4 Feb 2026, Mer

Don Osvaldo, dal 1969 in Messico. Fedeltà al carisma missionario

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Nel contesto del 150° anniversario delle missioni salesiane, la testimonianza di don Osvaldo Gorzegno Davico assume un valore particolarmente eloquente. Missionario in Messico dal 1969, don Osvaldo incarna una fedeltà silenziosa e tenace al carisma di Don Bosco, vissuta per quasi sessant’anni tra i giovani, la formazione e le nuove frontiere della missione. Il recente conferimento della croce missionaria, ricevuta a Valdocco per mano del Rettor Maggiore, non è solo un riconoscimento simbolico, ma il sigillo di una vita donata, attraversata dalla Provvidenza e animata da uno zelo missionario mai venuto meno.

 

I più attenti osservatori avranno notato che nella lista della 156esima spedizione missionaria, oltre ai nuovi missionari salesiani, c’era anche il nome di don Osvaldo Gorzegno Davico, con la specifica “inviato nel 1969”.

Don Osvaldo è il “DIAM” (delegato ispettoriale per l’animazione missionaria) dell’Ispettoria di Messico – Guadalajara che curiosamente non aveva mai ricevuto la croce missionaria salesiana… e proprio 150 anni dopo il primo invio da parte di Don Bosco, alla presenza di tutti i DIAM del mondo riuniti per questo evento speciale, ha finalmente suggellato i suoi quasi 60 anni di missione.

Ripercorrendo questo lungo viaggio, don Osvaldo ci racconta “Dicembre 1968. Spedisco in Messico una lettera natalizia per augurare buon Natale a un mio amico salesiano con cui avevo vissuto e condiviso gli anni della formazione filosofica presso l’Ateneo Pontificio Salesiano di Roma. Come post-scriptum aggiungo: Sono disposto a offrire il mio servizio come maestro di filosofia nel vostro centro di formazione di Guadalajara.” La risposta positiva fu immediata e inattesa («Sì, ti aspettiamo!»).

Ma il desiderio missionario di don Osvaldo non spuntava lì per caso, era un sogno riposto nel cuore già da molti anni. Osvaldo, ragazzo di Cuneo, frequentava l’oratorio salesiano partecipando al gruppo missionario. Una bella tradizione del tempo era presentare con le riviste lo splendido lavoro intrapreso dai missionari, uno strumento essenziale in un’epoca in cui non esistevano i social network e la comunicazione istantanea. Inoltre, in oratorio arrivavano periodicamente missionari provenienti da tutti i continenti: i ragazzi si nutrivano dei loro racconti avventurosi e genuini, Osvaldo sentiva che era chiamato ad imitarli in futuro.

Negli anni della sua formazione salesiana a Roma al P.A.S. (oggi UPS), Osvaldo aveva potuto vivere in prima persona l’internazionalità del carisma salesiano e una comprensione rinnovata della vocazione salesiana. Don Bosco era veramente e concretamente presente in tutto il mondo e in Osvaldo l’invito di Gesù – «Andate in tutto il mondo e annunciate la buona notizia» – risuonava con sempre maggiore forza. L’interculturalità è un punto di forza del carisma salesiano, da mantenere e sviluppare per attualizzare il carisma salesiano in 137 Paesi in tutto il mondo. Grazie all’impegno dei tanti missionari, il linguaggio del Vangelo non conosce confini e riesce a parlare le lingue di ogni gruppo umano. Le case di formazione salesiana, internazionali per la presenza di confratelli da diverse parti del mondo, sono un terreno fertile su cui piantare il seme della missionarietà, permettendo di avere un’ottica più ampia e globale cha vada oltre il proprio punto di vista culturale o nazionale.

Così nella vita di Osvaldo, ventenne pieno di speranze, si apriva un orizzonte nuovo e inimmaginabile. Seppur avesse già deciso con convinzione di partire in cuor suo, mancava ancora l’approvazione del suo superiore. Dopo una serie di eventi e situazioni provvidenziali, nel cortile della casa madre di Valdocco, sotto lo sguardo della statua di Maria Ausiliatrice e di Don Bosco, in un caldo pomeriggio d’estate, arrivò finalmente il responso da parte dell’ispettore. Non si trattava di una prospettiva “ad vitam” (per sempre) ma di un «sì» a tempo determinato: tre anni, coincidenti con il periodo del tirocinio. Don Osvaldo ricorda con emozione e gioia quel periodo, l’inizio della sua avventura missionaria, tre anni splendidi. Tanta curiosità, tanta grazia e tante scoperte grazie all’abbondanza della Provvidenza che avrebbero per sempre cambiato il percorso salesiano di Osvaldo, che nel frattempo aveva emesso i voti perpetui a Guadalajara, il 6 Agosto 1970, professando il suo sì per sempre al Signore nella Congregazione Salesiana.

