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Parlare di santità salesiana nella storia significa misurarsi con un’esperienza concreta, maturata nella vita ordinaria di comunità educative nate dall’Oratorio di Valdocco e dalla prima casa di Mornese. Questa relazione restringe l’orizzonte alle Figlie di Maria Ausiliatrice e, in particolare, a ciò che emerge dai processi di beatificazione nel periodo 1900–1950. L’attenzione non si concentra su un “catalogo” di virtù, ma sulle fonti processuali – soprattutto le ‘Positiones’ – che raccolgono testimonianze, documenti e giudizi sulla fama di santità. Attraverso le figure di Maria Domenica Mazzarello, Teresa Valsé Pantellini e Maddalena Morano, il testo mette in evidenza due dinamiche: la santità percepita e dichiarata dai testimoni, e la santità desiderata e vissuta come fedeltà alla Regola, al Sistema Preventivo e alla missione educativa tra le giovani.
Il tema della santità salesiana nella storia è ricco e vasto; abbraccia il cammino di maturazione nella fede, speranza e carità di tutti i membri e simpatizzanti della Famiglia Salesiana che, a partire dal tempo dell’Oratorio di Valdocco e della prima comunità di Mornese, hanno trovato e trovano fino ad oggi, nello stile di vita di Don Bosco e di Madre Mazzarello, gli elementi validi per raggiungere la pienezza della vita cristiana. Il sottotitolo della presente relazione: Aspetti emergenti nei processi di beatificazione delle FMA restringe quel vasto campo della santità salesiana relativa alle FMA e tra di esse, ancora di più, solo a quelle di cui sono istruiti i Processi per la beatificazione nel periodo considerato da questa ricerca. Per questo, due premesse:
- La santità salesiana femminile non si limita soltanto alle FMA di cui è stata introdotta la Causa, al contrario: vi sono numerose FMA che hanno condotto una vita eroica nel silenzio e nel sacrificio mediante la loro presenza in cortili, cucine, lavanderie, laboratori, oratori, scuole, missioni, in patria e nei luoghi più sperduti del mondo. Nessuno ha pensato mai di introdurre la loro Causa, e per questo fatto esse, pur avendo vissuto una vita esemplare, sfuggono alla nostra ricerca. Quelle invece che hanno ricevuto il riconoscimento della Chiesa con il titolo di venerabile, beata, santa non sono per questo fatto più sante di altre. Mi riferisco dunque non ad un quadro completo, ma solo a una porzione rappresentativa della santità femminile.
- La seconda precisazione riguarda il taglio contenutistico della presente relazione in riferimento al periodo cronologico previsto da questo Congresso: 1900-1950. Se prendiamo come criterio l’apertura dei processi avremmo come oggetto del nostro studio solo le tre Cause delle FMA che sono state introdotte in questo tempo: quella di suor Maria D. Mazzarello (oggi santa), di suor Teresa Valsé Pantellini (oggi venerabile) e di suor Maddalena Morano (oggi beata), introdotte negli anni 1911, 1926 e 1935 nelle rispettive diocesi di Acqui, Torino e Catania, e rimarremmo solo in Italia. Se invece ci servirà da criterio la vita delle FMA, inserita nella cornice del periodo considerato dal Congresso, vi ritroveremo sia la beata Laura Vicuña (†1904) che otto FMA operanti nei contesti della loro missione in Europa e in America di cui i Processi sono in corso.
La brevità di questa relazione ci suggerisce la prima opzione, lasciando la ricchezza dei riferimenti e il vissuto santificato delle sei Figlie di Maria Ausiliatrice e di Laura Vicuña per un’altra occasione.
L’ultima precisazione introduttiva riguarda la fonte, indicata già nel titolo con l’espressione Processi di beatificazione. Ogni Processo raccoglie e produce vari documenti, a partire dalla Copia pubblica che documenta la fase diocesana, attraverso la Positio che viene elaborata dalla Postulazione, fino al Breve Apostolico, firmato dal Sommo Pontefice, che chiude la procedura. Ho scelto solo un tipo di documento, la cosiddetta Positio, che costituisce la presentazione ragionata (Informatio) delle virtù eroiche, attraverso l’utilizzo delle testimonianze e dei documenti raccolti durante il Processo canonico (Summarium). Avendo tre figure di riferimento, ho consultato in totale sei Positiones: tre super Introductione Causae e tre super Virtutibus, trovando in esse un ricco materiale processuale (più di 1200 pagine) secondo l’interrogatorio fatto ai testimoni oculari in riferimento alle virtù teologali, cardinali e ai voti religiosi vissuti dalle nostre protagoniste.
