8 Gen 2026, Gio

⏱️ Tempo per lettura: 39 min.

Credenti, liberi per servire

Commento alla Strenna 2026

Introduzione
a. Il primo segno di Gesù è un ‘portale d’ingresso’
b. L’irruzione definitiva di Dio nella storia
c. Gesù inaugura una relazione d’amore, un’alleanza di bontà e abbondanza
1. GUARDARE – Accoglienza dei segni dei tempi
a. Maria non era un ospite “neutro”
b. Le sfide e le difficoltà vanno riconosciute e affrontate, non accantonate
c. La storia è lo scrigno rivelatore dell’azione di Dio
d. Invito alla riflessione
2. ASCOLTARE – Radicati nella fede in Cristo
a. Gli eventi vanno letti e vissuti alla luce di Cristo
b. La volontà di Dio emerge dagli eventi che viviamo
c. Un processo nutrito e illuminato dalla Parola
d. Invito alla riflessione
3. SCEGLIERE – Vivere la chiamata con libertà
a. Ascolto libero insieme a una fiducia completa
b. Ogni azione ha senso – logos – soltanto nella e dalla Parola – Logos
c. Pericolo di una fede che si adegua alla cultura dominante
d. Invito alla riflessione
4. AGIRE – Servire con totale generosità
a. Servire in maniera libera perché radicati in Cristo
b. Cooperatori nel progetto di Dio per i giovani
c. L’audacia della fede
d. Invito alla riflessione
5. 150 anni – Salesiani Cooperatori: il sogno profetico di don Bosco continua
6. Alcune proposte pastorali
1. “Fate quello che vi dirà”: verso una pedagogia dell’ascolto personale
2. Maria a Cana: educatrice della libertà autentica
3. L’arte di leggere i segni dei tempi con i giovani
4. Scegliere: la libertà cristiana come risposta vocazionale
5. I 150 anni dei Salesiani Cooperatori: un modello per oggi
Conclusione

Carissimi Confratelli,
Figlie di Maria Ausiliatrice,
Membri tutti della Famiglia Salesiana,
Giovani,

Ogni anno l’appuntamento con la STRENNA offre l’opportunità per tutti i Gruppi della Famiglia Salesiana di convenire attorno ad un tema particolare, per condividere e vivere momenti forti di preghiera e di riflessione, di ascolto e di fraternità. È un augurio e una speranza che ogni Gruppo – e le singole persone all’interno di esso – possa trovare cibo per il cammino, sostegno per il proprio vissuto educativo pastorale e personale.

Introduzione
La STRENNA che ci ha accompagnato l’anno scorso, costruita attorno al tema giubilare della speranza, ha offerto a tutti noi l’opportunità di guardare al mistero di Cristo come fonte di luce che ci aiuta a contemplare le meraviglie di Dio nel momento presente. Abbiamo vissuto momenti che ci hanno rafforzato nella fede in quello che il Signore ha ancora da rivelarci, e abbiamo percepito la speranza come forza del “già” e come coraggio del “non ancora”. Abbiamo anche contemplato come per don Bosco la forza della speranza lo abbia aiutato e sostenuto nel suo cammino di scoperta e di messa in pratica del progetto di Dio.
150 anni fa la speranza è stata il motore del cuore pastorale di don Bosco, un cuore capace di leggere i segni dei tempi e di guardare al mondo sostenuto dalla fede in Dio. La commemorazione del centocinquantesimo anniversario della prima spedizione missionaria salesiana non vuole essere una celebrazione circoscritta ad un momento cronologico. Ricordando questo momento storico noi abbiamo contemplato come lo spirito di Dio in don Bosco abbia trovato un cuore aperto e disponibile. Quella di don Bosco è stata una risposta che ha saputo superare una visione ristretta e autoreferenziale della vita.
Don Bosco viveva a Torino, ma il suo cuore e la sua mente abitavano il mondo intero. La sua era una speranza fondata sulla certezza che – una volta scoperto il progetto di Dio – altra via non c’è se non seguire la sua volontà fino in fondo. Contemplando la virtù teologale della speranza che animava la sua vita, noi possiamo intravedere quello che già i primi suoi discepoli sentivano e più tardi commentarono: don Bosco uomo di fede, don Bosco credente, “don Bosco con Dio”.
Vorrei quest’anno proporre come strenna il tema della fede. Esso è emerso in maniera graduale ma chiara quando all’inizio del mese di giugno 2025 i vari Gruppi della Famiglia Salesiana si sono incontrati per la Consulta Mondiale. Le riflessioni condivise indicavano il tema della fede: non solo come naturale proseguimento della speranza ma come “fondamento” della stessa. Se la forza della speranza si fonda sulla fede, una vita davvero piena di speranza riporta ad una più profonda e autentica relazione di fede con Gesù, il Figlio del Padre, fatto uomo per noi e che continua a essere presente in mezzo a noi con la forza dello Spirito. Sarà dunque come un pellegrinaggio nella fede di tutta la Famiglia Salesiana: insieme per rinnovarci, insieme per vivere nel mondo come cristiani (e salesiani).
Nella sua prima Lettera Enciclica Lumen fidei[1], Papa Francesco offre al riguardo alcuni spunti molto pertinenti. Innanzitutto, come introduzione generale al tema della fede, Papa Francesco ci invita a una correzione di sguardo: la fede non come qualcosa di teologicamente lontano ma come “una luce da scoprire”. Credere, vivere di fede significa voler camminare nella luce. Fede, allora, è quel fondamento che abbiamo e quel cammino che intraprendiamo perché davvero vogliamo vivere la vita in maniera bella e sana. Abbracciare la fede esprime quel desiderio profondo di vivere nella luce, rifiutando di vivere nel buio, nel vuoto, nel non-senso. Scrive Papa Francesco che questa chiamata a “recuperare il suo carattere di luce” la vogliamo percorrere “perché quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore. La luce della fede possiede, infatti, un carattere singolare, essendo capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo” (n.4).
Questo primo invito ci interpella direttamente quando riconosciamo che la nostra missione è di educare alla fede e nella fede. La sfida che immediatamente emerge è molto evidente: come possiamo farlo se questa fonte di luce in me si va spegnendo? Come possiamo rimanere tranquilli quando ci rendiamo conto che lo spegnimento di luce nel nostro cuore significa alla lunga lasciare i giovani e tutti coloro che accompagniamo nelle tenebre più fitte?
In più, questa luce ha alcune caratteristiche che vanno nominate. Sono caratteristiche che si presentano come degli appigli necessari nei momenti duri e difficili nel cammino della fede.
Prima di tutto per la sua potenza la luce della fede “non può procedere da noi stessi, (ma) deve venire da una fonte più originaria, deve venire, in definitiva, da Dio” (n.4). Non si tratta in effetti di offrire cose umane, intelligenti e professionali, ma molto di più. E allora questa luce non è nostra, ma è a noi concessa.
C’è un secondo aspetto, frutto di questa straordinaria gratuità divina, e Papa Francesco lo descrive in termini insieme profondi e teneri: “la fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita”. La fede non è un prodotto. Nasce non tanto “dall’incontro con Dio”, ma “nell’incontro con Dio”. Un incontro che va vissuto come espressione di piena libertà e come fonte continua che ci alimenta con la sua luce.
Questa breve introduzione già mette le basi necessarie per collocare il tema della fede all’interno di una dinamica relazionale. Una dinamica che è tipica del nostro carisma salesiano. Il vissuto della fede nell’incontro con Gesù, Figlio di Dio, emerge come la spina dorsale delle nostre azioni per la forza del suo Spirito. Attraverso questa energia trinitaria noi siamo i primi beneficiari di quel dono che dà forma e significato a tutto ciò che siamo, e di conseguenza a tutto ciò che facciamo e proponiamo per la salvezza dei giovani.

“Fate quello che vi dirà”

Credenti, liberi per servire

Lasciamoci questo anno guidare da una frase dal Vangelo di Giovanni pronunciata da Maria proprio all’inizio dello stesso Vangelo. In quella che doveva essere una bella festa di nozze, emerge una difficoltà: manca il vino. Di fronte alla possibilità che una festa si tramuti in un fallimento, troviamo la reazione che esce dal cuore di Maria: bisogna intervenire. E ciò che Maria fa è semplicemente presentare a Gesù la reale situazione. Ma la sua ora, quella di Gesù, non è ancora venuta. Maria, la madre premurosa, con grande serenità, invita i servi unicamente a prestare ascolto a quanto Gesù dirà loro al momento della “sua ora”.
Quest’anno vi propongo di assumere l’invito di Maria, con lo stesso atteggiamento di disponibilità e libertà che vediamo nei servi. Anche noi, membri dei vari Gruppi della Famiglia Salesiana, dobbiamo ricordarci la verità della nostra scelta e identità: siamo dei servi, soltanto dei servi. E anche a noi Maria oggi dice: “Fate quello che vi dirà”. Qualsiasi cosa Gesù ci dica, bisogna semplicemente accoglierla, assumerla e viverla, senza se e senza ma.
Invito tutti, carissimi sorelle e fratelli, dopo aver vissuto la forza della speranza, quella “speranza che non delude”, a permettere che al nostro cuore giungano le parole di Maria, e a prestare il nostro sguardo e il nostro ascolto a Gesù, a quello che ci dirà, nella consapevolezza e nella gioia di essere servi.
Vogliamo essere sorretti dalla stessa fede nel riempire fino all’orlo le giare, nel portare l’acqua cambiata in vino alle realtà quotidiane che abitiamo e che condividiamo con tutti. Trovandosi molti di noi in prima linea in situazioni difficili e in luoghi critici, riconosciamo il rischio di una fede debole, qualche volta anche assente, con le drammatiche conseguenze che poi constatiamo, di una mancata condivisione del “vino” della bontà, dell’empatia e dell’amore.

