Le radici del male e i rimedi della vita cristiana

Nel cuore di ogni male che ferisce il mondo non ci sono soltanto ingiustizie esterne o fragilità sociali, ma una radice più profonda: il peccato che abita il cuore dell’uomo. A partire dalla Genesi, la Scrittura ci aiuta a riconoscere tre grandi deviazioni interiori – la ricerca disordinata del piacere, dell’avere e del potere – che allontanano da Dio e disgregano il rapporto con sé stessi, con gli altri e con il Creatore. Ma il Vangelo non si ferma alla diagnosi del male: in Cristo, vincitore delle tentazioni nel deserto, si apre anche la via della guarigione. Digiuno, preghiera, elemosina, esame di coscienza e confessione diventano così strumenti concreti di conversione e di rinascita cristiana.
Alla radice di tutti i mali che affliggono il mondo vi sono i peccati degli uomini. Dio ha creato il mondo buono; ma con il peccato dei primi uomini il male è entrato nella storia umana. Il primo peccato – che nella sua essenza è una disobbedienza a Dio – manifesta già una triplice deformazione del cuore umano. Questo si può riconoscere meditando la Parola di Dio, anzitutto nel libro della Genesi.
“La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.” (Gen 3,6)
In questo episodio emergono tre grandi deviazioni interiori, che continuano a trascinare l’uomo lontano da Dio: la ricerca disordinata del piacere, la ricerca disordinata dell’avere e la ricerca disordinata del potere o dell’autosufficienza.
Queste tre radici deformano l’uomo in profondità:
– La concupiscenza della carne (il desiderio dei beni corporei) deforma il rapporto con il piacere e ferisce anzitutto noi stessi;
– La concupiscenza degli occhi (il fascino di ciò che il mondo offre) deforma il rapporto con i beni, con il possesso e con ciò che attrae e seduce, danneggiando anche il rapporto con gli altri;
– La superbia della vita (l’orgoglio, l’autosufficienza) deforma anzitutto il rapporto con Dio, perché spinge l’uomo al rifiuto della dipendenza filiale dal Creatore.
La Sacra Scrittura mette in luce queste radici del male in molti modi. Riconoscerle è importante, perché solo conoscendo la malattia si può cercare il rimedio. Alcuni altri passi biblici aiutano a comprenderlo.
1. “Quando avrai mangiato e ti sarai saziato, quando avrai costruito belle case e vi avrai abitato, quando avrai visto il tuo bestiame grosso e minuto moltiplicarsi, accrescersi il tuo argento e il tuo oro e abbondare ogni tua cosa, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile.” (Dt 8,12-14)
2. “Acan rispose a Giosuè: «È vero, io ho peccato contro il Signore, Dio d’Israele, e ho fatto quanto vi dirò: avevo visto nel bottino un bel mantello di Sinar, duecento sicli d’argento e un lingotto d’oro del peso di cinquanta sicli. Li ho desiderati e me li sono presi, ed eccoli nascosti in terra al centro della mia tenda, e l’argento è sotto».” (Gios 7,20-21)
3. “Signore, padre e Dio della mia vita, non darmi l’arroganza degli occhi e allontana da me ogni smodato desiderio. Sensualità e libidine non s’impadroniscano di me, a desideri vergognosi non mi abbandonare.” (Sir 23,4-6)
4. “Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio.” (Gal 5,19-21)
5. “Non amate il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l’amore del Padre non è in lui; perché tutto quello che è nel mondo — la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita — non viene dal Padre, ma viene dal mondo.” (1Gv 2,15-16)
Gesù ha vinto là dove Adamo aveva ceduto
Il peccato di disobbedienza dei primi uomini è stato riparato dall’obbedienza di Gesù Cristo. Lui ha voluto affrontare le stesse tentazioni nel deserto anche per insegnarci come vincerle. E ha vinto, obbedendo alla Parola di Dio trasmessa dalla Scrittura, appoggiandosi alla verità di Dio, rispondendo al tentatore solo con la Parola di Dio, mostrando che nessuna tentazione può essere superata senza fede, senza obbedienza e senza appoggiarsi alla verità di Dio.
Questo mistero è così importante da essere narrato da tutti e tre i Vangeli sinottici (Mt 4,1-11; Mc 1,12-13; Lc 4,1-13) e si compie dopo quaranta giorni di digiuno solitario nel deserto — un dettaglio tutt’altro che trascurabile.
Contro la concupiscenza della carne (Mt 4,4)
Tentazione: “Di’ che queste pietre diventino pane.”
Risposta di Gesù: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.” (Dt 8,3)
Contro la superbia della vita (Mt 4,7)
Tentazione: “Gettati giù.”
Risposta di Gesù: “Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo.” (Dt 6,16)
Contro la concupiscenza degli occhi (Mt 4,10)
Tentazione: “Ti darò tutti i regni del mondo e la loro gloria.”
