloro, intrecciati alla base, abbracciavano lo scudo fino a metà. Una ghirlanda di rose coronava la parte superiore, attorniando una croce latina trifogliata e raggiante. Alla base, su una fascia svolazzante, era scritto il motto: Sinite parvulos venire ad me, “Lasciate che i piccoli vengano a me”.
Quel motto era bello e profondamente evangelico, ma si osservò che era già stato adottato in altri stemmi. Si aprì allora un confronto. Si propose dapprima “Sinite parvulos venire ad me” (Lasciate che i piccoli vengano a me), scritto su una fascia svolazzante alla base dello scudo; ma fu fatto notare che era già stato adottato in altri stemmi. Don Barberis propose “Temperanza e Lavoro”, binomio caro alla tradizione salesiana e suggerito da un sogno di Don Bosco come tratto distintivo della Congregazione. Don Durando avrebbe preferito “Maria Auxilium Christianorum, ora pro nobis”, (Maria Ausiliatrice dei cristiani, prega per noi). Fu Don Bosco a sciogliere la questione, ricordando un motto già adottato fin dai primordi dell’Oratorio, ai tempi del Convitto, quando egli andava nelle prigioni: “Da mihi animas, cetera tolle”, (Dammi le anime, prenditi tutto il resto).
Il Capitolo accolse con entusiasmo la scelta. Non era una frase ornamentale: era la definizione più limpida della missione salesiana. Gli antichi allievi dell’Oratorio, tra cui il canonico Ballesio e il cardinale Cagliero, testimoniarono che quel motto si vedeva già scritto a grandi caratteri sulla porta della stanzetta di Don Bosco. È lo stesso clima spirituale che ritroviamo nel celebre incontro con Domenico Savio, quando il ragazzo, leggendo quelle parole, intuì il cuore dell’opera di Valdocco: lì “si fa commercio di anime”.
Anche il disegno subì un intervento personale di Don Bosco. La stella che sormontava lo scudo non gli piacque, perché gli sembrava richiamare un emblema massonico. La fece perciò sostituire con una croce raggiante. La stella non scomparve, ma venne collocata in forma di cometa, sopra il cuore. In questo modo, nello stemma, risultavano ravvicinati i tre grandi simboli delle virtù teologali: la stella per la fede, l’ancora per la speranza, il cuore per la carità.
Lo stemma ufficiale della Congregazione comparve per la prima volta nella circolare di Don Bosco datata 8 dicembre 1885, festa dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima. Da allora è rimasto, nella sostanza, quello che conosciamo.
Ogni elemento dello stemma parla.
La stella
La stella è anzitutto luce. Nella tradizione cristiana rimanda alla fede, cioè alla luce che orienta il cammino. La Scrittura conosce bene questo simbolo: dalla profezia di Balaam — “una stella spunta da Giacobbe” — fino all’Apocalisse, dove Cristo si presenta come “la stella radiosa del mattino”. Nell’arte cristiana antica, la stella accompagna spesso il mistero della venuta di Cristo, luce che mette in fuga le tenebre. Nello stemma salesiano, essa dice che l’opera educativa e pastorale non nasce da un semplice progetto umano: nasce dalla fede e conduce alla fede.
L’àncora
L’ancora, collocata in posizione centrale, è il simbolo della speranza. Nella vita del mare, l’ancora è ciò che trattiene, fissa, dà stabilità. In mezzo alla mobilità delle onde, diventa immagine di fermezza e di sicurezza. La Lettera agli Ebrei parla della speranza come di “un’ancora sicura e salda per la nostra vita”. È un’immagine molto cara anche alla tradizione spirituale: ancorare il cuore in Dio significa non lasciarsi travolgere dalle tempeste, dalle passioni, dalle paure, dalle agitazioni della storia. Per un Salesiano, l’ancora ricorda che l’educazione è sempre un atto di speranza: speranza in Dio, nei giovani, nel bene che può crescere anche dove sembra nascosto.
