22 Gen 2026, Gio

Conosciamo don Bosco (1). La condizione economica della famiglia

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Inauguriamo una nuova rubrica dal titolo “Conoscere don Bosco”. Ideata dal salesiano don Bruno Ferrero, nasce con l’intento di approfondire la figura del santo dei giovani attraverso studi accurati, testimonianze di prima e seconda mano e i documenti tratti dai processi di beatificazione e canonizzazione. La rubrica sarà articolata in 33 puntate, pubblicate con continuità. Vi invitiamo a seguirle per conoscerlo meglio, amarlo di più e imitarlo con maggiore convinzione. La dedichiamo a tutti gli amici di don Bosco.

Iniziamo a presentare le origini familiari e le condizioni socio-economiche di don Bosco, fondatore dei Salesiani. Attraverso documenti d’archivio e testimonianze, emerge il quadro di una famiglia di mezzadri piemontesi che, pur non essendo indigenti, vivevano in condizioni di estrema povertà. La morte prematura del padre Francesco nel 1817 e la terribile carestia degli anni 1816-18 segnarono profondamente l’infanzia del piccolo Giovanni. La madre Margherita, rimasta vedova a soli ventidue anni, affrontò con coraggio enormi sacrifici per mantenere ed educare i figli, rifiutando proposte di nuovo matrimonio. Questa esperienza della povertà plasmò la sensibilità e la missione futura di don Bosco verso i giovani emarginati.

Perché fin dall’inizio la sua vita fu una sfida all’impossibile.

Francesco Bosco visse nella cascina di Biglione dal 1793 al 1817 e vi lavorò la terra come mezzadro. Come i suoi antenati, quindi, non era un proprietario terriero o un contadino in proprio, ma un affittuario. Perciò era ben al di sopra di un semplice bracciante che poteva guadagnare scarsi mezzi di sussistenza per sé e la propria famiglia offrendo i propri servizi, e molto meno faceva parte di quanti ricevevano il sussidio pubblico destinato ai poveri certificati (il comune aiutava i poveri sulla base del “certificato di povertà” emesso dai parroci).
Fare il mezzadro era un modo istituzionalizzato e apprezzato di vivere ed era pure un’attività attraverso la quale poi diventare proprietari. Infatti, Francesco Bosco stava mirando a diventare indipendente, per questo aveva acquistato per sé alcune proprietà.
L’inventario dei suoi beni, redatto dopo la sua morte dal notaio locale, mostra che egli era proprietario di nove piccoli appezzamenti di terreno, nella frazione dei Becchi o nelle vicinanze, in cui teneva un vigneto e coltivava grano, frumento e fieno. In totale il terreno raggiungeva un ettaro di estensione ed era valutato 685 lire. Acquistò anche qualche animale (445 lire di valore) il che è senza dubbio indice della volontà di Francesco di diventare autonomo. Se stimiamo anche i vari attrezzi agricoli, utensili per la casa, mobili e simili, il valore totale della proprietà assommava a 1.331 lire. Ma, alla sua morte, egli lasciò anche debiti per un ammontare di 446 lire e la casetta (100 lire) non era ancora stata pagata.
Dopo la morte di Francesco Bosco la situazione finanziaria della famiglia, guidata ora da Margherita, si aggravò notevolmente, anche senza considerare i due anni di siccità e carestia in atto. Ad esempio, sembra che la stalla della casetta avesse soltanto una mucca e un vitello, visto che i debiti del momento ammontavano al valore degli animali acquistati in passato. Margherita, inoltre, dovette far fronte ad altre richieste di pagamento.