Metodologicamente ho deciso di scegliere una domanda specifica dall’interrogatorio che riguarda la fama di santità delle FMA e mi sono chiesta: chi e come ha parlato della santità delle nostre tre sorelle; poi ho cercato di individuare l’impronta salesiana della loro santità. Così è strutturata la mia relazione: la prima parte l’ho intitolata Santità percepita e dichiarata; la seconda, La santità desiderata e professata.
- Santità percepita e dichiarata
Il primo aspetto che emerge è una serie di percezioni personali verbalizzate durante l’interrogatorio o dichiarate per iscritto dai testimoni che si pronunciano riguardo alle persone che hanno conosciuto de visu o de auditu. È interessante questo fenomeno, dato che nessuno dei testimoni parte dalla definizione della santità, ma la formula servendosi dei dati che ritiene opportuni per tale concetto. In fondo però il loro giudizio è l’espressione del concetto di santità elaborato nella loro epoca storica e filtrato dal sensus fidei del popolo di Dio.
1.1. Suor Maria Domenica Mazzarello (1837-1881)
Maria Mazzarello durante il suo primo incontro con Don Bosco ha intuito immediatamente la sua santità, e già nell’ottobre del 1864, 70 anni prima della sua canonizzazione, formulò la famosa dichiarazione: «Don Bosco è un santo ed io lo sento». Poi lungo tutta la vita ella ne ha approfondito e ha vissuto i tratti costitutivi traducendoli in categorie adeguate alla sua situazione di donna e di educatrice.
Gli atti processuali ci assicurano che sia allo stesso Don Bosco che agli altri Salesiani non è sfuggita la sua santità. Il card. Cagliero dichiarò: «Io fui testimone per sei e più anni delle stesse virtù esercitate con sempre maggior perfezione cristiana e religiosa, al punto che subito dopo la morte, alle suore, che la attorniavano, dissi di non rattristarsi, perché la loro Madre Superiora se ne era volata al cielo a godere il giusto premio della sua santità […] Così la pensavo io e come me pensava uguale il Ven. Fondatore Don Bosco il quale aveva della loro Madre un alto concetto come di santa religiosa, di discretissima Superiora». Aggiunge suor Teresa Laurentoni: «Vidi lettere che Don Bosco scriveva alla signora Pastore di Valenza nelle quali diceva che suor Maria Mazzarello era santa». E suor Ursula Camissasa testimonia che don Lemoyne dopo la morte di Madre Mazzarello «ordinò che nulla si toccasse nella sua stanza e che nessuno vi andasse ad abitare».
Per quanto riguarda l’impressione delle FMA dichiara suor Elisabetta Roncallo: «In comunità l’opinione era che avevamo una Superiora santa. Tale percezione era anche di quelli che l’avvicinavano, venendo dall’esterno». Le missionarie in America completano: «In vita tutte la tenevano come una santa religiosa, dopo la sua morte noi la pregavamo perché ci ottenesse delle grazie».
1.2. Suor Teresa Valsé Pantellini (1878-1907)
Mons. Giovanni Marenco nel 1908 a Roma affermò: «Per la conoscenza che io ebbi delle suore, durante il tempo in cui, quale Direttore Generale, me ne dovetti occupare, posso dire che alcune morirono in concetto di santità e si dovrebbe promuovere il Processo di beatificazione e fra queste, suor Valsé è una delle prime». Lo stesso Mons. Marenco chiese a suor Maria Genta «di conservare gli indumenti della Serva di Dio defunta, perché disse, “chissà che un giorno il Signore non la voglia agli onori degli altari!”». La sua intuizione fu confermata e precisata da don Filippo Rinaldi, Rettor Maggiore, che durante il Processo Ordinario disse: «Ho udito esaltare la sua santità interiore consistente in una vita veramente illibata, di pietà profonda e soda e regolare, aliena da ogni svenevolezza, senza esaltazione alcuna; era di una santità interiore straordinaria, vivendo apparentemente una vita ordinaria. La santità della serva di Dio apparve pure verso le consorelle, colle quali usò la vera carità religiosa e pure verso le giovani dell’oratorio e laboratorio per la cui salvezza spirituale e materiale si santificava. Le ragazze poi seguiva e studiava anche nelle loro mancanze per aiutarle e conquistarle colla bontà. Per parte mia poi, sono convinto che la serva di Dio ebbe tale virtù da essere pareggiata alle anime più sante, ma seppe nascondersi talmente da non lasciar vedere tutta la sua santità. Si faceva uno studio particolare per non lasciare travedere che [cosa] faceva e praticava».
