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Il testo che segue riporta la «Visione di San Domenico Savio», narrata da don Giovanni Bosco la sera del 22 dicembre 1876 davanti agli studenti e agli artigiani dell’Oratorio di Valdocco. In forma di sogno, don Bosco descrive l’apparizione del suo giovane allievo Domenico Savio, morto in fama di santità, che lo guida attraverso un paesaggio paradisiaco, ricco di simboli spirituali e musicali. Il racconto, denso di immagini luminose, messaggi di speranza e richiami alla purezza, alla carità e all’obbedienza, si conclude con profezie sul futuro della Congregazione Salesiana e sulla sorte di alcuni suoi membri. È un documento prezioso della pedagogia preventiva e dell’universo mistico-simbolico di Don Bosco, capace di parlare ancora oggi al cuore dei lettori.
Finalmente la sera del 22 dicembre restò memoranda nell’Oratorio. Fu anticipata alquanto l’ora delle preghiere. Convennero nel parlatorio degli studenti anche gli artigiani e tutte le persone di casa. Don Bosco aveva promesso per il giorno innanzi; ma ne era stato impedito. S’immagini l’aspettazione generale! Egli ascese in cattedra, salutato da un entusiastico battimani, come avveniva tutte le volte che dava in questo modo la “buona notte” alla comunità intera. Appena accennò a parlare, si fece il più profondo silenzio.
La sera nella quale mi fermai a Lanzo, venuta l’ora del riposo, mi accadde di essere occupato dal seguente sogno. È un sogno che non ha nulla di relazione cogli altri sogni. Ne ho già raccontato uno quasi simile nel tempo degli esercizi, ma e perché non vi eravate tutti voi, e perché molto differente, ho deciso di raccontarvi questo. Sono cose molto strane. Ma voi sapete che coi miei figli io apro tutto il mio cuore; per essi non ho segreti. Fatene quel conto che volete: ma siccome dice S. Paolo, quod bonum est tenete (tenete ciò che è buono 1Tes 5,21), così se troverete in questo sogno qualche cosa che faccia bene all’anima vostra, approfittatene. Chi non vuol credere, non mi creda, ciò non importa niente; ma nessuno metta mai in ridicolo le cose che sono per dire. Vi prego ancora di non volerle raccontare ad altri che non siano della casa e neppure scriverne fuori. Ai sogni si può dare l’importanza che i sogni si meritano, e coloro che non conoscono la nostra intimità, potrebbero pronunziare un giudizio erroneo e chiamare le cose con nome diverso dal loro proprio. Non sanno che siete i miei figli e che io a voi dico tutto quello che so, e alcune volte anche quello che non so (risa generali). Ma ciò che manifesta un padre ai suoi amati figliuoli per loro bene, deve stare lì tra padre e figliuoli, e non più oltre. Ed anche per un’altra ragione. Per lo più, raccontandosi fuori il sogno, o si travisa il fatto, o se ne racconta solo una parte non capita; e da ciò nasce danno e il mondo disprezzerebbe ciò che non deve essere disprezzato.
Bisogna che sappiate che i sogni si fanno dormendo. Dunque la notte del 6 di dicembre, mentre era in mia camera, senza saper bene, se leggessi o girassi qua e là per la camera, ovvero fossi già in letto, entrai nel sognare.
In un momento mi sembrò di essere sopra un piccolo rialzo di terra o collina, sulle sponde di una pianura immensa, i cui confini l’occhio non poteva raggiungere. Si perdeva nell’immensità. Era tutta cerulea come un mare in piena calma, ma quello che io vedevo non era acqua. Sembrava come un terso lucente cristallo. Sotto i miei piedi, dietro di me ed ai lati, vedeva una regione configurata come quelle di un littorale in riva all’oceano.
