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Nel 1844, in un periodo colmo di interrogativi sul futuro dell’Oratorio, Don Bosco annota nelle sue Memorie un sogno che illumina e orienta la sua missione. La vigilia dell’annuncio ai ragazzi del trasferimento a Valdocco vede in visione un gregge confuso di animali feroci e mansueti che, guidato da una misteriosa Pastorella, si trasforma progressivamente in agnelli docili. Il cammino culmina in un vasto cortile dominato da una chiesa maestosa, sopra la quale campeggia la scritta latina «Hic domus mea, inde gloria mea». L’episodio, che riecheggia il suo primo sogno infantile dei Becchi, prefigura la nascita dell’opera salesiana, svela la fiducia provvidenziale che sostiene Don Bosco nei momenti di dubbio e lo sprona a compiere passi decisivi.
Un fatto mirabile ricreava in quei giorni Don Bosco, indicandogli gli avvenimenti futuri. Narriamolo colle sue stesse parole copiate dal manoscritto delle sue memorie:
La seconda domenica di ottobre di quell’anno doveva partecipare ai miei giovanetti, che l’Oratorio sarebbe stato trasferito in Valdocco. Ma l’incertezza del luogo, dei mezzi, delle persone mi lasciavano veramente sopra pensiero. La sera precedente andai a letto col cuore inquieto. In quella notte feci un nuovo sogno, che pare un’appendice di quello fatto la prima volta ai Becchi quando aveva circa nove anni. Io giudico bene di esporlo letteralmente.
Sognai di vedermi in mezzo ad una moltitudine di lupi, di capre e capretti, di agnelli, pecore, montoni, cani ed uccelli. Tutti insieme facevano un rumore, uno schiamazzo, o meglio un diavolio da incutere spavento ai più coraggiosi. Io voleva fuggire, quando una Signora, assai ben messa a foggia di pastorella, mi fece cenno di seguire ed accompagnare quel gregge strano, mentre Ella precedeva. Andammo vagabondi per vari siti: facemmo tre stazioni o fermate: ad ogni fermata molti di quegli animali si cangiavano in agnelli, il cui numero si andava ognor più ingrossando. Dopo avere molto camminato, mi trovai in un prato, dove quegli animali saltellavano e mangiavano insieme, senza che gli uni tentassero di mordere gli altri.
Oppresso dalla stanchezza, voleva sedermi accanto ad una strada vicina, ma la pastorella mi invitò a continuare il cammino. Fatto ancora breve tratto di via, mi sono trovato in un vasto cortile con porticato attorno, alla cui estremità vi era una Chiesa. Qui mi accorsi che quattro quinti di quegli animali erano diventati agnelli. Il loro numero poi divenne grandissimo. In quel momento sopraggiunsero parecchi pastorelli per custodirli: ma essi si fermavano poco, e tosto partivano. Allora succedette una meraviglia. Molti agnelli si cambiavano in pastorelli, che aumentandosi, prendevano cura degli altri. Crescendo i pastorelli in gran numero, si divisero, e andavano altrove per raccogliere altri strani animali e guidarli in altri ovili.
Io voleva andarmene, perché mi sembrava tempo di recarmi a celebrare la S. Messa, ma la pastorella mi invitò a guardare al mezzodì. Guardando, vidi un campo, in cui era stata seminata meliga, patate, cavoli, barbabietole, lattughe e molti altri erbaggi. – Guarda un’altra volta, mi disse. E guardai di nuovo, e vidi una stupenda ed alta Chiesa. Un’orchestra, una musica strumentale e vocale mi invitavano a cantar messa. Nell’interno di quella Chiesa era una fascia bianca, in cui a caratteri cubitali stava scritto: HIC DOMUS MEA, INDE GLORIA MEA. Continuando nel sogno, volli domandare alla pastora dove mi trovassi; che cosa voleva indicare con quel camminare, colle fermate, con quella casa, Chiesa, e poi altra Chiesa. – Tu comprenderai ogni cosa, mi rispose, quando cogli occhi tuoi materiali vedrai di fatto quanto ora vedi cogli occhi della mente. – Ma parendomi di essere svegliato, dissi: – Io vedo chiaro, e vedo cogli occhi materiali; so dove vado e quello che faccio. – In quel momento suonò la campana dell’Ave Maria nella Chiesa di S. Francesco d’Assisi, ed io mi svegliai.
(MB II, 243-245)

