Tempo per lettura: 49 min.
La devozione di don Bosco a san Giuseppe nasceva dalla constatazione della sua potente intercessione. Per questo motivo il fondatore dei salesiani lo scelse come patrono secondario, accanto a Maria Ausiliatrice, e volle mantenerne viva la memoria. Chiese infatti a Giuseppina Pellico, sorella di Silvio Pellico, di tradurre un’opera molto diffusa del p. Jean-Joseph Huguet, intitolata “Dévotion des sept dimanches consacrés à honorer les douleurs et les allégresses de Saint Joseph : avec indulgences plénières chaque dimanche”, pubblicata a Lione nel 1862.
Questo testo propone un itinerario spirituale di sette domeniche consecutive dedicato alla meditazione dei dolori e delle gioie di san Giuseppe, arricchito dalle indulgenze plenarie concesse da papa Pio IX. Ampio spazio è riservato a racconti edificanti e a grazie attribuite alla sua intercessione: protezione durante le calamità, guarigioni, conversioni. Nelle sezioni centrali vengono messi in luce la grandezza, la potenza e l’amore del santo verso gli uomini, il suo ruolo di rifugio dei peccatori e di patrono della buona morte.
Divozione delle sette domeniche consacrate ad onorare i dolori e le allegrezze di s. Giuseppe
(con indulgenza plenaria ogni domenica)
Index
Prefazione
Cenno generale sulla divozione a s. Giuseppe e sulle indulgenze che con la medesima si possono lucrare
Esempio
Esercizi in onore dei sette dolori e delle sette allegrezze di s. Giuseppe
Prima domenica. Eccellenza del nome di Giuseppe
Esempio
Seconda domenica. Grandezza di s. Giuseppe
Esempio
Terza domenica. S. Giuseppe ricolmato di grazie e di meriti
Esempio
Pratica
Quarta domenica. Potere di S. Giuseppe
Esempio
Pratica
Quinta domenica. Amore di S. Giuseppe per gli uomini
Esempio
Pratica
Sesta domenica. S. Giuseppe rifugio dei peccatori
Esempio
Pratica
Settima domenica. S. Giuseppe patrono della buona morte
Esempio
Pratica
Salutazione di S. Giuseppe
Meditazione per la Festa di S. Giuseppe (19 marzo)
Esempio
Pratica
Meditazione per la festa del Patrocinio di s. Giuseppe
Esempio
Pratica
Prefazione
La divozione al glorioso s. Giuseppe fa ogni giorno nuovi e consolanti progressi nella Chiesa; i devoti figli di Maria hanno capito che non si può far cosa più grata a Gesù e alla sua divina Madre che onorare di culto particolare colui che fu loro unito con vincoli tanto intimi e così puri, e da cui ricevettero sì grandi servigi nel tempo in cui vissero su questa terra.
La gloria di s. Giuseppe, già tanto grande, sembra aver ricevuto un nuovo ingrandimento dopo la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione della SS. Vergine, sua casta sposa. Maria è incomparabile in tutti i suoi privilegi, è singolare in tutte le sue grandezze; ella è sola Immacolata nella sua Concezione; è Madre, ma la sua fecondità è coronata dai più bei fiori di sua verginità; è Vergine, ma la sua verginità è coronata dai frutti della sua fecondità; è Regina, ma il suo regno si estende sopra tutte le grandezze e le potenze dell’universo; è benedetta da Dio, ma lo è sopra tutte le donne. Se ella è dunque singolare tra le madri, singolare tra le vergini, singolare tra le regine, non doveva essere parimenti singolare tra le spose? Era pertanto necessario che s. Giuseppe fosse singolare nei suoi meriti affinché ella avesse motivo di amarlo singolarmente tra i santi. Certamente Maria SS., non cedendola in meriti se non al suo divino Figlio, era mille volte più santa di s. Giuseppe; ma convien dire però che questo santo Patriarca doveva avere una virtù in certo modo proporzionata a quella di Maria, poiché nelle unioni ben ordinate deve esserci somiglianza nei costumi, nelle inclinazioni e nelle condizioni d’ambe le parti. Egli è dunque vero che la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione, che innalzò ad un grado sì alto la gloria di Maria, contribuì eziandio ad aumentare quella di Giuseppe, il quale doveva essere tanto maggiormente santo e più perfetto quanto più la sua casta sposa era arricchita di tutti i doni della natura e della grazia.
Questa magnifica gemma aggiunta al diadema di Maria ricolmò il cuore di Giuseppe della più viva gioia; poiché egli sapeva meglio di qualunque altro santo quanto Maria meritasse giustamente il titolo di Immacolata, egli che per lo spazio dei trent’anni che passò aveva con quell’augusta Vergine, in essa non aveva mai veduta la minima imperfezione, nemmeno involontaria. Questa incomparabile gloria resa a Maria in questi ultimi tempi ci dà un particolare diritto sul cuore di s. Giuseppe. Di fatto, acciocché quel privilegio fosse più glorioso a Maria, Dio ha voluto concederlo ai voti e alle preghiere dei suoi figli. Qual cosa non possiamo aspettare dopo di ciò da s. Giuseppe, sempre tanto disposto a soccorrere i servi fedeli a Maria e a render loro il centuplo di quanto hanno fatto per la castissima sua Sposa? Indirizziamoci pertanto a lui con la più grande fiducia; non separiamolo dagli omaggi che tributiamo a Maria. Se onoriamo Maria in modo speciale il sabato, consacriamo il mercoledì a s. Giuseppe. Se siamo fedeli a celebrare il mese di Maria, prepariamoci facendo devotamente il mese di s. Giuseppe.
È impossibile amare Maria senza amare s. Giuseppe; e chi non ama l’uno deve necessariamente amar ben poco l’altra. Queste due devozioni si fortificano l’una coll’altra e ci aiutano a rendere a Gesù l’amore che gli dobbiamo. Se s. Bernardo ha detto: Per Mariam itur ad Iesum — Per mezzo di Maria si va a Gesù — noi non abbiamo difficoltà a soggiungere: Per mezzo di Maria si va a Giuseppe, e per mezzo di Giuseppe a Maria, e per l’uno e per l’altro a Gesù, e per mezzo di Gesù a Maria e a s. Giuseppe; in una parola, Gesù, Maria e Giuseppe non devono mai essere disgiunti nel nostro amore.
Egli è per sempre più infervorare i fedeli nella devozione verso questo santo Patriarca che abbiamo creduto utile il far stampare separatamente un estratto della nostra opera Potere di s. Giuseppe (quest’opera, di cui quattro edizioni furono spacciate in due anni, contiene in 450 pagine tutto ciò che riguarda la devozione a S. Giuseppe. I suoi devoti vi troveranno due mesi di marzo, parecchie novene, una visita per tutti i giorni del mese, meditazioni per tutti i mercoledì dell’anno, con una quantità di esempi, di pratiche e di orazioni). per diffondere fra tutti i devoti figli di Maria la pratica salutare delle Sette Domeniche consacrate a s. Giuseppe. Vi abbiamo aggiunte due meditazioni per le due feste principali di s. Giuseppe, a fine di aiutare i fedeli a passarle più santamente; queste due meditazioni, aggiunte alle sette precedenti, potranno servire di novena alle anime devote che desiderano ottenere qualche grazia speciale per l’intercessione di questo gran santo, a cui Gesù e Maria non sanno negare cosa alcuna.
Possa quest’operetta, messa sotto gli auspici di Maria Immacolata, cooperare a far conoscere e amare il più potente e il più caritatevole di tutti i santi.
Cenno generale sulla divozione a s. Giuseppe e sulle indulgenze che con la medesima si possono lucrare
Dappoiché il cielo rivelò alla terra la gloria di s. Giuseppe, sì poco conosciuto nei primi secoli, a lui molto meglio che a Mardocheo si possono applicare le parole del re Assuero: In tal modo dev’essere onorato colui che il Re vuol innalzare al colmo degli onori.
Il nostro secolo, dice il dotto e pio vescovo di Luçon, sembra aver accolto più specialmente queste parole profetiche: Andate da Giuseppe e fate quanto egli vi dirà. Di già l’eroico confessore, il sommo Pontefice Pio VII di santa memoria, aveva concesso molte indulgenze in favore di coloro che invocano questo sì potente Patriarca. Il santo Pontefice Pio IX, che tanto gloriosamente occupa la cattedra di s. Pietro, volendo nel suo amore così tenero e così ardente per Maria propagare ovunque la devozione del suo casto Sposo, ha esteso a tutta la Chiesa la commovente solennità del Patrocinio di s. Giuseppe, la quale si celebra la terza domenica dopo Pasqua. Per ravvivare la confidenza delle anime devote verso colui che s’invoca come il patrono e il modello della vita interiore, aggiunse alle pratiche in onore del Santo nuove e grandi indulgenze a quelle che i predecessori di lui già avevano concesse.
Per concessione di Gregorio XVI, in data del 22 gennaio 1836, si guadagnavano 300 giorni d’indulgenza ogni volta che fra l’anno, a scelta dei fedeli, per sette domeniche consecutive si recitavano le preghiere conosciute sotto il titolo delle sette allegrezze e sette dolori di s. Giuseppe, e la settima domenica un’indulgenza plenaria; S. S. Pio IX, il 1º febbraio 1847, aggiunse un’indulgenza plenaria a ciascuna delle sette domeniche, applicabile alle anime del purgatorio; ed il 22 marzo dello stesso anno S. S. ha esteso queste medesime indulgenze a tutti coloro che, non sapendo leggere o non avendo le suddette orazioni, reciteranno in ciascuna delle sette domeniche sette Pater, Ave, Gloria etc., aggiungendovi le dovute condizioni per l’acquisto delle sante indulgenze.
I fedeli servi di s. Giuseppe risposero a questo pio invito del Vicario di Gesù Cristo adottando con premura la pratica delle sette domeniche consacrate ad onorare il glorioso Sposo di Maria. Le preziose grazie ch’essi hanno ottenuto, i miracoli che il Signore operò per intercessione di s. Giuseppe a favore dei suoi devoti hanno grandemente contribuito in questi ultimi tempi a far sempre più propagare la devozione a s. Giuseppe. Ora, è appunto per aiutare, per quanto possiamo, le anime devote a praticare questo santo esercizio che offriamo una meditazione per ciascuna delle sette domeniche consacrate alle allegrezze e ai dolori del nostro santo Patriarca, affinché, indirizzandoci a lui con maggior amore e fervore, possiamo ottenere quanto domanderemo in nome di lui.
Quantunque non vi sia tempo determinato per lucrare le indulgenze plenarie concesse a questa santa pratica, si potrebbero però scegliere di preferenza le domeniche precedenti la festa di s. Giuseppe; oppure quelle congiunture particolari in cui abbiamo bisogno di grazie più abbondanti, per esempio per conoscere la propria vocazione, per ottenere la conversione d’un peccatore o il buon successo di un affare che interessi la gloria di Dio. Dopo ciascuna meditazione si dovranno recitare i dolori e le allegrezze di s. Giuseppe.
