9 Apr 2026, Gio

⏱️ Tempo per lettura: 10 min.

Nel sogno narrato da Don Bosco la notte del 25 aprile 1875, la dimensione onirica diventa catechesi vivente e rappresentazione simbolica della lotta spirituale dei giovani. Ambientato in una valle vasta, il racconto intreccia figure amiche – Buzzetti, Gastini e gli altri salesiani – a immagini potenti: il cavallo della fiducia in Dio, la forca a due punte di Confessione e Comunione, le bestie delle tentazioni, il manto protettivo di Maria. In un linguaggio vivace, Don Bosco mostra come la strada verso la salvezza attraversi insidie, cadute e scelte coraggiose, ma come ragazzo possieda l’“arma” per resistere. Questa visione, ripresa nelle “buone notti” di maggio e giugno, diventa invito alla sincerità, alla confidenza coi superiori e alla perseveranza nella grazia.

 

 

Eccomi a mantenere la mia promessa. Voi sapete che i sogni si fanno dormendo. Avvicinandosi adunque il tempo degli esercizi spirituali, io pensava al modo col quale i miei giovani li avrebbero fatti, e che cosa dovessi lor suggerire per ricavarne frutto. Andai a letto con questo pensiero la notte della domenica 25 aprile, vigilia degli esercizi. Appena coricato, presi sonno e mi sembrò di trovarmi tutto solo in una estesissima valle: di qua e di là vi era un’alta collina. In fondo alla valle da una parte il terreno si alzava e quivi splendeva una luce chiara, dall’altra parte l’orizzonte era semioscuro.

Stando io a contemplare questa pianura, vidi venire verso di me Buzzetti con Gastini, i quali mi dissero:

– Don Bosco, monti a cavallo; presto, presto!

Ed io:

– Voi mi volete burlare: sapete che da molto tempo io non sono più andato a cavallo! – I due giovani insistevano; ma io mi schermiva ripetendo: – Non voglio andare a cavallo, sono andato una volta e sono caduto. – Buzzetti e Gastini sempre con maggior premura mi facevano pressa, dicendo:

– Monti a cavallo, e presto, che non abbiamo tempo da perdere.

– Ma insomma, quando poi sia a cavallo, dove volete condurmi?

– Vedrà, faccia presto, monti.

– Ma dove si trova questo cavallo? Io qui non vedo nessun cavallo.

– Eccolo là! – gridò Gastini, additandomi un lato di quella valle. Io mi voltai da quella parte e infatti vidi un bellissimo e brioso cavallo. Aveva alte e grosse le gambe, folta la criniera e lucentissimo il pelo.

– Ebbene, risposi, poiché volete che io monti a cavallo, monterò; ma guardate bene che se mi fate cadere…

– Stia sicuro, risposero; ci siamo noi con lei pronti ad ogni evento.

– E se mi rompo il collo, dissi a Buzzetti, tu dovrai mettermelo a posto.

Buzzetti si pose a ridere.

– Non è più tempo di ridere! – brontolò Gastini. Così ci avvicinarono al cavallo. Salii sulla groppa con molta fatica, mentr’essi mi aiutavano: ma, finalmente, eccomi in arcione. Come mi sembrò alto allora quel cavallo! Mi pareva di trovarmi come sopra un poggio elevato, dal quale io dominava tutta la valle fino alle ultime sue estremità.

Quand’ecco il mio cavallo mettersi in moto, e qui nuova stranezza: mi pareva di essere nella mia camera e domandai a me medesimo: – Dove siamo? – E vedeva entrare per trovarmi preti, chierici ed altre persone tutti spaventati, tutti affannati.