Vangelo di Giovanni 2, 1-11

Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Entriamo nel vivo del brano che ha ispirato il titolo della STRENNA, con la meditazione del primo “segno” che Gesù compie a Cana di Galilea, come lo racconta Giovanni (2,1-11).
Tre brevi riflessioni introduttive ci offrono la chiave “ermeneutica” che rende il brano significativo per la nostra esperienza personale e comunitaria.

a. Il primo segno di Gesù è un ‘portale d’ingresso’
In una delle sue udienze, Papa Francesco commenta questo brano con un’immagine molto concreta. Dice che il primo segno di Gesù è “una sorta di ‘portale d’ingresso’, in cui sono scolpite parole ed espressioni che illuminano l’intero mistero di Cristo e aprono il cuore dei discepoli alla fede”[2]. Il primo segno di Gesù non è uno spettacolo da ammirare, è piuttosto un invito rivolto al cuore di ogni credente. In esso abbiamo il richiamo a quegli atteggiamenti che assicurano l’assunzione della proposta della fede in lui, come evocato alla fine del brano: “i suoi discepoli credettero in lui” (v.11). Questo primo segno a Cana va immediatamente al cuore del messaggio di Gesù: l’invito a scommettere la nostra esistenza sulla sua parola. “Cana” è – oggi – la casa dove abitiamo, l’opera dove viviamo la nostra missione, il gruppo di giovani, di docenti, di genitori che accompagniamo. Noi siamo i servi e i discepoli delle varie esperienze concrete e quotidiane.
E come a Cana, anche oggi Maria continua ad avere una missione fondamentale e fondante in questo processo. È lei che, camminando con noi, ci invita a fare il passo della fede, una fede liberamente assunta per poter essere servi autentici. E questo stesso processo, fatto di fede, libertà e servizio, è lo stesso che ha sperimentato don Bosco durante tutta la sua vita. Anche don Bosco, fin dal sogno di 9 anni, riconosce Maria come Madre e Maestra che lo sosteneva nella sua fede, che gli ha dato coraggio per essere un libero servo per i giovani nel campo da lei indicato.

b. L’irruzione definitiva di Dio nella storia
Un secondo spunto di riflessione lo offre Papa Benedetto XVI partendo dalle parole che introducono questo primo segno: “Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea.” (v.1)
Nel suo libro Gesù di Nazaret, Papa Benedetto dice che qui ci troviamo nel cuore del mistero di Dio che si manifesta. L’indicazione temporale è un simbolo di tutto l’agire di Dio nella storia. Il “terzo giorno” comunica l’anticipazione del compimento della storia di salvezza che avviene nella risurrezione di Cristo, il terzo giorno. Abbiamo in questo preciso momento, dice il Papa, “l’irruzione definitiva di Dio sulla terra[3]. Cana è un luogo che contiene in maniera umile e nascosta il compimento del progetto dell’amore di Dio per l’umanità. Cana è ogni luogo dove siamo mandati, in quanto spazio dove Dio continua a rendersi presente attraverso coloro che ascoltano la sua parola, la credono e la vivono.
Questa riflessione ha una portata davvero significativa per noi. Se “Cana” è ogni luogo che abitiamo, allora siamo noi coloro che il Signore chiama per essere segni e portatori del suo amore per i giovani, per l’umanità. Certamente non dipende da noi “l’irruzione di Dio sulla terra”, ma a noi è data l’opportunità di facilitarla come dono gratuitamente ricevuto e liberamente accolto. Ogni nostra azione vissuta in maniera generosa partecipa a questo disegno di Dio… ma anche ogni nostra resistenza o rifiuto rischiano di negare quel “vino buono” agli altri.

c. Gesù inaugura una relazione d’amore, un’alleanza di bontà e abbondanza
Un terzo spunto introduttivo, attinto sempre da Papa Benedetto XVI: l’ambiente della festa “nuziale” è la dimensione più appropriata che caratterizza la relazione di Dio con tutta l’umanità, l’alleanza nuziale per eccellenza.[4]
In verità, ci rendiamo conto che Gesù non viene semplicemente a lasciarci un messaggio. Attraverso questo primo segno quanto Gesù sta per inaugurare è una relazione d’amore, un’alleanza di bontà e abbondanza. Gesù ci invita ad entrare in una relazione viva e vivificante. Con lui abitiamo uno spazio sacro dove, prima di tutto, ci scopriamo amati. In questa relazione di amore noi siamo positivamente sfidati e incoraggiati a seguirlo.
Riconoscendo che siamo sempre in cerca di quel “vino buono” che non viene mai meno, la via da percorrere è una sola, quella indicata da Maria: “Fate quello che vi dirà”. La festa nuziale da una parte inaugura una nuova realtà e, dall’altra, conferisce un sigillo alla nuova ed eterna alleanza.
Possiamo dire che l’esperienza di Cana è un vero e proprio “grembo” nel quale la fedeltà di Dio ci viene incontro, completando e portando a pienezza la ricerca di amore da parte dell’uomo. Ciò vuol dire che quando viene l’ora, alla proposta di Gesù si risponde obbedendo (ob-audire), con l’ascolto della fede, vissuto fedelmente.
Il banchetto così diventa l’altare che distribuisce abbondantemente il vino nuovo della Parola. Una distribuzione generosa, frutto delle fede vissuta con libertà. Seguendo l’invito di Maria, questa vita illuminata dalla Parola di Gesù è vissuta nella forma del servizio per il bene di tutti, con piena disponibilità del cuore.

Alla luce del brano delle nozze di Cana, sono varie le sfide che la STRENNA 2026 ci comunica. Sono convinto che la chiamata per ogni Gruppo della Famiglia Salesiana a vivere meglio il proprio carisma, trovi in questo brano di Vangelo ulteriori stimoli per essere vissuta a favore dei giovani e di tutti coloro che condividono la missione salesiana. Non solo, ma anche per servire tante persone in varie parti del mondo a cui il Signore chiede di portare il vino della speranza, la gioia della comunione.

1. GUARDARE – Accoglienza dei segni dei tempi
Una prima chiamata che vi invito ad accogliere e su cui riflettere è circa l’atteggiamento di Maria: la donna attenta a ciò che stava capitando attorno a lei. Il vangelo ci dice semplicemente che “il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù” (v.1). Il vangelo non dà altre informazioni. Ma quando ascoltiamo queste poche parole e le colleghiamo con la sua reazione, cominciamo ad intravedere alcuni elementi significativi del cuore di Maria.

a. Maria non era un ospite “neutro”
La sua era una presenza attenta e viva a tutto ciò che stava capitando attorno a lei. In termini figurati ma densi possiamo dire che Maria ha abbracciato il tempo e la storia di coloro che l’hanno voluta come ospite alla loro festa di nozze. Maria poteva tranquillamente sentirsi una persona che non deve intromettersi, anche se intuiva la triste conseguenza della mancanza di vino. Eppure ha scelto di non rimanere indifferente.
Ecco un primo aspetto su cui noi – come seguaci di Gesù – siamo chiamati a interrogarci: in che misura ci sentiamo interpellati rispetto agli eventi della storia che stiamo vivendo e nei luoghi che abitiamo? Quale posizione prendiamo là dove possiamo anche scegliere di rimanere distanti perché su alcune cose “non tocca a me”, “non sono mia responsabilità”?
Alla luce di ciò che Maria ha fatto, di fronte alle sfide che ci circondano, ci sentiamo profondamente e personalmente interpellati. In una cultura dell’anonimato e dell’indifferenza, riconosciamo che anche noi rischiamo di vivere scelte all’insegna del “politicamente corretto”!
Abbracciare il tempo e la storia come atteggiamento esistenziale implica alcune esigenze che solo alla luce della fede in Cristo possiamo cogliere e assumere.
Nel campo educativo pastorale questa scelta di Maria è per noi un richiamo insieme forte e gentile a non cadere in quell’indifferenza che non solo giustifica le cose, ma anche passivamente e indirettamente le favorisce. Quante volte troviamo perfino gente cosiddetta ‘di chiesa’ che davanti al dramma dei rifugiati, dei poveri, dei vulnerabili, si ritirano nel loro ben-vivere considerandoli solo come disturbo e scarto?

