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Nel momento più critico delle origini dell’Oratorio, don Bosco si trova isolato, contestato dalle autorità civili, sospettato di squilibrio mentale e privo di un luogo stabile per i suoi ragazzi. Anche amici e collaboratori lo invitano a ridimensionare o abbandonare l’opera. In questo clima la marchesa di Barolo gli impone una scelta: continuare con le sue istituzioni o dedicarsi ai giovani poveri. Don Bosco risponde senza esitazione, rinunciando a incarichi, sicurezza economica e protezioni per consacrarsi totalmente ai fanciulli abbandonati. Accetta di perdere tutto, confidando unicamente nella Provvidenza. Rimasto quasi solo con centinaia di ragazzi, vive un atto decisivo di abbandono e fedeltà alla missione ricevuta.
Perché non si voltava mai indietro.
Diverse voci si erano diffuse. «Don Bosco colla sua truppa di ragazzi più o meno mascalzoni è un pericolo pubblico: disturba il buon ordine, può ad ogni momento eccitare una rivoluzione», l’incontro col «Vicario di città», marchese Michele di Cavour, che lo minaccia di proibire ogni adunanza di ragazzi). D’altra parte «questo povero prete, stanco morto, assalito da difficoltà, non cessa di parlare di un avvenire meraviglioso: è ammalato, ossessionato, sulla via della pazzia». Per di più non sa dove riunire i suoi giovani: ha ricevuto l’ordine di abbandonare l’ultimo luogo affittato per loro, il prato Filippi. Anche gli amici lo consigliano di abbandonare l’opera, o almeno una buona parte. In tali circostanze, viene messo al muro dalla marchesa di Barolo. Il dialogo che segue è un punto culmine nella vita apostolica e spirituale di Don Bosco: nella solitudine di una specie di agonia, la scelta eroica, l’abbandono totale nelle mani di Dio.
E ciò, senza esitazione: «La mia risposta è già pensata… Ci ho già pensato…».
«Dio mi ha sempre aiutato»
Le molte cose che si andavano dicendo sul conto di Don Bosco cominciavano ad inquietare la marchesa Barolo, tanto più da che il Municipio Torinese si mostrava contrario ai suoi progetti.
«Un giorno, venuta in mia camera, ella prese a parlarmi cosi: — Io sono assai contenta delle cure che si prende pei miei istituti. La ringrazio che abbia cotanto lavorato per introdurre in quelli il canto delle laudi sacre, il canto fermo, la musica, l’aritmetica ed anche il sistema metrico.
— Non occorre ringraziamenti. I preti devono lavorare per loro dovere. Dio pagherà tutto, e non si parli più di questo.
— Voleva dire che mi rincresce assai che la moltitudine delle sue occupazioni abbiano alterata la sua sanità. Non è possibile che possa continuare la direzione delle mie opere e quella dei ragazzi abbandonati, tanto più presentemente che il loro numero è cresciuto fuori misura. Io sono per proporle di fare soltanto quello che è di obbligo suo, cioè direzione dell’Ospedaletto, non più andare nelle carceri, nel Cottolengo e sospendere ogni sollecitudine pei fanciulli. Che ne dice?
— Signora marchesa, Dio mi ha finora aiutato e non mancherà di aiutarmi. Non si inquieti sul da farsi. Tra me, D. Pacchiotti, il T. Borrelli faremo tutto.
— Ma io non posso più tollerare che ella si ammazzi. Tante e cosi svariate occupazioni, da volere o non volere, tornano a detrimento della sua sanità e de’ miei instituti. E poi le voci che corrono intorno alla sua sanità mentale, l’opposizione delle autorità locali mi costringono a consigliarla…
— A che, signora marchesa?
— O a lasciare l’opera de’ ragazzi, o l’opera del Rifugio. Ci pensi e mi risponderà.
— La mia risposta è già pensata. Ella ha danaro e con facilità troverà preti quanti ne vuole pe’ suoi istituti. De’ poveri fanciulli non è così. In questo momento se io mi ritiro, ogni cosa va in fumo; perciò io continuerò a fare patimenti quello che posso pel Rifugio, cesserò dall’impiego regolare e mi darò di proposito alla cura dei fanciulli abbandonati.
— Ma come potrà vivere?
— Dio mi ha sempre aiutato e mi aiuterà anche per l’avvenire.
— Ma ella è rovinata di sanità, la sua testa non la serve più; andrà ad ingolfarsi nei debiti; verrà da me, ed io protesto fin d’ora che non le darò mai un soldo pei suoi ragazzi. Ora accetti il mio consiglio di madre. Io le continuerò lo stipendio, e l’aumenterò se vuole. Ella vada a passare uno, tre, cinque anni in qualche sito; si riposi; quando sia ben ristabilito, ritorni al Rifugio e sarà sempre il benvenuto. Altrimenti mi mette nella spiacevole necessità di congedarlo dai miei istituti. Ci pensi seriamente.
—Ci ho già pensato, signora marchesa. La mia vita è consacrata al bene della gioventù. La ringrazio delle profferte che mi fa, ma non posso allontanarmi dalla via che la divina Provvidenza mi ha tracciato.
—Dunque preferisce i suoi vagabondi ai miei Istituti? Se è così, resta congedato in questo momento. Oggi stesso provvederò chi la deve rimpiazzare.
Le feci vedere che un diradamento cosi precipitato avrebbe fatto supporre motivi non onorevoli né a me né a lei: era meglio agire con calma, e conservare tra noi quella stessa carità, con cui dovremo poi parlare ambidue al tribunale del Signore.
—Dunque, conchiuse, le darò tre mesi, dopo cui lascerà ad altri la direzione del mio Ospedaletto.
Accettai il diffidamento, abbandonandomi a quello che Dio avrebbe disposto di me.
Intanto prevaleva ognor più la voce che D. Bosco era divenuto pazzo. I miei amici si mostravano dolenti; altri ridevano; ma tutti si tenevano lontani da me. L’Arcivescovo lasciava fare; D. Cafasso consigliava di temporeggiare, il Teologo Borel taceva. Così tutti i miei collaboratori mi lasciarono solo in mezzo a circa quattrocento ragazzi…»
d. CERIA, Epistolario di San Giovanni Bosco, pag. 161

