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Quanto e come ha viaggiato il Santo dei giovani? Ripercorriamo le stesse strade.
Nell’era dei treni rapidi internazionali, dei bolidi di Formula 1, dei jet supersonici e delle navette spaziali, potrà sembrar persin patetico parlare dei viaggi di Don Bosco a piedi, in vettura o in «vapore». Eppure quest’aspetto non secondario della sua attività non può lasciar indifferenti quando si pensi alla mole di tempo, di denaro e di sacrificio, che costò ad un uomo che non aveva né tempo, né denaro, né salute da sprecare.
A piedi e a cavallo
Quando Giovanni, a 15 anni, prese alloggio a Castelnuovo, si era già fatta una pratica, eccezionale anche per quei tempi, di lunghe camminate. Quante volte aveva percorso le strade solitarie di campagna dai Becchi a Morialdo, a Capriglio, a Buttigliera, a Moncucco, e soprattutto a Castelnuovo, con la sola compagnia del freddo o del caldo, della neve o della pioggia, della nebbia o del solleone, del fango o della polvere.
A 16 anni diresse i suoi passi a Chieri. La sua prima sicura andata a Torino risale all’aprile del 1834, quando si presentò al Convento dei Frati Minori alla Madonna degli Angeli nella via omonima, per trattare l’affare della sua vocazione.
A quella prima marcia su Torino quante ne seguirono? Non lo sappiamo. Certo la più celebre fu quella del novembre 1846. Dai Becchi Don Bosco e Mamma Margherita partirono per Valdocco, lui con un pacco di quaderni, un messale ed il breviario, lei con un cesto di biancheria e le cose più necessarie. Il Teol. Vola, che li incontrò stanchi ed impolverati al Rondò della Forca, chiese loro:
— Di dove venite?
— Dal paese.
— E perché siete venuti a piedi? — Perché… ci mancano questi… E Don Bosco fece scorrere il pollice sull’indice col tipico gesto di chi manca di un soldino per fare la lira.
Quelli di Don Bosco erano tempi in cui le gambe servivano ancora all’uomo come mezzo di locomozione. Il costo delle vetture ne sconsigliava l’uso alla povera gente. Non c’era del resto tutta quella fretta o pigrizia del giorno d’oggi. Per Don Bosco, poi, l’andare a piedi non era solo questione di economia. Soffriva terribilmente il moto della vettura. Ancora suddiacono a Castelnuovo, invitato a predicare ad Avigliana, preferì fare tutta la strada a piedi — 54 chilometri — per risparmiarsi la nausea di un viaggio in carrozza. Quando manifestò a Don Cafasso il desidero di partire per le missioni, si sentì rispondere:
— Non vi sentite di fare un miglio, di stare un minuto in vettura chiusa senza disturbi di stomaco, e volete passare il mare? Morireste per via!
E Don Bosco, finché poté, usò il cavallo di San Francesco, in città e fuori, da solo e in compagnia. Basterebbe ricordare le sue celebri passeggiate autunnali degli anni ’50-’60.
Ormai avanti negli anni, fu udito dire in conversazione:
«Il moto è ciò che più giova alla salute. Da chierico e nei primi anni che fui prete, ero sempre malaticcio. In seguito feci gran moto e son guarito. Mi ricordo ancora che una volta ho percorso con Don Giacomelli oltre 20 miglia piemontesi [50 chilometri] in un giorno. Siamo partiti da San Genesio per venire a far commissioni a Torino e poi ritornare ad Avigliana. Altre volte partivo da Torino e andavo ai Becchi in sei ore e facevo quelle dodici miglia [30 chilometri] a piedi, senza quasi fermarmi un istante. Anche ora quando mi sento stanco ed oppresso, esco, vado a trovare qualche malato fino nei pressi del Po o a Porta Nuova, e non prendo mai vettura, se non quando è necessario per l’importanza di un lavoro, per la premura o per il pericolo di mancare ad un appuntamento.