Esempio
Ecco un fatto riferito da autori gravi e degni di fede, il quale prova quanto cotesto devoto esercizio in onore di s. Giuseppe gli sia gradito e quali preziose grazie ottenga a coloro che lo praticano con devozione.
Due Padri francescani navigavano sulle coste di Fiandra, allorché si sollevò una spaventosa burrasca, la quale affondò la nave in cui si trovavano trecento persone. Per un vero tratto della divina Provvidenza poterono quei due religiosi impadronirsi di uno dei pezzi della nave sopra il quale si sostennero tre giorni tra la vita e la morte, avendo incessantemente sotto gli occhi l’immenso abisso che ad ogni momento minacciava inghiottirli. Servi fedeli di s. Giuseppe, pieni di confidenza nella sua potentissima protezione, a lui si raccomandarono con fervorosa preghiera, non potendo più da altri aspettarsi aiuto alcuno se non da Dio. La preghiera non era ancora terminata che già era esaudita. Ecco ad un tratto dissiparsi la procella, rasserenarsi il cielo e calmarsi le onde. La speranza di salvarsi rinacque nel loro cuore. Ma ecco nuovo miracolo. Vedono venir verso loro sulle acque un giovane pieno di grazia e di maestà, il quale, dopo averli salutati cortesemente, si offrì a servir loro di guida. Pensate qual fu la loro gioia a sì inaspettato soccorso. Su quel pezzo di nave, guidati da colui che essi confusi ben non sapevano ancora conoscere se angelo fosse o uomo, giungono sani e salvi alla spiaggia, dove, essendosi prostrati ai piedi del loro liberatore, dopo avergli reso i più vivi ringraziamenti, lo pregarono istantemente a voler dire loro il suo nome. «Io son Giuseppe, diss’egli, a cui vi siete raccomandati; se volete fare qualche cosa che mi sia grata, non lasciate passare giorno senza recitare devotamente sette volte l’orazione domenicale e la salutazione angelica, in memoria dei sette dolori di cui la mia anima fu afflitta, e in considerazione delle sette allegrezze di cui il mio cuore fu perfettamente consolato nel tempo che io passai sopra la terra in compagnia di Gesù e di Maria.» A queste parole disparve, lasciandoli ricolmi di gioia e mirabilmente infervorati di onorarlo e servirlo tutti i giorni della loro vita.
Esercizi in onore dei sette dolori e delle sette allegrezze di s. Giuseppe
I.
O Sposo purissimo di Maria, glorioso s. Giuseppe, siccome fu grande il travaglio e l’angustia del vostro cuore nella perplessità di abbandonare la vostra illibatissima Sposa, così fu inesplicabile l’allegrezza quando dall’angelo vi fu rivelato il divino mistero dell’Incarnazione.
Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza vi preghiamo di consolare ora e negli estremi dolori l’anima nostra coll’allegrezza di una buona vita e di una santa morte, somigliante alla vostra, tra le braccia di Gesù e di Maria. Pater, Ave, Gloria.
II.
O felicissimo Patriarca, glorioso s. Giuseppe, che trascelto foste all’uffizio di padre putativo dell’umanato Verbo, il dolore che sentiste nel veder nascere con tanta povertà il bambino Gesù vi si cambiò subito in giubilo celeste nell’udire l’armonia angelica e nel vedere le glorie di quella risplendentissima notte.
Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza vi supplichiamo d’impetrarci che, dopo il cammino di questa vita, passiamo ad udire le lodi angeliche ed a godere gli splendori della celeste gloria. Pater, Ave, Gloria.
III.
O esecutore ubbidientissimo delle divine leggi, glorioso s. Giuseppe, il sangue preziosissimo che sparse nella circoncisione il Bambino redentore vi trafisse il cuore; ma il nome di Gesù ve lo ravvivò, riempiendolo di contento.
Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza otteneteci che, tolto da noi ogni vizio in vita, col nome santissimo di Gesù nel cuore e nella bocca giubilando spiriamo. Pater, Ave, Gloria.
IV.
O fedelissimo santo, che foste a parte dei misteri della nostra redenzione, glorioso s. Giuseppe, se la profezia di Simeone intorno a ciò che Gesù e Maria erano per patire vi cagionò spasimo di morte, vi ricolmò ancora di un beato godimento per la salute e la gloriosa risurrezione che insieme predisse dover seguire d’innumerevoli anime.
Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza impetrateci di essere nel numero di quelli che, pei meriti di Gesù e ad intercessione della Vergine Madre, hanno gloriosamente a risorgere. Pater, Ave, Gloria.
V.
O vigilantissimo custode, famigliare intrinseco dell’incarnato Figliuolo di Dio, glorioso s. Giuseppe, quanto penaste in sostentare ed assistere il Figlio dell’Altissimo, particolarmente nella fuga che doveste fare in Egitto; ma quanto ancora gioiste, avendo sempre con voi lo stesso Dio e vedendo cadere a terra gl’idoli egiziani!
Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza impetrateci che, tenendo noi lontano il tiranno infernale, specialmente colla fuga delle occasioni pericolose, cada dal nostro cuore ogni idolo di affetto terreno e tutti, impiegati nel servire Gesù e Maria, per essi solamente da noi si viva e felicemente si muoia. Pater, Ave, Gloria.
VI.
O angelo della terra, glorioso s. Giuseppe, che a’ vostri cenni ammiraste soggetto il Re del cielo; se la consolazione vostra nel ricondurlo dall’Egitto si turbò pel timore di Archelao, assicurato nondimeno dall’angelo, lieto con Gesù e Maria dimoraste in Nazaret.
Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza impetrateci che, dai timori nocivi libero il nostro cuore, godiamo pace di coscienza e sicuri viviamo con Gesù e Maria, e fra loro ancora moriamo. Pater, Ave, Gloria.
VII.
O esemplare di ogni santità, glorioso s. Giuseppe, smarrito che aveste senza vostra colpa il fanciullo Gesù, col massimo dolore tre giorni lo cercaste, finché con sommo giubilo godeste di averlo ritrovato nel tempio fra i dottori.
Per questo vostro dolore e per questa vostra allegrezza vi supplichiamo col cuore sulle labbra ad interporvi, onde non ci avvenga mai di perdere Gesù con colpa grave; ma se per somma disgrazia lo perdessimo, tanto con indefesso dolore lo cerchiamo finché favorevole lo ritroviamo, particolarmente alla nostra morte, per passare a goderlo in cielo ed ivi con voi in eterno cantare le sue divine misericordie. Pater, Ave, Gloria.
Antifona. Ipse Iesus erat incipiens quasi annorum triginta, ut putabatur filius Joseph.
Y. Ora pro nobis, sancte Joseph.
R. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.
Oremus.
Deus, qui ineffabili providentia beatum Ioseph sanctissimae Genitricis tuae sponsum eligere dignatus es; praesta, quaesumus, ut quem protectorem veneramur in terris, intercessorem habere mereamur in coelis. Qui vivis et regnas in saecula saeculorum. Amen.
NB. Le preghiere sole sono di dovere per lucrare le indulgenze delle sette domeniche, senza che sia necessario aggiungervi le seguenti meditazioni.
Prima domenica. Eccellenza del nome di Giuseppe
È sentimento di molti padri che Dio medesimo sia l’autore del nome benedetto di Giuseppe, ispirandolo ai suoi genitori perché la sua significazione si adempia in lui in modo ammirabile. Difatti questo nome, che nella lingua ebraica significa accrescimento, aumentazione, presagiva, dice s. Bernardo, il progresso che Giuseppe doveva fare nella santità, come l’antico patriarca dello stesso nome, il figliuolo di Giacobbe, fu sì grande fra i suoi fratelli.
Adamo ricevette dal Signore il potere di porre il nome a colei che gli era stata data per compagna. Così lo Spirito Santo volle scegliere un nome a colui che doveva tenere le sue veci e rappresentarlo presso l’augusta Madre di Dio.
Se il nome del patriarca Isacco è stato rivelato da un angelo al suo padre Abramo; se il nome del santo Precursore s. Giovanni Battista è stato annunziato da un angelo a Zaccaria ed a santa Elisabetta, non possiamo poi credere che Giuseppe, trascelto da Dio per essere il padre di Gesù ed il casto sposo di Maria, abbia goduto almeno dello stesso privilegio?
Quanto grande amore dimostra Iddio per questo santo Patriarca, nell’imporgli egli stesso, acciocché avesse niente di terreno, il nome che deve portare fra gli angeli e fra gli uomini!
Il Figlio di Dio ha voluto onorare quest’augusto nome prima della sua nascita, nel tempo della sua vita e dopo la sua morte. Prima della sua nascita ha voluto che uno di quei antichi patriarchi, che figuravano la sua divina persona, portasse il nome di Giuseppe. Nel tempo della sua vita mortale fu il nome benedetto ch’egli pronunziò il primo con quello della sua Madre; è il nome di Giuseppe ch’egli ripeteva più sovente, e sempre con tutto il rispetto e l’amore del figlio il più affezionato e devoto.
Dopo la sua morte il divin Salvatore non volle confidare la cura di calar giù dalla croce il proprio corpo, di riceverlo tra le braccia e seppellirlo nel sepolcro, se non a quell’uomo giusto d’Arimatea che appunto si chiamava Giuseppe.
Fedele imitatrice degli esempi di Gesù, con quale venerazione e quale tenerezza l’augusta Maria non doveva pronunziare il nome di Giuseppe, di Giuseppe che le era unito con vincoli così stretti e così puri!
Deve dunque essere sommamente grato a Maria il veder rispettato ed onorato il nome santo di Giuseppe. Essa comandò un giorno a uno schiavo moro, che stava per ricevere il battesimo, di prendere il nome di Giuseppe, in memoria del suo santo sposo. Fu Maria che, aprendo i cieli, scoperse agli occhi di s. Geltrude l’incomparabile splendore del trono su cui sedeva il glorioso suo sposo, e che le fece ancora osservare come, al nome solo di Giuseppe, tutti i santi del paradiso chinavano dolcemente il capo per fargli onore.
Fra tutti i beati che regnano in cielo s. Giuseppe è il solo che abbia l’onore di vedere il proprio nome associato e come inseparabilmente unito ai nomi divini di Gesù e di Maria.
Dopo il glorioso nome della Madre di Dio e dell’adorabile di lei Figlio, quello di Giuseppe tiene il primo ordine, ed il cielo e la terra non hanno da pronunziarne un altro, da cui le anime pie ricevano una grazia più abbondante, una speranza più sicura, una più dolce soavità.
Di fatto osservate con qual tenera confidenza s’invoca il nome di Giuseppe in tutta la Chiesa, come i parenti cristiani si reputano felici di poterlo imporre ai loro figli al fonte battesimale, come un pegno di salute e di protezione celeste.