Le FMA concordano con la percezione precedentemente evidenziata: «Posso attestare – testimonia suor Maria Genta che fu sua maestra e poi direttrice – che durante la vita religiosa a Roma della serva di Dio sia le Consorelle, sia le Patrone dell’Oratorio, come le giovani e le operaie che frequentavano l’Oratorio e il laboratorio, la reputavano una santa ed avevano per lei una grande venerazione». C’è però anche un caso contrario registrato negli atti processuali: «Per amor della verità – dice suor Luigia Rotelli – , debbo dire che ho sentito alcune Suore riferire che certa Suor Brusco Maria (FMA) non condivide il concetto di santità della serva di Dio, dicendo che nulla ha fatto di straordinario, pur ritenendola suora pia ed esemplare». Le laiche non avevano questi dubbi. La signora Olga Mazzetti, compagna della serva di Dio al Sacro Cuore in Firenze, disse a don Maccono: «Lei si occupa a fare santa suor Valsé; noi fanciulle dicevamo già fin d’allora ch’essa era una santa». Un’altra sua compagna aggiunge: «Leggendo la vita dei santi mi pare sempre di trovare delle esagerazioni, ma leggendo la vita di suor Valsé trovo che fu proprio dipinta come era».
1.3. Suor Maddalena Morano (1847-1908)
Madre Morano aveva un timore; essendo cosciente che la gente la considerava santa, diceva: «Quando sarò morta, non dite “M. Morano era una santa e sarà in Paradiso” e con ciò mi lasciate bruciare in Purgatorio fino alla fine del mondo, se per misericordia di Dio mi salvo. Pregate, pregate per me». Lei sapeva «che la santità consiste tutta nel fare la volontà di Dio, essendo questo l’unico modo di dimostrare il nostro amore per Lui».
Dalla santità di Madre Morano erano convinti sia i Salesiani (Cagliero, Marenco) che i sacerdoti diocesani, a partire dai pastori della Chiesa locale fino ai semplici preti delle campagne. Testimonia suor Paolina Noto: «Ricordo che in una visita che fece il card. Nava a Trecastagni ci disse: “Avete una Superiora santa, sappiatela apprezzare”. E l’Ispettore delle case salesiane in Sicilia, don Franco Piccollo, scrisse: “Certi nomi […] acquistano significati speciali e, per chi ha conosciuto M. Morano, questo nome assume tre significati: cioè fortezza insuperabile, santità autentica e piena di generosità con Dio e bontà squisita con tutti. [Ella] mostrò fortezza nel patire per quasi tutta la vita incomodi e malanni ben gravi, sebbene li tenesse segreti, vera figlia del ven. Don Bosco, aspettava il riposo in Paradiso”». «Don Albera, ancora solo direttore spirituale della Società salesiana, venuto la prima volta in Sicilia, come conobbe la Morano fu meravigliato di trovare in lei tante belle qualità e un giorno disse: “Oh questa Madre Morano che suora meravigliosa! Potrebbe governare non solo un’ispettoria ma tutta la congregazione delle FMA».
Non di meno la rispettarono le FMA e le sue educande. Testimonia suor Signorina Meli: «Il suo bel carattere attirava tutte le persone che avevano la fortuna di avvicinarla e le portava verso il Signore. […] Univa in sé la vita contemplativa per la costante unione con Dio e la vita attiva per la sua instancabile azione per il bene delle anime, compiendo esattamente i suoi doveri in tutte le opere affidate alle sue cure, non risparmiando né fatiche né sacrifici in tutta la sua vita. La serva di Dio ebbe fama di santità anche durante la vita, essendo da tutti stimata come un’anima privilegiata e arricchita di virtù singolari». E suor Decima Rocca: «Era intensamente amata dalle sue dipendenti e tutte ne avevano un concetto di santa». Fa eccezione la voce isolata di suor Rosaria Cuscunà da Biancavilla (FMA), accettata per singolare eccezione dalla stessa M. Morano nell’Istituto, che è contraria al concetto di santità della serva di Dio. La sua posizione viene considerata però dalle altre FMA come un giudizio squilibrato. A nome delle educande si esprime la sign. Agata Zappalà: «Posso attestare che la serva di Dio era tenuta in concetto di santità non solo da noi educande, ma dalle persone che la conoscevano». Infatti il Presidente che aveva minacciato di chiudere il collegio, avendo sentito della morte di M. Morano, disse: «Peccato, questa suora non doveva morire. Vi potranno essere delle buone e sante Superiore, ma non potranno avere tutte le virtù e tutta la santità di Madre Morano».