Sono del parere che causa non indifferente della poca salute ai giorni nostri sia il non farsi più tanto moto come una volta. La comodità dell’omnibus, della vettura, della ferrovia, toglie moltissime occasioni al fare passeggiate anche brevi, mentre cinquant’anni fa si giudicava passeggiata l’andare da Torino a Lanzo a piedi. Mi pare che il moto della ferrovia e delle vetture non sia sufficiente all’uomo per star bene». (MB XII, 343)
Ma Don Bosco aveva pure imparato ad andare a cavallo. Nell’estate del 1832, il Prevosto di Castelnuovo, Don Dassano, che gli dava ripetizioni scolastiche, gli affidò la cura della stalla. Giovanni doveva condurre il cavallo a fare la passeggiata e, una volta fuori del paese, saltandogli in groppa, lo spingeva al galoppo. Novello sacerdote, invitato a predicare a Lauriano — a 30 chilometri circa da Castelnuovo — per giungervi in tempo parti a cavallo. Ma la cavalcata finì male. Sulla collina di Berzano la bestia, spaventata da un grosso stormo di uccelli, s’impennò ed il cavaliere finì a terra con le ossa rotte.
Di cavalcate Don Bosco ne fece, all’occorrenza, nelle sue peregrinazioni per il Piemonte e in tratti di percorso durante le gite coi suoi ragazzi. Degna di ricordo la trionfale salita a Superga nella primavera del 1846. L’Oratorio conduceva vita precaria nel prato Filippi e Don Bosco volle un giorno portare i suoi birichini in pellegrinaggio al famoso santuario. Giunti a Sassi, ai piedi della salita, trovarono un cavallo bardato di tutto punto che il parroco di Superga, Don Giuseppe Anselmetti, aveva inviato al capitano della brigata. Don Bosco montò in arcione circondato dai suoi monelli che, cammin facendo, si divertirono a prendere la bestia per la briglia, per la coda, a palparla, a spingerla. E pare che quella volta il quadrupede, più paziente di un somarello, abbia lasciato fare, come sapesse di avere Don Bosco in sella.
Tutt’altro che trionfale invece fu la traversata appenninica a dorso d’asino nel viaggio a Salicetto Langhe del novembre 1857. Il sentiero era stretto e scosceso, la neve alta. L’animale incespicava e cadeva a ogni piè sospinto e Don Bosco doveva scendere e spingerlo avanti. Nella discesa, troppo ripida, già tutto inzuppato di sudore, egli stesso cadde malamente, ferendosi ad una gamba. Solo il Signore sa come poté giungere al paese in tempo per la sacra missione.
Quello non fu l’ultimo viaggio di Don Bosco in groppa a un asinello. Nel luglio del 1862 fece i 6 chilometri di strada da Lanzo a Sant’Ignazio con lo stesso mezzo di trasporto.
Cosi, probabilmente, altre volte.
Ma una delle più gloriose cavalcate di Don Bosco fu quella dell’ottobre 1864 da Gavi a Mornese. Arrivò in paese a tarda sera al suono festoso delle campane. La gente uscì di casa con i lumi accesi e si inginocchiò al suo passaggio chiedendogli la benedizione. Era l’osanna del popolo al santo dei giovani. «Penso — scriverà di quel fatto Don Luigi Deambrogio — che non ci sia nulla da demitizzare e da ridimensionare.
Nessuno, solo chi non ama, può legare le manifestazioni del Signore».
In vettura all’epoca delle diligenze
Nonostante la povertà, i disturbi di stomaco e le abitudini di forte camminatore. Don Bosco fu costretto a far frequente uso di vetture pubbliche e di «legni» privati dalle diligenze ai velociferi, dagli omnibus alle carrozze signorili.