Quanto il vostro nome è glorioso, o mio amatissimo Padre! Egli ha la forza di sperdere e di vincere le tentazioni dell’inferno. Ah! voglio d’ora innanzi essere più fedele ad invocarlo in quei momenti di prova, e spero che mi difenderete contro gli assalti del nemico infernale.
Il nome di Giuseppe, o anime pie, sia con quello di Gesù e di Maria la vostra prima parola nello svegliarvi e l’ultima prima di addormentarvi. Ponete quei nomi amabili al principio di tutti i vostri scritti, come una preghiera efficace ed un pegno certo di benedizione; compite ogni opera vostra con questi nomi santi, e faccia Iddio che possiate rendere l’ultimo sospiro pronunziando quei nomi cotanto soavi e cotanto atti a rianimare la vostra confidenza.
Esempio
Il santo nome di Giuseppe, così dolce alle anime che lo portano, ed agli angeli, i quali si rallegrano vedendo coloro che son loro affidati posti sotto un sì potente patrocinio, è formidabile ai demoni, i quali non ardiscono nuocere a quelli che hanno s. Giuseppe per loro patrono. Ecco un fatto riportato dal padre Barry in conferma di questa verità: «Ho saputo, dice egli, da buona fonte, che un uomo di riguardevole condizione avendo avuto parecchi figli i quali tutti gli erano stati rapiti nella loro giovinezza, sia per maleficio o per altri accidenti, s’indirizzò ad uno dei suoi amici ch’egli sospettava di magia, e lo pregò a volergli insegnare qualche espediente per conservare i figli che Dio gli dava. Quell’uomo, dopo molti rifiuti e difficoltà, gli disse finalmente che voleva dargli una prova della sua amicizia. So per esperienza, disse egli, che i demoni temono e tremano al sentir pronunziare il nome di Giuseppe, e che difficilmente ardiscono far del male a quelli che portano quel nome. Seguite il mio consiglio: date il nome di Giuseppe al primo dei figli che Dio vi concederà, e siate certi ch’egli sfuggirà alla disgrazia di cui gli altri furono vittima. Diffatti avendo avuto un figlio fu nominato Giuseppe, e con grande soddisfazione dei parenti visse lungamente.»
Si può dunque credere, soggiunse il padre Barry, che una speciale benedizione sia riservata a quelli che portano questo nome, poiché si è osservato essere cosa rara che persone che portino questo nome si siano distinte per scelleratezza o per infamia. Un pio ecclesiastico, avendo avuto l’opportunità di vedere i registri delle cause criminali del Parlamento di Provenza, ebbe la curiosità di percorrere i nomi di tutti i delinquenti iscritti da duecento anni, cioè dall’epoca in cui il nome di Giuseppe cominciava ad essere più in voga, e trovò che neppur uno di quei disgraziati si chiamava Giuseppe.
Pratica
Invocare sovente fra il giorno Gesù, Maria, Giuseppe.
Recitare i sette dolori e le sette allegrezze.
Seconda domenica. Grandezza di s. Giuseppe
Dire che s. Giuseppe è lo sposo di Maria, è dire di lui, esclama s. Giovanni Damasceno, quanto si può dire di più grande.
Maria, tanto sublime in perfezione, meritava certamente di ricevere dalle mani di Dio uno sposo di una santità eminente.
«Se ci fosse stata una donna più pura di Maria, dice il dotto Billeurt, sarebbe stata trascelta per madre di Dio; e se si fosse ritrovato un uomo più giusto di Giuseppe, quello sarebbe stato lo sposo di Maria.»
«Voi vedete la dignità di Maria, dice Bossuet, in quanto che la sua beata verginità è stata prescelta da tutta l’eternità per dare Gesù Cristo al mondo; e vedete la dignità di Giuseppe in quanto che quella purità di Maria, che fu così utile alla nostra natura, è stata affidata alle cure di lui, e conservò al mondo una cosa tanto necessaria.»
S. Paolo prova che l’eccellenza di Gesù Cristo supera quella di tutti gli angeli per la nobiltà del suo nome: Tanto melior angelis effectus, quanto prae illis differentius nomen haereditavit. Quale stima non dobbiamo noi avere di s. Giuseppe, il quale con ragione porta il nome di padre di Dio, e che, dopo essere stato associato alla paternità divina, poté dire col Padre Eterno, parlando al medesimo Figlio: Gli terrò luogo di Padre, ed egli mi obbedirà qual Figlio; Ego ero illi in Patrem, et ipse mihi erit in Filium!
Se Dio, dice s. Paolo, nel dare le cariche provvede nel medesimo tempo le qualità necessarie per adempierne i doveri: Qui facit nos idoneos ministros; quale maturità d’intelletto, qual rara prudenza non avrà egli data a quell’uomo trascelto dalla sua sapienza per l’amministrazione di sì importanti affari, quali furono l’avere in custodia il Figlio di Dio medesimo colla Madre sua Maria SS.? Quale elevatezza di spirito non avrà egli dato a Giuseppe che per lo spazio di trent’anni doveva studiare alla scuola della Sapienza incarnata; ma soprattutto qual capacità di cuore, qual estensione di volontà, qual grandezza d’amore non avrà egli dato a colui, il quale doveva essere l’altare vivente sopra cui doveva riposare tutto il fuoco dell’amor di Dio, racchiuso nella persona di Gesù Cristo! Ma se non possiamo nemmeno comprendere le disposizioni di s. Giuseppe per questa sublime paternità, come potremo aver una giusta idea dei meriti che il gran Patriarca acquistò nell’esercizio delle sue funzioni divine?
Qualche dottore sembra meravigliarsi che il Salvatore non abbia mai pronunciata una parola in lode della SS. Vergine e di s. Giuseppe, quantunque abbia fatto l’elogio del suo Precursore, di s. Pietro, e persino di certi peccatori sinceramente convertiti. Egli è senza dubbio, perché dicendosi loro figlio e rendendo loro tutta l’obbedienza che i padri e le madri possono pretendere dai loro figli, non poteva far cosa più onorifica né più gloriosa per essi.
«Se il nome di depositario, dice Bossuet, porta con sé una prova di stima ed è contrassegno di probità: se per confidare un deposito eleggiamo fra i nostri amici quelli la cui virtù è maggiormente riconosciuta, la cui fedeltà è maggiormente provata, infine i più intimi, i più confidenti: qual vorrà essere la gloria di s. Giuseppe, fatto da Dio depositario non solo della beatissima V. Maria, tanto grata ai suoi occhi per la purità, ma ancora del suo proprio Figlio, che è l’unico oggetto delle sue compiacenze e l’unica speranza della nostra salute! Dimodoché nella persona di Gesù Cristo s. Giuseppe è stabilito depositario del comune tesoro di Dio e degli uomini. Quale eloquenza può mai pareggiare la grandezza e la maestà di questo titolo!»
«Avendo Iddio costituito s. Giuseppe ad esercitare l’autorità di padre sopra il Verbo incarnato, si deve tener per certo, dice s. Alfonso de’ Liguori, che gli conferì tutti i doni che convenivano a una sì grande carica. Non si può dubitare che non lo abbia arricchito di tutte le grazie e di tutti i privilegi concessi agli altri santi.»
Se la saggezza di s. Giuseppe ha avuto un sì nobile impiego nel governo del Verbo incarnato, non fu meno gloriosa per lui la sua pazienza nei travagli. Ogni suo passo, tutte le cure ch’egli si dava, i sudori che spargeva, altro non riguardavano che la vita di Gesù, da cui dipendeva la salute generale di tutti gli uomini. Dimodoché, se altri santi soffrirono più di lui, nessuno certamente soffrì per un soggetto più degno. Gli anacoreti fecero grandi astinenze per conservare la vita dell’anima; ma s. Giuseppe si privava del necessario per sostenere Gesù e Maria. I martiri hanno sofferto atroci tormenti pel nome di Gesù, ma s. Giuseppe espose la propria vita per salvare quella di Gesù.
Se il servire fedelmente a Dio è regnare, secondo che dice Dio medesimo, i servigi che s. Giuseppe gli rese sono così grandi e riguardano cosa sì importante, e furono spesi in impiego così glorioso, che non solo lo distinguono dagli altri santi, ma può essere il loro modello, dimodoché la nobile qualità di servo, che Dio diede ai patriarchi, agli apostoli ed a tutti i santi dell’antica e nuova legge, convien singolarmente a s. Giuseppe.
Giudicate da queste sublimi considerazioni qual rispetto dobbiamo portare a questo santo ammirabile, qual confidenza dobbiamo avere nella sua protezione. Che se egli è singolare nei meriti, non v’è dubbio che egli non lo sia altresì nel potere e nel credito che ha nel cielo presso Gesù e Maria, a cui ha reso sì grandi servigi nel tempo della loro vita mortale.
Esempio
Nei primi anni del secolo decimosettimo la peste faceva grande strage nella città di Avignone. Il clero e la magistratura ricorsero a s. Giuseppe con voto di celebrarne ogni anno solennemente la festa, se li liberava da quella crudele epidemia. Da quel momento non ci furono più vittime ed il flagello disparve interamente; ma la strage si portò a Lione. Quivi infierì ancor più orribilmente e si credette un momento che la città sarebbe stata interamente spopolata. Istruiti dall’esempio degli Avignonesi ricorsero ancor essi a san Giuseppe e le loro preghiere furono esaudite e la peste cessò d’incrudelire.
Da quel tempo cominciò la divozione dei Lionesi per questo grande Patriarca. Il padre Barry, contemporaneo, racconta nel suo libro parecchi miracoli ottenuti da questo gran santo in tale occasione. «Nello scorso anno, dice egli, allora che la peste infuriava maggiormente, so che molti degli abitanti portavano al dito un anello sopra cui era scritto il nome di s. Giuseppe a fine di essere preservati dalla peste; e Dio, benedicendo la loro fede e la loro confidenza in questo amabile nome, non permise che alcuno di essi fosse colpito dal male.»
Pratica
Date una limosina a un povero o fate una preghiera in onore di s. Giuseppe.
Recitate i sette dolori e le sette allegrezze.
Terza domenica. S. Giuseppe ricolmato di grazie e di meriti
Si deve giudicare delle grazie che Dio comunica ai suoi santi da questi due grandi principii: dai rapporti che essi hanno con Gesù Cristo e dall’eccellenza della loro dignità e vocazione. «Più una cosa è vicina al suo principio, dice s. Tommaso d’Aquino, più ella partecipa della sua energica influenza; il che fece dire a s. Dionigi, che gli angeli essendo più vicini a Dio che gli uomini, partecipano maggiormente de’ suoi divini favori.» Ora Giuseppe era vicino al principio della santità quanto poteva esserlo un uomo. E non è egli in vero Gesù Cristo il divin sole di giustizia, la cui luce e il cui calore operano la santità nelle anime, secondo che o più o meno ne son fatte partecipi? E non fu egli concesso a s. Giuseppe di riceverne immediatamente per lo spazio di trent’anni le celesti influenze? Non si può dubitare, dice s. Alfonso de’ Liguori, che mentre Giuseppe visse con Gesù Cristo i suoi meriti e la sua santità non siano cresciuti in modo da oltrepassare i meriti di tutti gli altri santi.