Risposta di Gesù: “Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai; a lui solo renderai culto.” (Dt 6,13)
I rimedi indicati dalla Tradizione cristiana
Per guarire queste tre radici di disordine, la Tradizione cristiana ha sempre indicato tre pratiche fondamentali di penitenza: il digiuno (contro la concupiscenza della carne), la preghiera (contro la superbia della vita) e l’elemosina (contro la concupiscenza degli occhi). Lo ricorda anche il Catechismo della Chiesa Cattolica:
“La penitenza interiore del cristiano può avere espressioni molto varie. La Scrittura e i Padri insistono soprattutto su tre forme: il digiuno, la preghiera, l’elemosina, che esprimono la conversione in rapporto a sé stessi, in rapporto a Dio e in rapporto agli altri.” (CCC 1434)
Per coloro che sono chiamati a una speciale via di perfezione evangelica, la Tradizione della Chiesa indica anche i tre consigli evangelici, vissuti nei voti religiosi, come rimedi specifici contro queste radici del male:
– la povertà, contro la concupiscenza degli occhi (il desiderio di avere);
– la castità, contro la concupiscenza della carne (il desiderio del piacere);
– l’obbedienza, contro la superbia della vita (il desiderio del potere).
In questo senso, la vita religiosa appare come un’imitazione particolarmente intensa di Cristo, orientata alla guarigione della radice stessa del peccato.
Dalle tre concupiscenze ai sette vizi capitali
Da queste tre radici emergono i sette vizi capitali, e da questi sette si sviluppano poi tutti gli altri disordini morali. La superbia, l’avarizia, la lussuria, l’ira, la gola, l’invidia e l’accidia non sono mali autonomi e slegati: sono il frutto di un terreno già corrotto dalle tre concupiscenze originarie, uno sviluppo delle tre matrici del disordine interiore.
1. La concupiscenza della carne
La concupiscenza della carne è il disordine di chi cerca il bene soprattutto nel piacere sensibile, nel godimento immediato e nella soddisfazione corporea. Da essa derivano in particolare:
– gola: la ricerca disordinata del mangiare, del bere e della soddisfazione materiale;
– lussuria: la ricerca disordinata del piacere sessuale;
– accidia: non semplicemente pigrizia, ma tristezza o torpore davanti al bene spirituale; spesso essa si sviluppa in un’anima appesantita dal comodo, dal benessere e dalla fuga dalla fatica interiore.
2. Concupiscenza degli occhi
La concupiscenza degli occhi non riguarda soltanto il vedere, ma il desiderare ciò che appare, il lasciarsi sedurre dalle cose, dal possesso e dall’accumulo. Da essa derivano in particolare:
– avarizia: il desiderio disordinato di possedere, trattenere, accumulare ricchezze;
– invidia: almeno in parte: l’uomo non desidera soltanto ciò che vede, ma soffre per il bene che vede nell’altro; l’invidia è, in un certo senso, una concupiscenza degli occhi diventata confronto: non solo “voglio ciò che vedo”, ma “non sopporto il bene che vedo nell’altro”.
3. Superbia della vita
La superbia della vita è la radice più profonda: non riguarda anzitutto le cose, ma il proprio io, che vuole affermarsi contro Dio e contro gli altri, bastare a sé stesso, primeggiare e imporsi. Da essa derivano in particolare:
– superbia: la forma esplicita e diretta dell’autoesaltazione;
– ira: spesso nasce da un io ferito, contraddetto, umiliato o ostacolato;
– invidia: ancora una volta almeno in parte: non solo come desiderio di possesso, ma anche come sofferenza, perché il bene altrui umilia l’orgoglioso.
Tra queste tre radici del male, la più pericolosa è la superbia della vita, perché è un peccato puramente spirituale e, proprio per questo, è il più difficile da riconoscere e da guarire. I Padri della Chiesa ammonivano infatti che anche molte opere buone, se sono mosse dalla superbia, possono condurre alla rovina; mentre perfino una vita segnata da molte cadute, se accompagnata da sincera umiltà e pentimento, può aprire la via al Paradiso: “Un carro di buone opere, ma tirato dalla superbia, mena all’inferno, mentre un carro di peccati, ma condotto dall’umiltà, arriva al Paradiso.”.
La necessità di conoscere il male per potergli resistere
Conoscere i vizi capitali e imparare a identificarli in noi stessi è essenziale per il cammino spirituale. Solo ciò che si conosce con chiarezza si può combattere davvero. Altrimenti si rischia di restare in una vaga confusione interiore, oppure di tormentarsi con sensi di colpa generici, senza arrivare a riconoscere e affrontare i vizi concreti che ci dominano.
Tuttavia non basta conoscere il male: occorre anche domandare perdono a Dio e riparare, per quanto possibile, il male compiuto. Per questo è necessaria la confessione sacramentale.
Del resto, è ciò che avviene anche nei rapporti umani: se abbiamo rubato, non basta dire “mi dispiace”, ma bisogna anche restituire il maltolto, bisogna riparare; se abbiamo offeso qualcuno, non basta riconoscere interiormente il proprio errore, ma occorre anche chiedere perdono e, quando necessario, riparare.
L’esame di coscienza come inizio della conversione
Uno dei mezzi più importanti per iniziare seriamente il cammino di conversione è l’esame di coscienza. Esso consiste nel conoscere i modi in cui possiamo offendere Dio, il prossimo e noi stessi, e nel riconoscere con sincerità quelli di cui siamo realmente colpevoli.
A questo scopo, proponiamo di seguito un breve richiamo alle disposizioni necessarie per una buona confessione sacramentale e alcuni schemi di esame di coscienza da diverse prospettive: secondo i dieci comandamenti, secondo i vizi capitali, secondo le virtù teologali e cardinali, secondo i doveri verso Dio, verso il prossimo e verso sé stessi, e anche secondo altre utili angolature.
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