30 Nov 2025, Dom

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Il mistero del Natale inizia con uno scandalo d’amore: il Grande che si fa piccolo. Non è un’immagine poetica, ma la realtà più dirompente della storia umana.

Dio, l’Infinito, sceglie di farsi finito; l’Onnipotente sceglie la fragilità di un neonato che non sa ancora parlare, camminare, difendersi. È la gratuità pura che si manifesta, un dono che non chiede nulla in cambio, che non pone condizioni d’accesso.

1. Riconoscere la gratuità: Dio viene senza condizioni
La grotta di Betlemme è l’incrocio umano più umile che si possa immaginare. Non un palazzo, non un tempio maestoso, nemmeno una casa dignitosa. Una grotta, un rifugio per animali, dove il freddo penetra e l’odore è quello della terra e della paglia. Qui non ci sono barriere d’ingresso, non serve un invito, non occorre un abito particolare. La porta è aperta a tutti: ai pastori con i loro mantelli logori, ai poveri, agli esclusi, a chi non ha nulla da offrire se non la propria umanità ferita.
San Paolo ci ricorda con parole che attraversano i secoli: assumendo la condizione di servo (Fil 2,7). Il Creatore dell’universo si spoglia della sua gloria, rinuncia alle sue prerogative divine, per vestire i panni del servo. Non viene come conquistatore, non come giudice severo che esige rendiconti. Viene come chi serve, come chi si mette all’ultimo posto, come chi lava i piedi prima ancora di insegnare a camminare.
Questa gratuità ci interpella profondamente. In un mondo dove tutto ha un prezzo, dove ogni relazione sembra basarsi su uno scambio, dove l’amore stesso spesso diventa condizionato, il Natale ci ricorda che esiste un dono completamente gratuito. Riconoscere questa gratuità significa accettare di essere amati senza meriti, di essere cercati quando siamo ancora lontani, di essere desiderati quando ci sentiamo indegni.

2. Interpretare la vicinanza: Dio entra nella nostra storia
Il secondo movimento del Natale è quello della vicinanza radicale. Dio non osserva la storia umana da lontano, come uno spettatore distaccato. Entra dentro la storia, con i suoi protagonisti così come sono: imperfetti, contraddittori, fragili. Giuseppe con i suoi dubbi, Maria con le sue paure, i pastori con la loro emarginazione sociale, i Magi con la loro ricerca inquieta.
La nostra storia personale, con tutte le sue pieghe oscure e le sue zone d’ombra, fa parte della Sua storia. Non siamo estranei, non siamo ospiti indesiderati. Siamo figli e figlie, parte di una famiglia che Dio non rinnega mai. Il Natale ci dice che Dio non disprezza il suo creato, non guarda le sue creature con disgusto o delusione. Al contrario, le abbraccia proprio nella loro concretezza, nella loro umanità autentica.
Ognuno di noi ha una personalità unica, una storia irripetibile. C’è chi è esuberante e chi è riservato, chi è forte e chi è fragile, chi ha ferite aperte e chi cicatrici nascoste. Dio ci incontra esattamente dove siamo, non dove vorremmo essere o dove pensiamo di dover essere. Incontra l’alcolista nel suo bar, il carcerato nella sua cella, la madre esausta nella sua cucina, lo studente nella sua solitudine, l’anziano nel suo silenzio.
Ma questa vicinanza non è statica, non è rassegnazione. Dio ci incontra dove siamo per condurci dove meritiamo di essere. Non meritiamo per i nostri sforzi o le nostre virtù, ma meritiamo in quanto figli amati. Meritiamo la pienezza di vita, la gioia profonda, la dignità recuperata, le relazioni sanate. La vicinanza di Dio è dinamica: è una mano tesa che ci invita a rialzarci, è una voce che sussurra “vieni più avanti”, è una presenza che cammina accanto a noi verso orizzonti più luminosi.

3. Scegliere l’accoglienza: La Verità bussa alla porta della libertà
Ed ecco il terzo movimento, forse il più delicato: l’accoglienza. Nella grotta si gioca la partita della nostra vita. Non è un’esagerazione retorica, ma la verità più profonda del nostro esistere. Quella grotta è l’immagine di ogni nostra grotta interiore, di quegli spazi nascosti del cuore dove si decide chi vogliamo essere.
La Verità – che non è un’idea astratta ma una Persona, è quel Bambino nella mangiatoia – bussa alla porta della nostra libertà. È un bussare discreto, gentile, mai violento. Dio potrebbe sfondare la porta, potrebbe imporsi con la forza della sua onnipotenza. Ma sceglie di mendicare. Il Divino diventa mendicante dell’umanità. Che paradosso stupefacente! Colui che ha creato tutto chiede a noi, sue creature, di fargli spazio.
La Verità chiama, aspettando che la Libertà risponda. Non c’è coercizione, non c’è manipolazione. C’è solo un invito, rinnovato ogni giorno, ogni istante: “Mi vuoi accogliere?”. È la libertà umana, fragile e potente insieme, che deve decidere. Possiamo chiudere la porta, possiamo far finta di non sentire, possiamo rimandare a domani. Oppure possiamo aprire.
Scegliere l’accoglienza significa riconoscere la nostra indigenza. Come quella grotta era spazio vuoto pronto ad essere riempito, così anche noi dobbiamo svuotarci delle nostre presunzioni, delle nostre autosufficienze, dei nostri idoli. L’accoglienza richiede spazio interiore. Non possiamo accogliere Dio se siamo già pieni di noi stessi.
Ma quando scegliamo di aprire quella porta, quando diciamo il nostro sì, accade il miracolo. La grotta povera diventa cattedrale di luce. La nostra vita ordinaria diventa luogo di Presenza. Le nostre fragilità diventano spazi dove la grazia può operare. L’accoglienza trasforma: non siamo più gli stessi dopo aver accolto quella Vita che viene a visitarci.

Il Natale, dunque, è questo triplice movimento che ci coinvolge interamente: riconoscere la gratuità scandalosa di un Dio che si fa piccolo; interpretare la vicinanza di Chi entra nella nostra storia concreta; scegliere l’accoglienza, aprendo la porta del cuore alla Verità che bussa. Nella grotta di Betlemme, come nella grotta del nostro cuore, si decide tutto. Ogni Natale è l’opportunità di rispondere nuovamente a quella domanda antica e sempre nuova: “C’è posto per Lui?”

P. Fabio ATTARD

Rettor Maggiore dei Salesiani di Don Bosco