b. Le sfide e le difficoltà vanno riconosciute e affrontate, non accantonate
Così ha fatto Maria a Cana. Quante volte ci capita che – davanti a situazioni impreviste di disagio – invece di affrontarle con la forza della serenità e della passione apostolica ne prendiamo le distanze, giustificandoci troppo facilmente! Il pericolo è che gradualmente tale inerzia pastorale possa diventare “cultura” anche tra noi. Aspettiamo – e chiediamo con forza – che gli altri facciano la loro parte, magari addossiamo loro le colpe, e così crediamo di anestetizzare le nostre coscienze, fingendo di credere che noi non abbiamo niente da offrire, o non siamo chiamati in causa.
Quando il povero bussa alla porta, non ci è lecito far finta di niente. Per il nostro padre e maestro don Bosco la sua risposta non partiva dai calcoli dei mezzi, ma dalla disponibilità del suo cuore, che era in sintonia con i giovani del suo tempo. Egli fin da subito fu mosso dal desiderio di entrare in contatto con loro, poveri e bisognosi come erano. Facciamo ben attenzione a non lasciarci prendere dalla prospettiva di una vita consacrata e pastorale fortemente condizionata da una mentalità borghese e selettiva. Il povero non lo scegliamo noi, ma a noi è mandato dalla Provvidenza. Accogliere i giovani poveri e fare tutto il possibile per loro è una chiamata che dobbiamo prendere sul serio.

c. La storia è lo scrigno rivelatore dell’azione di Dio
Un terzo spunto che cogliamo dall’azione di Maria è la consapevolezza che nei momenti piccoli e umili, quando vissuti con generosità, la storia diventa scrigno che rivela l’azione di Dio. Una semplice attenzione materna, un invito sollecito ai servi, preparano il terreno per l’ora di Gesù, per il suo primo segno. Quanto ci sorprende il Signore quando siamo attenti ai dettagli dell’umana esistenza, specialmente quando siamo con i poveri e i bisognosi! Quante vite hanno sperimentato il balsamo della misericordia di Dio attraverso gesti di attenzione da parte di educatori e educatrici che con materna bontà hanno regalato un sorriso, una parola di incoraggiamento, invece di sguardi di condanna o parole umilianti!
Tutta l’esperienza di don Bosco ci comunica che “il cortile”, quello fisico come quello metaforico, è il luogo della rivelazione della bontà di Dio. L’amorevolezza la comunichiamo vivendola in maniera serena quando siamo presenti tra e per i giovani, che così si sentono riconosciuti, apprezzati e amati. La condivisione la si costruisce nelle relazioni con i nostri collaboratori e collaboratrici quando ci chiedono quei “cinque minuti” di ascolto. La sapienza pastorale e educativa passa per la quotidianità dei gesti, vissuti con un cuore aperto, disponibile, attento e pieno di affetto.
Vale la pena richiamare qui una riflessione più che mai attuale offerta dal salesiano Dominic Veliath sul contesto dell’Asia Sud[5]. Egli scrive:
Il carisma salesiano è ancora in pellegrinaggio. Ogni pellegrinaggio comporta una certa dose di rischio; a volte ci si trova di fronte alla sfida di avventurarsi lungo un percorso che può sembrare ancora inesplorato. È in questo contesto che ogni salesiano, compreso quello del contesto sud asiatico, fiducioso nella presenza costante dello Spirito di Dio, radicato nel carisma salesiano e in comunione fraterna con l’intera Congregazione salesiana, è chiamato a continuare il suo cammino con un po’ di quella fiducia che è stata così acutamente descritta dal poeta Antonio Machado nella sua poesia: Caminante no hay Camino: “Viandante, non esiste il sentiero, il sentiero si fa camminando”.[6]
Maria, la donna attenta a ciò che stava capitando attorno a lei, ci invita a non rimanere lontani, indifferenti ai bisogni di coloro che il Signore ci chiede di accompagnare.

d. Invito alla riflessione
– Come comunità e gruppi chiediamoci se abbiamo spazi e momenti dove insieme riflettiamo sulle povertà che ci circondano.
– Chiediamoci se il nostro stile di vita sia davvero una testimonianza autentica per coloro che ci conoscono, per coloro che serviamo, a volte veri poveri in anima e corpo.
– Chiediamoci se i poveri sono numeri e un oggetto di ideologia e strategia pastorale, o se siamo per loro servi con i mezzi che abbiamo. Quanto generosi siamo con i nostri “cinque pani e due pesci”?

2. ASCOLTARE – Radicati nella fede in Cristo
Maria, attenta a ciò che le capitava attorno, dice ai servi: “qualsiasi cosa vi dica, fatela”. (v.5) L’invito è chiaro e semplice. Ma sappiamo bene che è anche molto impegnativo. Si tratta non soltanto di riconoscere gli eventi con le loro urgenze e necessità, ma di leggerli alla luce della fede in Cristo. Il più delle volte la lettura degli eventi la facciamo bene, in maniera professionale e competente, con analisi generalmente ben sviluppate e precise, a livello – per così dire – “orizzontale”. Ma per noi che seguiamo Gesù questo livello – che non deve mai mancare – va assolutamente accompagnato da quello “verticale”. Quanto è facile che, per rispondere alle varie emergenze, imbocchiamo la strada di una attività frenetica a favore dei poveri e dei bisognosi, e alla lunga, molte volte, finiamo per essere risucchiati in una voragine di attivismo che non ci lascia più tempo per guardare il volto di coloro che vogliamo servire, e neanche il volto di Colui che ci ha chiamato per servirli nel suo nome!

a. Gli eventi vanno letti e vissuti alla luce di Cristo
Maria invita ad una risposta che certamente viene incontro alla difficoltà inaspettata, ma con una indicazione ben chiara: “qualsiasi cosa (egli) vi dica, fatela”. L’accento primario non è su ciò che si deve fare, bensì su Colui che dice ciò che si deve fare! Gli eventi vanno letti e affrontati alla luce di Cristo. Questa è una indicazione irrinunciabile come anche una fonte di energia vera per chi crede. Ci sono diverse maniere di rispondere alle povertà. Il credente opta per questa: agire partendo dalla Parola di Gesù. Per il credente in Cristo vale ciò che tanti santi della carità hanno trasmesso con la loro vita e testimonianza. Lo stesso nostro padre don Bosco lo ha trasmesso in maniera netta: agire nel nome di Gesù.
È di grande rilevanza per noi quanto i primi salesiani hanno conservato nel loro ricordo della figura di don Bosco, soprattutto nei suoi aspetti più profondamento spirituali e mistici. In un articolo delle Costituzioni salesiane, l’articolo 10, che apre la sezione sullo spirito salesiano, troviamo la sintesi di questa chiamata che don Bosco visse in maniera autentica:

Articolo 10:
Don Bosco ha vissuto e ci ha trasmesso, sotto l’ispirazione di Dio, uno stile originale di vita e di azione: lo spirito salesiano.
Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio.

b. La volontà di Dio emerge dagli eventi che viviamo
In questa dinamica, radicata in Cristo, scatta un’esperienza che progressivamente ci fa svelare il piano di Dio. La volontà di Dio emerge dal di dentro della nostra collaborazione negli eventi che viviamo in Lui e per causa sua. E quando in sincerità siamo e agiamo a partire dal suo sguardo, il Signore della vita ci sorprende, sempre, nella maniera più inattesa. Credere allora non è una scelta che assicura successi e trionfi; credere è affidarsi nelle sue mani, è crescere nella sicura certezza che proviene da un cuore guidato dalla divina provvidenza. Se al posto di questa scelta radicale subentra la logica del calcolo, allora tutto prende un’altra direzione, di cui non conosciamo la meta. Maria rimane la guida di una fiducia totale e affidante. Così è stata, così continua a essere.
Nell’episodio evangelico che stiamo meditando, in effetti, non troviamo nessuna parola di dubbio o di sfiducia, o anche solo di rassegnazione da parte dei servi: solo gesti di fiducia, piena e totale:

Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. (vv.5-8)

Sono versetti che comunicano – nel silenzio totale dei protagonisti – una disponibilità, una prontezza e una generosità che può anche lasciare un po’ perplessi. Invece no! È la reazione di chi sceglie di scommettere sulla Parola ascoltata. È la posizione di chi veramente crede. È la scelta di chi non sta lì a porre domande o, peggio ancora, condizioni. Ecco il servo fedele!