Quella pianura era divisa da larghi e giganteschi viali in vastissimi giardini, di bellezza inenarrabile, tutti scompartiti in boschetti, praterie, ed aiuole di fiori, di forme e colori diversi. Nessuna fra le nostre piante può darci un’idea di quelle, benché in qualche modo si vedesse una somiglianza. Le erbe, i fiori, gli alberi, le frutta erano vaghissime e di singolare aspetto. Le foglie erano. d’oro, i tronchi e i gambi di diamante e il resto corrispondeva a questa ricchezza. Non si potevano contare le differenti specie: ed ogni specie ed ogni individuo splendeva di una propria luce. Io vedeva in mezzo a quei giardini e in tutta l’estensione della pianura innumerevoli edifizi di un ordine, vaghezza, armonia, magnificenza, vastità così straordinaria, che nella costruzione di uno di questi, sembrava non dovessero bastare tutti i tesori della terra. Io diceva fra me stesso: – Se i miei giovani avessero una sola di queste case, oh come godrebbero, come sarebbero felici e vi starebbero volentieri! – Così io pensava, potendo vedere quei palazzi solamente all’esterno. Quanto maggiore non doveva essere la magnificenza interna!
Mentre meravigliava di tante stupende cose che ornavano quei giardini, ecco diffondersi una musica dolcissima, e di così grata e soave armonia, che io non posso dame un’idea adeguata. Quelle di Don Cagliero e di Dogliani non hanno nulla di musicale poste in confronto di quella. Erano centomila strumenti e tutti davano un suono differente l’uno dall’altro e tutti i suoni possibili svolgevano per l’aria le loro onde sonore. A questi si univano i cori dei cantori.
Vidi allora una moltitudine di gente che si trovava in quei giardini e si divertiva allegra e contenta. Chi suonava e chi cantava. Ogni voce, ogni nota faceva l’effetto come una riunione di mille strumenti, tutti diversi l’uno dall’altro. Contemporaneamente si udivano i vari gradi della scala armonica, dal più basso al più alto, che si possano immaginare, ma tutti in perfetto accordo. Ah! per descrivere quest’armonia non bastano paragoni umani.
Si vedeva dalle facce di quei felici abitatori, che i cantanti non provavano solamente un piacere straordinario di cantare, ma sentivano nello stesso tempo immenso gaudio nell’udire cantar gli altri. E quanto più uno cantava, più gli si accendeva il desiderio di cantare, e quanto più ascoltava tanto più desiderava di ascoltare. Ecco il loro cantico: Salus, honor, gloria Deo Patri Omnipotenti… Auctor saeculi, qui erat, qui est, qui venturus est iudicare vivos et mortuos in saecula saeculorum (Salvezza, onore, gloria a Dio Padre onnipotente… Autore del mondo, che era, che è, che verrà a giudicare i vivi e i morti nei secoli dei secoli).
Mentre estatico ascoltava questa celeste armonia, ecco apparire una quantità immensa di giovani, dei quali moltissimi io conosceva ed erano stati nell’Oratorio e negli altri nostri collegi; ma di essi la maggior parte mi era ignota affatto. Quella folla sterminata veniva verso di me. Alla loro testa si avanzava Savio Domenico, e subito dopo di lui procedevano D. Alasonatti, D. Chiala, D. Giulitto e molti, e molti altri chierici e preti, ciascuno guidando una squadra di giovani.
Interrogava me stesso: – Dormo o son sveglio? – E batteva le mani una contro dell’altra e mi toccava il petto, per accertarmi essere una realtà quanto io vedeva. Giunta tutta quella folla innanzi a me, si fermò alla distanza di otto o dieci passi. Allora brillò un lampo di luce più viva, cessò la musica e si fece un profondo silenzio. Tutti quei giovani erano pieni di gioia grandissima, che loro traspariva dagli occhi, e sul loro volto si vedeva la pace di una felicità perfetta. Mi guardavano con un dolce sorriso sul labbro e comprava che volessero parlare; ma non parlavano.
