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Francesco di Sales, vescovo di Ginevra nel XVII secolo, ha rivoluzionato la spiritualità cristiana proponendo una “devozione civile” accessibile a tutti, non riservata solo a monaci e contemplativi. La sua opera più celebre, l’Introduzione alla vita devota (Filotea), insegna che la vera devozione non consiste in pratiche esteriori o atteggiamenti affettati, ma in un amore autentico di Dio e del prossimo, vissuto con gioia nelle occupazioni quotidiane. Opponendosi alla concezione che relegava la santità nei monasteri, Francesco di Sales dimostra che militari, artigiani, sposi e principi possono tutti aspirare alla perfezione cristiana. La sua devozione è intelligente, discreta e gioiosa, perfettamente integrata nella vita sociale, trasformando la religione in una presenza viva nel mondo anziché in una fuga da esso.
Rivolgendosi a Filotea a proposito della vita di relazione nel mondo, Francesco di Sales le dà il seguente consiglio: «Andare a caccia di conversazioni, far di tutto per evitarle sono due estremi ugualmente riprovevoli, dal punto di vista di quella devozione civile di cui vi sto parlando». Questa insistenza sulla «devozione civile» è stata quella che ha colpito di più, a quanto pare, i lettori antichi e moderni della Filotea, perché rivela l’intenzione profonda dell’autore di formare non soltanto dei cristiani ferventi, ma anche dei buoni cittadini della città terrena.
Vera e falsa devozione
All’inizio del secolo XVII, il sostantivo devozione non aveva ancora il significato debole e dispregiativo che assumerà sovente. Un devoto non era ancora un bigotto o un ipocrita. Ciò non toglie che Francesco di Sales si sia sentito obbligato a scartare parecchie false interpretazioni della devozione che erano comuni già al suo tempo:
Chi è portato al digiuno si crederà un buon devoto perché digiuna, anche se magari il suo cuore è pieno di rancore; e sebbene per ragioni di sobrietà non osi toccare con la lingua un po’ di vino e neppure un po’ d’acqua, non si perita tuttavia dall’immergerla nel sangue del prossimo con la maldicenza e la calunnia. Un altro si crederà devoto perché recita una gran quantità di preghiere tutti i giorni, anche se dopo la sua lingua abbonda di parole sconvenienti, arroganti e ingiuriose fra servi e vicini.
Tutti questi soggetti, proseguiva l’autore della Filotea, sono comunemente ritenuti devoti, ma non lo sono in nessun modo; sono soltanto «statue e fantasmi di devozione». Bisogna aggiungere che non sono le facce quaresimali che fanno i santi. Si attribuisce a Francesco di Sales, e non senza ragione, la risposta che avrebbe dato un giorno a proposito di un sant’uomo che aveva sempre l’aria triste: «Se un santo è triste, è un triste santo».
Quando la devozione è affettata e bizzarra, è falsa. Anche Francesco di Sales si rimproverava di esservi caduto una volta, nel periodo dell’adolescenza:
Quando ero giovane studente in questa città, mi prese un grande fervore e una gran voglia di essere santo e perfetto; pensavo che a tale scopo fosse necessario che io piegassi il capo sulla spalla dicendo le Ore, perché così faceva un altro studente che era veramente santo, e l’ho fatto per un po’ di tempo con cura, senza per questo diventare più santo.
In che cosa consiste dunque la vera devozione? Essa è null’altro che «un’agilità e vivacità spirituale in forza della quale la carità compie le sue azioni in noi, o noi attraverso essa, con prontezza e affezione»; o ancora, essa è «un’inclinazione generale e una prontezza dello spirito a fare quello che stimiamo gradito a Dio». È un amore di Dio che aspira alla perfezione. La devozione è un fuoco interiore.
La religione alla portata di tutti
Il successo di Francesco di Sales è consistito nel collocare la vita spirituale alla portata di tutti, con un linguaggio chiaro, adatto alla sensibilità dell’epoca. In effetti, se la devozione è amore, amore di Dio in primo luogo, ma anche e con uno stesso movimento, amore del prossimo, essa è accessibile a tutti, in tutte le situazioni.