Le diligenze erano grosse carrozze a 12 posti circa, con interno, coupé e imperiale o parte superiore scoperta. Trainate, di solito, da sei cavalli con due postiglioni, servivano per lunghi percorsi e ai passeggeri costavano meno delle corriere postali governative. Il primo servizio di diligenze in Piemonte fu quello dei Fratelli Bonafous inaugurato nel 1814. Don Bosco, prendendo la diligenza, preferiva sedere sull’imperiale per respirare aria fresca e salvarsi dai conati di vomito che gli procurava la vettura chiusa.
Nel 1828 fecero la loro comparsa sulle strade del Piemonte i velociferi, che segnavano un passo avanti nel servizio passeggeri sia per il numero dei posti, che poteva raggiungere la trentina, sia per il diminuito costo del viaggio. Il traino dei velociferi era in genere di quattro cavalli con un solo postiglione, la loro velocità un po’ superiore a quella delle diligenze per il cambio più frequente dei cavalli. Servivano tuttavia linee più brevi, collegando tra loro città come Torino e Pinerolo, Torino e Asti. Tenuto conto della velocità, della grandezza del carrozzone e delle condizioni stradali, se le diligenze poterono venir chiamate «carrozze digestive», i velociferi dovevano significare, per passeggeri come Don Bosco, dei seri mal di stomaco.
Gli omnibus servivano percorsi ancora più brevi, collegando il centro cittadino con la periferia o con località viciniori. Si trattava di carrozzoni a cavalli, a quattro ruote, con non più di 16 posti. Il servizio, istituito a Torino negli anni 1845-46, si trasformò poi, nel 1871, in omnibus a rotaie a trazione animale, quella «Carrozza di tutti» immortalata dalla penna del De Amicis, un convoglio, cioè, per ogni genere di persone, che annunciava il suo arrivo ai crocicchi cittadini con uno squillo di tromba.
Oltre ai mezzi pubblici, tra cui non bisogna dimenticare le cittadine o carrozze di città, circolavano, ovviamente, tutti i tipi di «legni» privati, di prima, seconda o terza classe a secondo della loro struttura e capacità, del numero delle ruote e dei cavalli, dai calessini scoperti a due posti alle berline chiuse a quattro posti.
Impossibile riuscirebbe anche solo elencare tutti i viaggi di Don Bosco in diligenza, velocifero, omnibus o carrozza privata. E ancor più difficile sarebbe distinguere alle volte se si trattò veramente di viaggio in diligenza o non piuttosto in velocifero o in omnibus.
Ad ogni modo, il primo viaggio di Don Bosco in diligenza, di cui si serbi memoria, fu quello da Pinerolo a Torino nelle vacanze pasquali dell’anno scolastico 1834-35, quando egli era studente a Chieri. L’informazione ci è data da una sua lettera giovanile, la prima nell’Epistolario curato da Don Ceria. Giovanni si era recato a Pinerolo dietro invito della famiglia di Annibale Strambio suo amico. Nella lettera, monca della prima parte, non si trova cenno del viaggio di andata. Ma è precisato bene il ritorno: «Stetti ancora due giorni a Pinerolo e […] il dì prefisso salii sulla diligenza, e giunto a Torino, di qui feci ritorno a Chieri». Il servizio Torino-Pinerolo era tenuto nel 1835 dalle Diligenze Bonafous al prezzo di lire 2.70 su carrozze di prima categoria, 2.20 su quelle di seconda e 1.65 su quelle di terza. C’è da supporre che Giovanni abbia preso una carrozza di terza categoria.
Sul finire del 1850 Don Bosco fece il suo primo viaggio a Milano con tanto di passaporto, invitato da Don Serafino Allievi a predicare il giubileo all’oratorio S. Luigi di Via S. Cristina. Pare che quel viaggio l’abbia fatto in velocifero via Novara e Magenta, quindi cambiando servizio di vetture alle stazioni principali. In tutto, almeno 15-16 ore.