Savio Domenico si avanzò solo di qualche passo ancora e si fermò così vicino a me, che se io avessi stesa la mano, l’avrei certamente toccato. Taceva, guardandomi esso pure sorridente. Come era bello! Le sue vesti erano al tutto singolari. La tonaca candidissima che gli scendeva fino ai piedi era trapuntata di diamanti, e d’oro tutta intessuta. Un’ampia fascia rossa cingeva i suoi fianchi, ricamata così di gemme preziose che una quasi toccava l’altra; e intrecciandosi nel disegno meraviglioso, presentavano tale bellezza di colori, che io nel vederli mi sentiva trasportare fuori dei sensi per l’ammirazione. Dal collo gli pendeva un monile di fiori pellegrini ma non naturali: sembrava che le foglie fossero di diamanti uniti insieme su gambi d’oro e così tutto il resto. Questi fiori risplendevano di una luce sovrumana, più viva di quella del sole, che in quell’istante brillava in tutto lo splendore di un mattino di primavera; e riflettevano i loro raggi su quel viso candido e rubicondo in una maniera, indescrivibile; e così l’illuminavano che non si potevano neppur ben distinguere le loro varie specie. Il capo aveva cinto di una corona di rose. La capigliatura gli scendeva ondeggiante giù per le spalle e gli dava un aspetto così bello, così affettuoso, così attraente che sembrava… sembrava… un angelo!
Don Bosco nel pronunziare queste ultime parole sembrava che facesse tino sforzo per trovare espressioni adattate; e le finì con un gesto indescrivibile, e un tono di voce che scosse tutti; era come uno che sia spossato dallo sforzo di trovare i termini per svelare a pieno la sua idea. Dopo breve pausa proseguì:
Anche le persone di tutti gli altri risplendevano di luce. Erano vestiti in vario modo, e sempre stupendo; chi più, chi meno ricco; chi in una, chi in altra foggia; chi di un colore dominante, chi di un altro; e quelle vesti diverse avevano un significato che nessuno saprebbe comprendere. Ma tutti avevano i fianchi cinti con eguale fascia rossa.
Io continuava ad osservare e pensava: – Che cosa vuol dire questo?… Come ho fatto a venire in questo luogo? E non sapeva ove mi fossi. Fuori di me, tutto tremante per riverenza, non osava andare avanti. Anche tutti gli altri continuavano a rimaner silenziosi. Finalmente Savio Domenico aperse la bocca:
– Perché tu stai lì muto e quasi annichilito? Non sei tu quell’uomo che una volta di nulla ti spaventavi, ma affrontavi intrepido le calunnie, le persecuzioni, i nemici e le angustie e pericoli di ogni fatta? Dov’è il tuo coraggio? Perché non parli?
Io risposi a stento quasi balbettando:
– Non so che cosa dire. Sei tu dunque Savio Domenico?
– Sono io! Non mi riconosci più?
– E come va che ti trovi qui? – io replicai sempre confuso.
E Savio affettuosamente:
– Son venuto per parlarti! Tante volte ci siamo parlati sulla terra! Non ti ricordi quanto un giorno tu mi amavi? Quante volte tu mi hai dati numerosi pegni di amicizia e mi hai usato tanti tratti di benevolenza! E questo tuo vivo amore non era da me corrisposto? Era tanto grande la mia confidenza in te! Perché dunque sei così sgomentato? Perché dunque tu tremi? Orsù fammi qualche interrogazione!
Allora io mi feci animo e gli dissi:
– Io tremo, perché non so ove mi sia.
– Sei nel luogo della felicità, mi rispose Savio, ove si godono tutte le gioie, tutte le delizie.
– È questo adunque il premio dei giusti?
– No, no! qui siamo in un luogo dove non si godono i beni eterni, ma invece dove, benché grandi, si hanno solamente beni temporali.
– Sono dunque naturali tutte queste cose?
– Sì; abbellite però dalla potenza di Dio.
– E a me pareva, io esclamai, che questo fosse il paradiso!
– No, no, noi rispose Savio. Nessun occhio mortale può vedere le bellezze eterne.
– E queste musiche, io continuava, sono le armonie che godete in paradiso?
– No, no, e sempre no!
– Sono suoni naturali?
– Sì, sono suoni naturali. perfezionati dall’onnipotenza di Dio.
– E questa luce che supera la luce del sole, è luce soprannaturale? È luce di paradiso?
– È luce naturale, ravvivata però e perfezionata dall’onnipotenza di Dio.
– E non si potrebbe vedere un poco di luce soprannaturale?