La «devozione civile», che egli insegna e propaga, tiene conto di tutti gli aspetti della realtà umana, sulla quale eserciterà un benefico influsso. L’autore della Filotea giunge a scagliare la parola eresia per denunciare un atteggiamento che gli sembra incompatibile con una visione equilibrata delle realtà sociali e con la vita cristiana: «È un errore, anzi un’eresia voler bandire la vita devota dalla compagnia dei militari, dalla bottega dell’artigiano, dalla corte del principe, dalla vita quotidiana delle coppie sposate».
Per condurre una vita cristiana autentica, non è indispensabile ritirarsi dal mondo, andare nel deserto o entrare in un monastero. Rivolgendosi a Filotea, cioè, a ogni persona che vuole amare Dio, l’autore si è proposto di tracciarle un percorso di fervente vita cristiana in mezzo al mondo, insegnandole come sia necessario servirsi delle proprie «ali per volare» nelle altezze della preghiera, e, congiuntamente, dei propri «piedi per camminare insieme con gli uomini in santa e amichevole conversazione».
Nel suo libro troviamo, infatti, una quantità di consigli e di insegnamenti su argomenti che, prima di lui, la letteratura spirituale aveva affrontato poco, come la vita di tutti i giorni con i suoi problemi, le sue faccende e questioni attinenti il matrimonio, i rapporti sociali, gli abiti, la ricreazione, il gioco, il ballo o le amicizie. Più in generale, si è riconosciuto che il vescovo di Ginevra ha avuto il merito di far entrare la religione nella vita e la vita nella religione.
La devozione è buona «per gli uomini come per le donne», si legge nella prefazione del Teotimo. Filotea è un nome femminile scelto per designare ogni anima che aspira alla devozione – scrive –, aggiungendo con una punta di ironia che «gli uomini hanno anch’essi un’anima come le donne».
D’altra parte, la devozione non dipende dalla «temperamento naturale». Ci sono persone che hanno «il cuore incline all’amore», per le quali «è facile voler amare Dio», ma esse corrono «il pericolo di amare male [perché il loro amore] è legato alla facilità di amare». Altri hanno «l’anima acida, aspra, malinconica e arcigna»: il loro amore sarà «più valido e lodevole, come l’altro sarà anche più grazioso e delizioso». Tutte queste persone dotate di un temperamento differente «indubbiamente ameranno Dio nella stessa misura, ma non nella stessa maniera».
Una devozione intelligente e discreta
La devozione del cristiano deve essere «intelligente» e bisogna capire le preghiere che uno dice: «Desidero che abbiate una traduzione francese di tutte le preghiere che reciterete – scriveva Francesco di Sales alla baronessa di Chantal –. Non voglio che le diciate in francese, bensì in latino, cosa che favorisce la devozione, ma voglio che conosciate in qualche modo il senso delle preghiere che recitate». Darà lo stesso consiglio a Filotea nell’Introduzione alla vita devota, aggiungendo una messa in guardia contro gli eccessi della devozione verbale, “perché un solo Pater recitato con sentimento vale più di molti recitati in fretta e furia”.
Per comprendere la propria religione, il cristiano che vive nel mondo deve formarsi. Come direttore spirituale, Francesco di Sales raccomandava l’ascolto della parola di Dio durante la predicazione e la lettura di opere utili alla formazione spirituale, quali la vita e le opere di santa Teresa d’Avila, come pure quella di grandi autori spirituali del suo tempo. Se la lettura personale della Bibbia non era ancora all’ordine del giorno per i cattolici, tuttavia un nutrimento abbondante era a disposizione di persone desiderose di raggiungere la perfezione cristiana. Il vescovo di Ginevra vi contribuirà in maniera rilevante, particolarmente con la pubblicazione della Filotea e del Teotimo.
Il cristiano deve sapere in modo speciale che nella vita spirituale ciò che conta prima di tutto è l’interiore. La devozione – dirà alle visitandine – deve essere «intima, forte e generosa» (E I 1005). Se la persona devota si infatua di pratiche e di esercizi fino al punto da far consistere lo scopo in ciò, se ne veste come di un abito proprio della vanità umana, bisogna indurla a disfarsene, perché l’amore vero la «spoglia degli affetti più piacevoli, quali quelli che provava nelle consolazioni spirituali, negli esercizi di pietà e nella perfezione delle virtù».
