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La fontana di Mamma Margherita ai piedi del Colle Don Bosco (anni ’60)
Conosciamo don Bosco (2). Margherita, madre cristiana ed educatrice
Il piccolo Giovannino crebbe in una dinamica familiare complessa dove la madre Margherita Occhiena svolse un ruolo cruciale. Dopo il trasferimento del 1817 nella casetta dei Becchi, Margherita si trovò a gestire tre figli dai temperamenti molto diversi: il vivace e intraprendente Giovanni, il mite Giuseppe e il problematico figliastro Antonio. Nonostante le tensioni familiari e la povertà, questa donna vedova e analfabeta riuscì a trasmettere ai figli un’educazione cristiana esemplare, radicata nella tradizione piemontese. Una pedagogia equilibrata tra rigore e amorevolezza che ha plasmato la personalità e la vocazione del futuro fondatore dei Salesiani.
Perché sulle ginocchia di sua madre ha imparato che cos’è un sistema educativo
Quando nel 1817 la famiglia si trasferì nella casetta, essa comprendeva Margherita Occhiena Bosco (29 anni), la suocera Margherita Zucca (65 anni) e i tre giovani Bosco: Antonio Giuseppe, Giuseppe Luigi e Giovanni Melchiorre (rispettivamente di 9, 5 e 2 anni).
I tre ragazzi Bosco erano diversi tra loro. Giovanni era vivace, perspicace, fantasioso, intraprendente, con un grande desiderio di scoprire e imparare; sembrava che fosse nato per essere un leader. Il fratello Giuseppe, invece, era essenzialmente un gregario. A parte qualche occasione in cui si mostrò volubile e testardo, era generalmente gentile e di modi dolci, paziente e riservato. Al contrario Antonio, il figliastro di Margherita, sembra – secondo i dati offertici dalle Memorie e da altre testimonianze raccolte da Lemoyne — che sin dall’inizio fosse problematico. Orfano di madre all’età di 4 anni ed ora privo del padre, sembra che si sentisse un estraneo in casa, sebbene fosse il più grande dei fratelli; eppure, raggiunta la maggiore età (che in quel tempo era al compimento dei 21 anni), sarebbe diventato il capofamiglia, secondo la consuetudine piemontese. Crescendo si mostrò più difficile. Viene descritto come disobbediente e irrispettoso nei confronti della matrigna, nonostante la dolcezza e l’attenzione da lei prestatagli. In seguito, lo vediamo ostinato e contrario alla frequenza scolastica di Giovanni. I due, poi, avevano un carattere incompatibile che rendeva tesi i loro rapporti. Pare che dopo la morte della nonna paterna, Margherita Zucca († 1826), Antonio, diciottenne, fosse diventato ancora più scontroso. D’altra parte, era lui a portare il peso maggiore del lavoro agricolo. La preoccupazione che il conflitto in casa potesse diventare più serio e pericoloso, convinse infine Margherita sull’opportunità di inviare Giovanni a lavorare come garzone in una fattoria delle vicinanze, fin quando non si fossero definite le questioni riguardanti la divisione della proprietà tra i figli. Dobbiamo riconoscerle la capacità di mantenere unita la famiglia, nonostante le tensioni, ed evitare il completo isolamento di Antonio.
Nella biografia edificante di Margherita scritta da Lemoyne sono riportati molti esempi della sua spiritualità e devozione. È descritta come una donna pia e devota, con un carattere forte, totalmente dedita ai figli e al servizio di Dio e del prossimo. Il biografo evidenzia in particolare la sua attività di educatrice cristiana, così come fecero i testimoni al processo diocesano per la beatificazione di don Bosco. Leggiamo come ella seppe curare l’educazione dei figli insegnando loro il catechismo, portandoli in chiesa, preparandoli ai sacramenti, ecc.. Rivolse i suoi sforzi migliori soprattutto al loro sviluppo come persone, poiché desiderava dare ai figli una forte coscienza morale e le risorse spirituali e umane per l’impegno concreto nella vita. Insegnò loro a sentire la presenza di Dio, a credere nella sua amorevole provvidenza, a vivere nell’onestà e integrità, ad amare il lavoro e la fatica, ad essere fedeli agli impegni, capaci di sentire e rispondere ai bisogni degli altri. Li educò all’ottimismo cristiano e alla speranza della ricompensa divina.