Quanto più sono alti e sublimi la dignità e l’uffizio a cui un santo è destinato dalla Provvidenza, tanto più le grazie che gli vengono comunicate devono essere preziose ed abbondanti, essendo proprio della sapienza di Dio il dare ai suoi santi le grazie convenienti al grado a cui li innalza. Ora come la dignità di Giuseppe, sposo di Maria e padre di Gesù, è senza pari, così la sua santità, dopo quella della Madre di Dio, è stata al disopra della santità di tutti gli uomini.
È dottrina ricevuta nella Chiesa che vi sono grazie particolari per i differenti stati a cui Dio ci chiama; per conseguenza san Giuseppe ha dovuto ricevere una grazia particolarissima relativa al titolo augusto di casto sposo di Maria e di padre putativo di Gesù. Tutti i dottori riconoscono che riceviamo una grazia di adozione filiale allorché Iddio ci fa l’onore di farci suoi figli adottivi; dobbiamo pertanto anche ammettere una grazia di adozione, per così dire, paterna, che il Salvatore sparse nel cuore di Giuseppe eleggendoselo per padre; e cotesta grazia è stata tanto più ragguardevole, essendo incomparabilmente più glorioso ad un uomo virtuoso essere padre di Dio che semplicemente appartenergli in qualità di figlio adottivo.
S. Giuseppe concorre con Gesù e Maria all’adempimento dei decreti eterni di Dio per la salvezza del genere umano; egli è prescelto sin dall’origine del mondo per tali alti destini, dice un dotto vescovo; e l’adorabilissima Trinità, formando il cuore di Gesù e facendo su tale modello il cuore di Maria, fece il cuore di Giuseppe tanto rassomigliante a quello del Figlio e della Madre quanto lo può permettere la gloria divina del Figlio e l’incomunicabile gloria della Madre.
Se lo Spirito Santo si comunicò con tanta pienezza agli Apostoli, il cui ufficio non riguardava se non il corpo mistico del Figlio di Dio, che è la Chiesa, che diremo del cuore di quel gran Patriarca? Non discese lo Spirito Santo sopra di lui in forma di lingua di fuoco; ma il Padre Eterno gli confidò il suo Unigenito che è sua parola e suo Verbo. Or chi potrà ridire le ricchezze spirituali e le grazie che Giuseppe scoprì in Gesù? È cosa orrenda, dice la legge, il vedere un padre povero mentre il figlio trovasi nell’abbondanza. Chi crederebbe pertanto che il Salvatore, che è il Signore di tutte le virtù, abbia potuto dimenticare Giuseppe, cui teneramente amava come suo padre? Dobbiamo quindi credere che l’abbia immensamente arricchito d’ogni sorta di grazie e di virtù. Essendogli piaciuto essere debitore a Giuseppe di tutti i soccorsi di cui aveva bisogno nella sua infanzia — del nutrimento, del sostentamento, della conservazione stessa di sua vita — poteva egli non compensarlo abbondantemente? Questo gran Santo trovò dunque nell’amor di Gesù un’ineffabile sorgente di grazie e di mezzi onde aumentare queste grazie stesse.
Ma questa sorgente aveva i suoi accrescimenti ed in certe occasioni si spandeva con maggior abbondanza. Nella corte dei re di questa terra vi sono giorni di allegrezza e di festa in cui largheggiano con maggior profusione e spandono a piene mani le ricchezze dei loro tesori. Per esempio, alla nascita di un principe, dopo una segnalata vittoria, dopo qualche strepitoso servizio reso allo Stato o alla persona stessa del principe molti sogliono fare la loro fortuna. Così operava Iddio con Giuseppe; tutti i giorni per lui erano favorevoli, ma vi erano dei giorni più favorevoli e più avventurosi. Chi potrebbe dubitare che allora, quando si adempiva qualche mistero, Dio non spargesse sopra Giuseppe i suoi tesori con maggior profusione? Io considero questo gran Santo alla nascita di Gesù Cristo, prostrato e tutto in lacrime ai piedi del presepio, e nel trasporto di mia ammirazione dico a me stesso: O mio Dio! Se mai il cielo dovette versare le sue grazie sopra la terra, fu in quel giorno. Ma coteste grazie sparse tanto liberalmente sopra chi saranno esse discese con maggior abbondanza se non sopra Giuseppe? Egli si trova solo con Maria nella stalla di Betlemme; egli ha la ventura di adorare primo il Messia, il Salvatore da poco tempo nato; egli riceve i suoi primi sguardi; raccoglie i suoi primi sospiri e le sue prime lacrime. Non dovrà egli adunque aver ricevuto altresì le sue prime grazie, come i primi raggi del sole nascente?
Lo considero ancora nella fuga in Egitto. Che non ha egli dovuto soffrire in quel lungo viaggio vedendo i patimenti e le privazioni di Gesù e di Maria! Qual desiderio di addolcirne i rigori, qual disgusto di non poter ciò fare! Egli è sensibile ai patimenti di Gesù e di Maria; Gesù e Maria saranno insensibili ai voti di lui? Egli vigila sopra la Provvidenza; la Provvidenza avrà ella gli occhi chiusi sopra di lui? E così dicasi degli altri misteri. Tutta, tutta interamente la vita di Giuseppe fu ricolma di tali preziose circostanze di grazie, di meriti e di virtù.
Esempio
Il signor Augery, avvocato al parlamento del Delfinato, trovandosi a Lione nel tempo che la peste affliggeva questa città nell’anno 1638, vide uno dei suoi figli, Teodoro Augery, di anni sette, colpito dal flagello con tutti gli indizi che presagivano una morte prossima ed inevitabile. Nel suo estremo dolore l’afflitto padre si rivolse colla più viva confidenza a san Giuseppe e gli promise che, se gli avesse salvato il figlio, avrebbe in onore di lui assistito per nove giorni alla santa messa nella chiesa che gli era consacrata, avrebbe illuminata con cerei la sua immagine e collocatovi un quadro la cui inscrizione indicasse il benefizio ottenuto a sua intercessione. Intanto i medici, visitato il giovane infermo, lo trovarono in uno stato talmente deplorabile che lo fecero trasportare immantinente al lazzaretto, dicendo che non più di due ore sarebbe rimasto ancora in vita. Ma appena giunse al lazzaretto il fanciullo fu in un istante guarito. Il padre, pieno di gratitudine verso il suo glorioso benefattore, adempì il suo voto con sentimenti di grandissima divozione. Fu egli medesimo, dice il P. di Barry, che mi diede il processo verbale del fatto, scritto di suo pugno e nel quale narrava tutte le circostanze di quella guarigione.
Di BARRY.
Pratica
Ringraziar Dio delle grazie concesse a s. Giuseppe.
Recitare i sette dolori e le sette allegrezze.
Quarta domenica. Potere di S. Giuseppe
Se nel mondo si considera come avventurato colui che ha un amico fra i grandi della corte, il quale goda le buone grazie ed abbia libero accesso alla persona del Sovrano, perché si spera ottenere per sua mediazione ciò che si desidera, quanto non dobbiamo stimar felice il fedele servo di Giuseppe che ha nella corte celeste un potente protettore, sempre pronto a presentare le sue suppliche e i suoi voti al Signore! Volgete uno sguardo all’innumerevole moltitudine dei santi che compongono la celeste Gerusalemme, ed osservate se ve n’ha un solo che più di lui sia favorito da Dio e sia più potente presso di lui che il gran S. Giuseppe. Egli fu trascelto e chiamato negli eterni decreti della Provvidenza ad essere il capo della santa Famiglia: Quem constituit Dominus super familiam suam; egli fu dalla grazia unito inseparabilmente all’adorabile persona dell’Unigenito di Dio ed alla beatissima di lui Madre.
Il Figlio di Dio, dice S. Teresa, non ha mai rifiutato alcuna cosa a S. Giuseppe, mentre viveva sotto la sua dipendenza; quanto meno gli rifiuterà ciò che gli domanda per noi ora ch’egli regna alla destra di Dio suo Padre! Si può egli credere che l’ami meno nel cielo di quanto lo amava sopra la terra? Se nel tempo della sua vita mortale lo elesse il suo più caro favorito per essere sempre presso alla sua persona, a fine di ricevere da lui tutti i servigi di cui abbisognava, e per contraccambiarlo del più tenero e più riconoscente affetto, è possibile che non gli continui lo stesso favore presentemente che regna nello splendore dei santi? Che cos’ha egli fatto da perdere la grazia di Dio e cessare di essere il suo primo ministro nel cielo come lo fu sopra la terra? Non deve egli piuttosto concedergli gli stessi privilegi, avendolo fatto vicino alla sua divinità più di ogni altro santo, e non negargli quanto desidera? Dubitandum non est, quod Christus familiaritatem et reverentiam quarti exhibuit illi cum viventi tanquam filius patri suo, in coelis utique non negavit, sed potius complevit.
È cosa certa che S. Giuseppe gode presso Dio maggior credito che non gli angeli e tutti i beati. Qual è in fatto il principe saggio e generoso che non si dimostri sensibile alle preghiere di suo padre o dell’antico suo governatore assai più che non alle suppliche di tutti i servi che compongono la sua corte ed il suo regno?
S. Antonino ne dà ancora un’eccellente ragione. Il potere di una persona, dice quel gran dottore, viene dalla natura, dalla grazia e dal merito. La natura rende un padre onnipotente sul cuore di suo figlio; la grazia rende un marito onnipotente sopra il cuore della propria sposa; il merito rende un servo onnipotente presso il suo padrone, a cui abbia reso grandi servigi. Ora qual creatura ha più stretti vincoli di Giuseppe con Gesù e con Maria, essendo il padre dell’uno e lo sposo dell’altra? Chi potrebbe essere più grato a Dio di quel gran santo la cui angelica purità non fu mai offuscata dal soffio delle passioni, e che pel corso di trent’anni esercitò tutte le opere di misericordia verso l’adorabile persona del Figlio di Dio con sì ardente zelo, con umiltà così profonda e con fedeltà così inviolabile. «E se è scritto, dice S. Bernardo, che il Signore fa la volontà di coloro che lo temono, come rifiuterà di fare quella di S. Giuseppe che lo nutrì così lungo tempo col sudore della sua fronte? Voluntatem timentium se facies quomodo voluntatem nutrientium non faciet?» «Dobbiamo essere ben persuasi, dice S. Alfonso de’ Liguori, che Dio, in considerazione dei suoi grandi meriti, non negherà mai a S. Giuseppe una grazia in favore di coloro che lo onorano.» Ah! se, per testimonianza di Gesù Cristo medesimo, tutto è possibile a colui che abbia soltanto di fede quanto è grosso un granello di senape, non dobbiamo noi credere, senza tema di errare, che San Giuseppe è onnipotente in cielo, la sua fede essendo stata più grande di quella d’Abramo e degli Apostoli, e la sua carità più ardente di quella dei cherubini e dei serafini?