c. Un processo nutrito e illuminato dalla Parola
Infine, cogliamo un dato che noi credenti non possiamo smarrire: questo è un processo che regge perché è continuamente nutrito e illuminato dalla Parola. Interpretare tutto alla luce di Dio e contemplare la sua volontà negli eventi che davanti a noi si svelano, non è un dato automatico. Richiede un cuore in sintonia con la potenza della Parola. Questo è un bisogno che in una cultura come la nostra – dove l’efficienza prende il sopravvento sull’efficacia e dove il risultato è considerato più importante del processo – noi rischiamo continuamente di sottostimare, procedendo direttamente al fare, anche con le migliori intenzioni. La conseguenza è che il punto di riferimento – la Parola meditata e contemplata – diventa sempre più debole e alla lunga viene considerato perfino come tempo perso.
Quante volte sentiamo dire, anche nelle nostre comunità religiose, che non abbiamo tempo per la meditazione perché siamo molto presi da impegni pastorali? E quanto più diventano grandi gli impegni, tanto più abbandoniamo l’amicizia con la Parola. Il risultato purtroppo è una autoreferenzialità pastorale che si rafforza nel nome dell’azione e degli impegni pastorali. In corrispondenza a quello che una volta Papa Francesco definiva come “mondanità spirituale”, noi corriamo un rischio molto simile, il vicolo cieco della “mondanità pastorale”. Cioè, facciamo con grande impegno il lavoro di Dio, però alla lunga dimentichiamo quel Dio che inizialmente ci ha chiamati per servirlo. Che tragedia quando, credendo di servire Dio nei poveri, finiamo per giustificare la sua stessa irrilevanza. Finiamo per elevare a idoli i nostri stessi progetti pastorali!
Vorrei qui offrire una riflessione sulla forza e centralità della Parola di una santa della carità che molti di noi hanno incontrato: Madre Teresa di Calcutta. Scrive alle sue consorelle parole che valgono anche per noi oggi:

Mi preoccupa il pensiero che alcune di voi ancora non abbiano incontrato Gesù a tu per tu, da sola a sola. Potete passare anche del tempo in cappella, ma avete mai visto con gli occhi dell’anima l’amore con cui Egli vi guarda? Conoscete davvero il Gesù vivo: non dai libri, ma stando con lui nel vostro cuore? Avete mai udito le parole d’amore che egli vi rivolge?… Non abbandonate mai questo contatto intimo e quotidiano con Gesù come persona viva e reale e non come una pura idea. Come potremmo passare un solo giorno senza sentirci dire da Gesù: ti amo? È impossibile. La nostra anima ne ha bisogno tanto quanto il nostro corpo ha bisogno di respirare. Altrimenti la preghiera muore e la meditazione degenera in riflessione. Gesù vuole che ognuno di noi lo ascolti e gli parli nel silenzio del cuore. Vigilate su tutto ciò che potrebbe impedire questo contatto personale con Gesù vivo”.[7]

Il caldo invito di Santa Teresa di Calcutta è rivolto a chiunque voglia fare della fede la fonte della sua identità e delle sue azioni. Essere credenti ci pone nel cuore della storia affinché come protagonisti accogliamo e viviamo la storia e nella storia alla luce di Cristo. Solo così – alimentati e nutriti con il cibo della Parola – potremo con stupore constatare come la volontà di Dio emerga più limpida davanti ai nostri occhi.

d. Invito alla riflessione
– Riconosciamo quanto è facile rispondere alle necessità dei poveri e offrire processi educativi e pastorali senza una previa lettura umana e insieme spirituale della situazione?
– Come comunità e Gruppi riconosciamo l’urgenza del coraggio di “perdere” tempo a riflettere e pregare, prima di agire? Il valore delle proposte risiede infatti nelle radici che alimentano l’albero perché dia frutti buoni e duraturi.
– Abbiamo interiorizzato che servire i poveri è conseguenza del nostro incontro con Cristo, perché sono essi stessi a riportarci a Lui per servirli ancora di più?
– Ci rendiamo costantemente conto che il pericolo della “mondanità pastorale” alla fine alimenta il nostro ego, con la conseguenza che invece di servire i poveri, finiamo per servirci dei poveri?

3. SCEGLIERE – Vivere la chiamata con libertà
Il racconto del “segno” di Cana offre ulteriori spunti che gettano più luce sulla nostra esperienza di fede vissuta, come guida e richiamo per i nostri cammini educativo-pastorali. I servi ascoltano, accolgono e obbediscono, come Maria aveva chiesto loro di fare. Il loro atteggiamento e le loro scelte sono come la realizzazione di un’altra dichiarazione di Gesù, quando – nell’episodio lucano della “donna dalla folla [che] alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!»” – lui risponde «Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano!»” (Lc 11,27-28).
Ecco la chiave di svolta. È importante e decisivo sentirsi parte della storia dell’umanità, accogliendo e “leggendo” i segni dei tempi; è assolutamente necessario essere radicati nella fede in Cristo. Ma la verità di questi due atteggiamenti si evidenzia al massimo grado nel momento in cui si accoglie e si vive la Parola. Emerge allora il cammino di una fede autentica, segnato da una crescita sana e solida.

a. Ascolto libero insieme a una fiducia completa
Il momento di svolta è segnato da quell’ascolto libero segnato da una fiducia completa. Le frasi del vangelo hanno una carica molto forte e un significato sempre attuale.

E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. (Gv 2,7-8)

Quando uno si fida di Gesù, non c’è spazio per altro. Anzi, la disponibilità umana diventa ancora più piena e gioiosa, più pronta e generosa. L’autore del vangelo offre un dettaglio che, come educatori e pastori, non possiamo non notare: “(le anfore) le riempirono fino all’orlo” (v.7). Fino all’orlo, oltre la già grande quantità di litri delle giare. Vale la pena essere generosi, sempre, di una generosità “debordante”. Quando Gesù chiama, si va avanti così, obbedendo – ob-audire – con libertà e senza misura, ancora e ancora, come accenna il seguito del Vangelo: “disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono” (v.8).
Credo che molti di noi, nella nostra vita, da ragazzi e da giovani, ma credo anche da adulti, abbiamo avuto la gioia di incontrare persone che ci ricordano la generosità di questi servi. Persone che ancora portiamo nel cuore e nella mente, non tanto per le cose che hanno fatto, ma per l’atteggiamento libero e generoso che ci hanno trasmesso. Esse ci hanno certamente segnato, perché il loro cuore era abitato dalla presenza di Gesù, avevano un cuore illuminato e guidato dalla Parola e nutrito dall’Eucaristia.

b. Ogni azione ha senso – logos – soltanto nella e dalla Parola – Logos
Nei servi cogliamo quello che oggi a noi è chiesto, se davvero vogliamo offrire un’esperienza di crescita integrale a coloro che siamo chiamati a servire. Educatori e pastori autentici lo saremo soltanto quando ogni nostra azione attinge senso (ragione, motivo, logos) nella e dalla Parola (Logos). Solo in una pratica di vita intessuta di parole e azioni che si lasciano contagiare dalla Parola, possiamo andare oltre il muro dell’indifferenza e dell’apatia, così diffuse oggi. Quando vediamo che manca il vino della speranza e della vera gioia, quando ci sentiamo impotenti davanti a tante sfide reali che incontriamo ogni giorno, la tentazione è quella di difenderci prendendo le distanze, e fare il minimo.
Ma c’è un’altra opzione, che è evangelica e salesiana: “abbandonarsi” e “fidarsi” della sua parola… Come ci testimoniano i servi, come ci testimoniano don Bosco e tanti Salesiani conosciuti, con le loro scelte concrete, sempre precedute da una precisa e sistematica attenzione alle fonti della loro vita. Da questo spazio sacro e profondo è emanato tutto. Sono stati discepoli e servi che della loro vita per e con gli altri hanno fatto un’esperienza che prolungava la loro relazione con Gesù, vissuta con la forza della sua Parola. Il loro non era devozionismo astratto o pietismo emozionale, ma espressione e sintesi di maturità umana e spirituale, di lungimiranza intelligente e sapiente, di empatia umana e slancio mistico. Nel loro ob-audire vissuto con una personalità forte e determinata non vediamo segni di debolezza, di rassegnazione passiva. Possiamo dire che il loro protagonismo lo hanno vissuto dentro un quadro relazionale segnato dalla grazia di unità, un quadro esistenziale profondamente umano e profondamento divino. Obbedendo non hanno per niente rinunciato alla loro personalità, piuttosto la hanno plasmata attraverso di essa. La loro fiducia nella parola di Gesù, come quella dei servi, continua a offrirci vino nuovo che inaugura una vita nuova, per noi come per i nostri giovani.