– Non si può vedere da alcuno senza che sia giunto a vedere Iddio sicut est (così come Egli è). Il minimo raggio di quella luce farebbe morire un uomo all’istante, poiché non è sostenibile dalle forze dei sensi umani.
– E si potrebbe avere una luce naturale ancor più bella di questa?
– Oh se tu sapessi! Se vedessi solamente un raggio di luce naturale portata ad un grado superiore a questo, tu ne rimarresti fuori di te.
– E non si può vedere almeno un raggio di questa luce che tu dici?
– Sì che si può vedere; avrai la prova di ciò che io dico; apri gli occhi.
– Li ho aperti, io risposi.
– Sta’ attento e guarda là in fondo al mare di cristallo.
Guardai in su e nello stesso tempo comparve d’improvviso nel cielo ad una immensa distanza un’istantanea striscia di luce, sottilissima come un filo, ma così splendente, così penetrante che i miei occhi non poterono resistere. Li chiusi e mandai un grido tale da svegliare D. Lemoyne (qui presente) che dormiva nella camera vicina. Spaventato, mi domandò al mattino che cosa mi fosse accaduto nella notte, da essere stato così agitato. Quel filo di luce era cento milioni di volte più chiaro del sole, e col suo fulgore basterebbe ad illuminare tutto l’universo creato.
Dopo qualche istante apersi gli occhi e domandai a Savio Domenico:
– Che cosa è questo? Non è forse un raggio divino?
Savio rispose:
– Non è luce soprannaturale, benché in confronto della luce del mondo così sia superiore in fulgidezza. A questa niente altro che luce naturale resa più viva in tale modo dalla potenza di Dio. Se una zona immensa di luce, simile a quella striscia vista là in fondo, fasciasse tutto il mondo, non ti darebbe ancora un’idea degli splendori del paradiso.
– E voi che cosa godete adunque in paradiso?
– Eh, sì!… dirtelo è cosa impossibile. Quello che si gode in paradiso, non vi è uomo mortale che possa saperlo, finché non sia uscito di vita e riunito al suo Creatore. Si gode Iddio! Ecco tutto.
Io intanto, essendomi pienamente riavuto dal mio primo sbalordimento, era assorto nel contemplare la bellezza di Savio Domenico e gli chiesi con franchezza:
– Perché hai un vestito così bianco e smagliante?
Savio tacque senza dar segno di voler rispondere. Il coro ripigliò allora la sua armonia, accompagnato dal suono di tutti gli strumenti, e cantò: Ipsi habuerunt lumbos praecinctos et dealbaverunt stolas suas in sanguine Agni (Questi avevano i fianchi cinti e rendevano bianche le loro vesti nel sangue dell’Agnello).
– E perché, interrogai ancora finita quella musica, perché quella fascia rossa ai tuoi fianchi?
Savio neppure questa volta rispose, anzi fece come segno di non voler rispondere.
E allora D. Alasonatti da solo si mise a cantare: Virgines enim sunt et sequuntur Agnum quocumque ierit (sono vergini, infatti, e seguono l’Agnello dovunque vada, Ap 14,4).
Allora io intesi come quella fascia rossa, color di sangue, fosse simbolo dei grandi sacrifici fatti, dei violenti sforzi e quasi del martirio sofferto per conservare la virtù della purità: e come per mantenersi casto al cospetto del Signore, fosse stato pronto a dare la vita, se le circostanze così avessero portato: era anche simbolo delle penitenze che mondano l’anima dalle colpe. La bianchezza poi e splendore della veste, significano l’innocenza battesimale conservata.
Io intanto attratto da quei canti e contemplando tutte quelle falangi di giovani celestiali schierati dietro a Savio Domenico, gli domandai:
– E chi sono coloro che ti stanno attorno?… E come va che voi siete tutti così splendenti? io ripetei agli altri. – Savio continuava a tacere e tutti quei giovani si posero a cantare: Hi sunt sicut Angeli Dei in caelo (Questi sono come gli angeli di Dio in cielo, Mt 22,30). Io intanto notava come Savio sembrasse avere la preminenza su quella moltitudine che era dietro a lui un dieci passi, quasi in rispettosa distanza e:
– Dimmi, o Savio: tu sei il più giovane fra i molti che ti seguono e fra quelli che morirono nelle nostre case: perché dunque vai così innanzi ad essi e li precedi? perché tu parli e gli altri tacciono?