Dei suoi viaggi in omnibus, ricordiamo a mo’ d’esempio, quello da Torino a Rivoli del 1852 quando portò i ragazzi di Valdocco a fare gli esercizi spirituali a Giaveno. Il tratto Rivoli- Giaveno, di 18 chilometri, fu, naturalmente, coperto a piedi. L’omnibus deve essere servito a Don Bosco altre volte per recarsi a piedi in paesi come Moncalieri, Rivoli, Chieri, Trofarello e Carignano.
Un viaggio in «vettura», che ebbe a Valdocco eco particolare, fu quello da Torino a Lanzo nel luglio del 1862. Ne scrisse Don Bosco stesso ai suoi giovani. Due anni dopo rifece quel viaggio in «omnibus». Ma si trattò probabilmente, in tutti e due i casi, di velocifero. Non risulta infatti che in quegli anni ci fossero omnibus sulla strada Torino-Lanzo, bensì velociferi, che partivano, già nel 1858, da Piazza Milano a Porta Palazzo vicino all’albergo della Rosa Bianca, due volte al giorno.
Nel caso del 1862 le cose andarono abbastanza bene fino a Ciriè, ma da Ciriè a Lanzo, e cioè per circa una dozzina di chilometri, piovve a dirotto. Don Bosco sedeva sull’imperiale in mezzo a due passeggeri che tenevano l’ombrello aperto. Così, con la pioggia si ricevette anche lo scolo dei paracqua. Giunse a Lanzo bagnato come un pulcino. Scrisse poi nella sua lettera: «Voi, cari giovani, avreste veduto Don Bosco discendere dalla vettura tutto inzuppato, simile a quei sorci che spesso vi accade di osservare uscire dalla bealera dietro il cortile». La bealera era uno di quei canali di irrigazione e di scarico che non mancavano nella zona di Valdocco vicino alla Dora. Il racconto riesce esilarante, ma fa pensare.
Di carrozze private Don Bosco fece uso entro e fuori Torino, specie nelle sue permanenze in città come Roma e Marsiglia. In quei casi si trattava evidentemente di un servizio resogli dai benefattori.
Sul calesse del sig. Alberto Nota fece Giovanni Bosco la sua gita da Pinerolo a Fenestrelle con l’amico Annibale Strambio nella primavera del 1835. Giunti quasi a Fenestrelle, si levò un vento così furioso da far arretrare il cavallo. Il buio poi, per l’imminente bufera, li costrinse a cercar riparo in un’insenatura del monte. Tornarono a Pinerolo a notte avanzata col calmarsi dell’uragano.
Pure in calesse fu il primo viaggio di Don Bosco a Stresa nell’autunno del 1847. L’impresario Federico Bocca si offerse ad accompagnarlo. Toccarono, nell’andata, Chivasso, Santhià, Biella, Varallo, Orta e Arona. Nel ritorno invece seguirono il percorso di Novara e Vercelli. Nelle stazioni di fermata Don Bosco spese il suo tempo a chiacchierare con osti, vetturini e stallieri, persuadendone anche qualcuno a confessarsi. Faceva così, del resto, quando sedeva a cassetta vicino a qualche postiglione troppo facile a smoccolare per far trottare i cavalli.
Delle permanenze romane possiamo ricordare quella del 1869, quando il card. Berardi mise a disposizione di Don Bosco la sua carrozza. Pare che, durante quella permanenza, lo stesso Papa Pio IX abbia inviato una carrozza a prendere Don Bosco e portarlo in Vaticano. La carrozza del Papa, racconterà Don Bosco ai giovani, era così grande che poteva benissimo contenere 14 persone; era tutta coperta di seta e di frange. E se le frange non c’erano, ce le metteva lui.
Nei suoi viaggi in Francia, nobili signori di Nizza, Lione, Marsiglia e Parigi, andavano a gara per aver l’onore di portare Don Bosco nelle loro carrozze. E lui doveva adattarvisi, pur essendo convinto, come diceva, che «in Paradiso non si va in carrozza».
