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La personalità di don Bosco, fu il risultato tra la sua natura impulsiva e focosa e la mansuetudine conquistata attraverso un costante lavoro di autoeducazione. Di statura medio-bassa e aspetto dimesso, nascondeva un carattere forte e determinato. Testimonianze di contemporanei confermano il suo temperamento “facilmente accendibile”, ostinato e incline all’ira, che seppe sublimare trasformando l’aggressività in tenacia e perseveranza. Questa conquista dell’autocontrollo fu fondamentale per il suo metodo educativo. Divenne modello di pazienza, umiltà e dolcezza, qualità non innate ma faticosamente acquisite, che gli permisero di comprendere e aiutare i giovani più fragili della Torino industriale.
Perché cominciò ad educare sé stesso.
Giovanni Bosco rappresenta una delle figure più affascinanti della pedagogia ottocentesca: un uomo dalle apparenze modeste che nascondeva una personalità straordinaria. Dietro la statura medio-bassa e il portamento dimesso di un contadino piemontese si celava un carattere forte e determinato, forgiato attraverso un costante lavoro su sé stesso. Il contrasto tra la sua natura impulsiva e focosa e la mansuetudine che riuscì a conquistare con gli anni rivela il segreto della sua grandezza educativa. Don Bosco non nacque santo: divenne un modello di pazienza e dolcezza proprio perché seppe dominare un temperamento “facilmente accendibile” e trasformare la propria aggressività in tenacia, la propria ostinazione in perseveranza. Questo cammino di autoeducazione, iniziato fin dall’infanzia, fu la chiave che gli permise di comprendere i giovani più fragili della Torino industriale e di dedicare loro un’opera destinata a cambiare la storia dell’educazione.
Chi conobbe don Bosco lo ha descritto piccolo, esile, dimesso nel portamento, trascurato nei capelli ricciuti e con le orecchie piuttosto grandi, mentre nelle fotografie egli “cresce”, diventa più alto (per il taglio dello spazio sopra il capo, gli effetti verticali da rimarcatura delle pieghe dell’abito, lo spostamento della sua figura dal centro a un lato della scena), il suo volto si ingentilisce e, per i ritocchi, a volte diventa persino bello.
Nella realtà don Bosco adulto era fisicamente un brachitipo di statura medio-bassa (alto un metro e sessantatré centimetri), che camminava «… un po’ dondolante» (MB, VI, 2) come i contadini. Era dotato di una forza fisica straordinaria; aveva praticato il culturismo e il body-building coltivando i campi o nei lunghi allenamenti da saltimbanco per divertire i compagni. Il suo volto poi non aveva nulla dell’asceta; era un viso aperto, cordiale, bonario, paterno anche se fiero e coraggioso, che traluceva generosa bontà.
Il profilo psicologico di don Bosco adulto era quello di un soggetto “cosiddetto normale” (“cosiddetto”, poiché il normale in senso assoluto non esiste), dall’io forte, dinamico, qualificabile dall’azione per un profondo senso del dovere e per una chiara consapevolezza della propria responsabilità. E poiché c’è sempre un rapporto tra essere e agire, aveva una personalità attiva, perseverante, tenace, estroversa; era un prete ‘ ‘in maniche di camicia’ ‘, laborioso e allegro, che preferiva persuadere più con i fatti che con le parole.
Aveva però la pazienza, la concretezza, la tenacia di chi è figlio della terra, come testimoniò don Giovanni Battista Lemoyne: «Ci diceva: — Nelle più grandi difficoltà, non perdo mai di vista la meta. Quando incontro un ostacolo, non mi perdo d’animo, faccio come colui, che andando per la strada, ad un punto la trova sbarrata da un grosso macigno. Se non posso levarlo di mezzo, ci monto sopra, o vi giro attorno, oppure lasciata a quel punto l’impresa incominciata, per non perdere inutilmente il tempo nell’aspettare, dò subito mano ad altro. Intanto col tempo le cose maturano: gli uomini cangiano e le primitive difficoltà si appianano. Io però non perdo mai di vista l’opera intrapresa—» (PC, 665-666).
Pur nella sicurezza che il Signore l’avrebbe aiutato, don Bosco non tralasciò mai di usare tutti i mezzi per superare i molti ostacoli, applicando alla lettera il detto: “Aiutati che Dio t’aiuta”. E di ostacoli ne aggirò molti, anche perché la sua vita si svolse in un periodo di grandi trasformazioni, così che si trovò coinvolto in un’epoca di cambiamenti, quale ad esempio il passaggio da una società a economia agricola ad una a economia industriale.