– Io sono il più vecchio di tutti questi.
– Ma no, io replicai; altri molti sono di te più avanti negli anni.
– Io sono, il più antico dell’Oratorio, ripeté Savio Domenico, perché sono stato il primo a lasciare il mondo e ad andare nell’altra vita. E poi legatione Dei fungor! (Faccio da ambasciatore di Dio).
Questa risposta mi indicava il motivo di quella apparizione. Era l’ambasciatore di Dio. – Dunque, io dissi, parliamo ora di quelle cose che più in questo istante ci importano.
– Sì, e fa presto a domandarmi ciò che desideri ancora sapere. Le ore passano e potrebbe finire il tempo che mi è concesso per parlarti e non potresti più vedermi.
– Io credo che tu abbia qualche cosa di somma importanza da comunicarmi.
– Che cosa debbo dirti io, miserella creatura? disse Savio in atto di umiltà profonda; dall’alto ho ricevuta la missione di parlarti. È per questo che sono venuto.
– Dunque, io esclamai, parlami del passato, del presente, dell’avvenire del nostro Oratorio. Dimmi qualche cosa dei miei cari figliuoli, parlami della mia Congregazione.
– Riguardo a questa avrei molte cose a dirti.
– Palesami dunque ciò che sai: dimmi del passato.
Savio: – Il passato cade tutto sopra di te.
Ed io: – Ne ho fatta qualcheduna delle mie?
Savio: – Quanto al passato ti dico che la tua Congregazione ha già fatto molto del bene. Vedi laggiù quel numero sterminato di giovani?
– Li vedo, risposi. Oh quanti! e come sono felici!
Ed egli: – Guarda; che cosa sta scritto all’entrata di quel giardino?
– Vedo: sta scritto Giardino Salesiano.
– Or bene, continuò Savio; furono tutti Salesiani, o furono educati sotto di te, o con te ebbero qualche relazione, da te salvati o dai tuoi preti, o chierici, o altri che da te furono posti sulla via della loro vocazione. Numerali, se puoi! Ma sarebbero cento milioni di volte più numerosi, se tu avessi avuto maggior fede e confidenza nel Signore.
Io sospirai con un gemito. Non seppi che cosa rispondere a questo rimprovero e proponeva tra me stesso: Guarderò di avere per l’avvenire questa fede e questa confidenza. Poi dissi:
– E il presente?
Savio mi mostrò un magnifico mazzo di fiori che teneva fra le mani. Vi erano rose, viole, girasoli, genziane, gigli, semprevive o perpetue e in mezzo ai fiori spighe di grano. Me lo porse e mi disse:
– Osserva!
– Vedo… ma non capisco niente, io risposi.
– Questo mazzolino presentalo ai tuoi figli, perché possano offrirlo al Signore quando sia venuto il momento; fa’ che tutti l’abbiano, che non vi sia alcuno che ne sia privo e che nessuno loro lo tolga. Con questo sta’ sicuro che ne avranno abbastanza per essere felici.
– Ma che cosa significa questo mazzo di fiori?
– Prendi la Teologia, mi rispose: essa te lo dirà, te ne darà spiegazione.
Ed io: – Ma la Teologia l’ho studiata e non saprei come ricavare da essa ciò che tu mi presenti.
Savio: – Sei obbligato strettamente a saper queste cose.
– Orsù, cavami dall’ansietà, dammi la spiegazione.
Savio: – Vedi adunque questi fiori? Rappresentano le virtù che più piacciono al Signore.
– E quali sono?
Savio: – La rosa è simbolo della carità, la viola dell’umiltà, il girasole dell’obbedienza, la genziana della penitenza e della mortificazione, le spighe della comunione frequente; il giglio indica quella bella virtù della quale sta scritto: Erunt sicut Angeli Dei in caelo (Saranno come gli angeli di Dio in cielo): la castità. E la sempreviva o perpetua significa che tutte queste virtù devono durare sempre: la perseveranza.