Annate maledette
            Le prime pagine delle Memorie sono per lo più una storia di povertà e difficoltà. Don Bosco da un certo spazio alla grande siccità e conseguente carestia che attanagliò la zona negli anni 1816-18. Queste periodiche calamità naturali erano, per così dire, all’ordine del giorno, in quella parte del paese, ma la carestia di quegli anni fu particolarmente dura, tanto che vennero trovate persone morte lungo le strade del paese con foglie d’erba in bocca per la fame. Don Bosco scrive: «Mia madre mi raccontò più volte, che diede alimento alla famiglia, finché ne ebbe; di poi porse una somma di danaro ad un vicino, di nome Bernardo Cavallo, affinché andasse in cerca di che nutrirsi. Quell’amico andò in vari mercati e non poté nulla provvedere anche a prezzi esorbitanti. Giunse quegli dopo due giorni e giunse aspettatissimo in sulla sera; ma all’annunzio che nulla aveva seco, se non danaro, il terrore invase la mente di tutti; giacché in quel giorno avendo ognuno ricevuto scarsissimo nutrimento, temevansi funeste conseguenze della fame in quella notte».
E aggiunge che in un primo momento la madre fece inginocchiare la famiglia per una breve preghiera, poi esclamò: “Nei casi estremi si devono usare mezzi estremi”. E decise di uccidere il vitello per cibarsene: un atto disperato, dato che il vitello costituiva l’unica sicurezza della famiglia.
Don Bosco ci racconta anche che in quel periodo sua madre ricevette la proposta di “un convenientissimo collocamento”; proposta, però, che non includeva i figli, i quali “sarebbero stati affidati a un buon tutore”. Ella con fermezza declinò l’offerta: “Non li abbandonerò giammai, quando anche mi si volesse dare tutto l’oro del mondo”. Non ci sono dubbi che si era trattato di una proposta di matrimonio, normale per una giovane vedova. D’altronde, sebbene don Bosco non lo dica espressamente, le testimonianze date nel processo diocesano per la beatificazione lo confermano:
«La madre poi, rimasta vedova, dopo cinque anni di matrimonio, rifiutò altre favorevoli nozze per attendere unicamente all’educazione de’ suoi due figliuoli Giuseppe e Giovanni e del figliastro Antonio, avendo sposato il padre del Servo di Dio, che era già vedovo col figlio Antonio.
Da lei stessa seppi che, rimasta vedova all’età di ventidue anni circa, ebbe molte proposte di matrimonio alle quali tutte rinunciò per attendere all’educazione dei suoi due figli, cosa che le costò lavoro, privazione di riposo, e molti sudori» (Giovanni Cagliero).
Si trattò di una scelta coraggiosa da parte di Margherita. Sapeva cosa l’aspettava: in una situazione di reale povertà era la sola a portare a casa il necessario per vivere e fu solo per mezzo del duro lavoro e a costo di un immenso sacrificio personale che riuscì a superare il periodo mantenendo una famiglia di cinque persone. Antonio non avrebbe potuto aiutarla per almeno sei anni, Giuseppe per dieci e Giovanni addirittura per dodici.
A parte l’accenno che don Bosco fa alle difficoltà affrontate dalla sua famiglia durante i due anni di siccità e carestia, non abbiamo alcuna documentazione su come essa riuscì a superare il periodo. La piccola quantità di terreno che aveva era a malapena sufficiente per sopravvivere. Anche negli anni buoni di raccolto la produzione non fu mai alta; il suolo era praticamente esaurito a causa dell’uso intensivo che se ne faceva e del metodo di coltivazione antiquato. Il prezzo dei cereali e del vino era tenuto basso da una politica agricola protezionistica, allo scopo di mantenere fuori del mercato i prodotti degli altri paesi mediterranei e della Russia. Così, se si riusciva ad ottenere un raccolto un po’ più abbondante di grano, mais o segale, dalla loro vendita non si ricavava quasi nulla, perciò non si poteva fare alcun risparmio reale.
Inoltre, la maggior parte dei danari disponibile era destinata al vestiario, agli attrezzi agricoli o agli utensili per la casa e, raramente, ad un paio di scarpe. Altro denaro serviva per olio, sale e zucchero e per formaggio e pesce salato, che servivano ad accompagnare l’alimento quotidiano. D’altronde il cibo era in gran parte ottenuto dalla terra, una povera alimentazione base: pane di segale e di frumento, mais, legumi, frutta e verdure di stagione dall’orto e dagli alberi sparsi nei campi e nei vigneti, latte dalla mucca e uova dalle galline, insaccati e lardo, a volte qualche pollo ruspante. Si mangiava carne pochissime volte all’anno. I vigneti producevano abbastanza uva da vino da bastare per un’intera stagione e lasciare una scorta da vendere o da tenere per le occasioni speciali.
Negli anni Venti dell’Ottocento la famiglia lottò per la sopravvivenza. Quando crebbero, Antonio e Giuseppe contribuirono al lavoro, alleggerendo Margherita. Poterono aiutare lavorando i piccoli appezzamenti di terreno e contribuendo alle entrate familiari con lavori stagionali. La divisione delle proprietà dei Bosco nel 1830 – la casetta, gli appezzamenti di terreno e gli attrezzi – tra Antonio da una parte, Margherita, Giuseppe e Giovanni dall’altra, deve aver accresciuto le difficoltà, soprattutto quando Antonio e Giuseppe si sposarono.
Antonio si sposò nel 1831. Costruì una piccola casa per la sua famiglia nella parte nord del cortile, usando in aggiunta le stanze della casetta. Egli potrebbe aver integrato la misera quota di lavoro come bracciante, tuttavia sembra che sia vissuto in miseria. Giuseppe divenne mezzadro nella cascina del Sussambrino, a metà strada tra i Becchi e Castelnuovo, nel 1830-31; Margherita e Giovanni andarono a vivere con lui. Sì sposò nel 1833 e ritornò ai Becchi nel 1839, dopo essersi costruito una bella casa grazie ai risparmi di quegli anni. Quando nel 1840 i beni comuni di Giuseppe e Giovanni vennero inventariati in occasione della costituzione della dote ecclesiastica prima dell’ordinazione sacerdotale, il valore del capitale totale ammontava a 2.510 lire, con un rendimento annuo di 125 lire.