Il cuore
Il cuore infiammato è il simbolo della carità. Come lo stemma era pensato anche per la Basilica del Sacro Cuore di Roma, non poteva mancare questo profondo simbolo. Nella Bibbia il cuore non indica soltanto il sentimento, ma il centro della persona: l’interiorità, la volontà, l’intelligenza, la memoria, la capacità di amare. Un cuore acceso dice una carità viva, ardente, operosa. Nello stemma salesiano non c’è una carità generica, ma quella carità pastorale che spinse Don Bosco a consumarsi per i giovani, specialmente i più poveri e abbandonati. La missione salesiana non nasce da un’organizzazione efficiente, ma da un cuore che arde.
San Francesco di Sales
La figura di san Francesco di Sales ricorda il Patrono della Società. Don Bosco volle che i suoi figli portassero il nome di Salesiani proprio per richiamarsi alla bontà, alla dolcezza, alla pazienza e alla carità apostolica del santo vescovo di Ginevra. La raffigurazione presente nello stemma si ispira a una tela conservata nel monastero delle Visitandine di Torino, fondato nel 1638 da santa Giovanna Francesca di Chantal. Vi si aggiungono però una penna e un foglio: un particolare significativo, che richiama l’importanza attribuita da Don Bosco alla stampa, alla buona lettura, alla diffusione popolare della cultura cristiana. Don Bosco scrisse moltissimo e volle una tipografia d’avanguardia: anche questo era apostolato.
Il bosco
Il bosco posto nella parte inferiore dello scudo è un richiamo immediato al cognome del Fondatore. Ma non è un semplice gioco di parole. Quel boschetto rimanda a una radice concreta, a una storia, a un’origine povera e provvidenziale. Don Bosco non nasce da un palazzo, ma da una casa contadina; non da una strategia di potere, ma da una vocazione maturata tra famiglia, lavoro, fede semplice e sogni di Dio.
Le montagne
Dietro il bosco si innalzano le montagne. Esse indicano le vette della perfezione a cui devono tendere i soci, come lo indica san Giovanni della Croce nel suo scritto la “Salita del monte Carmelo”. La montagna, nella Bibbia e nella tradizione cristiana, è spesso luogo di incontro con Dio: il Sinai, il Tabor, il monte delle Beatitudini, il monte degli Ulivi. È punto di contatto tra cielo e terra, immagine dell’ascesa spirituale. Nello stemma salesiano le montagne ricordano che la vita salesiana non può accontentarsi della mediocrità. È una chiamata alla santità, vissuta non fuori dal mondo, ma nel cuore della missione educativa.
La palma e l’alloro
La palma e l’alloro, intrecciati alla base, abbracciano lo scudo come emblemi del premio riservato a una vita sacrificata e virtuosa. La palma è simbolo di vittoria, di martirio, di risurrezione, di fedeltà portata fino alla fine. Nella tradizione cristiana accompagna i martiri e richiama la vittoria di Cristo sulla morte. È un’intuizione profetica, perché oggi due terzi dei santi e beati salesiani sono martiri. L’alloro, sempreverde, è anch’esso segno di gloria, immortalità, onore e pace. Insieme, palma e alloro dicono che la vita salesiana porta frutto quando è donata: non c’è fecondità apostolica senza sacrificio, non c’è vera gloria senza fedeltà.
La ghirlanda di rose
La ghirlanda di rose, posta sulla sommità dello scudo, sembra alludere al celebre sogno del pergolato di rose, così importante per comprendere lo spirito salesiano. Nel sogno, la bellezza delle rose si accompagna alle spine: immagine luminosa e realistica della missione. La vita salesiana è attraente, piena di gioia, di giovinezza, di promessa; ma comporta anche fatica, sacrificio, pazienza, sofferenza. Le rose senza le spine sarebbero un’illusione; le spine senza le rose sarebbero una tristezza sterile. Don Bosco insegna a tenere insieme entrambe.
