4 Feb 2026, Mer

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“Il pasto nella casa del fariseo” (The Meal in the House of the Pharisee), James Jacques Joseph Tissot (n. Nantes, Francia, 1836–1902), 1886-1894, acquerello, Brooklyn Museum di New York

 

Questo brano del Vangelo di Luca, capitolo 11,37-41, ci racconta come Gesù, in cammino verso Gerusalemme, accetta l’invito per pranzare con il fariseo. Abbiamo un dialogo che rappresenta un momento di confronto tra due visioni della religiosità: quella formale, centrata sulle prescrizioni rituali, e quella del cuore, proposta da Gesù.

Alla domanda fatta a Gesù sul perché non segue i gesti rituali della tradizione, al fariseo viene fatto l’invito ad andare oltre le azioni esteriori, a verificare se l’esteriorità corrisponde davvero con ciò che porta nel cuore.

Gesù accetta l’invito senza condizioni
            Come il fariseo, anche noi possiamo invitare Gesù alla nostra tavola. La sua risposta è stupefacente: Gesù accetta, sempre, senza porre condizioni. Non pretende che la nostra casa sia in ordine, non esige garanzie sulla nostra coerenza. “Egli andò e si mise a tavola” – con questa semplicità disarmante, Gesù entra nella vita del fariseo, sapendo già cosa troverà, conoscendo le contraddizioni, le ombre, le doppiezze.
Questo è il primo messaggio liberante: Gesù non aspetta che siamo a posto per venire da noi; viene per aiutarci a metterci a posto. Non dobbiamo nascondere chi siamo davvero per essere degni della sua presenza. Anzi, è proprio la nostra incompiutezza a renderci bisognosi del suo incontro.

Una presenza che fa chiarezza
            Ma attenzione: se Gesù accetta senza condizioni, la sua presenza non è mai neutra o innocua. Gesù entra e porta luce. Il fariseo si aspettava forse un ospite compiacente, qualcuno da esibire, da mostrare ai conoscenti: “Guardate, anche Gesù viene a casa mia”. Invece si ritrova messo a nudo senza essere ne umiliato ne messo in imbarazzo. La presenza di Gesù illumina le contraddizioni, fa emergere ciò che preferiremmo tenere nascosto.
Non è un’aggressione, è piuttosto come quando accendiamo la luce in una stanza: la luce non crea la polvere che c’è, ma la rende visibile. Così Gesù: non inventa i nostri difetti, ma gentilmente e gradualmente ci aiuta a vederli per quello che sono. In poche parole, la sua presenza è un invito a fare chiarezza nella nostra vita: a guardare con onestà dove siamo autentici e dove invece viviamo di maschere, dove c’è coerenza e dove c’è scissione tra ciò che appariamo e ciò che siamo.

Oltre le apparenze: la chiamata alla coerenza personale
            “Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria.” Gesù non condanna le pratiche esteriori in sé – le abluzioni, le preghiere pubbliche, l’osservanza – ma getta luce su quella sottile e terribile scissione tra esterno e interno, la doppiezza di chi cura l’immagine mentre trascura il cuore.
È una tentazione che attraversa tutti i tempi. Quanta energia spendiamo per costruire un’immagine accettabile! Sui social media, nella vita professionale, persino nelle relazioni più intime: filtriamo, selezioniamo, mostriamo solo ciò che ci valorizza. Invece Gesù chiama a una coerenza a livello molto personale, prima ancora che pubblico. Non si tratta di cosa vedono gli altri, ma di chi siamo davvero quando nessuno ci guarda. È lì, nell’intimità del cuore, che si gioca la nostra autenticità.

Una visione senza zone d’ombra
            “Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno?” C’è qui una profonda intuizione umana e spirituale: l’essere umano è uno. Non siamo divisi in compartimenti stagni – la dimensione pubblica e quella privata, il corpo e lo spirito, l’esteriorità e l’interiorità. Non possiamo tenere zone d’ombra, aree della vita sottratte alla luce, pensando che non contaminino il resto.
L’invito di Gesù è a una visione senza zone d’ombra: una vita in cui non ci siano angoli nascosti dove coltiviamo vizi, egoismi, doppiezza. Una trasparenza interiore dove tutto è portato alla luce della coscienza e della grazia. Questo non significa perfezione immediata, ma onestà radicale: riconoscere le nostre fragilità, chiamarle per nome, non giustificarle né nasconderle. È il primo passo verso la guarigione.

L’elemosina come dono di sé
            “Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro.” Qui sta il culmine del messaggio di Gesù. La vera purificazione non viene da rituali esteriori, ma dal dono di ciò che c’è dentro. La coerenza ha la capacità di essere portatrice di bontà. La parola “elemosina” in greco ha le sue radici nella parola “misericordia”, compassione. Non è solo questione di dare denaro, ma di donare noi stessi: il nostro tempo, la nostra attenzione, la nostra presenza, la nostra vulnerabilità.
Quando viviamo questa unità interiore, quando non c’è più scissione tra chi siamo e chi appariamo, allora da questa unità emana la vera elemosina, l’autentica misericordia: un dono autentico, non calcolato, non strumentale. Non diamo per apparire generosi, ma perché la generosità è diventata chi siamo.

La sete dei giovani di adulti autentici e coerenti
            Questo messaggio ha una risonanza particolare oggi, specialmente per le nuove generazioni. I giovani vivono immersi in una cultura dove tutto ha un prezzo, tutto è calcolato in termini di rendimento e utilità; le identità sono frammentate tra mille profili, maschere, ruoli sociali; le relazioni sono mediate, filtrate, spesso anonime o superficiali.
In questo contesto, i giovani hanno una sete disperata di adulti autentici: persone che vivono ciò che dicono, che non hanno un volto per il pubblico e uno per il privato, che non mentono per convenienza.
Non bisogna mai dimenticare che i giovani non cercano adulti perfetti – quelli li respingono come falsi. Cercano adulti veri: capaci di riconoscere le proprie fragilità, di essere coerenti nelle piccole cose quotidiane, di mantenere la parola data, di avere una vita interiore che si vede. Il maggior servizio che possiamo rendere alle nuove generazioni non è dare loro consigli morali o regole di comportamento, ma testimoniare una vita autentica.

L’invito permanente
            Il fariseo ha invitato Gesù una volta. Ma il testo ci rivela che Gesù è sempre disponibile a essere invitato, oggi come duemila anni fa.
La domanda per ciascuno di noi è: siamo disposti ad accoglierlo sapendo che la sua presenza ci metterà di fronte alla verità di noi stessi? Siamo pronti a lasciare che faccia luce nelle zone d’ombra? E poi: dopo aver accolto questa luce, siamo disposti a vivere nell’autenticità, rinunciando alle maschere, donando agli altri non ciò che ci avanza ma “quello che c’è dentro”?
In un mondo assetato di verità, essere persone autentiche non è un lusso spirituale: è il primo atto di carità che possiamo compiere. Specialmente verso chi, come i giovani, ha il diritto di vedere che è possibile vivere senza doppiezze, che l’integrità non è un’utopia, che la coerenza tra interno ed esterno è la strada della vera libertà.

P. Fabio ATTARD

Rettor Maggiore dei Salesiani di Don Bosco