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Cinquanta chilometri al giorno, a piedi, per raggiungere un villaggio che nessun altro raggiungeva. È l’immagine che più di ogni altra accompagna la memoria di mons. Oreste Marengo, vescovo salesiano e missionario nel Nord-Est dell’India. Il 24 ottobre 2026 Papa Leone XIV ha autorizzato il Dicastero delle Cause dei Santi a promulgare il decreto sulle sue virtù eroiche: il Servo di Dio è ora Venerabile.
Una tappa, non ancora il traguardo
Il riconoscimento delle virtù eroiche è un passaggio fondamentale nel cammino verso gli altari. L’esame approfondito della vita, delle opere e della pratica delle virtù cristiane di Marengo si è concluso con esito positivo. Per la beatificazione servirà ora l’esame e il riconoscimento formale di un miracolo attribuito alla sua intercessione.
Dalle Langhe all’Assam
Oreste Marengo nasce a Diano d’Alba, in provincia di Cuneo, il 29 agosto 1906. Scopre la vocazione tra i Salesiani di Valdocco e nel 1923, a soli 17 anni, parte missionario per l’Assam, nel Nord-Est dell’India. Viene ordinato sacerdote nel 1932 e dedica l’intera esistenza all’evangelizzazione itinerante delle popolazioni locali: Adivasi, Garo, Khasi, Boro, Naga.
Il suo strumento di lavoro sono i piedi. Percorre fino a 50 chilometri al giorno per arrivare ai villaggi più remoti, e per questo viene ricordato come il «camminatore di Dio». Ma dietro quella fatica non c’era una semplice ostinazione umana né un generico spirito filantropico. C’era un’unione intima con il Signore: Marengo camminava per unire le persone e le comunità a Cristo, convinto che solo restando uniti a Lui la missione potesse dare frutti duraturi.
Vescovo, senza attaccamento al ruolo
Nel 1951 diventa primo vescovo di Dibrugarh; nel 1964 è pastore di Tezpur e poi nel 1973 amministratore apostolico di Tura. Non cerca di imporre un modello occidentale né personale: lavora instancabilmente perché nascano scuole, dispensari e parrocchie e perché le comunità diventino a loro volta protagoniste della missione. Impara i dialetti e le lingue locali, promuove lo sviluppo sociale, scolastico e sanitario nel rispetto delle identità tradizionali.
Il gesto che più lo definisce arriva a Tura nel 1978. Marengo si dimette da amministratore apostolico per favorire la nomina del primo vescovo del luogo. Non torna in Italia, non si ritira: a oltre settant’anni resta come semplice viceparroco, al servizio di quelli che erano stati i suoi sacerdoti. Morirà a Tura il 30 luglio 1998. Era la dimostrazione, nei fatti, che l’opera della missione appartiene a Cristo e che l’unità viene prima del proprio ruolo gerarchico.
«Uno in Cristo, uniti nella missione»
Il Nord-Est dell’India, l’antico Assam, è da sempre un mosaico di etnie, lingue e tradizioni, attraversato da forti tensioni interne. Mons. Marengo non fece distinzioni: avvicinò con lo stesso amore e rispetto popoli storicamente distanti o rivali e, portando il Vangelo a ciascuno, li radunò attorno all’unica tavola dell’Eucaristia. Mostrò che l’identità di essere «uno in Cristo» è più forte di qualsiasi divisione culturale o linguistica, ponendo le basi di comunità coese e pacificate.
Non è un caso che la sua figura risuoni con il tema scelto da Papa Leone XIV per la Giornata Missionaria Mondiale 2026: «Uno in Cristo, uniti nella missione». Pur vissuto nel secolo scorso, Marengo ne ha anticipato i due pilastri: la comunione profonda in Cristo e l’unità operativa nell’annuncio del Vangelo.
Tre lezioni per oggi. Il nuovo Venerabile lascia alla Chiesa e alla società contemporanea almeno tre insegnamenti: la cultura dell’incontro. Anticipando l’idea di una «Chiesa in uscita», ha cercato l’incontro personale e quotidiano con le periferie geografiche ed esistenziali; il passo indietro. In controtendenza rispetto alle logiche di potere e di carriera, ha ceduto la guida delle diocesi al clero locale, valorizzando l’autonomia delle comunità indigene; il dialogo interetnico. In un territorio frammentato, si è fatto costruttore di ponti, studiando le lingue dei popoli che serviva e promuovendone la crescita nel rispetto delle identità.
Perché ci riguarda. Può sembrare lontana la vicenda di un giovane piemontese partito nel 1923, a 17 anni, per una terra lontana e sconosciuta. In realtà le domande che Marengo pone sono sorprendentemente attuali. Che cosa significa andare davvero verso gli altri, e non soltanto parlare di periferie? Come si esercita un’autorità senza farne un possesso? Come si costruisce unità in un mondo attraversato da identità contrapposte, senza cancellare le differenze? La sua risposta non passa per le strategie, ma per uno stile: la fedeltà quotidiana, la pazienza di imparare una lingua, la fatica di un sentiero percorso ancora una volta. E, a un certo punto, la libertà di lasciare il posto a chi viene dopo, sapendo che la missione non è una proprietà personale ma un dono da custodire insieme.
Un lavoro corale tra Italia e India
La venerabilità è il frutto di una collaborazione internazionale. Vi hanno lavorato la Postulazione Generale Salesiana, guidata da don Pierluigi Cameroni, che ha accompagnato l’iter a Roma e la stesura della Positio, redatta dal dott. Matteo Penati; la diocesi di Tura, in India, custode delle spoglie mortali, insieme ai centri di ricerca storica di Shillong; la diocesi di Alba e la comunità natale di Diano d’Alba, unite in un Gruppo di preghiera che custodisce l’eredità spirituale di Marengo e ne ha promosso con passione la Causa di beatificazione. Dalle colline di Diano ai sentieri dell’Assam, il «camminatore di Dio» ha ora un titolo in più. Ma ciò che consegna alla Chiesa resta lo stesso di sempre: la strada si fa a piedi, insieme, e a partire da Cristo.
don Pierluigi Cameroni, sdb
Direttore dell’Opera Salesiana Sacro Cuore- Bologna