«Parecchi santi, dice l’angelico Dottore, hanno ricevuto da Dio il potere di assisterci ed aiutarci in certi particolari bisogni; ma il potere di S. Giuseppe non è limitato; si estende a tutte le nostre necessità; e tutti quelli che lo invocano con confidenza sono certi d’essere prontamente esauditi.» Gli altri santi godono, è vero, un gran credito in cielo; ma essi intercedono e supplicano come servi, e non comandano come padroni. Giuseppe, che ha veduto Gesù sottomesso alla sua autorità, ottiene quanto desidera dal Re suo Figlio; e, come dice il dotto Gersone, non domanda, ma ordina: Non impetrat, sed imperat. «Gesù, dice S. Bernardino da Siena, vuol continuare nel cielo a dare a S. Giuseppe prove del suo rispetto figliale obbedendo ai suoi desideri; Dum pater orat natum, velut imperium reputatur.» «Oh! quanto saremo felici, dice S. Francesco di Sales, se possiamo meritare di aver parte alle sue sante intercessioni! perché niente gli sarà negato, né da Maria SS., né dal suo Figlio. Ci otterrà, se in lui confideremo, un santo accrescimento di ogni sorta di virtù, ma specialmente di quelle ch’egli possedeva in più alto grado, quali sono la santissima purità di corpo e di spirito, l’amabilissima virtù dell’umiltà, la costanza, il valore e la perseveranza; virtù che ci renderanno vittoriosi dei nostri nemici in questa vita, e degni di andare a godere nella vita eterna la ricompensa che è preparata a coloro che imiteranno gli esempi che S. Giuseppe ha loro dati.»
Se il Signore benedisse una volta la casa reale di Faraone, se moltiplicò le sue ricchezze e le sue entrate in considerazione di Giuseppe di lui servo, potremo noi dopo di ciò dubitare che Gesù, per amor di Giuseppe suo padre adottivo, non voglia arricchirci de’ suoi più preziosi beni, ed aumentare le poche grazie, virtù e buoni abiti che già abbiamo? Ah! nostro Signore disse a lui, molto meglio ancora che non disse il re d’Egitto al figlio di Giacobbe fatto suo primo ministro: «Il mio regno è tutto nelle tue mani, io riposo sopra di te più tranquillo che sopra ogni altro, dopo la mia Madre, per effettuare il disegno di salvare tutti gli uomini. Lascio a tua disposizione il tesoro delle mie grazie, fanne liberamente parte ai tuoi fratelli; scopri loro la ricchezza e la bellezza della dimora che ho loro preparato nel mio regno, e di cui goderanno eternamente se saranno fedeli a servirmi ed onorarmi.»
Esempio
La superiora della congregazione delle religiose del Verbo-Incarnato era, pochi anni sono, affetta da male d’occhi talmente che non poteva più leggere; la vista le si era offuscata e temeva di perderla interamente. Consultati i migliori dottori risposero che quello fosse effetto d’una flussione che essi giudicavano incurabile. Questa buona monaca, vedendo che gli uomini non sapevano guarirla, e l’arte si dichiarava impotente per liberarla dalla sua infermità, si rivolse piena di confidenza a S. Giuseppe suo amatissimo protettore, e fece voto di recitare pel corso di un anno l’uffizio composto in onore di lui. Appena terminata la sua preghiera, fu nel medesimo istante interamente guarita da quell’incomodo.
(La divozione a S. Giuseppe).
Pratica
Recitare quest’oggi tre volte l’Ave Ioseph.
Recitare i sette dolori e le sette allegrezze.
Quinta domenica. Amore di S. Giuseppe per gli uomini
Non c’è altra misura dell’amore che si ha pel prossimo che quella dell’amore che si porta a Dio. L’amor di Dio e del prossimo sono, dice S. Gregorio, due anelli di una medesima catena, due fiumi che scaturiscono dalla medesima sorgente. Egli è indubitabile che l’amor di S. Giuseppe verso Dio, quando era ancora sopra la terra, superava incomparabilmente l’amore di tutti gli uomini, di tutti i santi e di tutti gli angeli. È dall’amore, di cui Giuseppe arde per Dio, che bisogna misurare quello che ha per noi; ed è facile il comprendere che l’uno e l’altro oltrepassano l’umano intendimento.
A cotesta ragione fondamentale se ne devono aggiungere molte altre. Giuseppe è nostro padre, poiché noi siamo figli di Maria, fratelli e coeredi di Gesù Cristo, suo divin Figlio. Gesù facendosi suo Figlio gli pose nel cuore un amore più tenero di quello del migliore dei padri; e ciò non solo per esserne amato come figlio, ma acciocché quello stesso amore si spandesse sopra tutti gli uomini divenuti parimenti suoi figli. Giudicate se Giuseppe, il più tenero de’ padri, potrebbe dimenticare gli uomini confidati alla sua tenerezza. Volendo Iddio che il nostro glorioso santo servisse di padre all’unico suo Figlio, volle ancora, dice una venerabile suora di S. Giuseppe, prima carmelitana in Francia, che egli tenesse luogo di padre ai suoi fratelli adottivi, ai membri mistici del divino Infante. Egli è in questo modo che gli comunicò una grazia tutta speciale d’amore e di tenerezza e di sollecitudine per noi, la quale lo porta a farci tanto bene quanto il padre più sviscerato possa desiderarne ai suoi figli, che egli ama più di sé stesso.
Divinissimo Gesù, che avete riposato tante volte sopra il cuore di Giuseppe per accendervi una fornace d’amore proporzionato alle cure paterne di cui egli era incaricato, voi avete saputo far grande quel cuore, affinché tutti i cristiani potessero trovarvi un asilo nelle loro pene e nei loro travagli. S. Giuseppe sa che il suo divin Figlio ci amò sino ad incarnarsi, soffrire e morire per noi. Quante volte nel corso della sua vita non ha egli inteso il Salvatore manifestare il vivo desiderio di cui ardeva di dare per ciascuno di noi, sino all’ultima stilla il suo sangue! Come sarebbe dunque possibile che Giuseppe ci guardasse con indifferenza e vedesse perire senza dolore una famiglia di cui Gesù Cristo è il primogenito?
Egli è in servizio degli uomini che S. Giuseppe fu arricchito di tante grazie e di privilegi cotanto gloriosi, e che fu scelto per essere il casto sposo di Maria ed il padre di Gesù. Se non ci fossero stati uomini, e se Dio non li avesse amati sino al punto d’incarnarsi per salvarli, Giuseppe non avrebbe ricevuto il titolo sublime che lo colloca al di sopra di tutti gli angeli e di tutti i santi. Egli conosce queste verità; come potrebbe dunque, egli tanto riconoscente, non essercene grato e non amarci?
Quando Giuseppe viveva sopra la terra era dotato di cuore eccellente, inclinato alla compassione ed alla misericordia verso tutti gli uomini. Ora che nel cielo la sua carità è perfetta, potrebbe egli essere insensibile ai nostri pericoli, alle nostre miserie? Giuseppe è nostro padre sì, ma della medesima natura di noi; egli soffrì e pianse come noi; conobbe tutti i nostri pericoli; e questo è un motivo di più per amarci e compatirci nelle nostre pene.
Egli è perché Giuseppe è il padre di tutti i cristiani che dobbiamo rivolgerci a lui con fiducia filiale; ricorrere alla sua carità in tutti i nostri bisogni, e proveremo la verità di ciò che ci è dato per certo da S. Teresa; cioè che mai persona alcuna, per quanto fosse povera ed abbandonata, lo invocò invano; sempre dall’alto dei cieli egli rivolge i suoi sguardi pieni di misericordia verso gli infelici che lo implorano dal tristo loro esilio.
Dalle mani di Giuseppe come dalle mani di Maria piovono a torrenti le grazie; egli versa le benedizioni del cielo sopra tutti gli uomini, ma le spande con maggior abbondanza sopra quelli che lo invocano. Imploriamolo con fiducia, e non scoraggiamoci se la nostra preghiera non è esaudita tanto prontamente quanto vorremmo. Il dotto fondatore dei religiosi del Verbo Incarnato diceva a una persona la quale desiderava ottenere una grazia: «Recitate per nove giorni con viva fede le litanie di S. Giuseppe; se non la otterrete, ripetete venti volte simili novene, e gli direte: così continuerò a fare sintantoché ottenga la grazia.»
Un’anima che persevera in questo modo nella preghiera, e si applica nel tempo stesso ad imitare le virtù del glorioso San Giuseppe, è certa di ottenere ciò che desidera, se la domanda può giovare alla gloria di Dio.
Esempio
Mentre nel 1638 la peste affliggeva la città di Lione, molte guarigioni miracolose furono ottenute per intercessione di s. Giuseppe. Ci contenteremo di riferire la seguente narrata da un testimonio oculare e degno di fede in un’opera stampata allora. «Il padre Melchiorre del Fany, occupato da un mese a servire quelli che erano in quarantena, fu colto dalla peste, e la malattia fece sì rapidi progressi che non si aveva più speranza di salvarlo. In agonia da tre giorni, egli era sul punto di rendere l’ultimo respiro, quando uno dei suoi confratelli fece voto d’invitare il moribondo, in caso di guarigione, a celebrare nove messe in onore di s. Giuseppe nella chiesa a lui consacrata, promettendo di servirgliele. Appena fatto quel voto, il malato ricuperò la parola, si trovò meglio, ed in pochi giorni fu interamente guarito.»
Fu in quest’occasione che il padre di Barry compose la sua opera sulla Devozione a s. Giuseppe, la quale è ripiena di fatti straordinari e miracolosi. In poco tempo 26 edizioni ne furono pubblicate, tanto era grande nei Lionesi la confidenza in s. Giuseppe!
(Di BARRY, pag. 246).
Pratica
Ringraziare s. Giuseppe delle grazie che egli ci ottenne.
Recitare i sette dolori e le sette allegrezze.