- La santità desiderata e professata
Un altro aspetto che emerge dalle testimoniane processuali è il vivo desiderio della santificazione propria e della salvezza delle anime delle nostre protagoniste. Si tratta di un fuoco interiore che si consumava traducendo in linguaggio pratico il motto del fondatore: Da mihi animas, cetera tolle. La propria santificazione fu cercata nell’adesione alla Volontà di Dio, intesa come osservanza della Regola e obbedienza ai superiori, senza far mancare alla comunità l’allegria e la creatività femminile. La passione apostolica in loro si esprimeva secondo le categorie del Sistema Preventivo nei contesti del Nord (Mornese, Nizza), Sud (Sicilia) e Centro (Roma) d’Italia. La professione religiosa ha consentito di dare, alle future FMA, un’impronta salesiana alla loro santità attraverso la vita comunitaria impegnata per l’educazione delle giovani, nel cammino comune verso il Paradiso, imitando Gesù e i santi, nell’obbedienza e nella gioia, mostrandosi sempre forti di fronte alle situazioni contrarie.
2.1. La vita comunitaria e l’educazione delle giovani
Tali dimensioni furono per le FMA fin dall’inizio lo spazio di santificazione, allargato poi all’orizzonte missionario, nel quale l’obbedienza professata le destinava a vivere.
Madre Mazzarello curava molto il clima della vita fraterna, favorendo le condizioni di crescita sia per le sorelle che per le ragazze. «Una volta – testimonia suor Felicina Ravazza – ospitando in una piccola nascente comunità, venne a conoscere che tra quelle figlie non regnava armonia ed ella si adoperò fino oltre la mezzanotte per mettere pace in quella comunità». «Ebbe un grande amore alle ragazze – aggiunge suor Teresa Laurentoni –; si sacrificava essa e voleva che ci sacrificassimo anche noi per la [loro] buona educazione». «Era sempre pronta nel compimento dei suoi doveri e mostrarsi sempre allegra – completa Petronilla Mazzarello – le suore tutte che la conobbero possono testificare quanto bene tenesse sollevato lo spirito della Comunità, anche nelle circostanze assai dolorose». Madre Caterina Daghero precisa: «Ciò che faceva essa raccomandava che fosse fatto anche dalle sorelle e inculcava che lo facessero subito all’occasione dicendo: “quel che potete far oggi, non aspettate a farlo domani”». Don Cagliero lo notò immediatamente, dichiarando durante il Processo rogatoriale: «Uno solo era lo spirito che regnava tra loro, uno solo il cuore per volersi bene, una sola volontà di tutte nell’obbedire. Uno solo il desiderio di farsi sante ed uno solo il loro amore a Dio, alla santa povertà di Nostro Signore Gesù Cristo, al sacrificio, alla preghiera ed al lavoro. E questo sacro concerto di cuori, di volontà e di amore lo dirigeva la superiora, o meglio la zelantissima e carissima Madre Maria Mazzarello, sempre prima in tutto e sopra tutto nell’umiltà, nella carità e nella religiosa osservanza».
Lo stesso zelo instancabile caratterizzò le sue figlie spirituali: suor Teresa Valsé e Madre Maddalena Morano. Della prima si legge nel Summarium: «La serva di Dio arse dal desiderio di far conoscere Iddio, Gesù Cristo, la sua Chiesa […] Arse dal desiderio di partire per le missioni fra gli infedeli della Cina… questo desiderio lo ebbe fin dal momento della sua prima Comunione». E della seconda: «Riguardo alla propagazione della fede essa stessa preparava e formava le suore missionarie, che mandava a diversi scaglioni nelle missioni. Ci diceva: istruite le anime nella nostra Santa Religione e portate tutte le anime al Signore».
Suor Teresa Valsé si prendeva cura delle ragazze di Roma: «Metteva particolarmente impegno nell’insegnamento di catechismo nella parrocchia di S. Prassede che essa impartiva alle più alte di cui era assistente. Erano particolarmente queste numerose ed essa non tralasciava veruna fatica per rendersi loro utile nella loro formazione spirituale». E Madre Morano fece lo stesso per le/i giovani di Sicilia: «Nelle feste riusciva a chiamare e indurre dei giovani ad accostarsi ai Santi Sacramenti, usando le sue materne e persuasive maniere a tale scopo. La serva di Dio si distinse soprattutto per l’apostolato catechistico tra gli ignoranti; anzi la fondazione delle scuole catechistiche fu l’anima della sua missione».
2.2. Con cuore di madre e fedeltà al Sistema Preventivo
L’azione apostolica e l’animazione delle FMA, come sottolineano i testimoni, erano pervasi non da una tecnica, ma da un metodo che aveva i tratti del calore materno ed emanava dal loro modo di interagire con tutti, specialmente coi destinatari dell’educazione.