Oltre all’educazione materna, molti altri fattori contribuirono a formare Giovanni dal punto di vista morale, religioso e spirituale. Innanzitutto il carattere regionale: i contadini piemontesi erano persone industriose, lavoratori instancabili, perseveranti e anche caparbi nel perseguire i propri obiettivi, ma non per questo scortesi o asociali. Come i suoi antenati, Giovanni crebbe con la passione per il lavoro e il desidero di migliorare la propria condizione, passione che non condizionò mai il suo temperamento e il suo sorriso sempre pronto. Un secondo fattore è costituito dalla fede cattolica che permeava la storia, la cultura e l’identità piemontese fin dall’antichità. Le tradizioni cattoliche, radicate profondamente nelle coscienze, erano alimentate dalla parrocchia, centro della vita sociale e religiosa. Le nuove idee scaturite dalla rivoluzione francese, e divulgate nel periodo del dominio napoleonico, vennero viste con sospetto e timore, ritenute anti-cristiane, e non scalfirono l’identità spirituale della popolazione. Plasmato in quest’ambiente Giovanni non avrebbe potuto concepire una vita sociale, religiosa e spirituale fuori della tradizione del cattolicesimo romano.
Margherita allenò i suoi figli ad una vita di fatica e austerità: cibo estremamente semplice, duri materassi di foglie di granoturco e sveglia all’alba. Ma soprattutto si adoperò moltissimo per insegnar loro la religione, per formarli all’obbedienza e assegnar loro i lavori compatibili con la loro età. La famiglia Bosco pregava insieme, mattina e sera. Don Bosco scrive nelle Memorie dell’Oratorio: “Finché era piccolino mi insegnò ella stessa le preghiere; appena divenuto capace di associarmi coi miei fratelli, mi faceva mettere con loro ginocchioni mattino e sera e tutti insieme recitavamo le preghiere in comune colla terza parte del Rosario”. Erano usanze comuni in quel tempo tra le popolazioni piemontesi: preghiere in comune, rosario ogni sera; recita dell’Angelus tre volte al giorno al suono della campana, interrompendo ogni lavoro. Anche se analfabeta, Margherita conosceva a memoria le principali lezioni del catechismo. Al riguardo Lemoyne afferma: “Margherita conosceva la forza di simile educazione cristiana e come la legge di Dio, insegnata col catechismo tutte le sere e ricordata anche lungo il giorno, fosse il mezzo sicuro per rendere i figli obbedienti ai precetti materni. Essa quindi ripeteva le domande e le risposte tante volte quante era necessario perché i figli le mandassero a memoria”.
Lo stesso don Bosco conferma le parole di Lemoyne e scrive, facendo riferimento al momento della sua prima comunione: “Sapevo tutto il piccolo catechismo, ma per la lontananza dalla chiesa, ero sconosciuto al parroco e dovevo quasi esclusivamente limitarmi alla istruzione religiosa della buona genitrice”.
Fu così che Margherita instillò nella mente dei figli l’idea di un Dio personale, sempre presente, misericordioso e giusto insieme. E don Bosco si mostrò convinto della presenza personale e costante di Dio, un Dio di infinita grandezza, ma anche di infinito amore, che ci dà il “nostro pane quotidiano”, che ci perdona i peccati e aiuta noi, poveri peccatori, a non cadere ancora nel peccato.