Sesta domenica. S. Giuseppe rifugio dei peccatori
L’antico Giuseppe fu stabilito da Faraone per protettore di tutti i sudditi del suo regno. Quindi è che ad ogni loro domanda: Andate a Giuseppe, diceva loro, e fate tutto ciò ch’egli vi dirà. Il Signore, scegliendo s. Giuseppe per essere la guida ed il capo della Santa Famiglia, lo stabilì parimenti protettore di tutti gli uomini. «Iddio, dice santa Teresa, lo ha fatto in certo modo suo ministro plenipotenziario, suo tesoriere generale, per aiutare e sollevare le anime, per quanto grandi siano i loro bisogni.» Ma è specialmente riguardo ai poveri peccatori ch’egli dimostra tutta la tenerezza del suo cuore, perché se l’antico patriarca Giuseppe ricevette con tanta bontà i propri fratelli, i quali avevano voluto dargli la morte, se, dimenticando i crudeli loro oltraggi, portò la carità sino al punto di abbracciarli ed anche scusarli nella loro colpa, con quanta maggior misericordia ancora s. Giuseppe accoglierà i poveri peccatori, e farà loro sentire ch’egli non è innalzato ad un grado di gloria sì alto se non per toglierli dalle mani del demonio e ricondurli al seno di Dio, da cui si erano pel peccato allontanati!
Se il secondo Giuseppe non piange sopra la disgrazia di quelli che perdono Dio, farà molto di più, facendo spargere ad essi lacrime di contrizione. La rimembranza dell’amarezza di cui fu riempito il suo cuore, quando perdette Gesù, quantunque senza colpa, aumenta la sua compassione per i peccatori e lo impegna ancora più vivamente ad ottenere loro la grazia di piangere i loro traviamenti. Sarà egli stesso la loro guida per condurli al tempio, ove, dopo tre giorni di tristezza e di lacrime, non mancheranno di ritrovare Gesù: Tu quaerens cum Joseph Mariaque reperies, dice Origene.
L’amore che s. Giuseppe ci porta è un amore compassionevole, che lo rende sensibile alle nostre miserie, e siccome il peccato è il più grande di tutti i mali, egli ha maggior tenerezza e compassione per i peccatori. La conformità del suo cuore con quello del suo divin Figlio gli ispira quel pietoso affetto. Qual tenero amore non deve avere pei peccatori il santo Patriarca, stato sì a lungo nella compagnia d’un Dio disceso dal cielo e fatto uomo per salvarli!
Andate dunque, disgraziati peccatori, andate da Giuseppe con confidenza, e ditegli come quei gentili che, desiderosi d’essere introdotti presso il Salvatore, dicevano all’apostolo s. Filippo: Domine, volumus Jesum videre. Ah! padre pietoso, conducetemi voi medesimo a Gesù; ribelli e colpevoli non osiamo presentarci noi medesimi: ma ripeteremo a voi ciò che gli Egiziani dissero a colui che era vostra figura: «La nostra salute è nelle vostre mani: Salus nostra in manu tua est.» Mercé la vostra paterna mediazione e le vostre preghiere speriamo rientrare in grazia a Gesù. Qual consolazione pei poveri peccatori trovare un avvocato così potente nel padre stesso del loro Giudice, un difensore così zelante in una causa di sì grave importanza, il cui risultato infallibile è la privazione o il possesso d’un’eterna felicità!
Tra le lodi che la Chiesa gli comparte, si trova il titolo di vincitore dell’inferno. Egli meritò questo glorioso titolo quando, per sottrarre il divino Infante alla morte che Erode gli preparava, lo trasportò in Egitto; perché, essendo quel cattivo principe figura e ministro del dragone infernale, persecutore di Gesù e di tutte le anime da lui riscattate, Giuseppe, vincendo quel principe, vinse il demonio: e questa prima vittoria fu soltanto il preludio d’un’altra più strepitosa. Il dotto Origene osservò che, nell’ordine che l’angelo diede a Giuseppe di portarsi in Egitto, vi era compreso il potere di scacciarne tutti i demoni che avevano in certo modo fissato il centro della loro dimora in quella terra infedele. Di fatto, nell’istante in cui il santo Patriarca vi entrò col santo Bambino e la Madre, gli idoli furono atterrati, tacquero gli oracoli, il padre della menzogna si trovò incatenato, e gli spiriti delle tenebre presero la fuga al primo apparire del divino Sole di giustizia, quantunque appena nascente e ancora nascosto sotto il velo dell’umanità, come aveva predetto il profeta Isaia. Coteste vittorie sopra l’inferno appartenevano indubitatamente all’Infante-Dio, ma egli ha voluto servirsi del braccio destro di s. Giuseppe. Quindi è che da quel momento il demonio vinto cominciò a paventare il santo nome di Giuseppe. Perciò, con quanta maggior ragione non lo temerà ora che vede risplendere con tanta magnificenza il suo merito, la sua santità, la sua dignità e la sua potenza, per cui ha nel cielo posto allato a Maria sua casta sposa, la quale invochiamo come Madre di misericordia e rifugio dei peccatori? Quindi è che lo spirito del male non si avvicina se non con timore al cristiano che si dichiara devoto servo di s. Giuseppe. Ricorrete pertanto colla più grande fiducia a questo santo Patriarca, se desiderate ottenere la gloria eterna; andate, presentatevi a Giuseppe; raccomandategli l’anima vostra, onoratelo sempre; questa devozione è un indizio della divina elezione e quasi un pegno di salute.
Ecco le parole che una santa favorita di straordinarie rivelazioni mette nella bocca di Maria: «Nell’ultimo giorno, allora che tutti gli uomini saranno giudicati, i dannati proveranno un amaro rincrescimento di non aver conosciuto, per causa dei loro peccati, quanto la protezione di s. Giuseppe era potente ed efficace per aiutarli a salvarsi e ritornare in grazia di Dio. Il mondo non ha conosciuto abbastanza quanto sono ammirabili le prerogative di cui il Signore favorì il mio santo Sposo, e quanto è potente la sua intercessione presso il divin mio Figlio e presso di me. Vi assicuro che s. Giuseppe è uno dei più capaci a ritenere la giustizia di Dio contro i peccatori.»
Esempio
Una persona, di cui per degni rispetti devo tacere il nome, mi scrive la seguente lettera, dice il Padre di Barry: «Avendo inteso che vi occupate a raccogliere fatti acconci a dimostrare la potenza e la bontà di s. Giuseppe, voglio narrarvene uno la cui manifestazione mi è dettata dalla riconoscenza. Nella mia giovinezza io avevo fatto voto di castità, ed ebbi la disgrazia di violarlo. Vergognoso del mio peccato, non ebbi la forza di accusarmene al santo tribunale, e profanai i Sacramenti. La mia coscienza, lacerata da crudeli rimorsi, mi fece pagare a caro prezzo il triplice delitto. Io non avevo più pace né giorno né notte, vedendomi sempre vicino a precipitare nelle fiamme eterne. Io detestavo la mia colpevole debolezza; maledicevo l’infame piacere che mi aveva tirato in tale abisso, e tuttavia non potevo risolvermi a fare la confessione che sola avrebbe posto termine alle mie pene. In tale stato di perplessità mi venne l’idea di ricorrere a s. Giuseppe. Fu una buona ispirazione. Recitai devotamente per nove giorni l’inno dei vespri e l’orazione del suo uffizio. Appena terminata quella novena, mi sentii libero da quella falsa vergogna. Confessai il mio peccato non solo senza ripugnanza, ma volentieri, e terminarono le mie pene. Convinto da questa esperienza della potenza e della bontà di s. Giuseppe, porto d’allora in poi la sua immagine sopra di me con intenzione di non più separarmene; da quel momento ho vinto con facilità tutte le tentazioni, ed ho ricevuto tante grazie che non saprò mai ringraziare abbastanza il mio grande protettore.»
Pratica
Pregare s. Giuseppe per la conversione dei peccatori.
Recitare i sette dolori e le sette allegrezze.
Settima domenica. S. Giuseppe patrono della buona morte
Un’anima cristiana desidera non solamente un protettore che possa sostenerla nei suoi ultimi combattimenti coll’inferno, ma desidera di più un pietoso amico che sappia consolarla, fortificarla e addolcirle le tristezze dell’agonia. Chi meglio di S. Giuseppe può sostenere un così dolce e importante uffizio, avendo egli medesimo ricevuto al letto di morte i più potenti soccorsi e le più tenere testimonianze di affetto da Gesù e da Maria? Essi lo servivano colle loro proprie mani e lo confortavano con una carità degna dell’Uomo‑Dio e della sua santissima Madre; supplivano ai soccorsi che l’indigenza loro non permetteva di dargli con raddoppiate cure, con pegni di tenerezza che rapivano gli angeli di ammirazione. Giuseppe, in questo modo aiutato ed assistito da Gesù e da Maria, morì d’una morte che morte non si deve chiamare. Fu tra le loro carezze ch’egli s’addormentò d’un sonno di pace. Ricevette dolcemente la morte tra le braccia della vita, senza angosce e senza il minimo dolore.
Ora il Padre putativo di Gesù, il casto sposo della Madre della divina grazia, regna in cielo con una gloria certamente inferiore a quella di Maria, ma decorato da prerogative che lo mettono al disopra di tutti i beati; egli è di là che spande sopra i suoi servi fedeli, in preda agli orrori dell’agonia, grazie abbondanti, ch’egli attinge nei meriti di Colui che fu suo Figlio sopra la terra e che si compiace di glorificarlo nel cielo. Gesù Cristo, per ricompensare S. Giuseppe d’avergli salvata la vita liberandolo dal furore d’Erode, gli donò il potere speciale di sottrarre alle insidie del demonio gli agonizzanti che si sono posti sotto la sua potente protezione. Padre del nostro giudice, potrebbe egli mancare di autorità per placarlo e ricondurlo alla clemenza? Vincitore degli spiriti infernali, non potrà egli allontanarli e disperderli con la sua presenza? Favorito egli della morte più santa e più fortunata che si possa dare, non verrà con la sua divina sposa ad aiutare a morir bene i cristiani fedeli che invocano il suo nome? Il Figliuolo di Dio, dice il venerabile Bernardino da Bustis, avendo le chiavi del paradiso, ne dette una a Maria e l’altra a S. Giuseppe, affinché possano introdurre nel cielo tutti i loro figli. Non si ha che a ricordare a nostro Signore i servizi che S. Giuseppe gli rese, dice la venerabile Agnese di Gesù, per ottenere tutto quello che si vuole dalla bontà divina. Parecchi santi, soggiunge l’angelico Dottore, hanno ricevuto da Dio il potere di assisterci in certi bisogni particolari; ma il credito dell’augusto Sposo di Maria non ha limite, si stende a tutte le nostre necessità, e tutti quelli che con confidenza ricorrono a lui sono certi di essere esauditi. Indirizziamoci adunque a questo beato Patriarca per ottenere, per sua intercessione, la grazia di una buona morte, quella grazia cotanto preziosa, la corona delle misericordie di Dio, la prova più grande del suo amore e pegno di averci eletti. E giacché non conosciamo il nostro ultimo giorno, non lasciamone trascorrere alcuno senza rendergli qualche devoto omaggio, al fine di meritare la grazia di perseverare come egli, sino all’ultimo respiro di nostra vita, nella giustizia e nella carità.
«Non avrei mai creduto che la morte fosse così dolce», diceva nella sua ultima ora il dotto e pio Suarez, il quale scrisse pagine così belle in onore di S. Giuseppe.