– Or bene, mio caro Savio, io gli domandai, dimmi: tu che hai praticate queste virtù in vita, quale cosa più ti consolò in punto di morte?
– Quale sembra a te che possa essere? rispose Savio.
– Forse l’aver conservata la bella virtù della purità?
– Eh no; non è questo solo.
– Forse ti rallegrò l’aver la coscienza tranquilla?
– È già una buona cosa, ma non è ancor la migliore.
– Sarà stato adunque tuo conforto la speranza del paradiso? Neppure!
– Dunque, sarà l’aver fatto tesoro di molte opere buone?
– No, no.
– Quale adunque fu il tuo conforto in quell’ultima ora? – Così gli dissi con aria supplichevole, imbarazzato dal non riuscire ad indovinare il suo pensiero.
– E Savio: – Ecco: ciò che più mi confortò in punto di morte fu l’assistenza della potente ed amabile Madre del Salvatore! E questo dillo ai tuoi figli! Che non si dimentichino di pregarla finché sono in vita. Ma fa’ presto, se vuoi ch’io possa ancora risponderti.
– E pel futuro che cosa mi dici?
– Nell’avvenire, l’anno prossimo venturo 1877 avrai da provare un grande dolore. Sei più due fra coloro che ti sono più cari saranno da Dio chiamati all’eternità. Ma consòlati: saranno trapiantati da questo campo del mondo nei giardini del paradiso. Saranno incoronati. Non temere però; il Signore ti aiuterà e ti darà altri figli anche buoni.
– Pazienza! E per ciò che riguarda la Congregazione?
– Riguardo alla Congregazione sappi che Iddio ti prepara grandi cose. Per essa l’anno venturo sorgerà un’aurora di gloria così splendida che illuminerà come un lampo i quattro angoli del mondo, dall’oriente all’occidente, dal mezzodì al settentrione. Grande gloria è per lei preparata. Ma tu procura che il carro sul quale sta il Signore, non sia trascinato dai tuoi fuori delle guide e del sentiero. Se i tuoi preti sapranno così condurlo ed essere degni della loro alta missione, l’avvenire sarà splendidissimo ed apporterà salute ad una infinità di persone. Ad una condizione però: che i tuoi figli siano devoti della Beata Vergine e sappiano conservare la virtù della castità, che tanto piace agli occhi di Dio, per l’universalità della Casa.
– Ora io vorrei, soggiunsi, che tu mi dicessi qualche cosa della Chiesa in genere.
– I destini della Chiesa sono nelle mani di Dio Creatore. Ciò che è stabilito nei suoi infiniti decreti non posso rivelartelo. Egli riserva unicamente per sé tali arcani e nessuno degli spiriti creati può esserne partecipe.
– E di Pio IX?
– Ciò che posso dirti si è che il Pastore della Chiesa non avrà più da combattere a lungo su questa terra. Poche sono le battaglie che deve ancor vincere. Fra poco sarà tolto di seggio e il Signore gli darà la meritata mercede. Il resto si sa. La Chiesa non perisce. Hai qualche altra cosa da domandarmi?
– E in quanto a me? io gli chiesi.
– Oh se sapessi quante vicende hai ancora da sostenere!… Ma sbrigati che è più poco il tempo che mi è concesso per parlarti.
Allora con slancio io tesi le mani per afferrare quel santo figliuolo, ma le sue mani sembravano aeree e nulla strinsi.
– Folle! che cosa fai adesso? mi disse Savio sorridendo.
– Ho paura che tu mi fugga, esclamai Ma tu non sei qui col corpo?
– No, col corpo. Lo riprenderò un giorno.
– Ma cosa sono queste tue sembianze? Se io vedo proprio in te la figura di Savio Domenico!
