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Anonimo, Ritratto di don Giovanni Borel (1801–1873), fine del XIX secolo, tempera su rame, 37,5 × 29 cm, Museo Casa Don Bosco, Torino-Valdocco.
Giovanni Borel emerge come sacerdote torinese di solida formazione, profondamente inserito nel tessuto pastorale e caritativo della città. Cappellano reale e poi direttore spirituale del Rifugio della marchesa Barolo, si dedicò per oltre trent’anni all’assistenza delle giovani accolte, alle suore e alle istituzioni collegate, collaborando anche con Cottolengo e con don Cafasso, soprattutto nel ministero delle carceri. Predicatore brillante e popolare, univa semplicità evangelica e zelo apostolico. Decisivo fu il suo legame con don Bosco: incontrato al Convitto, ne divenne amico, guida e principale sostenitore nei primi anni dell’Oratorio, difendendolo, aiutandolo economicamente e assumendone la responsabilità nei momenti più difficili. Accompagnò così, in modo discreto ma determinante, la nascita e il consolidamento dell’opera salesiana fino alla morte, avvenuta nel 1873.
Perché aveva degli amici veri.
Conosciamo poco della famiglia di don Borel. Dai registri dei battesimi della parrocchia San Giovanni Battista di Torino (ossia la chiesa cattedrale), apprendiamo che Giovanni Luigi Teobaldo Maria, figlio di Giuseppe Antonio Borel e Carola Motto, venne alla luce il 1° luglio del 1801 e fu battezzato il giorno successivo. Un fratello più vecchio, Luigi Giuseppe, era nato nel 1798, mentre un altro più giovane, Michele Gaetano, nacque nel 1804. Sia l’anno 1801 come pure il fatto che il nome registrato fosse Giovanni (e non Giovanni Battista), risultano confermati da documenti civili ed ecclesiastici.
Nei registri ufficiali, ecclesiastici e civili, il suo cognome è Borel, ma don Bosco nelle Memorie dell’Oratorio, e spesso anche nelle lettere, scrive “Borrelli” o “Borelli”. Forse riteneva che “Borel” fosse una forma dialettale e la volle italianizzare. La marchesa Barolo lo chiamò sempre “Borel”, ma è poco verosimile che il nome e la famiglia fossero di origine francese.
Frequentò la scuola primaria e secondaria secondo il sistema scolastico in vigore al tempo. Dunque, tra il 1809 e il 1814, fu allievo delle scuole torinesi impostate secondo il modello francese, che prescriveva tre anni di studi primari e tre anni di studi secondari (seguiti dal liceo). Dal 1814 al 1817, invece, completò i suoi studi secondari conforme il restaurato sistema sabaudo, che prevedeva dopo gli studi elementari e la latinità inferiore tre anni di latinità superiore (grammatica, umanità e retorica). Poi, passò al biennio di filosofia (1817-1819) e al quinquennio di teologia (1819-1824).
Nella diocesi di Torino era in uso il chiericato esterno, un sistema grazie al quale un seminarista poteva risiedere a casa propria e frequentare i corsi filosofici e teologici presso l’Università o il seminario. Borel fece parte di un gruppo di “seminaristi esterni” assegnati ad una delle quattro chiese deputate a questo scopo, sotto la guida di un prefetto incaricato dall’arcivescovo. Vestì l’abito ecclesiastico nel 1817 ed entrò a far parte del gruppo di chierici aggregati alla chiesa del Corpus Domini. Lo ha confermato egli stesso quando rilasciò la sua testimonianza al processo di beatificazione di Giuseppe Benedetto Cottolengo.
Le registrazioni relative ai suoi studi teologici e agli esami si trovano presso l’Archivio Storico dell’Università degli Studi di Torino. Conseguì il baccalaureato il 29 marzo 1821, la licenza il 3 giugno 1823 e la laurea il 24 maggio 1824 (da quel momento poté insignirsi del titolo di “teologo”). È interessante notare che la firma del teologo Luigi Guala, professore della facoltà di teologia e rettore del Convitto ecclesiastico di San Francesco d’Assisi, appare in tutti i certificati d’esame di Borel.
Fu ordinato sacerdote il 16 settembre 1824, all’età di 23 anni.
