26 Feb 2026, Gio

Educare al divino partendo dall’umano con san Francesco di Sales

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San Francesco di Sales propone una pedagogia della fede che parte dall’esperienza umana per condurre all’incontro con il divino. Al centro della sua riflessione si colloca la felicità come aspirazione naturale dell’uomo, un desiderio che trova compimento solo in Dio. Il santo vescovo di Ginevra sviluppa una visione ottimista della natura umana, mostrando come l’anima sia creata a immagine di Dio e possieda un’inclinazione naturale verso di Lui. Questa “convenienza” tra l’umano e il divino non è un fardello imposto dall’alto, ma un’attrazione reciproca che risponde alle aspirazioni più profonde del cuore. Francesco di Sales traccia così un itinerario spirituale che parte dalla contemplazione della bellezza creata e dalle aspirazioni interiori per condurre alla scoperta del Bene supremo, invitando ogni persona, specialmente i giovani, a donarsi a Dio senza attendere.

Una questione di felicità
      «L’uomo è creato per la felicità e la felicità per l’uomo», afferma Francesco di Sales. Si tratta di un desiderio naturale comune a tutti: «Tutto l’uomo aspira al bene e desidera che gli si mostri; io non sono di coloro che non lo desiderano, perché ho scoperto in me stesso un certo istinto naturale che mi porta e mi fa tendere alla felicità». Ma gli umani si sbagliano spesso sui mezzi: alcuni la cercano nelle ricchezze, altri nei piaceri, altri ancora negli onori.
      In realtà, soltanto il «bene supremo» può appagare pienamente il cuore umano. Francesco di Sales non trovava alcuna difficoltà nell’identificare il bene supremo con Dio; ciò gli fa dire che «il cuore umano tende naturalmente a Dio, che è la sua beatitudine». Aveva appreso dai suoi maestri di filosofia che la «felicità pratica», identificata in particolare con il possesso della sapienza, dell’onestà, della bontà e del piacere, non era ancora la vera felicità dell’uomo; per raggiungerla bisogna superare la dimensione del fare e dell’avere e tendere a quella dell’essere e dell’essenza, perché l’oggetto della «felicità essenziale» del soggetto umano non può essere se non «Dio, e Lui solo».
      San Francesco di Sales ha piena fiducia nell’intelligenza e nella volontà, «facoltà universali che abbracciano tutto ciò che è vero e buono; ora, Dio è l’oggetto più universale che ci possa essere, in quanto è la pienezza della bontà e della verità; Dio, quindi, è l’oggetto di queste facoltà, e lui solo è in grado di appagarle completamente».
      A questo punto gli viene in mente la celebre frase di sant’Agostino: «Dio mio! il mio cuore è creato per te e non avrà riposo né tranquillità finché non gioirà in te». La felicità è l’unione con Dio «alla quale tendiamo in modo del tutto naturale». «Per una specie di paradosso – commenta Louis Lavelle – non percepiamo il cuore di noi stessi, se non tramite un movimento che ci porta al di là di noi stessi».
      Noi tendiamo naturalmente a questa unione, tuttavia siamo incapaci di raggiungerla da noi stessi: essa è oggetto di un puro dono di Dio, che ne prende l’iniziativa. Destinata all’uomo senza alcun merito da parte sua, questa unione «non sembra essere vera felicità se non quanto il soggetto umano la possiede, perché Dio l’ha creata appunto per la felicità dell’uomo, e gliel’ha promessa in maniera tale da essere obbligato a donargliela». Tra l’innata aspirazione della persona umana e il progetto di Dio che vuole unirsi a noi, si stabilisce una relazione che Francesco di Sales chiama «convenienza».