– Vedi, ci diceva, quando l’anima è separata dal corpo e con permissione di Dio si fa vedere a qualche mortale, conserva la sua forma ed apparenza esterna, con tutte le fattezze del corpo stesso, come quando viveva sulla terra, e così, sebbene grandemente abbellite, le conserva finché a lui non sia riunita nel giorno del giudizio universale. Allora lo terrà seco in paradiso. Perciò ora ti sembra che io abbia mani, piedi, capo, ma tu non potresti fermarmi essendo io puro spirito. È questa forma esterna che mi ti fa conoscere (in altri termini vuol dire: «Quando a voi appare per divino volere un’anima separata dal corpo, essa presenta ai vostri occhi la forma esteriore del corpo che fu già da lei informato, e perciò a te pare che io abbia mani e piedi e capo ecc.»).
– Ho inteso, io ripresi. Ascoltami. Ancora una risposta. I miei giovani sono tutti sulla buona via per salvarsi? Dimmi qualche cosa, perché io possa dirigerli bene.
– Riguardo ai figli che la Provvidenza Divina ti ha affidati, si possono dividere in tre classi. Vedi queste tre note? (e me ne porgeva una). Osservale.
Io guardai la prima nota. Sopra di essa era scritto Invulnerati: cioè coloro che il demonio non aveva potuto ferire; che non hanno macchiata la loro innocenza di colpa alcuna. Erano in gran numero questi sani, e li vidi tutti. Molti di essi io già li conosceva; molti era la prima volta che li vedeva, e forse dovranno venire all’Oratorio negli anni futuri. Camminavano diritti per uno stretto sentiero, non ostante che fossero continuamente fatti bersaglio alle saette e ai colpi di spade e di lance che partivano da ogni parte. Queste armi che formavano come siepe lungo le due sponde della via, li combattevano e li molestavano senza ferirli.
Allora Savio mi diede la seconda nota. Vi era scritto sopra: Vulnerati: cioè coloro che erano stati in disgrazia di Dio, ma ora risorti in piedi, avevano curate le loro ferite, essendosi pentiti e confessati. Erano costoro in numero maggiore dei primi e avevano riportate le ferite sul sentiero della loro vita, dai nemici che facevano siepe al loro viaggio. Lessi la nota dei loro nomi e tutti li vidi. Molti andavano curvi e scoraggiati.
Savio aveva ancora in mano la terza nota. Sopra questa vi era l’epigrafe: Lassati in via iniquitatis (stancati nella via dell’iniquità). Vi erano scritti i nomi di tutti quelli che si trovano in disgrazia di Dio. Era impaziente di conoscere quel segreto: quindi stesi la mano. Ma Savio mi disse con vivacità:
– No; aspetta un momento e ascolta. Se apri questo foglio, tale ne uscirà un fetore. che né tu né io potremmo sopportarlo. Gli angioli debbono ritirarsi stomacati e inorriditi per questo, e lo stesso Spirito Santo sente ribrezzo della puzza orribile del peccato.
– Ma come, io osservava, ciò può essere, se Dio e gli angioli sono impassibili? Come possono sentire il puzzo della materia?
– Sì, perché quanto più le creature sono buone e pure, tanto più si avvicinano agli spiriti celesti: al contrario quanto più uno è cattivo, disonesto e sozzo, tanto più si allontana da Dio e dagli angeli, i quali da lui si ritraggono, divenuto per loro oggetto di schifo e di nausea. – Quindi mi diede la nota, e: – Prendila pure, mi disse, aprila e sappine fame profitto per i tuoi giovani: ma ricordati sempre del mazzolino che ti ho dato: fa’ che tutti l’abbiano e lo conservino. Ciò detto, dopo avermi data la nota, si ritirò in mezzo ai suoi compagni, quasi in atto di fuggire.
Apersi la nota. Non vidi alcun nome, ma all’istante mi furono presentati in un colpo d’occhio tutti gli individui scritti in quella, come se io vedessi proprio in realtà le persone stesse. Tutti lì vidi e con amarezza. La maggior parte io li conosceva e appartenevano a questo Oratorio ed agli altri collegi. Vidi pure molti che in mezzo ai compagni figurano come buoni, anzi alcuni che compariscono ottimi e tali non sono. Ma nell’atto di aprir quella carta, si sparse intorno un tale fetore che era insopportabile. Fui subito assalito da dolori acerbissimi di capo e di sforzi di vomiti tali che temeva morirne. Intanto l’acre si fece oscuro, in esso spari la visione, e nulla più vidi di quel meraviglioso spettacolo. Nello stesso tempo guizzò un fulmine e rimbombò un colpo di tuono così forte e terribile, che mi svegliai tutto spaventato.