«Maria Mazzarello era dotata di un criterio non comune – testimonia suor Enrichetta Sorbone –, possedeva il dono della maternità, e il dono del governo veramente ammirabile, un governo energico, vigilante, ma amoroso; ci trattava con franchezza, sì, ma ci amava cordialmente; aveva un non so ché che ci trascinava al bene, al dovere, al sacrificio, a Gesù con una certa soavità, senza violenza; essa vedeva tutto, prevedeva il bene e il male delle sue figlie, pronta sempre a provvedere sia per il fisico, che per il morale, secondo il bisogno e la possibilità». E suor Maria Rossi aggiunge: «Nell’ufficio di superiora si diportò sempre verso le suore con carità materna; fu prudente; esigeva che ognuna compisse il dovere, ma non aveva durezze. Ai diversi uffici dell’Istituto scelse sempre quelle che le parevano più adatte». Poi precisa ancora: «La serva di Dio era maternamente buona con tutte, ma sapeva all’occorrenza essere forte specialmente coi caratteri un po’ forti, o con quelle suore che ne avessero bisogno».
Riguardo a suor T. Valsé si dice: «Vigilava costantemente perché le ragazze fossero animate da vivo amore di Dio e stessero lontane dal peccato. Ed a questo scopo svolgeva un’intensa attività nell’oratorio. Di qui arguisco che avesse un grande orrore per il peccato e perciò si studiasse di impedirlo e anche di ripararlo»; «Fatta suora, praticò in modo perfetto il sistema del ven. fondatore, il cosiddetto Sistema Preventivo». «Per dedicarsi al nostro bene – aggiunge la signora Regina Cerrai – non conosceva mai ore di riposo e specialmente nei giorni festivi che erano per lei giorni di grandi sacrifici […] posso dire che ho visto come per la sollecitudine della serva di Dio, le più birichine diventavano le migliori». E la sign. Giulia Conciatori: «Con quelle che erano afflitte da malattie o sventure, anche finanziarie, era di una carità materna. Le visitava, le consolava, le aiutava anche materialmente».
Anche Madre Morano: «Venerava e stimava Don Bosco come un santo e voleva che si praticasse bene il suo Sistema Preventivo nella scuola e nella assistenza […]. Diceva alle suore e alle assistenti: “Volete essere rispettate? Rispettate. Le ragazze sono come noi le vogliamo: non lamentiamoci di loro, ma di noi che non sempre sappiamo far bene la nostra parte”». Aggiunge suor Teresa Pentore: «Aveva un metodo tutto suo nel trattare certe alunne bizzarre e testarde: non le inaspriva, non le sgridava, né castigava, eppure otteneva quanto tante altre non avrebbero mai ottenuto da quelle indoli ribelli». E suor Teresa Comitini precisa: «La serva di Dio come educatrice comprese per esperienza l’efficacia dello spirito di Don Bosco, cioè: [che] l’allegria nella vita è una forza, un elemento essenziale nell’educazione della gioventù. Come religiosa meglio comprese che l’allegria è l’atmosfera delle virtù eroiche; è una necessità della vita spirituale. La sua attività può dirsi una irradiazione continua di santa allegria e di salesiana bontà». Suor Giovanna Costa completa: «Veramente la più tenera delle madri non avrebbe potuto fare di più di quello che la serva di Dio faceva per tutte le sue figlie. Nessuno può averne idea all’infuori di coloro che ebbero la fortuna di conoscerla e praticarla […]. Non si lasciava muovere né da simpatia né da antipatia, che anzi, quando occorreva, usava la necessaria serietà, fermezza e fortezza come quella che suole usare un’ottima madre alla quale sta a cuore che le proprie figliuole crescano bene, virtuose e sante, e noi ci sentivamo così ben volute da lei che ognuna di noi era convinta di essere la sua beniamina».
«Spesso durante la notte la si vedeva col suo lumicino fare il giro per i dormitori come un vero angelo custode e con attenzione materna – conferma suor Teresa Comitini, sua alunna esterna, poi FMA –. La serva di Dio fu apprezzata, amata, desiderata. Come la prudenza, brillarono in M. Morano tutte le virtù che in un’anima religiosa indicarono zelo costante per la propria perfezione e per la salvezza delle anime».
2.3. Verso il Paradiso
Il clima delle comunità e il magistero dell’Istituto rendevano desiderabile l’ideale della santità che culmina nell’esperienza di vita piena oltre la morte. Si parlava del Paradiso come del raggiungimento del premio dopo tanti sacrifici, come di una realtà tranquilla che si gode dopo il lavoro e l’accettazione della croce. Ma non solo, anche come atmosfera di pace e di gioia nelle relazioni reciproche.