«Ho temuto molto la morte», diceva nel suo letto di dolore un pio vescovo della Società di Maria, mons. Douarre; «oggi non la temo più. Da dieci mesi la considero nella mia meditazione, e da venticinque anni prego S. Giuseppe di ottenermi la grazia di fare una buona morte.» (Annali della Propag. della fede, n. 133).
Il vostro nome, o Giuseppe, è per noi una sorgente inesauribile di grazie; d’ora innanzi dal nostro cuore esso passerà più sovente sulle nostre labbra, che lo pronunzieranno con un amore tutto filiale. Nelle nostre prove lo invocheremo come angelo consolatore; nei nostri patimenti come ristoro salutare, che calmerà i nostri dolori; nei nostri combattimenti come potente baluardo che ci difenderà dalle saette dei nostri nemici. E quando giungerà per noi quel supremo momento in cui l’anima passerà da questa dimora di fango alle dimore eterne, se a quell’ora la nostra lingua avrà ancora forza per pronunciare il vostro nome, possa, o Giuseppe, col vostro nome sulle labbra e con quelli di Gesù e di Maria mandare l’ultimo respiro.
Esempio
La venerabile suor Prudenziali Zagnoni, celebre nell’ordine di S. Francesco per l’eminenza delle sue virtù, avendo avuto in tutta la sua vita una gran devozione a S. Giuseppe, ne fu ricompensata all’ora della sua morte col più dolce favore. Il santo le apparì e venne egli medesimo ad alleviarle gli spasimi degli ultimi istanti, e per colmo di consolazione teneva fra le braccia Colui che forma la gioia degli angeli, la bellezza del paradiso, la vita delle anime innocenti: il bambino Gesù. Non si può esprimere l’ineffabile felicità di cui fu inondato il cuore della santa malata. Ci basti il dire che le religiose stesse che la assistevano erano meravigliate vedendola indirizzare la parola ora a S. Giuseppe, ora al suo divin Figlio; ringraziare l’uno di essere venuto a farle una visita, la quale per lei era come un saggio del paradiso; ringraziare l’altro di essere venuto, sotto una forma sì amabile, ad invitarla al convito nuziale ch’egli preparò nel cielo alle vergini sue spose. I gesti e gli sguardi della malata indicavano che S. Giuseppe aveva fatto qualche cosa di più; che le aveva dato il Bambino tra le braccia come per rammemorare in quella sua devota serva la beata sua morte a Nazaret tra le braccia del Salvatore»
(Leggenda Francescana, 14 febbr.).
Pratica
I devoti figli di Maria e di Giuseppe sono invitati a ripetere ogni sera, prima di addormentarsi, le seguenti belle invocazioni, alle quali sono unite preziose grazie e grandi indulgenze:
Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono col mio cuore l’anima mia!
Gesù, Giuseppe, Maria, assistetemi nella ultima agonia!
Gesù, Giuseppe, Maria, spiri in pace con voi l’anima mia!
Trecento giorni d’indulgenza ogni volta che si recitano devotamente queste tre giaculatorie; cento giorni per ciascuna di esse; le indulgenze sono applicabili alle anime del purgatorio.
Recitare i sette dolori e le sette allegrezze.
Salutazione di S. Giuseppe
Vi saluto, Giuseppe, pieno di grazia; Gesù e Maria sono con voi; voi siete benedetto tra tutti gli uomini, e benedetto è Gesù, frutto della vostra casta Sposa.
S. Giuseppe, padre putativo di Gesù e sposo della Beata Vergine Maria, pregate per noi poveri peccatori adesso e nell’ora della nostra morte. Così sia.
«Ave, Joseph, gratia plene, Iesu et Maria tecum; benedictus tu in hominibus, et benedictus fructus Sponsae tuae, Iesus.
«Sancte Ioseph, pater nutriti Iesu et Beatae Virginis Mariae sponse, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.»
Meditazione per la Festa di S. Giuseppe (19 marzo)
S. Teresa modello della confidenza in S. Giuseppe
Una delle glorie della missione provvidenziale di S. Teresa nei suoi ultimi tempi è stata propagare il culto di S. Giuseppe in tutta la Chiesa Cattolica. «S. Teresa, dice il P. Patrignani, è stata una stella delle più risplendenti, uno dei più bei diamanti della corona di S. Giuseppe. È stata suscitata da Dio per propagare la devozione del casto sposo di Maria nel mondo intero.»
Con quella pagina celeste in cui la sua penna serafica fece l’elogio di S. Giuseppe e dimostrò il suo potere presso Dio, essa rianimò la confidenza dei cristiani nel beato Patriarca che non è mai invocato invano.
Lasciamo parlare lei stessa.
«Io presi per avvocato e per protettore il glorioso S. Giuseppe, e mi raccomandai a lui col più grande fervore. Il suo soccorso si manifestò visibilmente. Questo tenero padre della mia anima, questo amatissimo protettore, si affrettò a cavarmi dallo stato in cui languiva il mio corpo; come mi tolse da pericoli più grandi e di altro genere, che minacciavano il mio onore e la mia eterna salute. Per colmo di ventura egli mi esaudì sempre al di là delle mie preghiere e delle mie speranze. Non mi ricordo d’aver sinora domandato grazia che non me l’abbia ottenuta. Quale spettacolo presenterei ai vostri sguardi se mi fosse dato di riferire le grazie insigni di cui Dio mi colmò, ed i pericoli, sia dell’anima sia del corpo, da cui fui liberata per mediazione di questo gran santo! L’Altissimo concede agli altri santi soltanto la grazia di soccorrerci in tale o tal altro bisogno; ma il glorioso S. Giuseppe, lo so per esperienza, stende il suo potere sopra tutte le nostre necessità. Nostro Signore vuole con ciò farci intendere che nello stesso modo che gli fu sottomesso sopra questa terra d’esilio, riconoscendo in lui l’autorità di padre putativo e di governatore, si compiace ancora nel cielo di fare la sua volontà coll’esaudire tutte le sue domande. Molte persone a cui io avevo consigliato di raccomandarsi a questo incomparabile protettore lo hanno del pari esperimentato; onde è che il numero delle anime che l’onorano va crescendo, ed il felice successo della sua mediazione conferma ogni giorno di più la verità delle mie parole. Spiegai per il giorno di sua festa tutto lo zelo di cui era capace, più per vanità che per devozione; lo volevo che questa festa si celebrasse con la pompa più solenne e con la più elegante ricercatezza. In ciò la mia intenzione era retta, è vero, ma ecco il lato spiacevole: al minimo bene operato coll’aiuto della divina grazia, io commettevo un’infinità d’imperfezioni e di difetti; mentre per il male, per la ricercatezza e la vanità, avevo in me un’accortezza e un’attività ammirabile. Voglia il Signore perdonarmelo!
Conoscendo oggi per lunga esperienza il meraviglioso potere di S. Giuseppe presso Dio, vorrei persuadere tutti di onorarlo con culto particolare. Sinora ho sempre veduto le persone che hanno per lui devozione vera e sostenuta dalle opere progredire nella virtù; perché questo celeste protettore favorisce in modo meraviglioso l’avanzamento spirituale delle anime che a lui si raccomandano. Da molti anni che, nel giorno di sua festa, gli domando un favore particolare, non me l’ha mai rifiutato. Se per qualche imperfezione la mia domanda si allontanava dalla mira della gloria divina, egli la raddrizzava in modo da farmene ridondare un bene maggiore.
Se io avessi autorità per iscrivere, quale puro piacere proverei a raccontare minutamente le grazie di cui tante persone sono, al pari di me, debitrici a questo gran Santo; lo vorrei fare certamente. Ma mi basti scongiurare per l’amor di Dio quelli che non mi danno fede di farne prova; e vedranno quanto sia vantaggioso raccomandarsi a questo gran Patriarca e onorarlo in modo speciale. Le persone che praticano l’orazione mentale dovrebbero sempre amarlo con filiale tenerezza. Per me non so come si possa contemplare la Regina degli angeli spendere le materne cure a Gesù Bambino senza rendere grazie nel tempo stesso al suo casto Sposo per la perfetta sollecitudine con cui soccorreva la Madre e il Figlio. Coloro che non trovano chi loro insegni a far orazione prendano a maestro quest’ammirabile santo, e sotto la sua direzione non temano di traviare. Voglia Iddio che non abbia traviato io stessa portando la temerità sino ad osar parlar di lui!
Ad esempio di santa Teresa, nonostante tutte le vostre miserie e imperfezioni, rivolgetevi con confidenza a s. Giuseppe, o anime pie; domandate per la sua potente mediazione le grazie di cui abbisognate: grazia di conversione, grazia di rinnovellamento spirituale, grazia di una buona morte. Allorché i popoli, sollecitati dalla fame, si rivolgevano al re d’Egitto per avere del frumento, quel principe li inviava a Giuseppe, da lui stabilito dispensatore di tutte le ricchezze del suo regno. È altresì a Giuseppe, suo primo ministro, che il Salvatore ci invia per ottenere più sicuramente, a sua intercessione, le grazie che ci sono necessarie: Ite ad Joseph; ricorriamo a lui con la ferma fiducia di ottenere quanto chiederemo. Egli è il favorito del Re del cielo, a cui dobbiamo piacere se vogliamo esser bene accolti dalla divina maestà; egli è il padre che dobbiamo renderci favorevole per poter ottenere qualche favore dal Figlio; egli è l’intendente di sua casa, che deve presentare le nostre suppliche per farle gradire al padrone; egli è il migliore e il più caritatevole avvocato che possiamo impiegare presso la sua sposa, per patrocinare la nostra causa presso Gesù Cristo, riconciliarci con lui e rimetterci nelle sue buone grazie sino al nostro ultimo respiro.
Andate dunque a Giuseppe, acciocché interceda per voi. Tutti i cristiani trovano nella vita di questo gran Patriarca grandi motivi di confidenza. I nobili e i ricchi devono considerare, pregandolo, che san Giuseppe è il pronipote dei patriarchi e dei re; i poveri considerino che egli visse come essi nella povertà; gli artigiani che egli ha continuamente lavorato come un semplice artigiano; le persone vergini che egli conservò per tutta la sua vita la più perfetta verginità, e fu trascelto da Dio per essere il custode e il protettore della Regina delle vergini; le persone maritate che egli fu il capo della più augusta famiglia che possa mai esistere; i fanciulli che egli fu il padre putativo di Gesù, il conservatore e il governatore della sua infanzia; i sacerdoti che egli ebbe sovente la somma ventura di portare Gesù fra le braccia, che anzi offrì al Padre eterno le primizie del sangue del Salvatore nel giorno della circoncisione; le persone religiose che egli santificò la sua solitudine di Nazaret con la pratica delle più perfette virtù e con pii ragionamenti con Gesù e Maria.