Dopo un buon cammino il cavallo si fermò. Allora vidi venire verso di me tutti i preti dell’Oratorio con molti chierici, i quali circondarono il mio cavallo. Fra costoro vidi Don Rua, Don Cagliero, Don Bologna. Come furono arrivati, si posero fermi, in piedi, a contemplare un tanto cavallo, sul quale io sedeva: ma nessuno parlava. Io li vedeva tutti con un aspetto melanconico, che significava un turbamento, di cui non avevo mai visto l’eguale. Chiamai a me Don Bologna e gli dissi:

– Don Bologna, tu che sei alla porteria, sai dirmi che cosa di nuovo ci sia in casa? Perché vedo in tutti un turbamento così grande?

Ed egli a me:

– Io non so dove mi sia… che cosa mi faccia… Sono imbrogliato… Venne gente, parlarono, uscirono; c’è alla porteria un guazzabuglio di andare e venire, che io non ne capisco più niente.

– Oh possibile, io andava ripetendo fra me stesso, che quest’oggi abbia da succedere qualche cosa di straordinario?

Allora qualcheduno portò e mi porse una tromba, dicendomi di tenerla che mi sarebbe servita. Io domandai:

– Dove siamo qui?

– Soffi nella tromba!

Soffiai nella tromba, e ne uscì questa voce: Siamo nel Paese della prova.

Quindi si vide discendere giù dalla collina una quantità di giovani tale, che credo fossero un cento e più mila. Nessuno parlava. Tutti, armati di una forca, si avanzavano a gran passi verso la valle. Fra questi vidi tutti i giovani dell’Oratorio e degli altri collegi nostri, e moltissimi che io neppur conosceva. In quel mentre da una parte della valle incominciò a oscurarsi il cielo per modo tale, che pareva notte, e comparve un immenso numero di animali, che parevano leoni, parevano tigri. Questi mostri feroci, grossi di corpo, con gambe robuste e collo lungo, avevano la testa piuttosto piccola. Il loro muso metteva spavento: con gli occhi rossi quasi fuori delle occhiaie, si slanciarono contro i giovani, i quali, vedendosi assaliti da quegli animali, si posero in difesa. Avevano in mano una forca a due punte e presentavano quella forca a quei mostri, alzandola e abbassandola secondo l’assalto dei medesimi.

I mostri, non potendo vincere al primo impeto, mordevano i ferri della forca, si rompevano i denti e sparivano. C’erano di quelli che avevano la forca con una sola punta, e questi rimanevano feriti; altri l’avevano col manico rotto, altri col manico tarlato, ed altri, presuntuosi, si gettavano contro quegli animali senz’arma e rimanevano vittime, e rimasero uccisi, e non pochi. Molti l’avevano col manico nuovo e con due punte.

Intanto il mio cavallo da principio fu pure circondato da una quantità sterminata di serpenti. Ma esso con salti e calci a destra ed a sinistra li schiacciava e li allontanava, mentre s’innalzò ad una grande altezza ed andava sempre crescendo.

Ho domandato a qualcheduno che cosa significassero quelle forche colle due punte. Mi si portò una forca e vidi scritto sopra una delle due punte: Confessione; e sopra l’altra: Comunione.

– Ma che cosa significano quelle due punte?

– Soffi nella tromba.

Soffiai e ne uscì questa voce: Confessione e Comunione ben fatte.

Soffiai di nuovo e ne uscì questa voce: Manico rotto: Confessioni e Comunioni mal fatte. Manico tarlato: Confessioni difettose.

Finito questo primo assalto, feci a cavallo un giro pel campo di battaglia e vidi molti feriti e molti morti.

Alcuni osservai che giacevano per terra morti, ma strangolati, col collo gonfio in modo deforme: altri colla faccia deformata in modo orribile, ed altri morti di fame, sebbene avessero lì vicino un piatto di bei confetti. Quelli strangolati son coloro, che, avendo avuta la disgrazia di commettere sin da piccoli qualche peccato, non se ne confessarono mai; quelli deformi nella faccia erano i golosi; quelli morti di fame, coloro che vanno a confessarsi, ma non mettono in pratica gli avvisi e gli ammonimenti del Confessore.