Madre Mazzarello, testimonia suor Enrica Sorbone, «aveva molta fiducia in Dio ed era proprio una cosa straordinaria sentirla parlare di Dio, del Paradiso. In tutto rivelava questa speranza, questa confidenza nel Signore e in Maria Ausiliatrice». «Era animata dal vivo desiderio di farsi santa e di vedere le suore attendere con diligenza la propria santificazione – aggiunge suor Ottavia Bussolino –. Allora ci cantava spesso in ricreazione: “Io voglio farmi santa e figlia di Maria – Io voglio farmi santa e sposa di Gesù – Io voglio farmi santa – e santa in allegria – Io voglio farmi santa – E santa sempre più”». Completa suor Clara Preda: «Era molto innamorata del Paradiso, animava anche me alla speranza, mi esortava a domandare la grazia di morire in un atto di Amor di Dio e di dolore dei miei peccati, dicendomi al Purgatorio non ci vogliamo andare». Anche nelle sue lettere spesso parlava del Paradiso. A suor Angela Vallese nel 1879 scriveva: «Ci siamo fatte suore per assicurarci il Paradiso, ma per guadagnare il Paradiso ci vogliono dei sacrifici; portiamo la croce con coraggio ed un giorno saremo contente». E a suor Pierina Marassi nel 1880: «Ricordiamoci che il Paradiso non si acquista con le soddisfazioni e con l’essere preferite, ma si acquista con la virtù e col patire». Alla comunità di Saint-Cyr: «Mie buone suore, pensate che dove regna la carità, vi è il Paradiso […] Le parole non fanno andare in Paradiso, ma bensì i fatti».
Anche suor Teresa Valsé Pantellini «aveva sovente sulle labbra la parola: Paradiso! Paradiso! Che pronunciava con un accento che ne dimostrava il vivissimo desiderio di possederlo. E mi pare anche d’aver sentito dire – testimonia suor Adelaide Barberis – che dicesse: un pezzo di paradiso compensa tutta una vita. Si capiva benissimo che tutto in lei: mente, cuore e pensiero erano completamente orientati verso il Cielo».
Lo stesso conferma suor Elisabetta Dispenza riguardo a Madre Morano: «Unico desiderio della serva di Dio era il Paradiso ed in certi momenti di maggiore fervore cominciava a cantare “Paradiso, Paradiso – degli eletti gran città – in te gioia, canti e riso – regna e sempre regnerà”». Poi esclamava: «Se vado in Paradiso, in questo mondo non ci torno più»”. La stessa suor Elisabetta ricorda di M. Morano questa preghiera: «Datemi tanto da patire qui in terra, o mio Dio, perché dopo la mia morte mi condurrete con Voi in Paradiso, perché all’inferno non ci voglio andare». Suor Paolina Noto, testimone ex officio, aggiunge: «Ho saputo […] da lei stessa […] che la serva di Dio abbracciò lo stato religioso per vera vocazione, per il desiderio di consacrarsi al Signore, per farsi santa, per salvare le anime e guadagnare il Paradiso» e cita quello che M. Morano diceva spesso alle consorelle: «Figliuole, siamo venute in Congregazione per farci sante e acquistare il Paradiso».
2.4. Imitando Gesù e i santi
Lo sguardo verso il Paradiso per le FMA non era un sentimento magico o poetico. Là c’erano Dio e i santi, considerati modelli da imitare; dopo aver percorso il cammino terreno, godevano il premio eterno. Il Paradiso era visto come festa dell’incontro con Gesù, con Maria Ausiliatrice e con i patroni dell’Istituto: S. Giuseppe, S. Francesco di Sales e S. Teresa di Gesù, e lo stesso Don Bosco che aveva promesso di attendere tutti proprio là. I richiami ai santi sono molto abbondanti nei Processi e si presentano come aspetti non secondari nel cammino di santità. Accenno solo ad alcuni.
Inizio dal nucleo fondamentale della vita cristiana che consiste nella sequela Christi, santo per eccellenza. Tutte e tre le figure sono accomunate sia dalla lettura dell’Imitazione di Cristo che dall’imitazione di Gesù nella quotidianità della vita. Era un libro prescritto dalle prime Costituzioni, ma le nostre protagoniste lo conoscevano già prima del loro ingresso nell’Istituto. Maria Mazzarello lo scoprì nel gruppo delle FMI e ne fece proprie alcune espressioni che troviamo nell’epistolario. Don Maccono, l’editore delle sue prime 15 lettere, cita nelle note 17 brani dell’Imitazione di Cristo per far capire al lettore l’analogia dei contenuti. Maria Mazzarello lo raccomandava non solo alle consorelle, ma anche alle donne laiche. La signora Angela Mazzarello, abitante a Mornese, racconta che una volta ricevette da Madre Mazzarello, da Nizza, una corona del rosario e la raccomandazione di leggere e meditare l’Imitazione di Cristo. Un’altra signora, Caterina Mazzarello, parla del fervore spirituale di Maria: «Aveva molta devozione alla Madonna; ci esortava a recitare tre Ave Maria alla sua purezza […] Ci esortava pure a raccomandarci all’Angelo Custode suggerendoci la recita dell’Angele Dei». Aggiunge suor Maria Genta: «Tra i santi in particolare ci raccomandava la devozione a S. Giuseppe, di cui inculcava di imitare le virtù nascoste, umiltà e silenzio ecc., a S. Luigi, al cui onore raccomandava la pratica delle sei domeniche, a san Francesco di Sales, a S. Teresa, nostri protettori particolari». Il card Cagliero precisa: «Viveva perduta in Dio! Sia quando era raccolta nella preghiera, quando era impegnata nel lavoro, quando nel riposo, nella veglia, e si può dire anche nel sonno, come la sposa dei cantici».