Da colui che siede sul trono fino a chi, per vivere, deve mendicare il pane, tutti trovano nel suo credito di che sperare, nelle sue grandezze potenti motivi di onorarlo e nelle sue virtù cose da imitare.
Esempio
S. Giuseppe è così grande che talvolta esaudisce quelli stessi che lo pregano macchinalmente, senza intenzione formale di ottenere qualche grazia. Or son pochi anni che un povero giovinetto della città di Torino, il quale non aveva alcun principio di religione, avendo comperato un soldo di tabacco, volle leggere quel pezzetto di carta in cui gliel’avevano dato; v’era un’orazione a s. Giuseppe per ottenere una buona morte. Stentava il buon giovane a comprenderne il senso, eppure ne era così commosso che non poteva staccarsene; onde i suoi compagni, spinti da curiosità, volevano veder quel pezzo di carta, ma egli se lo nascose e prese a divertirsi con essi. Era per altro impaziente di rileggere quell’orazione, tanta era l’ineffabile dolcezza che aveva provato nel leggerla la prima volta. Avendola riletta più volte la sapeva poi a memoria e la recitava senza pensarci.
S. Giuseppe non fu insensibile a quell’omaggio involontario; toccò il cuore di quel povero giovane, il quale, essendosi presentato a un prete che raccoglie e istruisce i giovani abbandonati, fu da questi ridotto a Dio. Il buon giovane corrispose alla grazia. Egli ebbe tempo d’istruirsi nella religione che fino allora aveva trascurata; poté fare bene la sua confessione e comunione, ma poco dopo cadde in una malattia per cui morì consolato, lodando e invocando il nome di s. Giuseppe.
Pratica
Non terminare la giornata senza domandare a Dio, per l’intercessione di s. Giuseppe, la grazia di cui si ha maggiormente bisogno.
Meditazione per la festa del Patrocinio di s. Giuseppe
(Terza domenica dopo Pasqua)
S. Giuseppe ebbe parte all’opera più importante che sia stata mai fatta. Governò la santa Famiglia con tanta prudenza quanto fedeltà. È stato il custode di colui che governa tutti gli esseri creati; l’angelo del gran consiglio gli ha resi gli uffizi che rendono a noi i nostri angeli custodi; egli è il custode del Salvatore del mondo, avendolo salvato da mille pericoli; il padrone del Signore; il superiore del Re e della Regina del cielo; il loro tutore, il loro nutritore, la loro guida, il loro amico, il loro difensore. Ebbe questo vantaggio, come osservano i santi dottori, che le sue cure, la sua opera e le sue sollecitudini avevano per oggetto immediato l’adorabile persona del Salvatore. Coloro che nutrono Gesù Cristo nei poveri, i quali sono i suoi membri penanti, meritano una grande ricompensa, e lo Spirito Santo promette loro abbondanza nei beni temporali ed eterni; ma nulla è comparabile alla gloria e alla ventura di s. Giuseppe che realmente nutrì il Figlio di Dio stesso, e a cui il Signore ha potuto veramente dire, più che ad ogni altro uomo: Ho avuto fame, e mi avete satollato; ho avuto sete, e mi deste da bere; io era orfano e mi avete albergato.
Se Dio ha promesso anticamente di dare agli uomini che ricevessero un Profeta, in nome del Profeta, la ricompensa dovuta al Profeta medesimo, non è egli obbligato dalla medesima legge a dare a Giuseppe, il quale ha ricevuto un Dio in nome di Dio, ricompense degne della grandezza di Dio?
Il diritto naturale, la ragione e la santità di Giuseppe non richiedono forse che Nostro Signore faccia sedere questo santo Patriarca sopra un trono il più vicino a lui dopo quello dell’augusta sua Madre? Ogni potere è stato dato al Figliuol di Dio tanto in cielo quanto sulla terra; e nel regno della gloria potrebbero esservi servi interposti tra il suo Padre e lui? Si può credere che l’amabile Salvatore abbia collocato lontano da sé un Santo che lo albergò per il corso di trent’anni nella propria casa, che lo portò tra le braccia così spesso, che lo amò di amore sì tenero e costante?
Maria è la sovrana de’ cieli, Regina coeli; e nell’impero di quell’augusta Regina ci sarebbe qualcuno al di sopra del suo casto Sposo? Essi erano troppo uniti sopra la terra perché siano separati nell’eternità. Se, in virtù dell’adozione divina, noi dobbiamo sperare di poter un giorno veder Dio senza velo e godere una gloria simile alla sua, quale ricompensa più magnifica ancora dev’essere riserbata a colui che fu scelto per essere il padre dell’unico Figliuol di Dio?
Diteci, o beato Giuseppe, diteci gli onori che Gesù, vostro figlio adottivo, vi rende in presenza degli Angeli e dei Beati, facendovi sedere nel cielo sopra il trono di gloria che egli stesso formò per voi. Quale ineffabile consolazione riempì il vostro cuore allora che udiste uscire dalla sua divina bocca queste meravigliose parole:
«Venite, padre mio, venite a trionfare nel regno che vi fu preparato sin dai principi del mondo; venite a godere la felicità che meritaste coi lunghi e laboriosi servizi che mi avete reso, non solamente nella persona dei più piccoli tra i miei fratelli, ma a me stesso. Mi avete albergato in casa vostra, quando, avendo lasciato il cielo, io viveva come straniero e come orfano fra gli uomini; ed io ora, dopo avervi liberato dal vostro esilio, voglio darvi una dimora permanente, un posto d’onore nella celeste patria; vestiste il mio corpo esposto al rigore delle stagioni con panni e abiti, ed io rivestirò voi degli ornamenti più belli della mia gloria; mi nutriste col frutto dei vostri sudori quando ebbi fame, ed io vi satollerò delle delizie eterne che i miei eletti gustano largamente al banchetto dell’Agnello immacolato: mi avete dato da bere quando io era assetato, ed io disseterò voi in eterno ai torrenti dei gaudi divini; voi avete sopportato sovente il peso delle fatiche e degli stenti per provvedere al mio sostentamento, ed io farò godere a voi d’ora innanzi un riposo infinito nella durata ed ineffabile nella dolcezza; venite dunque, venite, mio diletto, venite a prendere possesso di tutti questi beni.»
Dopo codesto invito tutto amore, non è egli verisimile che Gesù, rivolgendosi al suo Padre celeste e presentandogli san Giuseppe, gli dicesse — ma con maggior tenerezza di quanto facesse il giovane Tobia parlando della sua guida, l’arcangelo Raffaele, che ancora non conosceva: Padre mio, qual ricompensa daremo noi a questo uomo che possa adeguare i buoni uffici che io ho ricevuto da lui? Egli è stato il custode e il protettore della verginità della mia Madre; egli mi fece una culla nel giorno della mia nascita; mi condusse in Egitto per liberarmi dal furore deicida di Erode; mi allevò con la cura più grande, mi amò e mi colmò d’ogni sorta di beni; Bonis omnibus per eum repleti sumus. Che gli daremo noi?
Gran Dio, che prendete parte alle obbligazioni che il Verbo incarnato crede avere verso s. Giuseppe; bontà sovrana che non vi lasciate mai vincere in generosità dalle vostre creature; Dio del cielo, che avete promesso la vostra gloria a quelli che danno in vostro nome un bicchiere d’acqua al povero mendicante, quale testimonianza di gratitudine non renderete voi al gran Patriarca? Padre di ogni bontà, non ricompenserete voi la fedeltà e la prudenza di quel beato servo, dandogli la metà dei vostri beni e la libertà di disporne a beneficio di quelli che l’onorano e l’invocano? E voi, o Gesù, Figlio unico di Dio, idea perfettissima della perfetta riconoscenza, che cosa renderete voi a colui da cui avete ricevuto tant’onore e tanti beni? Fedele alla vostra promessa: Date e vi sarà dato; sarà versata nel vostro seno una misura colma, calcata e ridondante, gli renderete un palazzo nel cielo per una casa sopra la terra, il seno d’un Dio pel seno d’un uomo, la gloria eterna per onori temporali, il vostro cuore pel suo, infine amore per amore.
Fate, o beato Giuseppe, che possiamo aver parte a tutti quei beni che coronano i vostri meriti e alle sovrabbondanti gioie che riempiono il vostro cuore, dopo che avremo contribuito con tutte le nostre forze alla gloria che Dio vi destinò e che siamo obbligati a rendervi.
Esempio
Il seguente fatto ci è stato narrato dal direttore d’un collegio dei PP. Maristi: «Non è gran tempo che un buon giovane, pieno di grande volontà ma sprovvisto al talento per lo studio, si presentò a me perché gli insegnassi un mezzo onde studiare con profitto. La fede era molto viva in quel giovane cuore. — Io, mi disse, mi rassegnerei benissimo ad occupare sempre l’ultimo posto, ma ne soffro molto a cagione de’ miei parenti, i quali ne hanno dispiacere e non possono credere ch’io studi; ma Dio m’è testimonio che fo quanto dipende da me. — Figlio mio, gli risposi, conoscete voi la divozione a san Giuseppe? — Non ancora, Padre mio. — Volete voi ch’io ve ne parli? — Mi fate grazia. — E gli raccontai alcuni tratti della potenza e della bontà di s. Giuseppe, di cui io stesso era stato testimonio. Ecce il cuore del pio allievo aperto alla confidenza. Principiammo insieme una novena a s. Giuseppe per ottenere quei successi tanto legittimamente desiderati. Non era ancora terminata la novena che, dovendo il giovane fare una versione dal latino (era quella la parte in cui era più debole), così perfettamente la fece che neppure un solo errore ebbe a fare in questo suo lavoro. Venne allora tosto a cercarmi per dirmi: Padre, s. Giuseppe ci ha già esauditi; feci benissimo la mia traduzione, son certo di essere il primo od il secondo; e non s’ingannava. Il dì seguente, con grande stupore di tutti, fu proclamato il secondo di sua classe, e non trascorse un mese che fu il primo. Sul fine dell’anno un primo premio e una bella corona rallegrarono il pio allievo ed i suoi buoni parenti; e per il corso di quattro anni consecutivi si è veduto rinnovato lo stesso prodigio di protezione da parte di s. Giuseppe in favore del suo servo fedele. «Io son felice, o Padre, — mi diceva quel giovane riconoscente, — io son felice di amare in tal modo s. Giuseppe; son certo che dovrò essergli un giorno anche debitore della mia perseveranza e della mia salvezza.» Non s’ingannò nelle sue speranze; egli fu la più dolce consolazione di sua famiglia, dopo aver fatto l’edificazione de’ suoi maestri.» (Questo fatto è stato manifestato da tutti i professori e dai numerosi allievi di quel collegio.)
Pratica
Rinnovare oggi la consacrazione di sé a s. Giuseppe.
del p. Huguet, traduzione di Giuseppina Pellico
Edizione seconda
Torino, Tip. dell’Orat. di s. Franc. di Sales, 1867
Con approvazione Ecclesiastica.