Convenienza tra l’uomo e Dio
      Il rapporto fra l’umano e il divino si spiega col fatto che fra l’uomo e Dio esiste ciò che Francesco di Sales chiama una «convenienza», una sorta di complicità, si potrebbe dire. Niente di strano in ciò: «Siamo creati a immagine e somiglianza di Dio: che cosa significa ciò se non che abbiamo una grande convenienza con la sua divina maestà?».
      L’autore del Teotimo distingue parecchie forme di «convenienza», cominciando da quella per somiglianza. L’anima umana assomiglia a Dio perché è «spirituale, indivisibile, immortale; [essa] intende, vuole liberamente; è capace di giudicare, di discorrere, di comprendere e di avere delle virtù». Di più, l’anima «risiede tutta in tutto il suo corpo e in ciascuna delle sue parti, come la divinità è tutta in tutti e in ogni parte del mondo».
      Ma la rassomiglianza più meravigliosa è quella fatta «a immagine e somiglianza» dell’unità e trinità divina. Infatti, come Dio ha fatto conoscere il suo pensiero tramite il Figlio, che procede da lui, ed esprime il suo amore che procede da lui e dal suo Figlio, ad opera dello Spirito santo, così l’uomo conosce con la sua intelligenza e ama con la sua volontà amorosa. Le tre Persone divine sono distinte ma inseparabili: allo stesso modo gli atti della persona umana che procedono dalla sua intelligenza e dalla sua volontà sono veramente distinti, benché «restino inseparabilmente uniti nell’anima e nelle facoltà dalle quali procedono». In questo modo, tutto è perfettamente uno: con il suo intelletto e la sua volontà l’uomo forma un’immagine della Trinità.
      Oltre a questa «convenienza» per somiglianza, l’autore si interessa soprattutto della «corrispondenza senza pari fra Dio e l’uomo in vista della reciproca perfezione». Con ciò vuol dire che Dio è potentemente portato a esercitare la sua bontà verso l’umanità e che questa ha un estremo bisogno e una radicale capacità di ricevere il bene che Dio le vuol dare. «È dunque un dolce e desiderabile incontro quello tra l’abbondanza e l’indigenza». Si trova una reciprocità di questo tipo non soltanto nel rapporto amoroso dello sposo e della sposa, quale è descritto nel Cantico dei cantici, ma anche nella figura della madre che gode nell’offrire il suo latte al neonato, il quale si compiace nel riceverlo:
      Le mamme qualche volta hanno le mammelle così turgide e abbondanti, che non possono resistere senza offrirle a qualche bambino; e anche se il bambino succhia la mammella con grande avidità, è ancora maggiore la premura della balia nell’offrirgliela; il bambino succhia spinto dalla propria necessità, la madre, allattandolo, dalla sua abbondanza.

Inclinazione naturale verso Dio
      Questa «convenienza» fra Dio e l’uomo è continuamente alimentata da ciò che Francesco di Sales chiama «inclinazione naturale», la quale spinge l’uomo verso Dio. Certamente, da buon teologo, articola in modo conveniente il desiderio del soprannaturale e la sua gratuità: da un lato, il cuore umano tende a Dio mosso dall’inclinazione naturale, d’altro lato, la felicità cui aspira va ben oltre una semplice gioia naturale. Tuttavia, dedica parecchio tempo per mostrare il cammino che va dal desiderio naturale al suo soddisfacimento soprannaturale. Indugia sulle capacità naturali dell’uomo che lo conducono verso il Tutto, spiegando che «il suo intelletto ha un’inclinazione senza limiti a sapere sempre di più, e la sua volontà un appetito insaziabile di amare e trovare il bene». Insegna che l’intelletto non si accontenta di verità parziali e frammentarie, e sottolinea che il suo moto spontaneo lo porta alla ricerca della Verità; che la volontà con la sua capacità di amore è attirata dal Bene supremo in grado di appagarne il desiderio. Donde viene questa inclinazione straordinaria? La conclusione s’impone da sé: c’ è «qualche operatore infinito» che imprime in me «questo infinito desiderio di sapere, e questo appetito e non può essere saziato» in questo mondo e da questo mondo.
      Questa inclinazione diretta a cercare il bene e, diciamolo, a amare Dio, è rimasta nell’uomo anche in seguito al peccato originale. È vero che spesso non appare affatto, in quanto rimane «segreta, nascosta e quasi addormentata nel fondo della natura», «assopita ed inavvertibile»; quando però si imbatte nel suo oggetto, ecco che d’un tratto si ridesta e «compare come una scintilla da sotto la cenere», come il perniciotto, accovacciato sotto le ali d’una pernice «ladra», il quale corre verso la sua vera madre al suo primo richiamo.
      Dal punto di vista cronologico e seguendo lo sviluppo naturale del bambino, questa inclinazione verso Dio appare come ultima. In effetti, l’amore del bambino si manifesta dapprima verso sé stesso, poi verso la madre, poi verso gli altri, prima di rivolgersi a Dio, quando ne diviene capace. «L’amore divino è l’ultimo nato tra gli affetti del cuore umano», ma non per questo è meno importante o facoltativo, perché è destinato dalla natura a prendere il sopravvento su tutti gli altri amori: «Tutto è sottomesso a questo amore celeste che esige di essere o re o niente, non essendogli possibile vivere se non come re, né regnare se non come sovrano». Eccellente umanista, Francesco di Sales non può non considerare la compiutezza che il cristianesimo conferisce all’uomo: «Vediamo bene che non possiamo essere veri uomini se non abbiamo l’inclinazione ad amare Dio più di noi stessi, né veri cristiani, se non mettiamo in atto tale inclinazione».