Vicino a ciascuno di quelli che avevano il manico tarlato, stava scritta una parola. Chi aveva scritto Superbia, chi Accidia, chi Immodestia, ecc. Devesi ancora notare che i giovani, mentre camminavano, passavano sopra uno strato di rose e ne godevano; ma fatti pochi passi, mandando un grido, cadevano morti o rimanevano feriti, poiché sotto le rose c’erano le spine. Altri però, calpestando quelle rose con coraggio, vi camminavano sopra, animandosi a vicenda, e rimanevano vincitori.

Ma di nuovo si oscurò il cielo e in un momento comparve una quantità di quegli animali o mostri superiore alla prima volta, ma tutto ciò in meno di tre o quattro minuti secondi, ed anche il mio cavallo ne fu circondato. I mostri crebbero a dismisura, per modo che anch’io cominciai ad avere paura; e mi sembrava già di esser graffiato dalle loro zampe. Senonché in buon punto si portò anche a me una forca; allora presi io pure a combattere, e quei mostri furono messi in fuga. Tutti scomparvero, perché vinti al primo assalto, scomparivano.

Allora soffiai nella tromba e rimbombò per la valle questa voce: Vittoria, Vittoria.

– Ma come? dissi io, abbiamo riportato vittoria? Eppure vi sono tanti feriti ed anche morti!

Allora, soffiando nella tromba, si sentì questa voce: Tempo ai vinti. Poi il cielo di oscuro che era, diventò sereno, si vide un arcobaleno od un’iride così bella, con tanti colori, che non si può descrivere. Era così largo, come se si appoggiasse a Superga e facendo un arco andasse a poggiare sul Moncenisio. Devo ancor notare che i vincitori avevano sulla testa corone così brillanti, con tanti e tali colori, che era una meraviglia a vederli; e poi la loro faccia risplendeva d’una bellezza meravigliosa. Verso il fondo, da una parte della valle e di mezzo all’arcobaleno, si vide una specie di Orchestra, in cui si vedeva gente piena di giubilo e con tante bellezze che non posso neppure immaginare. Una nobilissima Signora vestita regalmente si fece alla sponda di quel balcone gridando:

– Figli miei, venite, ricoveratevi sotto il mio manto. – In quel mentre si distese un larghissimo manto e tutti i giovani presero a corrervi sotto; solamente che alcuni volavano ed avevano scritto sulla fronte: Innocenza; altri camminavano a piedi ed altri si strascinavano: ed anch’io mi misi a correre ed in quell’istantaneo movimento, che durò non più di un mezzo minuto secondo, dissi tra me: – O questo deve finire, o, se continua ancora un poco, moriremo tutti. – Detto questo, mentre correva, mi svegliai.

 

Per il motivo che dirà, ritornò sull’argomento il 6 maggio, festa dell’Ascensione. Fatti perciò riunire studenti e artigiani a dir le preghiere della sera, così parlò:

 

L’altra sera non ho potuto dir tutto a cagione d’un forestiero che era presente. Queste cose stiano fra noi, non si scrivano né a parenti né ad amici. Io con voi dico tutto, anche i miei peccati: quella valle, quel paese di prova è questo mondo. Il semioscuro è, il luogo di perdizione; le due colline i Comandamenti della legge di Dio e della Santa Chiesa; quei serpenti i Demoni; quei mostri le cattive tentazioni: quel cavallo mi sembra che significhi il cavallo che percosse Eliodoro, ed è la confidenza in Dio; quelli che passavano sulle rose e cadevano morti, sono quelli che si danno ai piaceri di questo mondo, che arrecano morte all’anima. Quelli che calpestavano le rose, sono quelli che disprezzano i piaceri del mondo e riescono vincitori. Quelli che volavano sotto il manto, sono gli innocenti.

Ora coloro che desiderassero di sapere la loro arma, se fossero o no vincitori, morti o feriti, un poco per volta io lo dirò. Sebbene non conoscessi tutti quei giovani, tuttavia quelli che si trovano all’Oratorio, li conobbi. E gli altri che forse dovranno venire, se li vedessi, mi ricorderei benissimo della fisonomia.