c. Pericolo di una fede che si adegua alla cultura dominante
E qui riconosciamo l’invito a non soccombere al pericolo di una fede che si adegua alla cultura dominante. La dimensione profetica della nostra missione deve fare i conti con un contesto come quello attuale che “tira verso il basso”, l’immediato, l’utile e vantaggioso, quello che gratifica qui e ora, quando non il più comodo. La parola di Gesù ai servi poteva essere “gestita” e “trattata” in maniera solamente umana, con una diffidenza quanto mai plausibile e “ragionevole”. Il risultato sarebbe stato molto diverso, possiamo facilmente immaginare.
Quante volte anche a noi oggi capita che – davanti a sfide pastorali urgenti – il ragionamento umano prende il sopravvento. Una lettura solamente orizzontale, di per sé costruita ad arte, finisce per depotenziare fino ad escludere una lettura di fede delle sfide che siamo chiamati ad affrontare. Da una parte, siamo consapevoli che gli studi e le ricerche sui giovani ci invitano all’ascolto della loro ricerca di senso, però dall’altra – a questa consapevolezza che chiede una risposta profetica – noi ci limitiamo a dare o una risposta solamente orizzontale, forse rispondendo solo a un bisogno invece che alla domanda implicita di senso.
Si ha l’impressione che a volte proiettiamo sui giovani le nostre paure, perché ci scomoda affrontarle e superarle, ci fa uscire dalle nostre zone di comfort. Rimanendo sul versante puramente umano e razionale, o della cultura dominante, ci sentiamo superficialmente giustificati, mentre i nostri giovani rimangono a gridare nel deserto.
Leggendo la storia degli inizi a Valdocco, nella casa Pinardi dal 1847 in poi, vediamo che don Bosco offre ai giovani esperienze forti e solide. Era alla ricerca di giovani poveri e senza tetto per dar loro il minimo necessario: vitto, alloggio, educazione. Ma già fin dall’inizio don Bosco era consapevole che bisognava offrire proposte che oggi chiamiamo “integrali”. Pietro Braido scrive:

Umile alle origini, la prima istituzione di don Bosco cresceva lentamente, ma con crescente vigoria e notorietà, come l’evangelico granello di senapa. Ma essa era dovuta ad un operatore di tale forza interiore, dalla fede umana e cristiana così solida, dalla capacità di coinvolgimento e di irraggiamento tanto spiccata, che finiva col dare di sé immagini molto più dilatate dell’effettiva realtà. Sarebbe avvenuto altrettanto nel futuro.[8]
Non lavorava, però, solo per la pubblicità. Nell’azione di ricupero e di potenziamento religioso, morale e, quindi, civile, della gioventù soprattutto lavoratrice, i “poveri artigianelli”, egli sapeva ricorrere anche a mezzi forti, quali gli esercizi spirituali. Già nel 1847 ne aveva fatto un primo esperimento per gli oratoriani… Più sicuramente attestata da don Bosco stesso era la ripetizione di analoga esperienza nel 1848. Essa aveva comportato, per una buona aliquota dei cinquanta partecipanti, la permanenza giorno e notte nei locali dell’Oratorio, resa possibile dalla disponibilità dell’intera casa Pinardi.[9]

Affinché la nostra risposta sia piena di fede nella parola di Gesù, urge che accogliamo questo invito con grande disponibilità, sia verso Colui che ci chiama sia come risposta a coloro che stanno aspettando. La nostra titubanza, il nostro esitare non devono avere l’ultima parola.

d. Invito alla riflessione
– Impegniamoci affinché la nostra vita di fede abbia la forma di una relazione segnata dalla libertà e dall’abbandono fiducioso.
– Facciamo un esame di coscienza sulle nostre motivazioni, se sono radicate e nutrite dalla Parola (Logos), libere da motivazioni autoreferenziali.
– Sviluppiamo la nostra capacità intellettuale sempre alla luce della sapienza di Dio. Che la nostra intelligenza non offuschi e non faccia indebolire la voce profetica della Buona Notizia.

4. AGIRE – Servire con totale generosità
Le nozze di Cana sono state una “festa” arricchita per la fiduciosa e generosa risposta dei servi all’invito di Maria di fare quello che Gesù ha detto loro di fare. Quando il servire è segnato dalla generosa dedizione di sé, una generosità radicata nella fede, i risultati sono un dono per tutti. Lo possiamo constatare nei vari processi educativo-pastorali condotti da persone dedicate alla missione, da collaboratori e collaboratrici che si sentono parte viva del carisma e del progetto pastorale salesiano. Dedizione e appartenenza che sono vera e reale assunzione della chiamata, realizzazione di essa, non una semplice appendice. Alla fine, sono queste scelte di fondo che danno anima ad ogni cammino di crescita integrale dei giovani. Sono opzioni che ne condizionano positivamente l’esito.

a. Servire in maniera libera perché radicati in Cristo
Non c’è libertà più autentica e vera di quella che emana da questa relazione con Lui. La gioia del servo libero emerge da un cuore che ha già trovato il centro della propria identità. Il servo che si nutre della fonte che è Cristo, non ha intenzioni o motivazioni alternative. Vive bene il suo servizio senza bisogno di dipendere dalla ricerca di gratificazioni personali che vengono dall’esterno. Il suo cuore è già pieno di Colui che lo ha chiamato e inviato, e questo basta e avanza.
La sua donazione, quindi, è limpida, e per questo comunica esternamente quel senso di libertà interiore. Da qui viene la vera gioia che ogni autentico servo dei giovani porta con sé. Siamo portatori del vino buono, siamo “segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri” (Cost 2), non perché lo abbiamo prodotto noi, ma perché crediamo che ci è stato donato gratuitamente. A noi è chiesto solamente di non tenerlo come proprietà personale, ma di distribuirlo con generosità. La gioia che comunichiamo quando siamo radicati in Cristo è una gioia che a noi è data in abbondanza, ma con la promessa che questa gioia diventi piena nel condividerla. La promessa di Gesù all’ultima cena continua a sostenerci in questo servizio:

Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. (Gv 15,9-11)

In questi mesi scorsi del Giubileo dell’Anno Santo 2025 molti di noi hanno vissuto o seguito da vicino l’esperienza del Giubileo dei Giovani, tra fine luglio e inizi agosto. Fa effetto qui richiamare le parole che san Giovanni Paolo II scrisse nella sua Lettera apostolica, Novo millennio ineunte, al termine dell’Anno Santo 2000, dove troviamo un commento sul Giubileo dei Giovani di quell’anno, 2000. Sono parole proprio all’insegna della gioia. Sembrano scritte per noi oggi, alle prese con giovani nati attorno al millennio:

Non è forse Cristo il segreto della vera libertà e della gioia profonda del cuore? Non è Cristo l’amico supremo e insieme l’educatore di ogni autentica amicizia? Se ai giovani Cristo è presentato col suo vero volto, essi lo sentono come una risposta convincente e sono capaci di accoglierne il messaggio, anche se esigente e segnato dalla Croce. Per questo, vibrando al loro entusiasmo, non ho esitato a chiedere loro una scelta radicale di fede e di vita, additando un compito stupendo: quello di farsi «sentinelle del mattino» (cfr Is 21,11-12) in questa aurora del nuovo millennio. (NMI 9)[10]

Sì, i giovani sono ancora alla ricerca di chi ha il coraggio e la convinzione della fede in Cristo. Non manca la ricerca da parte dei giovani. Abbiamo bisogno di persone, adulte nella fede, pronte a presentare il volto di Gesù, come servi e pellegrini. Abbiamo bisogno di educatori e pastori pronti ad ascoltare e vivere la buona notizia.

b. Cooperatori nel progetto di Dio per i giovani
Attraverso questo servizio convinto e gioioso noi, educatori e pastori, diventiamo cooperatori nel progetto di Dio per i giovani. Come Maria, anche noi abbiamo fatto la scelta di non tenerci distanti da ciò che sta capitando attorno a noi. Abbiamo scelto di fare parte della storia dei giovani. Perché siamo convinti che questi giovani, oggi più che mai, portano nel loro cuore la domanda “dove abiti il Signore”. Lo stanno cercando forse anche senza saperlo. Non hanno il vocabolario per dirlo, ma hanno quella sete profonda che non lascia il cuore in pace. Se manca il linguaggio giusto, sicuramente non manca il cuore inquieto.
Quanto è grande la nostra responsabilità, di noi che Gesù lo abbiamo incontrato, che con Gesù ci soffermiamo frequentemente, ogni giorno! Però solo quando questo incontro lo viviamo con fedeltà e consistenza, riusciamo a capire e comprendere la domanda silenziosa dei giovani. In questa logica di un “silenzio che interpella in maniera assordante”, gli autentici educatori e pastori comunicano con la loro testimonianza e la loro fedeltà quella scintilla che sola sa accendere i cuori. A noi è stato consegnato il “talento” della buona notizia. Guai a noi se lo trascuriamo, o peggio ancora se lo seppelliamo.
Nella sua breve ma intensa vita Simone Weil (1909-1943) –, filosofa, attivista politica e mistica francese, donna disperatamente in ricerca – ha lasciato un segno profondo nel pensiero filosofico francese del XX secolo. In un certo periodo della sua vita fu in contatto con padre Joseph-Marie Perrin, domenicano. Di questa esperienza lei scrive nel suo diario:

Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio.[11]

È una frase lapidaria che si adatta benissimo ai nostri contesti educativi pastorali. Il più delle volte i nostri incontri coi giovani e con tutti coloro che il Signore ci fa incontrare sono fatti di un semplice contatto umano, disponibilità generosa su bisogni e temi immediati. Eppure, quello spazio di limpida umanità diventa luogo di rivelazione dell’amore di Dio: in quei momenti occupiamo un «terreno sacro» che non bisogna calpestare. Nei cortili del mondo, la nostra presenza non è solo fisica, ma porta quanto il nostro cuore racchiude. Anche parlando di «cose terrestri», senza saperlo comunichiamo “chi” oppure “cosa” nel nostro cuore abbiamo accolto e ospitato. In questi momenti semplici, la nostra presenza, portatrice di un cuore sano, facilita in maniera sorprendente lo svelamento del progetto di Dio per ogni giovane che incrociamo. Beati noi se ne siamo continuamente consapevoli. Beati i giovani che incontrano questi servi credenti, generosi e pieni di gioia vera e autentica.

c. L’audacia della fede
Infine, non bisogna aver né paura né vergogna: favoriamo a livello personale e comunitario l’audacia della fede. Non si tratta di un atteggiamento che sfida il mondo, tantomeno un fondamentalismo senza senso. Si tratta, piuttosto, di una opzione che ci radica in Cristo, e così andiamo incontro al mondo. Non si tratta di contrastare, ma di favorire spazi di fraternità, promuovere la cultura del dialogo, vivere relazioni segnate da compassione e empatia.
In un passaggio dell’Enciclica Lumen fidei, Papa Francesco si sofferma sulla potenzialità di una fede che non mira a conquistare ma a collaborare al bene comune. Come portatori di un carisma che educa ed evangelizza, la riflessione del Papa ci illumina e ci sollecita ad andare avanti.