Attrazione reciproca
      Il Dio di san Francesco di Sales attira colui che va verso di lui:

Sia dunque che l’unione della nostra anima con Dio si attui impercettibilmente, sia che avvenga in modo percettibile, l’autore è sempre Dio, e nessuno può unirsi a lui se non è egli stesso a muoversi per primo, e nessuno può andare a lui se non è da lui attirato, come testimonia lo Sposo divino dicendo: ‘Nessuno può venire a me se non l’attira il Padre mio; cosa che proclama anche la Sposa celeste quando dice: Attirami, corriamo alla fragranza dei tuoi profumi.’

      Fra Dio e l’uomo esiste una vicendevole attrazione, tanto che il volontario rifiuto di Dio appariva a Francesco di Sales una cosa impensabile, incredibile. Una volta gustato l’amore di Dio, come è possibile rinunciare alla sua dolcezza? «I bambini, pur essendo bambini, se vengono nutriti di latte, di burro e di miele, rifuggono dall’amaro dell’assenzio e del fiele, e piangono fino a rimanere senza fiato se vengono costretti ad assaggiarli: e allora, buon Dio, l’anima, una volta congiunta con la bontà del Creatore, come può abbandonarlo per seguire la vanità delle creature?».
      L’incontro di Dio e dell’uomo aperto alla trascendenza non è un fardello che Dio ha imposto agli esseri umani, bensì un piacere da condividere:

Se l’uomo pensa con un po’ di attenzione alla divinità, immediatamente sente una qual dolce emozione al cuore, il che prova che Dio è il Dio del cuore umano. In nessun’altra circostanza il nostro intelletto prova tanto piacere quanto in questo pensare alla divinità, la cui minima conoscenza, come dice il principe dei filosofi, vale più della maggiore di tutte le altre cose […]. Questo piacere e questa fiducia che il cuore umano trova naturalmente in Dio, possono derivare soltanto dalla convenienza che c’è tra la divina bontà e la nostra anima.

Una pedagogia della fede
      A partire dalle concezioni di Francesco di Sales sui rapporti fra l’umano e il divino, è possibile immaginare una pedagogia della fede. Si presentano parecchie vie. La prima parte dallo spettacolo della creazione per risalire verso il Creatore; infatti «Dio ha impresso la sua orma, il suo segno, il suo marchio in tutte le cose create». Il vescovo di Ginevra ne era particolarmente attratto e sensibile.
      Per andare a Dio, siamo invitati a seguire la via pulchritudinis, la via della bellezza. Un consiglio dato a Filotea suona così: «Aspirate dunque spesso a Dio, Filotea, con brevi ma ardenti slanci del vostro cuore: ammirate la sua bellezza». L’inizio del Teotimo è un inno alla «bellezza della natura umana». Nel vivere quotidiano, in particolare al momento della «ricreazione», il pensiero di Francesco di Sales s’innalza facilmente dalla contemplazione del bello alla contemplazione della Bellezza increata. Il suo amico, il Camus, ne era il testimone meravigliato:

Quando gli si parlava di palazzi, di pitture, di musica, di caccia, di uccelli, di piante, di giardini, di fiori, non biasimava coloro che se ne occupavano, ma si augurava che tutte queste occupazioni fossero servite loro come altrettanti mezzi e scale mistiche per elevarsi a Dio […]. Se gli si mostrava un bel verziere, pieno di piante ben allineate: “Noi siamo l’agricoltura e il laboratorio di Dio”, esclamava. Se si trattava di palazzi costruiti con giusta simmetria: “Noi siamo l’edificio di Dio”, era la sua riflessione. […] Quando gli si mostravano rare e splendide pitture: “Non c’è niente di bello – diceva –, come l’anima fatta a somiglianza di Dio”.