Al novello sacerdote veniva richiesto di seguire, dopo l’ordinazione, per circa due anni, le conferenze morali in una delle sedi riconosciute (seminario, università, Convitto di San Francesco d’Assisi), come completamento del corso teologico e preparazione all’esercizio del ministero. Non abbiamo documentazione sulla sede frequentata dal Borel, ma poiché egli è stato indicato tra i sacerdoti che gravitavano attorno alle posizioni del Cafasso (il quale però inizierà ad insegnare solo intorno al 1836), possiamo presumere che avesse seguito almeno alcune delle conferenze pubbliche del teologo Guala. In ogni caso, il legame di don Borel con il Convitto e il suo orientamento teologico-pastorale, appare innegabile.
Nel 1824, quando venne ordinato sacerdote, stava già prestando servizio come “chierico della Casa e della Cappella Reale”; nel 1831 fu promosso “Cappellano reale”, funzione che rivestì fino al 1841. Scrive Natale Cerrato: «II clero di corte, presente in ore determinate per esercitare specifiche funzioni di servizio religioso, costituiva la “Real Cappella”, con a capo il grande elemosiniere, che era l’arcivescovo di Torino. Da lui dipendevano sei elemosinieri, ecclesiastici di nobile famiglia, che lo rappresentavano a corte, partecipando alle funzioni liturgiche senza indossare paramenti sacri, ma stando in mantelletta nera come assistenti delle persone reali. Oltre agli elemosinieri vi erano i cappellani e i chierici, che prestavano il servizio liturgico, gli uni celebrando la messa e tenendo la predicazione, gli altri servendo secondo i turni stabiliti. L’ufficio di cappellano regio era posizione onorifica ed ambita, che comportava uno stipendio e lasciava ampio tempo libero per altre occupazioni».
Nel 1837 inoltrò la domanda di pensione da cappellano regio, ma continuò il servizio fino al dicembre 1840, quando venne nominato Direttore spirituale del Rifugio della marchesa Barolo. Mentre ancora prestava servizio presso il Palazzo reale, insieme al teologo Carlo Antonio Borsarelli, fu direttore spirituale del Real Collegio S. Francesco di Paola, dall’anno accademico 1829-30 al 1842-43. I suoi principali compiti erano la celebrazione quotidiana della messa per gli studenti, la predicazione domenicale nella congregazione della scuola (spiegazione del vangelo al mattino, e istruzione sulla dottrina cristiana al pomeriggio), la lezione quotidiana di catechismo. La scuola di San Francesco da Paola era situata presso l’ex convento dei Minimi, che ospitava anche un convitto universitario.
Borel collaborava anche con il canonico Giuseppe Benedetto Cottolengo, fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza. L’istituzione ospitava malati cronici fisici e mentali, soprattutto poveri. Nonostante gli altri suoi impegni, dedicò molti anni ai bisogni spirituali della Piccola Casa, come egli stesso testimoniò al processo diocesano di beatificazione del Cottolengo, svoltosi tra il 1863 e il 1873.
Non possiamo dire con certezza quando iniziò il servizio pastorale tra i carcerati; certamente nel 1840 egli già collaborava con don Cafasso e probabilmente continuò tale cooperazione per il resto della vita. È certo che don Bosco, quando, da allievo del Convitto, coadiuvò il Cafasso nel ministero delle carceri, vi trovò anche il Borel, il canonico Borsarelli e don Mathias, direttore della Confraternita della Misericordia. Insieme a don Cafasso, Borel dedicò particolare cura ai condannati a morte. Le Memorie biografiche, inoltre, ci offrono dettagli interessanti sul suo metodo con i carcerati.
Il 29 dicembre 1840 don Borel ricevette la nomina di direttore spirituale del Rifugio, come successore del defunto don Luigi Delrivo. Da quel giorno si dedicò con zelo alle istituzioni Barolo per oltre 30 anni. Questo fu tra tutti il suo ministero più importante, per ampiezza, intensità e dedizione, ma anche il più impegnativo per la grande responsabilità che comportava. Era direttore spirituale ed insegnante delle giovani ricoverate nel Rifugio e delle suore di San Giuseppe che le accudivano; era anche direttore spirituale delle Sorelle Penitenti di Santa Maria Maddalena (popolarmente chiamate Maddalene), che vivevano in semi-clausura nel loro monastero accanto al Rifugio. Il suo lavoro includeva la celebrazione giornaliera della messa, la predicazione, il catechismo, le confessioni e la direzione spirituale, la cura pastorale delle ammalate.