In ogni cosa, ma soprattutto nella devozione, è necessaria la discrezione. Attenzione agli eccessi che irritano familiari e conoscenti: «Oh! come sarete felice – scrive a una sua corrispondente – se osserverete con cura la moderazione che vi ho indicato nelle vostre pratiche religiose, adattandole più che potrete alle vostre occupazioni domestiche!». «Regolate innanzitutto le vostre pratiche di pietà – scrive a un’altra sua conoscente – in maniera tale che la lunghezza non affatichi la vostra anima e non irriti quelle di coloro con i quali Dio vi fa vivere».
Ecco qui una specie di codice della devozione civile, destinato a una giovane sposa i cui desideri di perfezione rischiavano di renderla insopportabile. Dopo averle consigliato di visitare qualche volta gli ospedali, di consolare e soccorrere i malati, le fa delle raccomandazioni precise:
In tutto questo, abbiate cura che il signor vostro marito, i vostri domestici o i signori vostri parenti non abbiano motivo di sentirsi urtati perché passate troppo tempo nelle chiese, vivete troppo a lungo ritirata, trascurate per troppo tempo le cure della casa, o, come accade talvolta, sindacate troppo rigidamente la condotta altrui o disdegnate troppo apertamente le conversazioni nelle quali non vengono osservate scrupolosamente le regole della divozione. In tutto questo, dobbiamo essere dominati e illuminati dalla carità, che ci porti ad assecondare la volontà del prossimo in tutto quello che non è contrario ai comandamenti di Dio.
La devozione civile richiede di adattarsi all’altro e di non fargli sentire una qualunque superiorità spirituale. Alla madre di Chantal che voleva dedicarsi troppo al digiuno e lei sola in mezzo alle prime visitandine, scrisse parafrasando san Paolo: «Dovrete essere giudeo coi giudei e gentile coi gentili, mangiare con coloro che mangiano, ridere con quelli che ridono».
Scegliere i propri modelli
Attenzione! Ci sono santi che hanno condotto una vita più degna di ammirazione che di imitazione: «Non è una cosa che spaventa – scriveva – vedere un san Paolo eremita, in pieno deserto, confinato in una grotta come un selvaggio, e che mangia soltanto pane e beve soltanto acqua?». Tutte le forme d’ascesi che sono praticate nella solitudine e nel deserto non sono consigliabili a tutti indistintamente. Non si può quindi proporre a gente del mondo modelli di devozione «puramente contemplativa, monastica o religiosa»: bisogna scegliere modelli di santi che sono vissuti «nello stato secolare».
Francesco di Sales non esitava a cercare «santi» fra personaggi dell’Antico Testamento, quali in particolare, «Abramo, Isacco e Giacobbe, Davide, Giobbe, Tobia, Sara, Rebecca e Giuditta». Chi più amabile dell’ideale coppia biblica, formata da Isacco e Rebecca, «la più casta coppia sposata dei tempi antichi»? Costoro «vennero osservati attraverso la finestra accarezzarsi in maniera tale che Abimelech poté facilmente capire, sebbene non ci fosse niente di disonesto in quello, che non potevano essere se non marito e moglie».
Tra le figure del Nuovo Testamento e i santi del cristianesimo, egli sceglie in primo luogo «la santa Vergine, con san Giuseppe, san Luigi, santa Monica e centomila altri che stanno nella falange di coloro che sono vissuti nel mondo». Fa l’elogio della «straordinaria santa Maddalena», «la regina e la maestra di tutte le profumiere», come pure di santa Marta, la «cuoca del nostro caro Maestro», della quale si dice «che preparava il pane di Nostro Signore, che lo accoglieva in casa sua e si preoccupava molto che non gli mancasse nulla».
L’autore della Filotea cataloga volentieri i modelli cristiani secondo la loro professione: «San Giuseppe, Lidia e san Crispino furono dei perfetti devoti nelle loro botteghe; sant’Anna, santa Marta, santa Monica, Aquila e Priscilla nei loro matrimoni; Cornelio, san Sebastiano, san Maurizio sotto le armi; Costantino, Elena, san Luigi, il beato Amedeo, sant’Edoardo sui loro troni». Per quanto riguarda il «grande san Maurizio», evidenzierà che questo eroico soldato soffrì il martirio del cuore prima di quello del corpo, perché «vide uccidere sotto i suoi occhi tutta la sua cara legione; e si può dire che sofferse il martirio tante volte quanti furono i soldati che vide cadere».