«Erano poveri contadini»
            Per riassumere, fin dal secolo XVII i membri della famiglia Bosco furono mezzadri che lavoravano terra altrui. Erano poveri ma non indigenti. Non possedevano casa propria e più volte si spostarono di località in località, tra i comuni di Chieri e Castelnuovo, là dove c’erano fattorie disponibili in affitto. Comunque ebbero una possibilità di indipendenza e riscatto. Dopo la morte di Francesco Bosco, sebbene la famiglia fosse censita in municipio tra i piccoli proprietari terrieri, le condizioni economiche si aggravarono. Tuttavia, i componenti della famiglia di Margherita, per quanto poveri, da quello che possiamo sapere, non divennero mai braccianti giornalieri né raggiunsero l’indigenza certificata. I piccoli appezzamenti di terra di loro proprietà che lavoravano, l’unica mucca e il vitello, li mantenevano a mala pena al livello di sussistenza. Si può stimare meglio la loro povertà notando che Margherita non poté mai contribuire all’educazione di Giovanni, il quale dovette elemosinare, affidarsi ad alcuni benefattori, competere per premi e gratifiche, e contare sulla propria intraprendenza per poter sopravvivere da studente.
Quando nel 1883 don Bosco revisionò le bozze della propria biografia scritta da Albert du Boys, arrivò alla frase in cui si diceva che i suoi familiari “erano contadini alquanto benestanti”, la fece correggere con: “essi erano poveri contadini”. Questa esperienza personale della povertà si rivelò un fattore essenziale della sua sensibilità verso i giovani poveri e abbandonati, così come della sua spiritualità.

Arthur J. LENTI, sdb (Don Bosco storia e spirito, volume 1, pag. 135)

P. Bruno FERRERO

Salesiano di Don Bosco, esperto di catechetica, autore di vari libri. È stato direttore editoriale della casa editrice salesiana Elledici. È il direttore del "Il Bollettino Salesiano" italiano, cartaceo.