Quando Giovanni raggiunse i sette-otto anni, Margherita lo preparò con attenzione alla sua prima confessione. Il “peccato” assunse per lui un aspetto orribile e spaventoso. Durante la Pasqua del 1827, con un’attenzione ancor più grande Margherita preparò il suo ragazzo alla prima Comunione. Tre volte durante la quaresima lo accompagnò al confessionale e quando, in casa, Giovanni pregava e leggeva un libro spirituale, lei, vedendolo impegnato nella preghiera, gli prodigava i suoi consigli materni. Quando arrivò il grande giorno, lasciò Giovanni solo nel silenzio del suo raccoglimento. In chiesa assistette alla sua “preparazione” e al “ringraziamento” dopo la Santa Comunione, aiutandolo a ripetere le preghiere che il parroco leggeva dall’altare.
Fu quindi sotto la guida di sua madre che il giovane Giovanni visse l’esperienza personale di una vita sacramentale che in seguito, da sacerdote, non si sarebbe mai stancato di instillare ai propri discepoli. L’educazione religiosa e morale di Margherita apparteneva alla tradizione piemontese e il rapporto severo tra genitori e figli, tipico delle famiglie piemontesi, la rendeva ancora più rigorosa. Ma questi tratti erano temperati dal suo costante appello alla ragione e alla religione con tanta amorevole premura personale. Il successo di Margherita può essere attribuito alla sua saggezza e ad uno stile educativo illuminato che bilanciava ogni vincolante rigore della tradizione.
II biografo, riferendosi alla speciale attenzione di Margherita per Giovanni, nel quale vedeva eccezionali potenzialità, scrisse: «[La preparazione di Giovanni] fu opera di Margherita, colle sue sante industrie e la sua antiveggenza, che non contrastava, ma andava modificando e rivolgendo a Dio le inclinazioni e i doni naturali, dei quali era arricchito Giovanni. Manifestava egli grande apertura di mente, attacco ai propri giudizi, tenacità di propositi; e la buona madre lo assuefece ad una perfetta obbedienza, non lusingandone l’amor proprio, ma persuadendolo a piegarsi alle umiliazioni inerenti al suo stato: in pari tempo non lasciò mezzo intentato, perché potesse darsi agli studi, e ciò senza affannarsi soverchiamente e lasciando che la divina Provvidenza determinasse il tempo opportuno. Il cuore di Giovanni, che doveva un giorno aver ricchezze immense di affetto per tutti gli uomini, era pieno di esuberante sensibilità che poteva riuscir allora pericolosa, se fosse stata assecondata: Margherita non abbassò mai la maestà di madre a inconsulte carezze, o a compatire o tollerare ciò che poteva avere ombra di difetto; non per questo ella usò mai con lui modi aspri o maniere violente, che lo esasperassero o fossero cagione di raffreddamento nella sua figliale affezione. Giovanni aveva in sé quel sentimento di sicurezza nell’agire, pel quale l’uomo sentesi naturalmente portato a sovrastare e che è necessario in chi è destinato a presiedere alle moltitudini, ma che si può con tanta facilità trasmutare in superbia; e Margherita non esitò a reprimerne i piccoli capricci fin dal principio, quando egli non poteva ancor essere capace di responsabilità morale. Quando però lo vedrà primeggiare fra i compagni per scopo di fare il bene, osserverà in silenzio i suoi andamenti, non contrarierà le sue piccole imprese, e non solo lo lascerà libero di agire a suo piacimento, ma gli procaccerà ancora i mezzi necessari, anche a costo di sue privazioni. Per tal modo ella dolcemente e soavemente s’insinuerà nell’animo di lui e lo piegherà a far sempre la propria volontà».
Ma nell’insieme, nel contesto culturale contadino, il ritratto di Margherita come educatrice disegnato da Lemoyne suona veritiero. Questi riporta, tanto nella biografia quanto nelle Memorie biografiche, esempi della sua fermezza, della gentilezza e della saggezza che mostrò come educatrice cristiana. Il biografo, però, si concentra maggiormente sul supporto che Margherita diede a Giovanni, su come lo accompagnò passo dopo passo nel suo percorso vocazionale.
Arthur J. LENTI, Don Bosco storia e spirito, volume 1, pag. 146