Santa Monica, madre di sant’Agostino, è citata sovente come modello di sposa, di vedova, di madre e di educatrice: «Con quanta fermezza ha perseguito l’impresa di servire Iddio, nel suo matrimonio, nella sua vedovanza!». Come educatrice fu ammirevole: «Mentre era incinta del grande sant’Agostino, lo consacrò più volte alla religione cristiana e al servizio della gloria di Dio, come lui stesso afferma quando dice d’aver gustato il sale di Dio fin dal ventre di sua madre». Quando il figlio incominciò a seguire una cattiva strada, ella «con tanto fervore e tanta perseveranza lottò contro le cattive inclinazioni di sant’Agostino, seguendolo per mare e per terra, da farlo beatamente più figlio delle sue lacrime, con la conversione della sua anima, di quanto fosse stato figlio del suo sangue per la generazione del suo corpo.
Al momento in cui Filotea si impegna nella vita devota «sotto la forma di un’elezione e di una scelta», l’autore dell’Introduzione alla vita devota le pone sotto gli occhi non soltanto «il corteo dei vergini, uomini e donne, più bianchi del giglio», ma anche «l’assemblea delle vedove» adornate da santa mortificazione e umiltà», e soprattutto «la schiera di numerose persone sposate che vivono così dolcemente insieme e con rispetto vicendevole, ciò che non può essere disgiunto da grande carità»; e aggiunge: «Notate come queste anime devote sposano la cura della loro casa esterna con quella del loro intimo».
«Bisogna seguire le leggi del mondo in cui si è»
Un principio generale dell’insegnamento salesiano recita: «Poiché ci troviamo in questo mondo, ne dobbiamo seguire le leggi», senza però dimenticare l’aggiunta, «in tutto quello che non è contrario alla legge di Dio».
Le leggi del mondo sono innanzitutto le leggi della civiltà, della cortesia, della buona educazione. Il cristiano deve essere cortese. La devozione, quando è vera, è anche vera umanità, saggezza, tatto, moderazione, costanza. Francesco di Sales dichiara con determinazione: «Non voglio assolutamente una divozione fantastica, turbolenta, melanconica, scontrosa e triste, ma una divozione dolce, soave, piacevole, pacifica e, in una parola, una pietà estremamente franca, che si faccia amare da Dio in primo luogo, ma anche dagli uomini». Il rispetto delle regole sociali e delle convenienze può subire talvolta delle eccezioni, come nel caso del re Davide che «dinanzi all’arca dell’alleanza danzò e si dimenò un po’ più di quello che il decoro richiedeva», ma era a motivo della «straordinaria e smisurata contentezza ch’aveva in cuore».
Inoltre, civiltà non significa doppiezza. Bisogna essere sempre sinceri e fare in modo che l’esteriore corrisponda al sentimento intimo, senza tuttavia mostrarsi sgradevole in società col pretesto della «verità» e della «franchezza».
Il mondo, ricorda Francesco di Sales quando usa questo sostantivo nel significato ambivalente che ha nella Scrittura, è retto dalla legge della triplice concupiscenza, cioè, dal desiderio del piacere, dei beni e degli onori. Ora, queste tre realtà temporali non rivestono fondamentalmente un valore negativo.
Il piacere è legato a certi atti ed esperienze sia a livello dei sensi che a livello delle nostre facoltà superiori. Se il piacere non è deviato e viene mantenuto in una giusta misura, e soprattutto se il desiderio è legittimo e non si trasforma in dipendenza e in schiavitù, che male c’è in esso? Anche le suore della Visitazione dovranno accogliere «con pace e dolcezza di spirito» non soltanto ogni sorta di «pene e di mortificazione», ma anche le cose che troveranno «del tutto gradevoli e pienamente conformi alla loro volontà e necessità, come bere, mangiare, riposarsi, far ricreazione e cose simili, affinché, seguendo il consiglio dell’Apostolo, tutto ciò che facciamo, sia fatto a nome di Dio e unicamente per piacergli».