Sulle strade ferrate
Con lo sviluppo crescente delle strade ferrate, le vetture pubbliche vennero ad assumere un ruolo complementare e sussidiario rispetto al nuovo mezzo di trasporto. La maggior economia che si faceva viaggiando in «vapore» avvantaggiava tutti e soprattutto chi, come Don Bosco, viaggiava abitualmente in terza classe. Non parliamo poi del risparmio di tempo, che si ridusse praticamente ad un terzo. Il cavallo infatti non supera nel trotto i 10-12 chilometri orari. Quindi, con le relative fermate alle stazioni di posta, un viaggio come quello Torino-Asti poteva durare con le vecchie diligenze anche otto ore, non molto meno col velocifero. Per ferrovia, negli anni ’60, sarebbe durato normalmente, e con treni che fermavano a tutte le nove stazioni del percorso, un’ora e 40 minuti. Il tratto Torino-Genova, che importava un viaggio in diligenza di circa 25 ore, lo si poteva fare in treno in 8 ore circa. Si era ancora a una bella distanza dalle velocità attuali, ma, a quei tempi, pareva già qualcosa di impressionante. Non mancavano inconvenienti che ora sembrerebbero insopportabili, come le frequenti fermate, il gran freddo d’inverno, la mancanza di servizi, l’incomodo del fumo della vaporiera e simili. Si pensi solo ai passaggi rumorosi ed emozionanti nelle gallerie! Mettersi in treno a quei tempi sembrava ancora affrontare un rischio e la paura di un disastro non era del tutto assente.
Quando, nel 1858, Don Bosco fece il suo primo viaggio a Roma, provvide, per l’occorrenza, non solo al passaporto ma anche a fare testamento. Fece in treno però solo il tratto Torino- Genova, che era stato completato nel 1853 con la galleria dell’Appennino. Nel 1858 il prezzo di quel viaggio era di lire 16.60 in prima classe, 11.60 in seconda e 8.30 in terza, un bel risparmio rispetto alle trenta lire della diligenza.
A Genova Don Bosco dovette imbarcarsi sull’Aventino, un battello a vapore che faceva servizio per Civitavecchia. Si prese la febbre ed il mal di mare. Da Civitavecchia a Roma viaggiò su una vettura postale tirata da sei cavalli.
Dopo il 1858 i viaggi di Don Bosco in ferrovia non si contano più. Basti pensare ai 20 viaggi a Roma dal 1858 al 1887, ai 12 in Francia dal 1876 al 1886, al viaggio in Austria del 1883, e a quello in Spagna del 1886.
Nei suoi frequenti viaggi ferroviari Don Bosco non restava inoperoso. Nonostante il disagio fisico, spendeva il tempo nella correzione di bozze o in conversazione con i compagni di viaggio, per istruire gli ignoranti, confondere i malvagi, difendere, se necessario, le sue opere. Esercitava a volte anche il ministero sacerdotale, quando non si raccoglieva in preghiera.
L’ultimo viaggio
Con il ritorno da Roma nel maggio del 1887 Don Bosco chiuse il suo lungo pellegrinare per le vie del mondo. Per ordine medico, e per il fatto stesso di non potersi più reggere in piedi, si valse ancora al pomeriggio di una carrozza regalata per qualche breve uscita in città, in luglio, poi, fu costretto a lasciare il caldo afoso di Torino e passare qualche giorno a Lanzo. Là, ogni sera, faceva una breve passeggiata su una sedia a rotelle uso carrozzella, sospinta dal fedele segretario Don Viglietti. Fu sentito esclamare: «io che sfidavo i più snelli a fare i salti, ora debbo camminare in carrozza con le gambe altrui!».
Nell’ultima malattia del dicembre ’87 – gennaio ’88, al dottor Fissore che gli faceva coraggio, rispose: «Dottore, che? vuol far risorgere i morti? Domani… farò un viaggio più lungo!».
E quello del 31 gennaio 1888 fu il suo ultimo viaggio.