Dagli archivi dell’Opera Pia Barolo ricaviamo i nomi di vari sacerdoti collaboratori del teologo Borel nelle istituzioni fondate dalla marchesa: don Pietro Ponte (1821-1892), cappellano dell’Istituto Sant’Anna; don Sebastiano Pacchiotti (1806-1884), cappellano associato del Rifugio; don Bosco, cappellano associato del Rifugio e cappellano designato dell’Ospedaletto di Santa Filomena dal 1844 al 1846; don Giovanni Giacomelli (1820-1901), cappellano dell’Ospedaletto dal 1854; padre Marcantonio Durando (1801-1880), vincenziano, superiore religioso ufficiale delle suore Maddalene.
Il nome del Borel appare ripetutamente nelle Memorie dell’Oratorio, nell’epistolario di don Bosco e nelle Memorie biografiche, come amico e sostenitore. Don Bosco lo aveva incontrato per la prima volta quando era seminarista, durante un corso di esercizi spirituali. Con lui si era confrontato sui mezzi di perseveranza nella vocazione e ne aveva memorizzato la risposta: “Colla ritiratezza e colla frequente comunione si perfeziona e si conserva la vocazione e si forma un vero ecclesiastico”.
In seguito lo aveva rivisto più volte durante gli anni trascorsi al Convitto, condividendo il ministero pastorale nel carcere e in altre istituzioni caritative della città. “Dal primo momento che ho conosciuto il T. Borel – leggiamo nelle Memorie dell’Oratorio — ho sempre osservato in lui un santo sacerdote, un modello degno di ammirazione e di essere imitato. Ogni volta che poteva trattenermi con lui aveva sempre lezioni di zelo sacerdotale, sempre buoni consigli, eccitamenti al bene. Nei tre anni passati al Convitto fui dal medesimo più volte invitato a servire nelle sacre funzioni, a confessare, a predicare seco lui. Di modo che il campo del mio lavoro era già conosciuto e in certo modo famigliare. Ci siamo parlato a lungo più volte intorno alle regole da seguirsi per aiutarci a vicenda nel frequentare le carceri e compiere i doveri a noi arridati, e nel tempo stesso assistere i giovanetti, la cui moralità ed abbandono richiamava sempre di più l’attenzione dei sacerdoti”.
Nell’autunno 1844, Borel — su richiesta di don Cafasso, e con il consenso della marchesa Barolo – prese con sé al Rifugio don Bosco, che aveva bisogno di un luogo in cui abitare e di un lavoro remunerato in attesa che l’Ospedaletto fosse terminato. Da quel momento in poi diventò il suo più stretto e fidato sostenitore. Gradualmente lo mise a contatto con persone facoltose della nobiltà e della borghesia torinese. Lo aiutò e lo difese durante la fase dell’Oratorio peregrinante (1844-46), esponendosi a suo favore, come quando venne cacciato da San Pietro in Vincoli e si spostò nella cappella dei Mulini, o quando, all’inizio del 1846, i parroci dei dintorni espressero il timore che l’Oratorio interferisse con l’attività delle parrocchie. Soprattutto non lo abbandonò nei momenti più difficili: fu al suo fianco durante la rottura con la marchesa Barolo, lo aiutò economicamente per l’affitto e, più tardi, per l’acquisto della proprietà Pinardi. Quando l’Oratorio si sistemò definitivamente a Valdocco, fu lui a benedire la cappella-tettoia. Negli anni seguenti continuò a collaborare con don Bosco nella predicazione, nelle confessioni, nelle relazioni pubbliche, nell’amministrazione dell’Oratorio: teneva i libri contabili, registrava entrate, uscite e cose degne di nota (ad esempio, nel 1846 annotò che alla festa di san Luigi parteciparono 650 giovani).
Quando, sul finire del 1845, la salute di don Bosco precipitò, informò la marchesa, che in quel periodo era a Roma. Anche la Barolo era preoccupata e scrisse al Borel: “Si ricorderà quante volte le ho raccomandato di averne riguardo e lasciarlo riposare ecc. ecc. Non mi dava retta; diceva che i preti dovevano lavorare”. Infine, quando nell’estate 1846 don Bosco si ammalò gravemente, gli prestò tutte le cure, e durante la convalescenza ai Becchi (tra agosto e novembre) si assunse la responsabilità dell’Oratorio con l’aiuto dei teologi Vola e Carpano, dei sacerdoti Trivero e Pacchiotti.