Riguardo a suor Teresa Valsé, suor Maria Genta, di cui la serva di Dio fu per un periodo segretaria, depone: «Da essa stessa appresi che, ancora prima di essere religiosa, attendeva regolarmente alla preghiera, facendo quotidianamente la meditazione e che, tra i libri di meditazione, preferiva il De Imitatione e la Pratica di amare Gesù Cristo di S. Alfonso». Nel suo taccuino troviamo scritto: «Approfittare di tutte le occasioni per umiliarsi», e, a caratteri più grandi, ricopia la massima della Imitazione di Gesù: «Ama di non essere conosciuta e riputata per nulla» ed è per questo motivo – spiega suor Eulalia Bosco – che «seppe sopportare gli affronti dello sputo [di una ragazza] senza conturbarsi punto». «Dinanzi ad una figura così bella, il mio cuore si sente commosso – dichiara la sign. Pia Basetti, sua compagna di scuola –, e ringrazio il Signore per avermi fatto la grazia di conoscere […] la serva di Dio suor Teresa Valsé Pantellini. Oh! Possa io imitarla nelle sue virtù; questo è quello che io chiedo a lei, con tutto lo slancio della povera e misera anima mia!».
Di Madre Morano, il suo biografo don Garneri attesta: «Posso dire [che] suo intimo studio era imitare Gesù in ogni cosa». E lo fece anche ripetendo le giaculatorie: «Tutto per voi mio buon Gesù, mio bene immenso! Solo amore e gloria vostra a me basta Gesù mio». Di fronte a questo amore suor Elisabetta Dispenza confessa: «Mi sentivo attratta come da una calamita… quando la vedevo andare e tornare dalla Comunione. Non sembrava più una creatura umana ma angelica. In quei momenti io desideravo imitarla…». «Parlava spesso della Madonna, e qualche volta cantava anche insieme al popolo le sue lodi in dialetto siciliano: “Evviva Maria, Maria sempre viva. Evviva Maria e Chi la creò, e senza Maria salvar non si può”». Alle suore diceva spesso: «Ricordiamoci che portiamo il nome di Figlie di Maria Ausiliatrice, e tali dobbiamo essere non a parole, ma coi fatti, imitandone le virtù, e col nostro buon esempio» e ripeteva: “Sorelle mie, noi ci siamo fatte suore per farci sante e santificare le anime che il Signore ci affida”». Parlando con lei aggiunge suor Dispenza: «Ebbi più volte questa impressione, che nella sua perfezione spirituale ricalcasse le orme di S. Teresa, san Francesco di Sales, san Giovanni Bosco, tre santi dei quali parlava sovente e dei quali conosceva molto bene la vita». Don Monasteri manifesta questa sua impressione: «Quando la vedevo mi pareva d’essere davanti ad una S. Teresa». Madre Morano «devota di tutti i santi, aveva una devozione speciale verso il Patriarca S. Giuseppe, tanto che sotto la sua protezione mise l’Ispettoria Sicula. In onore del santo compose un rosario speciale e nelle necessità della Casa ci faceva pregare così: “San Giuseppe pensateci voi”». «Ci parlava sempre della M. Mazzarello, di cui era grande ammiratrice ed imitatrice – testimonia suor Adele Marchese –, a noi proponeva gli esempi specialmente di temperanza, ed essa metteva più impegno nel copiarli in se stessa».
2.5. Fortezza nelle difficoltà e situazioni contrarie
Le prove e contrarietà non mancano lungo il cammino e anche le FMA le affrontano con coraggio, sprigionando le risorse interiori che le rendono forti e coraggiose in circostanze sfidanti.
Madre Mazzarello, testimonia Petronilla, «mostrò grande fortezza quando improvvisamente morì don Pestarino e si trovò priva di colui che era sempre stato il suo consigliere e la sua guida. Pure andò avanti piena di rassegnazione, esortando anche le altre a pensare che siamo in mano di Dio che provvederà». Suor Giuseppa Balzoni si ricordò che «molte volte la serva di Dio diceva alle sue dipendenti che gli uomini tutto potevano toglierle, meno il cuore per amare Dio». E suor Enrica Sorbone aggiunge: «Voleva forti anche le sue figlie».