 

Il segretario Don Berto, che stese la narrazione, scrive che molte cose non le ricorda più, ma che Don Bosco espose e spiegò più diffusamente. La mattina del 7 gli domandò nella sua camera:

– Come fa Ella a ricordarsi di tutti i giovani che vide in sogno e dire a ciascuno lo stato in cui si trovava, specificando così bene i difetti di ognuno?

– Eh! Con l’Otis Botis Pia Tutis. – Una delle risposte che egli dava, quando voleva eludere domande imbarazzanti.

Anche a Don Barberis entrato a parlargli di ciò, Don Bosco rispose tutto serio:

– C’è ben qualche cosa più che un sogno! – Ma troncò il discorso, passando ad altro.

Don Berto finisce la sua relazione con queste parole: “Anch’io che scrivo queste cose, volli domandare la parte mia; n’ebbi risposta così precisa, che piansi e dissi: – Se fosse venuto un angelo dal cielo, non poteva colpir meglio nel segno -”.

Una seconda volta il sogno offerse il tema della “buona notte”, e fu il 4 giugno. Gli uditori assistettero allora a questo dialoghetto fra Don Barberis e Don Bosco.

 

DON BARBERIS. Se mi permette, Sig. Don Bosco, stasera io vorrei fare alcune domande. Nelle sere scorse, essendovi dei forestieri, non osai fare ciò. Desidererei qualche spiegazione sull’ultimo sogno.

DON BOSCO. Di’ pure. È vero che già è passato molto tempo dal giorno che feci quella narrazione; ma non importa.

DON BARBERIS. Sulla fine del sogno ha raccontato che alcuni volavano sotto il manto di Maria, molti correvano, altri andavano lenti, e alcuni camminavano nel fango, restavano tutti imbrattati e per lo più non arrivavano fino sotto al manto. Ci ha già detto che coloro che volavano erano gl’innocenti; è facile capire chi siano quelli che andavano in fretta; ma costoro che restavano impantanati chi raffiguravano?

DON BOSCO. Coloro che restavano così impantanati, che per lo più non arrivavano sotto il manto della Madonna, sono coloro che sono attaccati ai beni di questa terra. Avendo un cuore egoista, non pensano che a sé stessi; da per sé stessi s’infangano, e non sono più capaci di prendere uno slancio per le cose del cielo. Vedono che Maria Vergine li chiama, vorrebbero andare, fanno qualche passo, ma il fango li attira. E così avviene sempre. Il Signore dice: Dove è il tuo tesoro, ivi è il tuo cuore. Coloro che non si sollevano ai tesori della grazia, mettono il loro cuore nelle cose della terra, e non pensano che a godersela, a farsi ricchi, a prosperare i negozi e ad acquistar fama. E per il Paradiso nulla.

DON BARBERIS. Vi è un’altra cosa che Ella, Sig. Don Bosco, non ha raccontata, quando ci parlò del sogno, ma che la disse ad alcuno in particolare e vorrei che ce la spiegasse. È questa. Qualcuno le domandò del suo stato, se correva o andava adagio, o se era andato già sotto il manto di Maria: se aveva l’arma rotta o tarlata. Ed Ella rispose che non l’ha potuto veder bene, poiché una nube s’interponeva tra il giovane e Lei.

DON BOSCO. Tu sei teologo e lo devi sapere. Ecco. Veramente vi erano vari giovani, non però in numero molto grande, che io non poteva veder bene. Osservava, conosceva il giovane, ma non poteva veder altro. E, costoro, miei cari figliuoli, sono quelli che si tengono chiusi ai Superiori, non palesano il loro cuore, non sono sinceri. Se vedono un superiore di qua, piuttosto che incontrarsi con lui, volgono il passo di là. Di costoro alcuno venne a domandarmi come lo vidi; ma che cosa volete che io rispondessi? Poteva dire: Tu non hai confidenza nei Superiori, tu non apri loro il tuo cuore. Eppure, tenetelo tutti bene a mente, una cosa che vi può fare più del bene si è questa: aprirvi coi vostri Superiori, aver molta confidenza in loro ed essere schiettamente sinceri.