Goffredo Casalis scrive: «Questi [i succitati sacerdoti] per lo spazio di quattro mesi, di accordo col teologo Borelli, supplirono in tutto l’assente Fondatore dell’istituto, e ne promossero l’ampia attuazione in modo, che ben presto si guadagnarono la stima ed affezione di tutti i giovani; stima ed affezione che dovettero procurarsi, come il Fondatore, a prezzo di pazienza grandissima, e di innumerevoli sacrifizii, imperciocché nei suoi primordi questa istituzione era assai più povera di quel che lo sia al presente, ed avevano a fare con giovani scapestrati e privi di ogni educazione, molti dei quali le tante volte non avevano un pezzo di pane per isfamarsi, ed all’estremo cenciosi e sudici, ed oltre a ciò loro toccava, come addiviene a tutti coloro che vogliono fare il bene, di sopportare non poche, non piccole contraddizioni. Al suo ritorno D. Bosco trovò maggior decoro nella cappella, e rivide uno stuolo di nuovi ragazzi che per la prima volta salutarono il loro benefattore. Le cose erano assai bene incamminate […].
Borel era un abile predicatore, usava uno stile popolare e vivace, molto apprezzato; per questo lo si invitava spesso a tenere panegirici e missioni nella diocesi di Torino e altrove. Egli si prestò sempre con generosità e zelo apostolico. I suoi sermoni erano semplici, piacevoli, ricchi di humor e di aneddoti, ma sostanziosi, profondamente cristiani, emozionanti e di grande effetto. Don Cafasso disse di lui che “era forse il miglior oratore di tutta la diocesi per la sua facilità nel parlare il nostro buon piemontese, per i proverbi, i frizzi, le frasi argute che gli fiorivano sulle labbra, e per la chiarezza nello spiegare qualunque difficoltà dottrinale, servendosi delle similitudini le più appropriate all’uopo; tanto più quando si trattava di parlare alla gioventù che era la sua delizia”.
In questo ministero fu sempre disponibile anche per don Bosco. Una domenica, dopo aver trascorso l’intera mattinata in varie chiese a celebrare, predicare e confessare, gli dissero che all’Oratorio c’era bisogno di lui per un sermone. La persona che lo era andato a chiamare lo trovò nell’orto a mangiare pane e peperone. Egli non indugiò: dopo pochi minuti era sul pulpito della cappella di Pinardi a predicare ad una folla di ragazzi. Predicò anche nella chiesa di San Francesco di Sales, dopo il 1852. Erano famosi i suoi dialoghi pubblici con don Bosco. Si sedeva tra i ragazzi e recitava in modo molto divertente la parte di un giovane ingenuo, di una canaglia, di un penitente sprovveduto, mentre don Bosco istruiva e predicava dal pulpito. La notizia che in una certa domenica il teologo avrebbe “conversato” era sufficiente a riempire la chiesa di ascoltatori attenti. Nel 1849, con l’aiuto di don Borsarelli, don Ponte e don Gastaldi, egli predicò con successo ai ragazzi dei tre oratori riuniti nella chiesa della Confraternita della Misericordia per un corso di esercizi spirituali di sette giorni (22-28 dicembre).
Il suo stile di vita era evangelicamente semplice e frugale. Non si preoccupò mai di sé stesso. Negli anni Sessanta la salute deteriorò. Spesso si vide costretto a rimanere a letto o bloccato su una sedia al Rifugio. Il 25 marzo 1869, don Bosco ritornò da Roma con la notizia dell’approvazione della Società salesiana. Dalle sue stanze, Borel sentì i ragazzi dell’Oratorio esultare e la banda suonare: capì cosa stava accadendo. Erano circa le otto di sera. Uscì dal letto, scese in strada appoggiandosi al suo bastone, entrò nel cortile dell’Oratorio. Qui incontrò don Bosco e apprese la buona notizia. “Grazie, o Signore, ora posso morire felice!” esclamò e senza aggiungere altro tornò al Rifugio.
L’8 maggio 1870, in riconoscimento dei suoi meriti, fu insignito di uno dei più prestigiosi titoli onorifici del Regno: cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Svolse ancora qualche attività sacerdotale, ma gli ultimi due anni di vita li passò confinato a letto. Morì l’8 settembre 1873, a 72 anni d’età, forse per un’emorragia cerebrale. Era talmente povero che non lasciò nemmeno il denaro sufficiente per la sepoltura. La sua cassa fu portata al cimitero dai direttori salesiani riuniti a Valdocco per le conferenze autunnali, coll’accompagnamento della banda dell’Oratorio e di tutti i giovani della casa.
Sotto l’immagine di san Francesco di Sales appesa nella sua povera stanzetta aveva scritto le parole di san Paolo: “Omnibus omnia factus sum” mi sono fatto tutto a tutti.
Arthur J. LENTI, Don Bosco storia e spirito, vol. I, pag. 383

