28 Feb 2026, Sab

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La parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9 -14) per noi educatori ed evangelizzatori non è semplicemente un racconto morale sulla superbia e l’umiltà, ma una rivelazione profonda su come Dio ci incontra e su come siamo chiamati a trasmettere questa esperienza trasformante.

La fede come chiamata ad una relazione di misericordia
      Quando il fariseo sale al tempio, porta con sé un’immagine di Dio costruita a propria misura: un Dio che registra meriti e demeriti, che premia i giusti e condanna i peccatori. La sua preghiera è un paragone con gli altri: “Ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini”. Manca una relazione autentica. C’è solo l’autocompiacimento.
      Il pubblicano, al contrario, entra nel tempio consapevole della propria indegnità. Il suo “O Dio, abbi pietà di me peccatore” non è disperazione, ma l’apertura coraggiosa a una relazione possibile proprio perché fondata sulla misericordia. Egli intuisce ciò che il fariseo ha smarrito: Dio non è un giudice ma un Padre che attende il ritorno dei figli lontani.
      Per noi educatori, questa distinzione è fondamentale. Quante volte, inconsapevolmente, trasmettiamo un’immagine di Dio più simile a quella del fariseo? Un Dio che osserva, valuta, premia o punisce in base alle nostre performance spirituali? L’educazione alla fede favorisce l’incontro con la misericordia, un’esperienza dove scopriamo di essere amati perché siamo figli amati anche nella nostra fragilità.
      Evangelizzare significa introdurre le persone in questa relazione misericordiosa, perché Dio che non aspetta la nostra perfezione per amarci, ma che proprio nella nostra povertà manifesta la ricchezza del suo amore. È questa la buona notizia che dobbiamo annunciare: una relazione che trasforma dall’interno.

Una relazione che parte dall’umiltà del cuore
      L’umiltà del pubblicano è la condizione che rende possibile l’incontro con Dio. Stando “a distanza” e “non osando nemmeno alzare gli occhi al cielo”, egli riconosce la sproporzione infinita tra la santità di Dio e la propria miseria, ma anche la fiducia che proprio questo Dio santo si china verso chi si riconosce bisognoso.
      Invece, la preghiera del fariseo è piena di “io”: “Io digiuno”, “Io do la decima”. Ha costruito la propria identità religiosa sull’affermazione di sé, sul confronto con gli altri, sulla dimostrazione delle proprie opere. Si sente già pieno, già arrivato, già giusto.
      Nel campo educativo ed evangelizzatore, l’umiltà del cuore è la capacità di riconoscersi costantemente bisognosi di salvezza, di non dare mai per scontato il proprio rapporto con Dio, di mantenersi aperti al dono della sua grazia. È l’atteggiamento di chi sa che la vita cristiana non è un possesso acquisito una volta per tutte, ma un cammino quotidiano in cui ci si lascia plasmare dalla misericordia divina.
      Come educatori, siamo chiamati a testimoniare per primi questa umiltà, riconoscendo i nostri limiti, le nostre fragilità, il nostro continuo bisogno di conversione. Solo così diventiamo credibili e creiamo spazi in cui anche gli altri possano togliersi le maschere e presentarsi a Dio così come sono.

Essere peccatori amati e perdonati
      La conclusione della parabola è sconvolgente: “Questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato”. Il pubblicano, che non aveva nulla da presentare se non la propria miseria, riceve tutto. Il fariseo, che aveva tanto da esibire, rimane nella sua sterile illusione.
      Dio non giustifica chi si crede giusto, ma chi si riconosce peccatore. Non riempie chi è pieno, ma chi è vuoto. Non incontra chi non sente il bisogno, ma chi implora guarigione. È il paradosso evangelico: siamo salvati perché nonostante il nostro essere peccatori, più grande è la misericordia di Dio.
      Nell’educazione religiosa contemporanea la parabola ci indica che quando riconosciamo il peccato ci apriamo alla grazia che trasforma. Il peccato non ci schiaccia.
      Essere peccatori amati e perdonati non è uno status di inferiorità, ma la condizione propria del cristiano. È l’identità che ci permette di vivere nella libertà, senza fingere di essere perfetti, senza nascondere le nostre cadute, senza costruire facciate di rispettabilità. È la consapevolezza che il fondamento della nostra vita sta non in ciò che abbiamo fatto, ma in ciò che Dio ha fatto e continua a fare per noi.

Testimoni della misericordia di Dio personalmente vissuta
      Il pubblicano che torna a casa giustificato diventa inevitabilmente un testimone. Non può tacere l’esperienza di essere stato accolto, perdonato, risollevato. La sua vita parlerà di quella misericordia che lo ha trasformato.
      Ed è qui che si gioca la vera evangelizzazione. Non annunciamo teorie astratte sulla misericordia di Dio, ma testimoniamo un’esperienza personale. Parliamo di un perdono che abbiamo ricevuto, di un amore che ci ha cercati e trovati, di una relazione che ha dato senso alla nostra esistenza.
      Per chi opera nel campo dell’educazione ed evangelizzazione, questo significa anzitutto coltivare la propria vita spirituale come esperienza viva di questa misericordia. Prima di essere maestri, dobbiamo essere discepoli; prima di insegnare, dobbiamo imparare; prima di dare, dobbiamo ricevere. La credibilità del nostro annuncio si misura sulla verità della nostra esperienza.
      Inoltre, significa creare contesti educativi in cui le persone possano fare questa stessa esperienza. Non ambienti di giudizio, ma di accoglienza; non luoghi dove si devono dimostrare meriti, ma spazi dove ci si può riconoscere fragili; non strutture dove si acquisiscono competenze religiose, ma comunità dove si sperimenta la tenerezza di Dio.
      La parabola del fariseo e del pubblicano ci ricorda che l’educazione alla fede è essenzialmente introduzione a un rapporto: quello con un Dio che ci ama di amore misericordioso, che ci attende sempre, che ci perdona sempre, che fa della nostra povertà il luogo del suo incontro con noi.

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P. Fabio ATTARD

Rettor Maggiore dei Salesiani di Don Bosco