Per quanto concerne i beni del mondo, i cristiani devono averne cura più ancora delle persone «di mondo», perché «li possediamo, ma non come nostri»: «Dio ce li ha dati da coltivare e vuole che li facciamo fruttificare ed essere utili». Non è nemmeno proibito aumentarli: «Abbiamo dunque questa cura piena di grazia per la conservazione, anzi, addirittura per l’accrescimento dei nostri beni temporali, quando una giusta occasione si presenti e nella misura in cui lo richiede il nostro stato, perché Dio vuole che noi facciamo così, per amore suo». Il cristiano può avere ricchezze, ma non dovrà lasciarsi «avvelenare» da esse, cioè, non dovrà attaccarvi il cuore.
Quanto alla ricerca di onori e di una buona riputazione, non è di per sé in contraddizione con l’umiltà cristiana ben compresa. Ciascuno deve sforzarsi di conservare il suo buon nome, che è «uno dei fondamenti della società umana; senza di esso non soltanto siamo inutili, ma perfino dannosi al pubblico, a causa dello scandalo che ne riceverebbe». Di conseguenza, «la carità esige e l’umiltà gradisce che lo desideriamo e che lo conserviamo preziosamente». Ci servirà a non «offendere l’occhio dei buoni» né a «dar soddisfazione a quello dei malvagi».
Testimoni della gioia cristiana
Il rimprovero che più di frequente si è rivolto alla devozione è ben noto: «Il mondo, mia cara Filotea, diffama quanto più può la santa devozione, dipingendo le persone devote con un volto scuro, triste e afflitto e dicendo in giro che la devozione rende malinconici e insopportabili». Nel proporre a un giovane l’esempio di san Luigi, Francesco di Sales gli mostra che questo santo era «di buon umore» e che questo re sapeva «ridere amabilmente quando se ne presentava l’occasione».
Numerosi sono gli inviti alla gioia disseminati nelle lettere e negli scritti di Francesco di Sales. Non si finirà tanto presto nello spigolare espressioni come le seguenti: «Vivete gioiosa fin tanto che potete; «siate sempre gioiosa»; «non abbandonatevi assolutamente alla tristezza»; «vivete in pace e nella gioia, o siate almeno contenta»; «risvegliate spesso in voi lo spirito di giocondità e di soavità»; «in questo nostro breve pellegrinaggio, viviamo gioiosamente, assecondando i gusti dei nostri ospiti in tutto quello che non è peccato»; «conservate la santa e cordiale gaiezza, che alimenta le forze dello spirito e edifica il prossimo»; «conservate una santa gioia di spirito, la quale, diffusa con modestia nelle vostre azioni e parole, sarà di consolazione per le persone che vi vedranno»; «siate costante, coraggiosa, e allegra perché [la Bontà divina] vi fa il dono di volere essere tutta sua»; «vivete pienamente contenta davanti a Dio»; «vivete generosamente e nobilmente gioiosa in Colui che è la nostra unica gioia».
Perché cercare continuamente ciò che non va? E un fatto che quando lo spirito di contraddizione diventa sistematico, niente va bene. Da qui, questo rimprovero ai «fratelli ribelli»: «Voi mi costringete a dire che cercate le cloache e i mondezzai, al posto dei giardini e dei verzieri». La realtà ci affligge? «Bisogna lasciare passare le afflizioni nel proprio cuore, ma non consentire loro di rimanervi». Il mondo va male? Occorre forse imitare gli Israeliti «che non poterono mai cantare in Babilonia, perché pensavano alla loro terra»? Io, dice Francesco di Sales, «io vorrei che cantassimo dappertutto».
Il cristiano non si lamenta delle imperfezioni che scopre in sé stesso: «Vorremmo tutti essere senza imperfezioni; ma, mia carissima Figlia, bisogna avere pazienza; la nostra natura è quella umana e non quella angelica». Egli non ignora niente della nostra condizione mortale, ma non vuole spaventare il nostro spirito. Il suo comportamento nel quotidiano cammino della vita si muoveva nella stessa direzione. A dire di Michel Favre, suo segretario e confidente in ogni istante, il vescovo «aveva un naturale gioviale e grazioso, nemico della tristezza e della melanconia, nondimeno teneva un comportamento umilmente grave e maestoso, il viso dolce e sereno, accompagnato da un moderato ritegno e da grande modestia, per nulla trasandato o disordinato nel suo portamento, né troppo espansivo nei momenti di allegria. Non manifestava mai una cera triste, tanto meno imbronciata, per quanto fosse stato importunato, ma riceveva ognuno con un volto molto sereno e contento». Era sua convinzione che «Dio è il Dio della gioia».