      Un’altra via più interiore consiste nel mostrare che il soggetto umano ospita in sé desideri e aspirazioni, che lo guidano quasi spontaneamente al di sopra di sé stesso. Si tratta di sondare le profondità del cuore umano per scoprirvi i germi divini che Dio vi ha depositato. È senza alcun dubbio su questa pista che Francesco di Sales impegna il lettore del Teotimo, seguendo una «pedagogia di vertici» che parte dall’uomo, dalla sua natura e dalle sue aspirazioni. In ciò egli rispetta la trascendenza di Dio e la sua iniziativa, perché è lui che ha posto nell’essere umano questa natura e queste disposizioni, ed è lui che le colma con la sua grazia.
      È sufficiente confrontare il primo libro del Teotimo con il secondo, per scoprire la proposta del suo autore: nel primo che contiene «una preparazione a tutto il Trattato», noi siamo sulla terra, dove vive l’uomo in quanto essere fatto per amare; nel secondo libro l’autore ci trasporta in cielo, per raccontarci la «storia del concepimento e della nascita celeste dell’amore divino».
      È quindi la via ascendente e induttiva quella che Francesco di Sales preferisce. Vuole infatti mostrare al soggetto umano che per essere fedele a sé stesso, deve riconoscere il dinamismo interno che lo abita e che lo orienta verso Dio. In questo senso, si può dire, che il primo libro del Teotimo non è altro se non una preparazione filosofica ad accogliere il dono trascendente della carità. Non prende in prestito la via della pura trascendenza, che consiste nel mostrare un Dio che può intervenire con potenza dall’alto nella vita degli esseri umani, rivelandosi e stabilendo un’alleanza con la piena autorità di creatore e maestro dell’universo. «Dio è il Dio del cuore umano», scrive l’autore del Teotimo.
      Solo Dio è in grado di colmare il cuore dell’uomo, perché questo è fatto per l’assoluto: «Tenendo dunque conto che nulla accontenta perfettamente la nostra anima e che la sua aspirazione non può essere esaurita da alcuna cosa di questo mondo, […] ha bene ragione di esclamare: Non sono dunque fatta per questo mondo!».
      Francesco di Sales sembra incapace di parlare dell’uomo senza parlare di Dio, né di parlare di Dio senza parlare dell’uomo.

La gioventù e Dio
      Aprirmi alla trascendenza e a conoscere Dio come mio Bene supremo, tutto questo mi spinge a donarmi a lui. Ciò non dipende dall’età. Il nipote e biografo di Francesco di Sales, Charles-Auguste, racconta che quand’era molto giovane, suo zio ripeteva spesso ai suoi compagni di gioco: «Impariamo di buonora a servire Dio e a pregarlo, mentre ce ne dona la possibilità».
      Bisognerà aspettare di crescere negli anni per donarsi a Dio? Una tale prospettiva è indubbiamente fuori delle vedute del vescovo savoiardo, il quale non cessa dal ripetere a coloro che hanno scelto la sua direzione: «Non desiderate di non essere quello che siete, ma desiderate di essere nel miglior dei modi quello che siete». Se voi siete giovani, siatelo davvero, secondo la vostra vocazione e occupazione. «Impariamo a servire Dio di vero cuore e di buon’ora» – esortava Francesco di Sales –, che non dimenticava a questo proposito il detto biblico: «Fa bene all’uomo aver portato il giogo sin dalla sua giovinezza». È ciò che fece il duca di Mercœur, la cui educazione cristiana ricevuta in gioventù doveva portare copiosi frutti nell’età matura:

In questo principe deve essere messa in bella evidenza la lode per aver così ben nutrite le sue prime inclinazioni con la virtù, pur fra tanti incontri e occasioni, visto che […] né la corte, né la guerra, nemici giurati della devozione, benché aiutati dai segreti allettamenti della giovinezza, della bellezza e comodità di codesto eccellente principe, non poterono mai conquistarne l’anima, la quale si mantenne sempre pura e indenne in mezzo a tante attrattive.