La fede non allontana dal mondo e non risulta estranea all’impegno concreto dei nostri contemporanei. Senza un amore affidabile nulla potrebbe tenere veramente uniti gli uomini. L’unità tra loro sarebbe concepibile solo come fondata sull’utilità, sulla composizione degli interessi, sulla paura, ma non sulla bontà di vivere insieme, non sulla gioia che la semplice presenza dell’altro può suscitare. (n.51)

Il Papa poi ricorda che questa presa di posizione diventa un dono inestimabile per le sue conseguenze sociali. Questo richiamo per noi, Gruppi della Famiglia Salesiana, è cruciale perché ci mette in guardia dal pericolo di considerare “la fede” come una “proprietà privata”, che abbiamo in contrapposizione agli altri. Non è questo il senso della chiamata. Ricordando il contesto della festa di Cana, il vino è per tutti, anche per coloro che non hanno fatto bene i calcoli, anche per chi è entrato di sbafo alla festa, e per i mendicanti di passaggio. La fede in Cristo, come il vino nuovo, inaugura la festa dell’alleanza. Ecco le parole di Papa Francesco:

La fede fa comprendere l’architettura dei rapporti umani, perché ne coglie il fondamento ultimo e il destino definitivo in Dio, nel suo amore, e così illumina l’arte dell’edificazione, diventando un servizio al bene comune. Sì, la fede è un bene per tutti, è un bene comune, la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società, in modo che camminino verso un futuro di speranza. (n.51)

L’audacia della fede è una conferma che vogliamo prendere sul serio la chiamata ad essere cooperatori nel progetto di Dio per i giovani. Questa chiamata don Bosco l’ha vissuta con una straordinaria consapevolezza e l’ha fatta diventare sistema, progetto, esperienza di famiglia. La sua era un’audacia che gli ha fatto dire (e vivere): “Nelle cose che tornano a vantaggio della pericolante gioventù o servono a guadagnare anime a Dio, io corro avanti fino alla temerarietà.”[12]
L’audacia della fede la viviamo per favorire un futuro segnato dalla speranza. L’audacia della fede che trova le sue radici nel cuore dell’educatore, del pastore, che non smette mai di amare, di sperare, di voler bene al suo gregge.

d. Invito alla riflessione
– Non abbiamo paura di interrogarci a livello intimo e sincero se davvero stiamo servendo i giovani o se ci stiamo servendo di loro per la nostra agenda e ragioni personali.
– Chiamati come Comunità a educare con il cuore del buon pastore, ci sforziamo di trovare momenti che rafforzino dentro di noi la consapevolezza che la nostra presenza e il nostro contributo sono intesi a favorire la scoperta del progetto di Dio per ogni giovane.
– Richiamando la frase di Simone Weil, la mia anima sta soggiornando nel fuoco dell’amore di Dio? Se non soggiorno in questa fornace d’amore di Dio, poco importa dove è l’alternativa, dove decido di abitare!

5. 150 anni – Salesiani Cooperatori: il sogno profetico di don Bosco continua
Vi invito a guardare la ricorrenza del 150° della fondazione del Salesiani Cooperatori come una esperienza che prolunga la parola di Maria ai servi: “Fate quello che vi dirà”.
Le riflessioni fin qui fatte le possiamo vedere attualizzate nel progetto che don Bosco maturava sin dall’inizio della sua missione Valdocco.
i. Il cuore di don Bosco era un cuore aperto ad accogliere i segni dei tempi, con le sue sfide e opportunità.
ii. Fin dall’inizio era un cammino radicato nella fede in Cristo, e questa sua esperienza personale aveva unicamente in Cristo il suo punto di partenza.
iii. La proposta che andava maturando aveva come mira quella di offrire ai giovani e ai suoi primi collaboratori una chiamata a scoprire e vivere il proprio progetto di vita con libertà.
iv. In un ambiente sano e santo, dove ragione (ragionevolezza) e fede (religione) si alimentavano a vicenda in un contesto di amorevolezza, tale cammino aveva il solo scopo di servire i giovani con completa generosità e di amarli senza condizioni.
Negli ultimi decenni abbiamo avuto varie occasioni e momenti di riflessione che ci stanno aiutando a contemplare l’esperienza dei Salesiani Cooperatori alla luce del carisma salesiano. Mi riferisco a tre fonti che durante questo anno possono nutrire altrettanti momenti di studio e di riflessione, come anche di ricerca verso nuove e creative proposte pastorali.

Don Pietro Braido dedica diverse pagine ai Salesiani Cooperatori[13]. Qui voglio solo accennare ad alcune idee per una visione d’insieme che ci offre una memoria proiettata al di là dell’immediatezza storica e temporale. Se facciamo vera memoria delle scelte di don Bosco, ci accorgiamo che il tema della STRENNA 2026 è in piena sintonia con la sua azione, essendo lui stato sempre attento e obbediente alla direzione del soffio dello Spirito di Dio.
L’idea di don Bosco era quella di creare una vera e propria forza missionaria organizzata, un “esercito potenzialmente illimitato di persone, uomini e donne”. La caratteristica rivoluzionaria era che questi membri avrebbero condiviso la missione salesiana pur rimanendo nel mondo, senza l’obbligo dei voti religiosi (povertà, castità, obbedienza) né della vita comunitaria tipica dei religiosi. Erano chiamati a vivere una fede “evangelizzatrice e civilizzatrice” nel loro contesto quotidiano.
Fin dagli inizi dell’Oratorio, don Bosco aveva sempre potuto contare sulla collaborazione di preti e laici. La vera novità era nel dare a questa collaborazione una forma ufficiale e strutturata: un’Associazione o Unione ecclesiale. Questa entità sarebbe stata formalmente “aggregata” alla Società Salesiana, creando un legame spirituale e giuridico riconosciuto.
L’idea non nacque all’improvviso. Già nelle bozze delle Costituzioni Salesiane degli anni ’60, don Bosco aveva previsto un capitolo sui “Soci Esterni”. Sebbene questa proposta fosse stata inizialmente respinta dalle autorità vaticane, don Bosco non si arrese. Lui voleva trasformare una rete di aiuti spontanei e informali in una famiglia spirituale riconosciuta, con un’identità precisa e un ruolo attivo nella missione salesiana.

Nell’’Introduzione’ del 1854 al ’Piano di regolamento per l’Oratorio maschile di S. Francesco di Sales’ don Bosco esprimeva la speranza che il regolamento potesse “servire di norma (…) ad amministrare questa parte di sacro ministero, e di guida alle persone ecclesiastiche e secolari che con caritatevole sollecitudine in buon numero ivi consacrano le loro fatiche”. Effettivamente era stato folto lo stuolo dei collaboratori ecclesiastici e laici, che amava ricordare. (Braido, 174)

L’originale visione di don Bosco ci interpella ancora, perché ci invita a rinnovare oggi quello stesso spirito apostolico che lui sognava come base e fondamento. Per don Bosco la figura del Salesiano Cooperatore era come una figura poliedrica con un’identità e una missione ben precise.
La sua identità era quella di un salesiano nel mondo: cristiano (laico, prete, uomo o donna) che vive lo spirito salesiano nella propria condizione di vita, in famiglia e nella società. Non è un religioso, ma condivide con i religiosi salesiani lo stesso cuore e la stessa passione per la salvezza dei giovani.
La sua missione aveva un duplice scopo: quello della santificazione personale (“fare del bene a sé stessi”: cioè chiamato a vivere una vita cristiana esemplare, con uno stile di vita semplice e virtuoso, quasi come se fosse “in Congregazione”). Poi la salvezza degli altri, l’azione apostolica, con l’obiettivo di un impegno attivo per il prossimo, con un focus speciale sulla “gioventù pericolante”.
Don Bosco, con grande pragmatismo, stabilì che chi non poteva compiere queste opere direttamente (“per sé”) poteva comunque contribuire sostenendo chi le faceva (“per mezzo di altri”). Questo principio rendeva l’esperienza accessibile a tutti, indipendentemente dall’età, dalla salute o dalle risorse economiche.

