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Nel 1876, durante la terza serie di esercizi spirituali predicati a Lanzo, Don Bosco raccontò un sogno che avrebbe assunto il titolo simbolico di “La fillossera”. La visione, ambientata in una vasta sala del Borgo San Salvario di Torino e popolata da religiosi di diversi ordini, mette in scena la figura stessa di Don Bosco, enigmatica e bendata, invitato a individuare il tema conclusivo per la predica finale. Il sogno si trasforma presto in un ammonimento: la fillossera, parassita che devasta le vigne, diventa metafora della mormorazione e della disobbedienza capaci di corrodere dall’interno una comunità religiosa. Solo un intervento radicale, paragonato al fuoco purificatore, può salvare la Congregazione e preservarne la missione.
La terza muta [di esercizi spirituali], dal 1° al 7 ottobre, fu predicata dal padre Bruno, filippino dell’Oratorio torinese, gran direttore di anime. V’intervennero soli preti e i chierici più anziani. Don Bosco non si mosse mai da Lanzo nemmeno nei brevi intervalli fra una muta e l’altra. Le notizie dell’ultima scarseggiano assai più che per le antecedenti, se non fosse di un sogno narrato sul finire, dovremmo qui fare punto. Bisogna che ne riuniamo i dati, perché non ci è stato trasmesso nella consueta forma parlata. Nelle memorie del tempo lo troviamo designato col titolo “La fillossera”.
Sembrava a Don Bosco di trovarsi entro una vastissima sala nel Borgo S. Salvario a Torino. Religiosi e religiose in gran numero, appartenenti a diversi Ordini e Congregazioni, stavano ivi radunati: all’entrare di Don Bosco, tutti i loro occhi si rivolsero verso di lui, come se vi fosse da tutti aspettato. In mezzo ad essi vide un uomo di aspetto strano, con la testa fasciata da una bianca benda e con la persona avvolta in una specie di lenzuolo a guisa di mantello. Don Bosco volle sapere chi fosse quella testa strana e gli fu risposto che quella testa strana era egli stesso, Don Bosco… Rappresentava forse Don Bosco sognante.
Si avanzò dunque fra quella moltitudine di persone religiose, che gli facevano intorno larga corona, sorridendogli; ma nessuno parlava. Egli osservava sorpreso: ma tutti continuavano a guardarlo ridendo e senza far motto. Finalmente ruppe il silenzio e disse:
– Perché ridete così? Sembra quasi che vogliate burlarvi di me!
– Burlarci di te? T’inganni; noi ridiamo perché abbiamo indovinato il motivo che ti ha condotto qui.
– Come lo potete indovinare, se io stesso non saprei dirvi perché ci sia venuto? Vi accerto che il vostro ridere mi sorprende.
– Il motivo che ti ha menato qui, dissero i religiosi, è questo. Tu hai dato gli esercizi ai tuoi chierici a Lanzo.
– E con ciò?
– Ora vieni a cercare che cosa dire nella predica di conclusione.
– Sia pure come voi dite. Suggeritemi dunque che cosa debbo dire, qualche avviso che giovi a far fiorire sempre più la Congregazione di S. Francesco di Sales. Ve ne sarei tenuto.
– Una cosa sola noi ti suggeriamo: di’ ai tuoi figliuoli che si guardino dalla fillossera.
– La fillossera?! Ma che c’entra la fillossera?
– Se terrai lontana dalla tua Congregazione la fillossera, essa avrà lunga vita e fiorirà e farà un grandissimo bene alle anime.
– Ma io non vi capisco.
– Come, non capisci? La fillossera è il flagello che ha portato la rovina in tanti ordini religiosi e fu la causa per la quale tanti non raggiungono più oggi il loro, altissimo fine.
– È inutile quest’avviso, se voi non vi spiegate meglio. Io non ne capisco nulla.
– Allora non valeva la pena studiare tanta teologia.
– Tanto quanto mi sembra d’aver fatto il mio dovere; ma nei trattati teologici non ho mai trovato che si parli di fillossera.
– Eppure se ne parla. Riduci a senso morale e spirituale questa parola.
– Nell’etimologia di fillossera non vedo neppure alla lontana un significato che possa ridursi a senso spirituale.
– Giacché tu non sei capace di spiegare il mistero, ecco venire chi te ne darà la spiegazione.
In quella Don Bosco notò un certo movimento fra la turba per lasciar libero il passo a qualcuno e vide avanzarsi verso di lui un nuovo personaggio. Lo fissò bene; ma gli parve di non averlo mai veduto, benché con i suoi modi familiari mostrasse di essere una sua antica conoscenza. Appena gli fu vicino, Don Bosco gli disse:
– Voi giungete proprio a proposito per levarmi dall’imbarazzo, in cui mi hanno posto questi signori. Pretendono che la fillossera minacci distruzione alle case religiose e vogliono che io prenda la fillossera per tema della conclusione dei nostri esercizi spirituali.
– Don Bosco, che si crede tanto sapiente non sa queste cose? È certo che se tu combatterai a tutto potere questa fillossera e insegnerai ai tuoi figli il modo di combatterla a dovere, la tua Società non mancherà di fiorire. Sai che cosa è la fillossera?
– So che è una malattia che s’attacca alle piante e ne mena strage, facendole intisichire.