La città di Torino era in quegli anni protagonista di un notevole sviluppo demografico. Sotto la spinta dell’espansione industriale, vi giungevano dalle altre province e dalle regioni limitrofe, Lombardia compresa, persone singole (specie ragazzi) o intere famiglie per cercarvi lavoro. Come scrive Stella (1979, I, 104) vi abbondavano i «… ragazzi che occupavano le strade, le piazze e i prati, figli di famiglie disagiate, di genitori spesso disoccupati, senza un mestiere, senza la speranza di averne; oppure che si procuravano un qualsiasi impiego pur di vivere, pur di sollevare le proprie condizioni di vita».
In quel clima di confusione, don Bosco s’accorse che i ragazzi e i giovani rappresentavano una delle parti più fragili della società (quella che paga più caro il prezzo di qualsiasi trasformazione sociale) e che bisognava organizzare qualcosa di più rispondente ai “segni dei tempi” per aiutarli. Per queste ragioni proprio al Rifugio, come abbiamo già scritto, diede inizio l’8 dicembre 1844 all’Oratorio, che rappresentò una nuova modalità di aggregazione dei giovani, frutto della sua apertura sociologica. Lo intitolò a San Francesco di Sales, il vescovo di Ginevra morto nel 1622, perché come spiegò don Bosco stesso: «… la parte di quel nostro ministero esigendo grande calma e mansuetudine, ci eravamo messi sotto la protezione di questo Santo, affinché ci ottenesse da Dio la grazia di poterlo imitare nella sua straordinaria mansuetudine…» (MO, 141).
“Tutto sotto controllo”
Don Bosco ebbe senz’altro difficoltà a sublimare le sue pulsioni istintive per il suo temperamento «facilmente accendibile ed insieme poco pieghevole e duro» (MB, I, 94). Mentre infatti il fratello Giuseppe era mite, docile, paziente, Giovanni rivelò fin da piccolo un temperamento impulsivo, focoso e talora persino violento, come quando percosse a «… colpi di pugni» alcuni ragazzi che bestemmiavano (MB, I, 124). Provava inoltre difficoltà a obbedire, a sottomettersi e spesso era anche un bambino ostinato. Il suo parroco, teologo Pietro Antonio Cinzano, lo definì «testardo» (MB, IV, 286).
La tendenza all’aggressività, pur se controllata, traspariva anche da chierico e da sacerdote. Scrisse don Giovanni Giacomelli, suo compagno di seminario e grande amico: «Di natura sensibilissimo anche per le piccole cose, si capiva come senza virtù si sarebbe lasciato sopraffare dalla collera. Nessuno dei nostri compagni, ed erano molti, inclinava come lui a tale difetto. Tuttavia era evidente la grande e la continua violenza che faceva per contenersi» (MB, I, 407).
Anche don Giovanni Battista Lemoyne testimoniò: «Dimostrò anche fortezza d’animo nel vincere il suo naturale focoso, in modo da apparire un uomo dei più mansueti. Egli stesso mi confidò che nella sua fanciullezza e gioventù si sentiva fortemente inclinato all’ira, ma col tempo venne ad avere tal padronanza di sé, da parere talora, anche in incontri dolorosi, quasi insensibile» (PC, 665).
Il teologo Ascanio Savio mise in evidenza il suo «… naturale bilioso» (MB, IV, 559) e lo stesso don Cafasso affermò che «… bisognava lasciarlo fare a modo suo» (MB, III, 50); persino il dottor Giovanni Albertotti (1929), che lo curò negli ultimi sedici anni di vita, ne rilevò, nella sua breve biografia dedicata all’illustre paziente, il carattere “pronto e focoso”. Don Michele Rua infine sottolineò la fatica che fece Giovanni Bosco per controllare queste sue pulsioni aggressive:
«Don Bosco era di carattere focoso, come io e molti altri con me abbiamo potuto constatare; poiché in varie circostanze ci accorgemmo quanta violenza dovesse farsi per reprimere i moti di collera per le contrarietà che gli succedevano.
E se questo si verificava nella sua età avanzata, lascia luogo a credere che ancor più vivo fosse il suo carattere nella gioventù. Se non che, ad imitazione di San Francesco di Sales, conoscendo questa sua inclinazione, vegliava continuamente sopra sé stesso, in guisa da conservar ognor la calma, ed essere un modello di pazienza, mansuetudine e dolcezza» (PC, 667).