Don Egidio Viganò nella sua lettera L’Associazione dei Cooperatori Salesiani[14], nell’occasione della promulgazione solenne dell’allora nuovo Regolamento di vita apostolica dell’Associazione dei Cooperatori Salesiani, 1986, scriveva che questo nuovo Regolamento non era un semplice aggiornamento normativo, ma un evento di portata storica che completava il rinnovamento postconciliare dell’intera Famiglia Salesiana. Scrive don Viganò che mentre “Don Bosco non considerò conclusa la sua lunga e travagliata missione di Fondatore finché non riuscì a dare una struttura valida e una propria Carta d’identità a questa Associazione”, tale processo di rinnovamento sta in continuità con l’esperienza fin lì vissuta che “era stata presente, in certo modo e in germe, già agli inizi del suo progetto a favore dell’Opera degli Oratori.”
Aggiunge, inoltre, che il carisma salesiano ha in sé una “duttile vitalità” che gli permette di adattarsi ai tempi senza perdere la propria essenza. Don Bosco era partito dall’intuizione fondamentale della missione giovanile e dall’urgenza di avere collaboratori permanenti. Solo dopo più di trent’anni di discernimento, dal 1841 al 1876, era riuscito a dare forma definitiva al suo progetto, passando da una dimensione diocesana a una vocazione universale.

Don Pascual Chávez, infine, in un intervento su Il Cooperatore nella mente di don Bosco[15], commenta “Il Progetto di Vita Apostolica: via di fedeltà al carisma di Don Bosco” sottolineando l’intuizione originale di Don Bosco e richiamando la celebre frase: “Io ebbi sempre bisogno di tutti!”. In questa espressione troviamo sintetizzata in maniera completa la sua visione, che non è ridotta a vedere i Cooperatori come semplici aiutanti, ma come protagonisti essenziali di una vasta rete di collaborazione che in effetti ha reso possibile la diffusione mondiale dell’opera salesiana.
Don Chávez scrive che l’identità del Cooperatore, secondo don Bosco, si articola in tre dimensioni fondamentali: prima, è un cristiano cattolico; seconda, ha una vocazione secolare; terza, è salesiano nel mondo, richiamando la stessa conferenza di don Bosco nel 1885. In quella conferenza don Bosco disse:

Che cosa vuol dire essere Cooperatore salesiano? Essere Cooperatore salesiano vuol dire concorrere insieme con altri in sostegno di un’opera fondata sotto gli auspizi di San Francesco di Sales, la quale ha per iscopo d’aiutare la S. Chiesa ne’ suoi più urgenti bisogni; vuol dire concorrere a promuovere un’opera tanto raccomandata dal Santo Padre, perché educa i giovanetti alla virtù, alla via del Santuario, perché ha per fine principale d’istruire la gioventù che oggidì è divenuta il bersaglio dei cattivi, perché promuove in mezzo al mondo, nei collegi, negli ospizi, negli oratorii festivi, nelle famiglie, promuove dico, l’amore alla religione, il buon costume, le preghiere, la frequenza ai Sacramenti, e via dicendo.[16]

Alla luce di questa visione di don Bosco, il Progetto di Vita Apostolica (PVA) traccia la strada per diventare una testimonianza autentica del progetto di Dio a favore della crescita integrale dei giovani. Tale strada diventa reale quando i Salesiani Cooperatori si impegnano a:
a. assicurare l’identità dell’Associazione attraverso una fedeltà dinamica al carisma originale. Lo studio e la riflessione del carisma sia fonte che nutre continuamente la comprensione e il vissuto della chiamata;
b. rafforzare l’unità dei membri nella loro diversità. La ricchezza della provenienza e la varietà dei doni che ogni membro ha e la situazione personale di ciascuno, sia una opportunità per creare spazi di convergenza, condivisione e abitare nuovi spazi di azione;
c. infine, promuovere la vitalità missionaria di ciascun Cooperatore. La chiamata a sentirci come don Bosco vuol dire essere guidati da un cuore pronto “ad uscire”, un cuore che si sente inviato, un cuore missionario. Tale convinzione supera il pericolo di una chiusura che finisce per far perdere il fuoco della chiamata.
Insieme a queste proposte di don Pascual Chávez, vale la pena ribadire il suo invito affinché non perdiamo quella freschezza che don Bosco comunicava e che oggi spetta a noi non smarrire, non indebolire. Il suo progetto ancora oggi mostra il proprio valore nella misura in cui ogni Salesiano Cooperatore cerca di essere, prima di tutto, una persona dedita al bene comune in ambito politico, sociale e umanitario. In questa ottica, in secondo luogo, l’attenzione privilegiata ai poveri e agli esclusi diventa la forza che spinge l’azione pastorale. In terzo luogo, viene ribadito l’impegno per una comunità credente, nel sostenere la vitalità alla Chiesa attraverso uno spirito di servizio autentico, vero e senza interessi. Infine, l’invito a formarsi continuamente perché la testimonianza nel suo insieme e ovunque sia nutrita di quella spiritualità laicale che forma alla vita evangelica, una vita portatrice della buona notizia, lievito nella società.

6. Alcune proposte pastorali
In quest’ultima parte offro alcune proposte pastorali che possano essere studiate e discusse all’interno dei vari Gruppi della Famiglia Salesiana. Sono proposte che emergono dalle varie considerazioni fin qui esposte e che sono intimamente legate con la Parola di Dio che ci ha accompagnati in questa STRENNA 2026. L’augurio, per me e per ogni singolo membro della Famiglia Salesiana, è di porre sempre davanti a noi la forza e la luce della Parola. Da questa energia chiediamo allo Spirito di Dio che ci conceda coraggio e determinazione per vivere con fede il messaggio di Gesù, e vivendolo di portare il “vino della speranza” ai giovani.

1. “Fate quello che vi dirà”: verso una pedagogia dell’ascolto personale
Le parole di Maria ai servitori di Cana si offrono come un vero metodo educativo. Maria invita a un ascolto personale che porta dall’individualismo indifferente all’autonomia responsabile e solidale, dal conformismo esteriore sterile alla conversione del cuore.
– Educhiamo i giovani all’ascolto personale della parola di Dio verso una fede adulta e consapevole.
– Promuoviamo il discernimento a livello personale e comunitario, di gruppi e di assemblee.

2. Maria a Cana: educatrice della libertà autentica
Maria non costringe i servitori, ma li orienta verso Colui che può trasformare la loro vita. È il modello di ogni autentico educatore nella fede: non imporre, ma proporre; non costringere, ma accompagnare; non sostituirsi, ma rendere capaci.
– Cresciamo come educatori ed educatrici che aiutano i giovani a porsi le domande giuste, evitando il pericolo di dare risposte preconfezionate.
– Diventiamo coscienti che l’autorevolezza nasce dalla testimonianza coerente e autentica, non dall’autoritarismo soffocante.
– Accettiamo che educare alla libertà significa anche preventivare il rischio del “no”, di una risposta negativa, di un rifiuto, e che in ogni caso occorre sempre rispettare le scelte dei giovani all’interno di un cammino graduale di crescita.

3. L’arte di leggere i segni dei tempi con i giovani
Una pastorale incarnata sa leggere la realtà giovanile senza pregiudizi né nostalgie del passato. I giovani vivono in un mondo complesso, attraversato da sfide inedite: la rivoluzione digitale, l’incertezza del futuro, la crisi delle istituzioni tradizionali, le nuove forme di povertà esistenziale.
– Ascoltiamo in maniera empatica: prima di giudicare, cerchiamo di comprendere il mondo giovanile dall’interno.
– Facciamo una lettura sapienziale: vediamo nei cambiamenti culturali non solo minacce, ma anche opportunità per l’annuncio.
– Promuoviamo la conversazione nello Spirito: la “sinodalità” la viviamo in maniera evidente quando coinvolgiamo i giovani stessi nell’ascolto reciproco, nell’analisi della loro realtà e nella formulazione di nuove proposte.
– Con uno sguardo di fede, riconosciamo l’azione di Dio anche nelle situazioni apparentemente più lontane dal Vangelo.

4. Scegliere: la libertà cristiana come risposta vocazionale
Uno dei punti più delicati della pastorale giovanile salesiana di oggi è il rapporto tra fede e libertà. Solo “l’ascolto libero” permette di sperimentare la forza liberante del Vangelo.
– Offriamo ai giovani spazi ed esperienze fatte di un cristianesimo coraggioso, non timoroso, una proposta di vita cristiana semplice e credibile.
– Orientiamo all’azione: ogni azione e proposta concreta siano vissute e guidate dalla Parola perché diventino segni di una spiritualità integrale. Il servizio emerge allora come naturale espressione di una fede matura e di una libertà autentica.