      La «devozione» insegnata da Francesco di Sales è valida per tutti, e non soltanto per tutte le condizioni di vita e per tutte le vocazioni, ma anche per tutte le età, e, in particolare per i giovani: essa «rende la giovinezza più saggia e più amabile e la vecchiaia meno insopportabile e noiosa». È il migliore impegno che uno possa assumere dagli «albori della sua età», tanto più che non conosce quanti saranno i suoi anni. «Ci sono di quelli che rivolgono omaggi a Dio di ciò che non hanno» – afferma il vescovo di Ginevra immaginando questo piccolo dialogo –: «Figlio mio, perché non sei devoto? – Lo sarò nella mia vecchiaia. – Buon Dio! Chi lo sa se tu diventerai vecchio?». A più riprese Francesco di Sales dovrà combattere questo tratto della mentalità corrente:

E del tutto sicuro che i vecchi sono vicini alla morte e che i giovani possono morire presto; nondimeno, provate a parlare a un giovane sventato e interrogatelo sulla sua salute: Che! dirà, non basta che io dedichi a Dio i giorni della mia vecchiaia? Bisogna quindi donarsi per tempo, mentre si è giovani.

      La gioventù possiede risorse talvolta insospettate. Certo, il vecchio Abramo è ammirevole, quando vuole obbedire a Dio accettando di immolargli il figlio, ma «vedere Isacco, nella primavera degli anni, ancora novizio e apprendista nell’arte di amare il suo Dio, offrirsi, sulla sola parola di suo padre, alla spada e al fuoco per essere un olocausto di obbedienza alla divina bontà, è cosa superiore a ogni ammirazione».
      Quanto alle persone di «sesso debole», non si contano quelle che hanno scelto il martirio nel fiore della loro età, quando erano «più bianche dei gigli per purezza, più vermiglie della rosa per carità, queste a dodici, quelle a tredici, quindici, venti e venticinque anni». A suo dire, ha conosciuto una bambina che, «dall’età di nove ai dieci anni», ha «desiderato morire per la fede e per la santa Chiesa».
      Donarsi a Dio quanto uno è giovane è un tema particolarmente frequente nelle conferenze rivolte dal fondatore della Visitazione alle suore, specialmente in occasione delle vestizioni e delle professioni delle religiose. Siccome certe candidate erano spesso molto giovani, avendo l’una solo «quindici anni e l’altra sedici», l’occasione si prestava per affrontare il tema dell’adolescenza nel suo rapporto con Dio e per insegnare che la gioventù che si dona a Dio suscita una felicità reciproca:

E molto vero che la bellezza di coloro che si dedicano alla divina maestà fin dalla loro adolescenza è assai grande, tanto più che Dio lo desidera e si compiace grandemente, mentre deplora, al contrario, quando dichiara per bocca del Profeta che fin dalla loro adolescenza essi hanno abbandonato la sua via e hanno preso la strada della perdizione.

      Di conseguenza, «la divina Bontà desidera il tempo della nostra giovinezza, essendo il più adatto per metterci al suo servizio». Affermerà anche che «Dio ama in modo particolare le primizie degli anni e desidera che gli siano consacrate». E se occorreva scegliere fra due tipi di fiori, le rose o i gigli, la sua preferenza cadeva sulle prime, «perché le rose sono più profumate al mattino».
      Uno può essere giovane tutta la sua vita, ma per i giovani che lo sono «in base all’età» è una felicità «straordinaria poter dedicare alla divina maestà questi loro anni migliori». Quando Nostro Signore è il primo amore della vita, il risultato può essere mirabile, perché queste «giovani anime che non hanno ancora posto il loro amore in nessun’altra parte, sono meravigliosamente disposte ad amare il celeste Amante dei nostri cuori». Parlando di coloro che si sono dedicati a Dio fin dalla loro giovinezza e che in seguito sono stati perseveranti, si potrà dire che «in loro tutto è stato buono, le foglie, i fiori e i frutti: la loro infanzia, la loro giovinezza e il resto della loro vita».

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