Quando si avvicinò il momento del ritorno in Italia, cresceva l’invito insistente dei giovani conosciuti da Osvaldo e anche dei suoi confratelli: «Resta con noi.» E così, il rientro a casa fu molto rapido: un saluto alla famiglia, un passaggio nell’Ispettoria d’origine e poi la decisione, approvata, di per tornare ancora una volta nella sua terra di missione, il Messico. Osvaldo sarebbe rimasto lì per sempre, come missionario. Il Messico sarebbe diventato la sua nuova terra e i giovani messicani, la sua nuova gente. Osvaldo non avrebbe mai immaginato che la sua missione lo avrebbe portato a creare le meravigliose comunità salesiane nel lungo e tormentato ma promettente confine USA – Messico. Ci ripete che questo grande progetto si è potuto realizzare grazie alle nuove comunità missionarie salesiane presenti nella frontiera ed ai numerosi volontari e volontarie che ci hanno creduto pienamente. Oggi Osvaldo può affermare che come diceva Don Bosco: “…tutto è stato possibile grazie alla Madonna”.

A distanza di diversi decenni, Osvaldo è tornato a Valdocco, in quel cortile dove riceveva il suo primo benestare a partire come missionario in un’occasione storica. 11 novembre 1875: Don Bosco inviava la prima spedizione missionaria verso l’Argentina, un gesto che egli stesso definì quasi un’avventura senza grandi prospettive. Eppure, i tempi del Signore hanno trasformato quella decisione di 150 anni fa in una storia di fecondità imprevedibile.

“11 novembre 2025: nello stesso luogo in cui quella prima spedizione fu decisa e da dove partì, ho vissuto un’esperienza che potrei definire soltanto come una vera Pentecoste salesiana. Lingue diverse, culture lontane e gruppi di salesiani provenienti da ogni parte del mondo si sono ritrovati uniti dal medesimo carisma missionario di Don Bosco. In quell’incontro ho percepito in modo vivo la presenza dello Spirito Santo, che continua a ravvivare nella Famiglia Salesiana il dono della missionarietà, accendendo nei cuori il fuoco dello zelo e dell’audacia missionaria.”

In quel clima di fraternità Osvaldo ha avvertito Don Bosco come sorprendentemente vicino: presente, vivo, capace ancora di unirci in un unico sogno missionario che rimane una profezia di luce per il nostro futuro di salesiani. Don Bosco continua ad unirci in un solo cuore per la salvezza dei giovani tutti, soprattutto i più poveri, i più fragili, coloro che nel mondo di oggi rischiano di restare invisibili. «Raccomandatevi in ogni momento a Maria Ausiliatrice: è Lei la fondatrice e la sostenitrice delle nostre opere.» Nel clima missionario respirato a Valdocco, Osvaldo riparte verso il Messico con una convinzione rinnovata: i giovani del mondo ci aspettano. Anche se non sempre lo sanno esprimere, portano dentro un’invocazione profonda: «Vogliamo vedere Gesù!» E si aspettano di intravederlo riflesso nella nostra vita.

E così, dopo i missionari più giovani, anche don Osvaldo ha sentito pronunciare il proprio nome da don Jorge Mario Crisafulli, Consigliere Generale per le Missioni, e ha ricevuto per mano del Rettor Maggiore, 11° successore di Don Bosco, don Fabio Attard la croce missionaria.

Conclude, don Osvaldo: “In questo contesto pentecostale, ricevere la croce missionaria ha suscitato in me un’emozione intensa, straordinaria. Dopo 56 anni trascorsi come missionario, ho sentito nuovamente l’invito che Gesù mi ha rivolto tante volte: – Vieni e seguimi… vai per il mondo ad annunciare la buona notizia. – Questo momento è stato come ripercorrere il mio passato e, insieme, intravedere ciò che il Signore ancora attende da me. Una certezza però non è mai venuta meno: Gesù non mi ha mai lasciato. È stato con me e in me nei momenti di fragilità e in quelli di audacia, nella sofferenza e nella gioia, nello scoraggiamento e nella speranza. Sempre, avvolto nella certezza del suo amore.”

Salutiamo don Osvaldo, augurandogli il meglio nel “suo” Messico, lui ci tiene a congedarci con le parole del “missionario” Paolo di Tarso: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita che ora vivo nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato sé stesso per me.” (Galati 2,20)

 

Marco Fulgaro

Editor BSOL

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