– E questa malattia da che cosa proviene?
– È originata da una moltitudine infinita di animalucci, che prendono possesso di una pianta.
– Come si fa a salvare le piante vicine dalla distruzione?
– Ecco quello che più non intendo.
– Ascolta bene quello che sono per dirti. La fillossera comincia a comparire sopra una pianta sola, e non passa gran tempo che tutte le piante più prossime ne sono infette, anche se si trovano a una certa distanza. Ora quando in una vigna, in un frutteto, in un giardino compare la malattia, l’infezione si estende rapidamente e la bellezza e i frutti sperati se, ne vanno in rovina. Sai come si estende il male? Non per contatto, perché la distanza lo impedisce; non perché gli animaletti scendano nel suolo e attraversino lo spazio che li divide dalle altre piante: l’esperienza lo prova: è il vento che solleva questa maledizione e la sparge sui rami delle piante ancora sane. E rapidissima succede una sì gran disgrazia. Ebbene, sappi che il vento della mormorazione porta lontano la fillossera della disobbedienza. Intendi?
– Comincio a capire.
– Ora i danni che porta questa fillossera spinta da simil vento sono incalcolabili. Nelle case più fiorenti fa prima scemare la carità vicendevole; poi lo zelo per la salute, delle anime; quindi genera ozio; poi toglie tutte le altre virtù religiose e infine lo scandalo le rende oggetto di riprovazione da parte di Dio e da parte degli uomini. Non fa bisogno che alcuno dei depravati passi da un collegio all’altro: basta questo vento che soffia da lontano. Persuaditi! Questa fu la causa che condusse alla distruzione certi Ordini religiosi.
– Hai ragione. Riconosco la verità di quel che dici. Ma come porre rimedio a tanta disgrazia?
– Le mezze misure non bastano, ma è necessario ricorrere ai mezzi estremi. Per porre un argine alla fillossera materiale, si tentò di solforare le piante infette, si ricorse all’acqua calcinata, s’inventarono altri espedienti; ma tutto questo a nulla valse, perché da una sola pianta la fillossera rovina in un istante la vigna intiera. Quindi da una vigna si propaga in quelle vicine, e da queste alle altre, cosicché da una regione si estende a tutta la provincia, da questa a tutto un regno e via. Vuoi dunque sapere l’unico modo che vi sia per troncare efficacemente il male, nel suo principio? Appena la fillossera si manifesta sopra una pianta, cautamente tagliarla, tagliare le siepi che ha intorno e tutto gettare alle fiamme. Se poi la vigna intera ne fosse infetta, recidere tutte le piante e tutte ridurle in cenere per salvare le vigne vicine. Il fuoco solo stermina simile malattia. Perciò, quando in una casa si manifesta la fillossera dell’opposizione ai voleri dei superiori, la noncuranza superba delle Regole, il disprezzo alle obbligazioni del vivere comune, tu non temporeggiare: sradica quella casa dalle fondamenta; rigetta i suoi membri, senza lasciarti vincere da una perniciosa tolleranza. Come della casa, così farai dell’individuo. Talvolta ti sembrerà che un individuo isolato possa guarire e ridursi di bel nuovo sul buon sentiero; oppure ti rincrescerà colpirlo per l’amore che gli porti od anche per qualche sua speciale abilità o scienza che ti sembra tornare di lustro alla Congregazione. Non lasciarti muovere da simili riflessioni. Persone di questa fatta difficilmente cambieranno costume. Non dico che la loro conversione sia impossibile; sostengo però che di rado accade, e talmente di rado, che questa probabilità non è bastevole per indurre un Superiore a piegarsi verso più benigna sentenza. Certuni, si dirà, potranno fare riuscita peggiore in mezzo al mondo. Tal sia di loro; essi porteranno tutto il peso della loro condotta, ma la tua Congregazione non ne avrà a soffrire.
– E se realmente, ritenendoli nella Società, si potesse con la tolleranza tirarli al bene?
– Questa supposizione non vale. È meglio rimandare uno di questi superbi che ritenerlo col dubbio che possa continuar a seminare zizzania nella vigna del Signore. Tieni bene a memoria questa massima; mettila risolutamente in pratica, qualora ne venisse il bisogno; fanne oggetto di conferenza ai tuoi Direttori e sia quest’argomento il tema per la chiusura dei tuoi esercizi.
– Sì, lo farò. Grazie dei tuoi avvisi. Ma ora dimmi: chi sei tu?
– Non mi conosci più? Non ti ricordi quante volte noi ci siamo veduti?
Mentre lo sconosciuto così diceva, tutti gli astanti sorridevano. In quel mentre sonò la levata e Don Bosco si svegliò. Egli aggiunse che questo sogno gli era durato tre notti consecutive; la qual particolarità toglie consistenza al dubbio che il racconto sia una specie di parabola da lui escogitata per vestire fantasticamente la sua idea. L’affare della “testa strana” gli fornì l’esordio, con cui, secondo il solito, umiliare sé stesso sul principio e levare dalla mente degli uditori l’impressione che si trattasse di carismi straordinari. Nella massima parte dei sogni Don Bosco incontrava un personaggio che gli faceva da guida e da interprete.
(MB XII 475-480)