La Croce
Al vertice dello stemma sta la croce. Non come elemento decorativo, ma come centro segreto di tutta la missione. La croce raggiante sostituisce la stella inizialmente prevista sulla sommità dello scudo e orienta tutta l’immagine verso Cristo. L’educazione salesiana, la carità per i giovani, la speranza, la fede, la dolcezza di san Francesco di Sales, l’ascesa verso la santità: tutto trova il suo senso nella croce del Signore, sorgente di salvezza e di amore.
Il motto: “Da mihi animas, cetera tolle”
Nella Genesi, cap. 14, si parla della lotta di un’alleanza di quattro re contro altri cinque re. I primi vinsero sui secondi e presero i beni e le persone e – tra di loro – anche Lot, figlio del fratello di Abram, e i suoi beni, perché egli risiedeva a Sòdoma, nel regno di Bera. Abramo fece guerra ai cinque re e ricuperò Lot e la sua casa. Al ritorno, Bera, il re vinto di Sòdoma, chiese ad Abramo con queste parole: “Da mihi animas, cetera tolle” (Dammi le persone; i beni prendili per te). E Abramo lo assicurò che non avrebbe conservato nulla di ciò che non era suo. Nella lettura spirituale cristiana, quelle parole vengono trasfigurate: non più richiesta interessata di possesso, ma grido apostolico di chi desidera la salvezza delle anime.
La frase viene attribuita anche a san Francesco di Sales, ma non compare nelle sue opere. Gli viene attribuita da mons. Jean-Pierre Camus nello Spirito di san Francesco di Sales, dove il santo è presentato come tutto proteso alla conversione delle anime.
La stessa espressione ricorre poi in san Giuseppe Cafasso, nella letteratura spirituale del clero, nella Forma Cleri e nella Regula Cleri, libro che Don Bosco usava spesso per la sua meditazione quotidiana. In quella tradizione, il motto diventa preghiera: “Signore, che ami le anime, dammi il tuo amore, affinché io possa dire con fervore: dammi le anime, prenditi tutto il resto”.
Così si comprende perché Don Bosco lo volle nello stemma. Da mihi animas, cetera tolle non è una frase da contemplare a distanza. È un programma di vita. Chiede di mettere al centro le persone, la loro salvezza, la loro dignità, il loro destino eterno. Chiede di relativizzare tutto il resto: prestigio, comodità, interessi, sicurezze, perfino se stessi.
Nel 1934 vi fu anche un tentativo di aggiornamento di alcuni particolari dello stemma. Si pensò a una forma più rotondeggiante dello scudo, a un campo blu celeste, a figure rese con colori più vicini alla realtà. La cometa assunse un tono giallognolo e una punta più allungata. Palma e alloro, invece di attorniare lo scudo, vennero pensati come sostegno. La ghirlanda di rose fu sostituita da due ghirlande di fogliame di quercia; la croce latina trifogliata e raggiante lasciò il posto a una croce latina ritrinciata, di dimensioni maggiori; la cornice accentuò elementi barocchi. Anche il motto rimaneva su una fettuccia svolazzante. Era un aggiornamento grafico, non un cambiamento di sostanza.
A distanza di oltre un secolo, lo stemma salesiano continua a parlare. Forse proprio perché non è nato da una preoccupazione estetica fine a sé stessa, ma da un’intuizione spirituale. In esso si incontrano la fede che illumina, la speranza che ancora, la carità che arde; san Francesco di Sales e Don Bosco; la memoria delle origini e l’ascesa verso la santità; il sacrificio e il premio; le rose e le spine; la croce e la missione.
Guardarlo significa ritrovare, in forma semplice e densa, il cuore della vocazione salesiana: appartenere a Dio per i giovani e cercare le anime, lasciando che tutto il resto passi in secondo piano. Don Bosco lo aveva capito e vissuto. Per questo, ancora oggi, il suo stemma non è soltanto un segno distintivo. È una consegna.