DON BARBERIS. Ancora una cosa vorrei domandarle, ma temo; ho paura che mi dica che sono troppo curioso.

DON BOSCO. E chi non lo sa che sei curioso? (Risata universale). Tuttavia bada che c’è una sorta di curiosità che è buona. Quando un giovanetto domanda sempre questo o quello per istruirsi a chi lo può sapere, costui fa bene. Invece ve ne ha dì quelli che stano sempre lì come tanti farfu (termine piemontese: “allocco”). Non domandano mai nulla. Per costoro questo non è buon segno.

DON BARBERIS. Oh allora io non sarò di quelli. L’interrogazione che da molto tempo desiderava di farle, si è questa. In quel celebre sogno vide solo le cose passate dei giovani o vide anche l’avvenire, ciò che ciascuno farà, a che cosa ciascuno riuscirà?

DON BOSCO. Ecco: non vidi solo le cose passate: ho anche visto l’avvenire, che sta in faccia ai giovani. Ogni giovane aveva avanti a sé più strade, anche strette e spinose, alcune delle quali erano eziandio cosperse di punte di chiodi acute. Ma queste strade erano pure cosperse di grazie del Signore. Andavano a finire in un giardino amenissimo, dove era ogni sorta di delizie.

DON BARBERIS. Ciò vuol dire che saprà indicare qual è la strada che deve percorrere ciascuno, cioè quale è la propria vocazione di ognuno di noi, come andremo a finire, per qual via ci metteremo.

DON BOSCO. In riguardo al dire per qual via ciascuno si metterà e come andrà a finire, non è il caso. Dire ad un giovane: – Tu camminerai per la via dell’empietà – non è cosa che faccia del bene; solo riempie di spavento. Ciò che posso dire si è questo: che se il tale si mette per tal via, egli è sicuro di essersi messo sulla via del cielo, per quella cioè a cui è chiamato: e chi non segue la tal via, costui non è per la via diritta. Alcune vie sono strette, ciottolose, spinose; ma fatevi coraggio, miei cari figliuoli; con le spine c’è anche la grazia di Dio; e poi tanto bene ci aspetta al termine del cammino, che dimenticheremo presto le punture.

Quello poi che io voglio che teniate a memoria si è, che questo fu un sogno, a cui nessuno è obbligato di credere. Osservo, è vero, che tutti quelli che mi domandano spiegazioni, prendono tutti in buona parte l’avviso; tuttavia fate come diceva S. Paolo: Probate spiritus et quod bonum est tenete (mettete alla prova gli spiriti e tenete ciò che è buono, 1Gv 4,1; 1Tes 5,21). Un’altra cosa che non vorrei che dimenticaste si è di ricordarvi nelle vostre orazioni del povero Don Bosco, affinché non avvenga di me come dice S. Paolo: Cum aliis predicaverim, ego reprobus efficiar, che predicando a voi, io abbia poi ad andar dannato (1Cor 9,27). Io cerco di avvisar voi, penso a voi, suggerisco consigli, ma temo di fare come la chioccia. Essa va cercando grilli, vermicelli, sementi ed altro cibo, ma tutto per i pollastrini, e se non ha qualche abbondante cibo preparato apposta per lei, muore anche di fame. Raccomandatemi adunque al Signore, affinché ciò non mi avvenga, ma che io riesca ad ornare il mio cuore di molte virtù, sicché possa piacere a Dio e possiamo poi tutti insieme andarlo a godere e glorificare in paradiso. Buona notte.

(MB XI, 257-264)

Editor BSOL

Editore del sito