5. I 150 anni dei Salesiani Cooperatori: un modello per oggi
La commemorazione dei 150 anni dei Salesiani Cooperatori offre alla missione salesiana una opportunità unica: il sogno di don Bosco di un “grande movimento di persone” impegnate per il bene della gioventù.
Protagonismo giovanile: i giovani non sono solo destinatari dell’azione pastorale, ma soggetti attivi. Come i primi Cooperatori fin dall’inizio, i giovani hanno condiviso il sogno di don Bosco. Lo stesso deve valere per i giovani di oggi: sono chiamati a essere protagonisti dell’evangelizzazione, in modo più esplicito dei loro coetanei.
Alleanze educative: la missione salesiana non può essere opera di singoli, ma richiede reti di collaborazione tra famiglie, comunità cristiane, scuole, associazioni, mondo del lavoro. I Salesiani Cooperatori di ieri e di oggi rappresentano questo spirito di alleanza pastorale.
Dimensione missionaria: il carisma salesiano è intrinsecamente missionario. Ogni scelta pastorale non può limitarsi alla conservazione dell’esistente, ma deve aprirsi alle periferie, alle nuove povertà, ai giovani più lontani.
Laicità feconda: i Salesiani Cooperatori testimoniano la bellezza della vocazione laicale nella Chiesa. Questo significa valorizzare e prendere sul serio il ruolo specifico dei laici nell’educazione alla fede, rispettando e promuovendo la loro competenza e autonomia.

Conclusione
La STRENNA 2026 consegna alla Famiglia Salesiana un programma insieme impegnativo e affascinante. In un tempo in cui i giovani sono spesso descritti solo in termini di problematicità o fragilità, la proposta salesiana li guarda con gli occhi della fede: quando incontrano proposte credibili e testimoni autorevoli, i giovani si mostrano sinceri portatori di doni specifici, realmente capaci di ascolto autentico, pronti a fare scelte generose.
Come Maria a Cana, noi educatori ed educatrici nella fede siamo chiamati a testimoniare Cristo ai giovani, non come “oggetto” ma come relazione liberatrice, a proporre la vita cristiana non come regole da seguire, ma come pienezza di vita gratuitamente offerta. “Fate quello che vi dirà” non è un invito all’obbedienza cieca, ma alla libertà responsabile comunicata da chi ha già incontrato e sperimenta l’Amore, e vuole condividerlo perché in lui c’è la vera vita.
Chiudo con una riflessione di Romano Guardini[17]. Egli afferma che la nostra fede è una “«fede contestata», che deve continuamente accertare il proprio fondamento, e disfarsi magari del vario e del bello per attenersi soltanto all’essenziale.” Ciò vuol dire che quando sorge il dubbio o lo scoraggiamento, che spesso ci attaccano nella nostra missione, ci accorgiamo che la vera fede è quella “che sempre di nuovo si rizza contro il dubbio. […] Quella caratteristica forma di fede che (San Giovanni Henry) Newman ha ben descritto quando affermò che «credere» significa «poter sostenere il dubbio»”.
Il vino nuovo delle nozze di Cana, che simboleggia la novità promossa da chi crede, noi lo portiamo con gioia e speranza anche e soprattutto in mezzo a sfide e difficoltà, dubbi e incertezze. Sia nella Chiesa come nella società, i giovani che accompagniamo sono portatori di una sete di vita autentica. Cercano di incontrare credenti, che comunicano una proposta cristiana credibile e per questo sono da loro creduti. È questa la sfida che la STRENNA 2026 affida a tutti noi della Famiglia Salesiana che abbiamo a cuore le nuove generazioni.
Il sogno di don Bosco continua ogni volta che un giovane scopre negli educatori e pastori che incontra non un limite alla sua libertà, ma la strada per diventare pienamente sé stesso, un credente che vive la sua fede al servizio dei fratelli. È questa la “buona notizia” che la missione salesiana è chiamata ad annunciare: l’audacia della fede e la gioia della condivisione.

È questa la STRENNA che con gioia e commozione vi offro, e che mi impegno a vivere io per primo.

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Poster della Strenna 2026

Il Poster della STRENNA 2026 dal tema “FATE QUELLO CHE VI DIRÀ” Credenti, liberi per servire, racconta visivamente il brano del VANGELO delle Nozze di Cana.

Riprendendo lo schema in quattro movimenti, proposti dal Rettor Maggiore, vengono evidenziati nell’illustrazione: Maria (a sinistra) che guarda e percepisce il bisogno; rivolge questa consapevolezza a Don Bosco (al centro), che rappresenta il discernimento pieno di fede e l’azione compassionevole della missione salesiana, e insieme guardano a Gesù, che indica la via. In primo piano poi si vedono i servi che ascoltano, scelgono e infine condividono il vino trasformato dalle giare, affinché la comunità riceva l’abbondanza dei doni di Dio. I colori e la disposizione dei soggetti sottolineano la comunione, il servizio e l’attenzione: lo sguardo di Maria risveglia la consapevolezza (GUARDARE), la presenza di Cristo dà profondità e direzione (ASCOLTARE), i gesti liberi e fiduciosi dei servi rivelano il consenso interiore (SCEGLIERE) e il loro atto di portare il vino manifesta il servizio gioioso (AGIRE). Nella parte superiore della composizione, il piccolo cubo fluttuante funge da sottile provocazione, un promemoria di come a volte possiamo lasciarci confinare da paure interiori, atteggiamenti rigidi o persino da nuove ideologie e sistemi moderni che promettono progresso ma limitano silenziosamente la nostra apertura allo Spirito e alla vera libertà umana. L’intera immagine è un promemoria del fatto che quando l’amore ascolta la parola di Cristo, il cuore trova la libertà di scegliere, di servire e di condividere la gioia trasformatrice di Dio.

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  1. Papa Francesco, Lettera Enciclica Lumen fidei. (2013).
  2. Papa Francesco, Udienza Generale, 8 giugno 2016: https://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2016/documents/papa-francesco_20160608_udienza-generale.html
  3. Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2007, p.292.
  4. Idem.
  5. Dominic VELIATH, “Encounter of the Salesian Charism. South Asian Context”, in, Journal of Salesian Studies, July–December 2015, Vol.16, n.2, pp.189-207; cfr. https://www.salesian.online/wp-content/uploads/2020/03/JSS_16_N_2_Encounter_of_the_Salesian_Charism_with_the_Southern_Asian_Context-Dominic_Veliath1.pdf
  6. Idem, p.207. L’originale in inglese: The Salesian charism is still on a pilgrimage. Every pilgrimage involves a certain amount of risk; at times one is challenged to venture along what may seem as yet an uncharted course. It is in this setting that every Salesian, including the Salesian in the South Asian context, confident in the abiding presence of the Spirit of God, rooted in the Salesian charism and in fraternal communion with the Salesian congregation at large, is called to continue his journey with a little of that trust which has so insightfully been described by the poet Antonio Machado in his poem Antonio Machado in his poem Caminante no hay Camino: “Wayfarer! There is no way. The way is made by walking”.
  7. Dalla lettera che Madre Teresa scrisse a tutta la famiglia delle Missionarie della Carità, durante la Settimana Santa del 1993 – 25 marzo, vedi: R. Cantalamessa, La Terza predica d’Avvento, il 19 dicembre 2003: “Conoscete il Gesù vivo?
  8. Pietro BRAIDO, Don Bosco, prete dei giovani, nel secolo delle libertà, (LAS – Roma 2009), Vol. I, Cap. VII: La rivelazione di don Bosco educatore (1846-1850), p.216.
  9. Idem., p.223.
  10. San Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte, 6 Gennaio 2001.
  11. Simone Weil, Quaderno IV, pp. 182-183.
  12. Lettera al Signor Carlo Vespignani, 11 aprile 1877, in Francesco MOTTO (a cura di), Giovanni BOSCO, Epistolario, Vol. V (1876-1877), LAS-Roma 2012, p.344.
  13. P. Braido, Don Bosco prete dei giovani nel secolo delle libertà. Vol. 2, LAS 2009. Suggerisco la lettura del Capitolo ventiduesimo, Un progetto di solidarietà cattolica nella missione tra i giovani (1873-1877), pp.173-205.
  14. E. Viganò, L’Associazione dei Cooperatori Salesiani, Lettera pubblicata in ACG n. 318, 1986.
  15. https://www.donboscoland.it/it/page/il-cooperatore-nella-mente-di-don-bosco
  16. Bollettino Salesiano Luglio 1885, Anno IX. n. 7 vedi: https://sdl.sdb.org:9343/greenstone3/library/collection/bolletin/document/HASHf4b23f9c8aeedeefebb44e;jsessionid=5747EC043839057DDD329A721E7B8FAA
  17. R. Guardini, Sorge um dem Menschen, Bd. I, Werkbund, Würzburg 1962, tr. it. di Albino Babolin, Ansia per l’uomo, vol. I, Morcelliana, Brescia 1970, p. 130.

P. Fabio ATTARD

Rettor Maggiore dei Salesiani di Don Bosco