Sublimando la propria aggressività, don Bosco divenne infatti un modello di pazienza, mansuetudine e tolleranza, al punto che da adulto mantenne quasi sempre la calma, la dolcezza di cuore e la serenità di mente. Inoltre la sublimazione di tale pulsione gli fruttò tenacia, perseveranza e costanza. Affrontò infatti con sicura determinazione tutti gli ostacoli che incontrò nel corso della vita, da quelli relativi all’Oratorio “ambulante” (1844-1846) all’espansione della famiglia salesiana, all’approvazione della stessa Società.
Don Bosco diede una grande prova di tenacia percorrendo l’iter che lo portò alla fondazione della Società salesiana. Dopo aver infatti maturato, negli anni 1854-1859, l’idea di un’associazione religiosa, dovette comunque aggirare la legge del 29 maggio 1855, che decretava la soppressione delle comunità religiose e l’incameramento dei loro beni. Con perseveranza, lottando quindici anni, egli arrivò alla fondazione della Società salesiana, e «… seppe superare tutte le traversie della vita per arrivare al suo scopo» (MB, I, 95), riuscendo sempre a concludere le opere intraprese.
Umile, forte, robusto
Da adulto don Bosco fu lottatore tenace, capo rassicurante e trascinatore; e soprattutto dotato di spirito di sacrificio, di costanza e di umiltà. Scrive Braido: «È, tuttavia, uomo discreto e saggio. Per non appesantire la sua azione, non si lascia prendere dall’ingordigia del bene. Don Bosco, in questo senso, pensa che l’ottimo è nemico del bene. Quindi, la sobrietà, la prudenza, il senso del limite lo guidano nella attuazione pratica della “apertura”».
L’umiltà non fu certa una mèta facile da raggiungere per una personalità come quella di don Bosco, caratterizzata da un io forte, vincente, da leader. Egli stesso, riferendosi al suo passato soggiorno presso il seminario di Chieri, così ricordò: «In certi giorni era permesso il giuoco dei tarocchi, e a questo ci ho preso parte per qualche tempo. Ma anche qui trovava il dolce misto coll’amaro. Sebbene non fossi valente giuocatore, tuttavia era così fortunato, che guadagnava quasi sempre. In fine delle partite io aveva le mani piene di soldi; ma al vedere i miei compagni afflitti perché li avevano perduti, io diveniva più afflitto di loro. Si aggiunge che nel giuoco io fissava tanto la mente, che dopo non poteva più né pregare, né studiare, avendo sempre l’immaginazione travagliata dal re da cope e dal fante da spada, dal 13 o dal quindici da tarocchi. Ho pertanto presa la risoluzione di non più prendere parte a questo giuoco, come aveva già rinunziato ad altri. Ciò feci alla metà del secondo anno di filosofia 1836» (MO, 93).
E ancora da chierico condannò severamente certi scatti del suo carattere e volle combattere le proprie «… passioni, specialmente la superbia che nel mio cuore aveva messo profonde radici».
Nella sua pedagogia don Bosco privilegiò la virtù dell’umiltà, e fu il primo a darne l’esempio, umiliandosi per tutta la vita a stendere la mano a chiunque avrebbe potuto aiutarlo. Fin da giovane si allenò all’umiltà, da quando, per le violenze del fratellastro più vecchio, dovette uscir di casa e mendicare lavoro alla cascina Moglia dove, oltre al mantenimento, guadagnava quindici lire l’anno.
Leggendo attentamente la vita di don Bosco si rimane particolarmente colpiti dalle “buone maniere” che egli usava normalmente con tutti e in particolar modo con le persone umili, del popolo. Da sacerdote dava del “voi” persino ai carcerati; si scopriva poi il capo anche davanti ai portinai dei palazzi, quando si rivolgeva loro per cercare qualche persona. Se arrivava a Valdocco qualche ospite importante, lo accoglieva con ogni senso di rispetto, accompagnandolo, sempre con la sua berretta in mano, per tutta la Casa.
Don Bosco parlava, predicava e scriveva in modo semplice e comprensibile a tutti (e anche questo è un segno d’umiltà). C’era inoltre in lui un riservato pudore, un privato riserbo per tutto quello che riguardava il suo mondo personale, che raramente traspariva. Sia quando parlava che quando scriveva (e ci riferiamo particolarmente all’epistolario), se citava sé stesso, usava la terza persona per esprimersi in modo non soggettivo, come se parlasse di un altro. Nei suoi scritti poi soleva preporre, quale segno d’umiltà, il semplice appellativo “sacerdote” al suo nome e cognome. E ancora basta guardare le sue fotografie, dove l’espressione del viso non sottintende proprio l’intenzione di dare un’immagine carismatica di sé.
Giacomo DACQUINO, Psicologia di don Bosco, pag. 50 e ss.