Riguardo alla fortezza di suor Teresa Valsé, offre un eloquente esempio suor Maria Genta, che sperimentò le stesse difficoltà che ebbe la Serva di Dio: «Le condizioni specialissime per le difficoltà continue in cui ci trovavamo nel tenere aperto l’Oratorio giunsero al punto che si trattò di sospendere tutto e chiudere l’Oratorio stesso, tanto più che prima di noi ben altri quattro Istituti religiosi avevano dovuto abbandonare il campo. In queste condizioni [suor Teresa Valsé] fu sempre quella che ci animò, ci incoraggiò a fare preghiere, novene di preghiera, assicurandoci che l’assistenza di Dio non sarebbe venuta meno. Ricordava a noi l’esempio del ven. Don Bosco, il quale nelle stesse critiche circostanze ebbe a trovarsi e non si scoraggiò mai confidando negli aiuti della Divina Provvidenza. Posso proprio affermare che, se a mio fianco non avessi avuto il suo aiuto e incoraggiamento, io non avrei certo proseguito nell’opera, ma avrei pure io chiusa la casa».
Aggiunge suor Adelaide Barberis: «Posso attestare che la serva di Dio era dotata di un carattere forte. Non si spaventava nelle difficoltà e contraddizioni, ma continuava a svolgere il suo apostolato con zelo e costanza». E Suor Luigia Rotelli spiega il segreto di questa fortezza d’animo: «Perché essa era animata dalla vivissima speranza di possedere un giorno il Paradiso […] seppe superare ogni difficoltà, [fu] un vero modello di religiosa salesiana».
Della stessa tempra era Madre Morano: «La serva di Dio pregava e faceva pregare sempre, – dichiara suor Elisabetta Dispenza – anzi quando le capitavano delle avversità, non si perdeva di coraggio; ma sempre ilare e serena raddoppiava le sue preghiere, raccomandava a noi di pregare con più intensità, e poi se ne stava tranquilla e serena abbandonata alla volontà di Dio, sicura di essere consolata. Intanto ripeteva sovente: “O volontà di Dio, tu sei l’amore mio”». E suor Angela Macchi aggiunge: «La serva di Dio non si lasciò mai abbattere da nessuna difficoltà, per grave che fosse stata, perché diceva che le difficoltà mostrano le opere di Dio; il demonio mette questi ostacoli per impedire di fare il bene». M. Morano «si mostrò sempre forte nelle varie circostanze della vita – conferma la stessa testimone –, richiamando l’esempio di Don Bosco che diceva: Quando non potete pigliare di fronte una difficoltà giratele attorno». E lei stessa diceva: «Nelle lotte, contrarietà e sofferenze pensiamo al premio eterno che ci sarà dato dal Signore per ricompensa dei nostri piccoli sacrifici e delle nostre sofferenze. Non dobbiamo noi FMA scoraggiarci, perché il nostro Padre Don Bosco ci diceva: “A chi continua a perseverare nella vocazione, il Signore ha promesso pane, lavoro e Paradiso”».
Conclusione
La santità delle FMA nel periodo considerato era una realtà visibile e percepibile sia all’interno dell’Istituto stesso che dall’esterno. Da parte delle stesse FMA era desiderata ed abbracciata con la professione religiosa come una via sicura della salvezza, battuta da Don Bosco che, facendo fruttificare il proprio carisma, si impegnò ad imitare Gesù Buon Pastore per la salvezza della gioventù. Fu incarnata dalle donne forti, innamorate di Dio che sull’esempio del Fondatore, erano pronte a subire ogni umiliazione per il bene delle giovani. Fu vissuta dalle FMA nella dimensione comunitaria, con la fedeltà creativa, in un clima di gioia e santa allegria. La santità fu ammirata nella sua originalità del Sistema Preventivo e apprezzata, a motivo dell’efficacia, dalle persone che entravano nel raggio della sua irradiazione. Fu cercata da loro per via d’imitazione a motivo dell’esperienza positiva. Fu anche confusa da qualcuna con azioni straordinarie che la dovrebbero confermare ed esprimere, mentre la sua forza stava nella straordinaria finezza interiore, attenta alle giovani del ceto popolare, e nascosta dietro la vita apparentemente ordinaria. Gli aspetti emersi dalle Positiones si intravedono nell’ottica dell’esemplarità di Don Bosco continuata dalle nostre protagoniste nei tratti costitutivi della sua spiritualità, espressa non solo al femminile, ma arricchita dalla loro maternità educativa e spirituale.
sr. Sylwia Ciężkowska, fma