Quell’odore penetrò in tutte le pareti, s’infiltrò nelle vesti, di modo che molti giorni dopo mi pareva di sentire ancora quella pestilenza. Tanto è puzzolente agli occhi di Dio perfino il nome del vizioso! Ancora presentemente, appena mi ritorna alla memoria quella puzza, mi vengono i brividi, mi sento soffocare e lo stomaco viene eccitato al vomito.
Là a Lanzo ove io mi trovava, ho incominciato ad interrogare l’uno e l’altro, ho avvertito parecchi giovani ed ho scoperto che quel sogno non mi aveva ingannato. È dunque una grazia del Signore che mi fece conoscere lo stato dell’anima di ciascuno; ma io però di questo non dirò nulla in pubblico. Qui ci sarebbero molte spiegazioni da fare, ma queste le riserbo per altra sera. Ora non mi resta più che di augurarvi la buona notte.
Quel vedere nel sogno dati per cattivi certi giovani che passavano per i migliori della casa, aveva messo Don Bosco in sospetto che si trattasse di un’illusione. Ecco perché era venuto chiamando precedentemente parecchi ad audiendum verbum (per ascoltare la parola, Sir 5,13): voleva assicurarsi bene intorno alla natura del sogno. Per lo stesso motivo rimandò di quindici giorni il racconto. Quando fu ben certo che la cosa veniva dall’alto, parlò. Altre conferme le avrebbe arrecate il tempo, mercè l’avveramento delle predizioni udite.
La prima predizione, ed era la più importante, riguardava il numero dei cari figliuoli, che sarebbero morti nel ‘77, distinti in due gruppi: sei più due. Ora i registri della prefettura esterna dell’Oratorio pongono la croce, solito segno di decesso, accanto ai nomi di sei giovani e di due chierici (1). La seconda predizione annunciava per la Società Salesiana nel ‘77 un’aurora così splendida, che avrebbe illuminato i quattro angoli del mondo; infatti si levò in quell’anno sull’orizzonte della Chiesa l’associazione dei Cooperatori Salesiani e spuntò il Bollettino Salesiano, due istituzioni che dovevano portare da un capo all’altro della terra la conoscenza e la pratica dello spirito di Don Bosco. La terza predizione toccava la non lontana fine del Papa Pio IX, che difatti cessò di vivere quattordici mesi dopo il sogno. L’ultima predizione sonò amara per il Beato: “Oh se sapessi, quante vicende hai ancora da sostenere!”. E realmente nel restante della sua vita, che durò ancora undici anni e due mesi, lotte e fatiche e sacrifici si avvicendarono per lui senza tregua fino all’estremo respiro.
Reggeva il commissariato di pubblica sicurezza a Borgo Dora un signore, che aveva parecchie conoscenze nell’Oratorio. Egli udì del sogno e lo colpì il vaticinio degli otto morituri. Stette in osservazione durante tutto il ‘77, per vedere quanto vi fosse di vero. Alla notizia dell’ottavo caso, capitato proprio nell’ultimo giorno dell’anno, disse addio al mondo, si fece salesiano e lavorò molto non solo in Italia, ma anche in America. Fu Don Angelo Piccono, il cui nome sopravvive ancora nella memoria di molti.
(1) 1. Briatore Giovanni, 1a ginnasiale, num. 93.
- Strolengo Vittorio, legatore, num. 152.
- Mazzoglio Stefano, 4a ginnasiale, num. 187.
- Garola Natale, 4a ginnasiale, num. 388.
- Bognati Antonio, 5a ginnasiale, num. 206.
- Boggiatto Luigi, scopatore, num. 805.
- Giovannetti Michele, chierico salesiano, num. 553.
- Becchio Carlo, chierico, num. 248 (morto in famiglia a Murialdo il 31 dic. 1877, ma presente nell’Oratorio durante l’anno scolastico 1876-77).
(MB XII, 585-596)

